Autorevoli Editorialisti

    Autorevoli Editorialisti (58)

    Lo sanno tutti ormai. È una verità acquisita. Un dato incontrovertibile per i razzisti e per coloro che sanno tutto  su tutti e soprattutto sugli odiati "zingari" sporchi, brutti e cattivi, nomadi che non si vogliono integrare nella società civile. Fra tutti questi stereotipi quello di sottrarre i minori alle proprie famiglie è  il più grave e inaccettabile. I rom e sinti non sono mai stati nomadi per cultura ma la mobilità è sempre stata coatta e figlia di persecuzioni disumane non rilevate dagli storici ufficiali e di corte. Ecco allora campagne mediatiche ben preparate e reiterate al momento giusto. Tutto pianificato e tutto prestabilito come sempre, come ovunque. Comunicazione a senso unico e senza contraddittorio. Tutti devono sapere che i rom e sinti rubano i bambini, un allarme da lanciare per prevenire e per creare diffidenza e odio verso gli irriducibili "zingari" che meritano di essere trattati come una categoria speciale di persone e non come comuni esseri umani. Su qualcuno va pur riversato le frustrazioni collettive e il malcontento dovuto a problemi irrisolti di politici mediocri e corrotti. Le monarchie e gli imperi li hanno sempre perseguitati per la loro "diversità " i regimi totalitari hanno cercato di annientarli fisicamente e sradicarli dalla faccia della terra. Oltre mezzo milione di rom e sinti sterminati dai nazi-fascisti  ma questo sui libri di storia conta poco, meglio tacere e non evidenziarlo perché potrebbe far scaturire una solidarietà umana che non sa da fare. Nell'Europa civile e democratica sono i più odiati senza che nessuno conosca  realmente gli aspetti storici, culturali, antropologici, linguistici, gastronomici e letterari di questa minoranza etnica. Ma tutti pensano di sapere tutto. Odio e rancore ad occhi chiusi. Basta la parola e la verità dei politici di parte o dei mass media compiacenti. La televisione è  la nuova Bibbia. I sondaggi parlano chiaro nessuno vuole i rom e sinti e nessuno li ama. Ma cosa c'è realmente dietro questa avversione senza tempo? Perché tanto odio?
    L'Europa stessa stanzia milioni e milioni di euro in nome e per conto dei rom e sinti ai quali arriva solo becero assistenzialismo e segregazione razziale come i campi nomadi e quartieri ghetti. Una sorta di neocolonialismo autoreferenziale dove ci guadagnano tutti tranne rom e sinti. Una vera e propria industria attorno al mondo rom e sinto. Tutti tacciono verso questo vergognoso sfruttamento.
     
    La vicenda della Pipitone e il clamore mediatico di questi giorni si traduce in propaganda e in odio razziale contro una minoranza inerme che alimenta un'avversione atavica, puntualmente reiterata. La faccenda va avanti da secoli disumanamente. Il razzismo puro si raggiunge attraverso la mistificazione della realtà. Lo facevamo i nazifascisti e tutti i regimi totalitari. Ciò che è grave è che siamo in un regime democratico che dovrebbe tutelare le minoranze etniche e non discriminarle. Nessuna istituzione si eleva per condannare questo sciacallaggio mediatico vergognoso e incivile che mette alla berlina un'intera popolazione facendola passare per ciò che non è e favorendo l'odio e la diffidenza. Far passare i rom e sinti come coloro che rubano i bambini senza che MAI un solo caso sia stato realmente verificato o condannato dalla Magistratura dovrebbe far riflettere molto. I rom e sinti hanno tanti figli e non sanno cosa farsene dei figli degli altri e hanno il valore della famiglia come pochi. Le scomparse dei bambini riguardano quasi sempre beghe familiari interne come le vicende dei fratelli di Gravina e della Celentano ci hanno chiarito. Ai rom e sinti non si chiede mai scusa quando la verità viene a galla e resta la fantomatica fake news che i rom e sinti rubano i bambini, così come i comunisti addirittura mangiano i bambini. Guai a toccare i bambini in una società maggioritaria in cui i pedofili sono al massimo delle  loro potenzialità e in una società  che esprime soggetti che fanno turismo sessuale con i bambini. Contraddizione in essere con accettazione passiva. Nessuna reale guerra mediatica reiterata contro i pedofili. Guai però a toccare i bambini se sono gli "altri" soprattutto se odiati. Guerre mediatiche e silenzi istituzionali conniventi. Su rom e sinti oggi come in passato si può fare tutto e dire di tutto, anche e soprattutto le bugie più repulsive. Sono però tutte verità che l'opinione pubblica deve acquisire. Polpette avvelenate da ingurgidire a senso unico. Nessun intellettuale si indigna, nessuna voce a favore di una minoranza etnica inerme ed innocente. Tutto tace. Il silenzio è connivenza. Nell'era della comunicazione la più grande delle mistificazioni. Tutti ci credono: i rom e sinti rubano i bambini, anche se i fatti e i dati sono incontrovertibili, tutti ci credono, tutti devono crederci, tutti vogliono crederci. Questa la verità. I giornalisti che spacciano fake news dovrebbero essere arrestati. Le trasmissioni che incitano all'odio e alla discriminazione dovrebbero essere chiuse. Io personalmente combatto e ho insegnato ai miei figli a combattere queste ingiustizie e questa criminale discriminazione su base etnica. Meditate gente, meditate.

    Il ritorno di attenzione su Piera Maggio e sua figlia Denise Pipitone, scomparsa nel nulla il primo settembre 2004 all'età di 4 anni, mi ha fatto risalire alla mente e al cuore il rapporto con l'amatissima Mazara del Vallo, della quale sono stata nominata cittadino onorario dall’allora sindaco Nicolò Cristaldi. Prima di parlare del caso disperatissimo di Piera Maggio e del padre naturale di Denise, Piero Pulizzi, vorrei sottolineare quanto Mazara del Vallo sia una terra di frontiera e come per anni, dal 2007 ad oggi, la mia Fondazione Movimento Bambino abbia lavorato con Carmela Nazareno, della Associazione Maria SS. del Paradiso, coinvolgendo tutti i centri didattici della città. Il nostro obiettivo era quello di mobilitare i ragazzi a svolgere un'attività creativa intorno ai temi della legalità, dell'inclusione, della creatività, del pensiero bambino. Pensate che a Mazara del Vallo esiste un vicolo che si chiama appunto :“Vicolo del Pensiero bambino”, dove ci sono mattonelle dipinte dai bambini e incassate nei muri, sulle quali i bambini delle elementari e delle medie hanno potuto tracciare un loro pensiero.

    Ecco, io vorrei sperare che il caso di Piera Maggio e di Denise Pipitone fosse affrontato proprio con la sensibilità, con l'empatia con il coraggio, con la voglia di trasformare il mondo che ogni bambino, se si riconosce nei familiari, nella scuola, nel sociale rappresentato dalle guide autorevoli, può esprimere, per realizzare se stesso anche nel rapporto con gli altri. Il pensiero bambino ci deve guidare dunque a comprendere che, seppure è stata resa vana la speranza dei genitori di Denise di ritrovarla nella ragazza russa che ha partecipato a quel discutibile programma televisivo per ricercare, dopo tanti anni, sua madre e ha provato la delusione di verificare che il suo gruppo sanguigno non appartiene a quello di sua madre, è importante il fatto che queste due persone possano incontrarsi. L’incontro tra una madre che da sempre ricerca una figlia e una figlia che da sempre ricerca la madre, potrebbe, infatti, compensare, per quanto parzialmente, il dolore, l'attesa, la sofferenza, la paura che ha contrassegnato gli anni di entrambe, vissuti in attesa di una soluzione al loro dramma.

    Peraltro, non sempre le famiglie o le vite familiari rispecchiano quello di cui gli esseri umani hanno veramente bisogno. Molte sono le famiglie disfunzionali, molti sono i drammi che si vivono in famiglia e che, in questo caso, non hanno nemmeno potuto essere adeguatamente soccorse. Dalla copertura dei “panni sporchi che si lavano in casa”, il dramma di Piera Maggio ha portato allo scoperto una realtà familiare e sociale che è stata per lei un gran tormento. La storia di questa ragazzina russa, che è stata rapita e ha vissuto in orfanotrofio, sicuramente, poi, ne contiene un'altra altrettanto dolorosa che questo incontro potrebbe compensare, creando una famiglia del cuore. Una famiglia di persone che hanno avuto sofferenze analoghe, una famiglia che non soltanto rappresentata dal legame di consanguineità. Sappiamo bene quanti risvolti dolorosi, ambivalenti, negativi, tragici, criminali può contenere questa vicenda, ma dare l'opportunità che si costituisca un legame di solidarietà e di affetto, in attesa di qualcosa di nuovo, di importante, è decisivo e potrà veramente trasformarsi a loro vantaggio. Peraltro, quella somiglianza a cui facevo riferimento prima è talmente incredibile che ci dà certamente un messaggio: al di là dell’immagine, del volto delle persone, c'è una somiglianza nel loro tormento. E grazie a questa somiglianza si è riaperto il caso. Una somiglianza di dolore e di intenti che rimanda a una possibilità di essere affini per motivi che “non sono ma sono” quelli di una comune sofferenza.

    Prof.ssa Maria Rita Parsi

    Il riconoscimento di diritti, inclusione e pari opportunità per tutte le persone con disabilità, è appena rintracciabile nel  PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), in cui i temi centrali che riguardano la disabilità,  nelle bozze sono deboli e fragili. I problemi che pesano sugli  italiani  disabili sono  numerosi e irrisolti da molto tempo. Prima di tutto la questione salute e vaccini poiché diventa sempre più urgente e necessario dare delle risposte e concrete indicazioni alle migliaia di richieste di informazioni che stiamo raccogliendo  ogni giorno da parte delle persone con disabilità e delle loro famiglie, già aggravata dalla mancata attuazione dei Livelli Essenziali di Assistenza e le criticità ancora esistenti nella fornitura degli ausili e dei presidi. Purtroppo, certamente aggravata dal Covid, ma non è  garantita a tutt’oggi  la continuità nei percorsi di presa in carico dei “pazienti” cronici complessi, delle malattie rare, potenziando la dimensione di umanizzazione delle cure, promuovendo allo stesso tempo le innovazioni già sperimentate; tutti quei percorsi, cioè, che garantiscono equità di accesso alle cure e sostenibilità, come la telemedicina, la dematerializzazione delle ricette, le modalità di consegna di farmaci a domicilio, solo per citare alcune soluzioni.

    Nelle scuole peraltro chiuse ora posto che si immagina la riapertura dopo Pasqua  è necessario convergenza di idee e di programmi tra i due dicasteri di disabilità e istruzione,perché la segmentazione delle politiche, penalizza sempre di più i giovani disabili e le loro famiglie ed è urgente sviluppare la promozione di un nuovo modello qualitativo, e non solo quantitativo, di inclusione scolastica, riconoscendo tutte le figure professionali che a vario titolo operano per tale obiettivi con particolare riguardo all’implementazione di docenti di sostegnoCosì come il lavoro da sempre terreno di discriminazione per le persone con disabilità, reso ancor più scivoloso e complesso in questo periodo di crisi pandemica : ancora oggi nel mondo del lavoro le persone con disabilità nutrono diffidenza.

    Da 5 anni  attendiamo che le “Linee guida in materia di collocamento mirato delle persone con disabilità” previste dal decreto legislativo n. 151 del 2015, vengano concretamente applicate. C’è ancora una grande confusione  sui fondi disponibili in una ottica di durante e dopo di noi: occorre da subito investire su una azione sociale  della necessaria lotta alla segregazione e del relativo supporto alla domiciliarità̀ (Fondo per la Non Autosufficienza); del supporto ai caregiver familiari  (Fondo istituito nel 2017 ancora in sonno  e malamente distribuito alle Regioni,pochi e solo relativi agli anni 2018/2019 ); del bisogno di definizione di piani nazionali per avviare processi di de-istituzionalizzazione e di contrasto ad ogni forma di segregazione, con sostegni alla vita autonoma e indipendente.

    Vi è urgenza di un quadro di riforma e un Piano programmatico dell’attuale sistema di welfare che, attualmente è basato principalmente sul sistema di protezione, verso un nuovo modello che sia realmente calibrato sul riconoscimento dei diritti umani, civili e sociali. Sono gradite risposte chiare e concrete-

     

    Nel testo delle nuove raccomandazioni sui gruppi target prioritari del piano vaccinazioni indicato dal Ministro della Salute, su indicazione del Ministro Stefani, rientrano anche le persone disabili gravi e i loro conviventi, con i requisiti di Legge  104/92 art. 3 comma 3. Cioè dichiarati persone con perdita di autonomia personale, fisica, relazionale e sociale e pertanto necessari di una rete articolata di interventi che la Legge poi declina. Sorprende che tali raccomandazioni sono al momento recepite dalle Regioni in modo disomogeneo, restrittivo e forzatamente selettivo: i riferimenti attualmente, quando recepiti, sono i codici esenzione per patologia( molte malattie rare non hanno codici) e degli invalidi civili C02 e C05, che fotografano sanitariamente gli invalidi civili 100% con accompagno e i non vedenti.  L’invalidità civile, come noto, è cosa differente dalla Legge 104/92: il punto di riferimento concettuale complessivo sulla disabilità in Italia. Essa, con l’art.3 comma 3, certifica nel soggetto non solo uno stato di salute grave ma indica una gamma articolata  di interventi successivi, determinati dalla correlazione tra riduzione di autonomia personale del soggetto in specie con l’età e il diritto al sostegno attraverso varie modalità. Certifica nel soggetto  uno stato di salute grave, tale da rendere necessario un intervento assistenziale permanente e continuativo nella sfera individuale, sociale e relazionale della persona,  indicando successivamente una gamma coerente  di interventi. 

    E’ il senso del comma 3 della Legge cui si fa riferimento nelle Raccomandazioni sulle priorità di target. Non sono quindi invalidi lievi i possessori della legge 104 art.3 comma 3, né credo sia opportuno avallare una drammatica aristocrazia del dolore in un popolo giustamente dolente di per sé e che ha bisogno di interventi concreti. Tuttavia i soggetti in questione, in assenza stupefacente di una banca dati specifica regionale sui titolari di questo diritto,  assenza di cui non sono responsabili, vengono in gran parte, individuati medicalmente col codice esenzione C03( invalidità civile 67-99% e non rientrano nel gruppo target di priorità vaccinale, anche se a più rischio Covid come gli altri( impossibile  mantenere le distanze o usare i dispositivi di protezione per chi cammina a fatica, ad esempio). Mi pare del tutto evidente, per quanto detto sopra, che la priorità di vaccinazione debba essere estesa anche ai soggetti in questione titolari di 104/92 art.3, al momento esclusi perché non invalidi 100% con indennità di accompagnamento. Altrimenti il riferimento normativo sarebbe fuorviante e indurrebbe un grave vulnus nei cittadini interessati: anch’essi disabili gravi riconosciuti da Istituzioni pubbliche del Paese,  ma esclusi dall’unica tutela all’infezione.

    Non ha alcun senso riferirsi ad una norma e poi applicare riferimenti di altra legge: i disabili gravi art.3 c.3 della Legge 104/92 non sono rappresentati esclusivamente dagli invalidi civili 100% con diritto all’accompagno. Se si fa riferimento alla Legge 104/92 art.3 c. 3, allora deve valere il solo certificato di handicap grave, senza percentuale o tantomeno indennità di accompagnamento. Perché chi sta, ad esempio,  tra il 67 e il 99% scoppia di salute ed è autonomo? La legge 104 dice il contrario.  E se lo Stato, nelle sue articolazioni, non ha ancora, a distanza di trent’anni, una banca dati specifica è forse colpa dei cittadini ?  Sarebbe opportuno e urgente sollecitare le Regioni a un comportamento più uniforme e rapido per tutta la popolazione interessata e per i familiari conviventi, e per sollecitare le stesse a non limitare tale diritto  all’identificazione attraverso patologia o codice C02 o C05 ma ad ampliare il target di priorità almeno al codice C03, che interpreterebbe nel modo più soddisfacente, corretto e  immediato, lo spirito della Legge a cui si fa cenno. 

     

    Quante superficialità, improvvisazioni in tema di diritti delle persone fragili!

    Quante distorsioni, inesattezze sul ‘’patto di rifioritura’’ ….

    Non si tratta certo – basta scorrere la normativa che proponiamo - di una misura che attribuisca al giudice il potere di imporre al beneficiario, attraverso l’Amministratore di Sostegno terapie e trattamenti altrimenti esclusi, impossibili.

    E’ esattamente il contrario: si tratta di precisare nel codice civile, a chiare lettere, che soltanto a certe condizioni, ossia unicamente se saranno soddisfatte le cinque garanzie che prevede l’ultimo neo-comma dell’art. 411, quelle soluzioni medico-esistenziali suggerite dallo psichiatra (davanti al bisogno di un consenso informato, onde poter procedere clinicamente, farmacologicamente, organizzativamente) saranno possibili.

    Altrimenti no, non si potrà fare, entreremmo nel campo dell’abuso, del proibito, dell’illecito.

    Siamo nel 2021, ecco il punto: molta acqua è passata sotto i ponti, dal 1978, dal 2004, ecco cosa è successo nel frattempo:.

    - BOOM DELLA LEGGE SULL’A.D.S., sul piano numerico (oltre 300.000 procedimenti aperti ad oggi)

    - NON PIENO DECOLLO DELLA 180 nella pratica sanitaria (eufemismo), le famiglie sono troppo spesso abbandonate a se stesse, non sanno oggi che fare, come muoversi, i portatori di ombre mentali vagolano frequentemente in una specie di vuoto, di niente, popolato solo di psicofarmaci, i suicidi e le sofferenze aumentano

    - TREND DELLE DIFFICOLTÀ PSICHICHE che non si è certo attenuato, per qualità e quantità, nella società italiana, tutt’altro, specie coi tempi che viviamo

    - SCARSEZZA DEGLI INVESTIMENTI pubblici di personale, di strutture e di risorse nella giurisdizione volontaria (pochi giudici, pochi cancellieri, tutto col contagocce, salvo che in certe città fortunate)

    - BOOM DEI DECRETI GIUDIZIALI volti, da qualche anno, in molte zone d’Italia, a conferire agli amministratori deleghe in bianco anche a livello sanitario, psichiatria compresa, in modo standardizzato, automatico

    - PRESA D’ATTO CHE IL GIUDICE TUTELARE già interveniva a piene mani, anche contro la volontà dell’interessato, sul piano economico (banca, condominio, pensioni), sul piano personale (famiglia, residenza, testamenti), cioè su due piani che secondo l’OMS sono pur sempre di per sé ‘’salute’’

    - PREVEDERE ANCHE FLEBO, scelte di comunità, pasticche e siringhe nei decreti aggiungeva ben poco, ed è ciò che i giudici hanno fatto

    Eravamo insomma, da qualche anno, in una logica in cui la legge sull’Ads si era conquistata i galloni di NORMA FORMALMENTE RILEVANTE AI SENSI DEL 2° COMMA DELL’ART.32 DELLA COSTITUZIONE

    - I GIUDICI TUTELARI avvertivano da tempo tutto questo: erano \ sono spesso pochi, con poco tempo, non in grado di approfondire l’istruttoria, necessitati a conferire poteri ampi agli amministratori, specie in materie delicate come quella delle fragilità mentali e delle dipendenze

    - LA LEGGE SUL CONSENSO INFORMATO, la n.219, ha nel 2017 suggellato in Italia la categoria della ‘’rappresentanza esclusiva’’ in ambito sanitario; se ne parla lì per i trattamenti di fine vita, è ovvio però che se una realtà del genere vale su un terreno così estremo, come quello della morte, a maggior ragione vale per gli altri

    - C’È STATO UN GIUDICE A PAVIA che ha accusato quell’indicazione normativa di essere forse incostituzionale, la Corte ha però stabilito di recente che così non: è il Giudice dell’AdS a stabilire cosa va bene e cosa va male, in ambito di consenso informato sanitario, espresso a favore del beneficiario dissenziente, e la Costituzione è per se stessa d’accordo con tutto ciò, purché di quei poteri si faccia buon uso

    - OCCORRE VENGA INTRODOTTO al più presto l’USTFAS, ‘’Ufficio sportello triangolare per la fragilità e l’amministrazione di sostegno’’, che aiuti il giudice a fare il suo lavoro, a livello comunale, che prenda in carico i fragili, sul piano amministrativistico, che sia in grado di fare ogni volta le necessarie verifiche, che assuma e smisti in tribunale le necessarie informazioni, caso per caso, che esegua controlli periodici

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    In Sintesi >>> Noi di ‘’Diritti In Movimento’’ vogliamo che il Giudice Tutelare NON FACCIA IL PONZIO PILATO, NON VOLTI LE SPALLE DINANZI AI BISOGNI DI CURA, RIFLETTA UN ATTIMO PRIMA DI FIRMARE I DECRETI; del resto i magistrati non ci ascolterebbero minimamente, se proponessimo loro una cosa abbandonica, irresponsabile, fuori dal tempo: vogliamo però che siano rispettate certe condizioni, quelle appunto del ‘’Patto Di Rifioritura’’, niente cambiali giudiziali come fotocopie, meccanicamente !!!

    Anni Sessanta-Settanta: si respira un’aria nuova nella società civile per ciò che riguarda la considerazione delle donne, il loro ruolo, con importanti trasformazioni interne ai soggetti. Voglio dire che molte donne, e accanto a loro parecchi uomini, diventano consapevoli del proprio valore ed esprimono esigenze di emancipazione. 

    Poi anche esterne. 

    La Costituzione della Repubblica Italiana aveva sancito l’uguaglianza fra i sessi, ma consuetudini culturali e sociali impedivano una reale parità; in questi anni si registrano significativi cambiamenti.  Qualche esempio: abolizione di reato per l’adulterio della donna, insieme al diritto di separazione se adultero è il marito (1968); il nuovo diritto di famiglia con la parità piena tra i coniugi, l’eliminazione della dote (1975).

    Nel 1976 per la prima volta una donna,Tina Anselmi, è  Ministro (del Lavoro e Previdenza sociale).

    Si susseguono, insomma, tante conquiste democratiche che vanno difese, consolidate, perchè, come la storia insegna, possono essere precarie e/o addirittura svanire. 

    Anche la Chiesa in quegli anni, sull’onda del Concilio Vaticano II e delle questioni da esso poste, si fa più attenta alle domande, alle esigenze, alla specificità delle donne. 

    Dalla seconda metà degli anni Sessanta le donne sono finalmente riconosciute come soggetto teologico e possono accedere a studi di Teologia, cosa prima impossibile, malgrado la vita, il pensiero, l’azione di donne come Caterina, Ildegarda di Bingen, Teresa -tanto per citare solo qualcuna delle più note- e, in tempi ben più recenti ma sempre precedenti il Concilio, Edith Stein, Etty Hillesum, Hannah Arendt, (che è figura originale, centrale -e ancora assolutamente attuale- nel dibattito politico filosofico, con notevoli implicanze teologiche), Chiara Lubich, il cui Carisma dell’Unità è anch’esso denso di prospettive teologiche che stanno continuando a venire alla luce e ad essere approfondite.

    Tutte in modi diversi hanno fatto una profonda esperienza di Dio, della Sapienza e hanno aperto strade totalmente nuove. Poche righe esemplificative sull’ultima che ho citato e che ho conosciuto direttamente. 

    Quando Silvia, poi Chiara, Lubich iniziò a vivere radicalmente il Vangelo, nel 1943, nel mezzo della rovinosa seconda guerra mondiale, era assolutamente impensabile, nell’ambiente della Chiesa Cattolica Romana, che una persona, tanto più se donna, potesse “pretendere” di comprendere la Parola di Dio, era indispensabile un sacerdote per la retta interpretazione. Così come era assurdo parlare di amore, termine che poteva dar luogo ad equivoci anche pesanti, e di unità, parola usata solo dai comunisti, considerati gente senza Dio da cui guardarsi. 

    A Chiara non importa niente. Il Vangelo diventa l’unica bussola cui orientare la vita e codice di una rivoluzione dai risvolti spirituali e sociali. 

    Lo apre, lo legge, lo vive, alla lettera. E Dio le risponde alla lettera. 

    Così nacque quel piccolo gruppo che rivoluzionò abitudini, rovesciò convenzioni sociali. La Chiesa studierà quello che ormai era divenuto un fenomeno e lo farà con estrema attenzione e una severità che può sembrare eccessiva, messa ben in luce nella recente fiction della Rai su Chiara. Ma sotto il comportamento del sant’Uffizio c’è una grande sapienza: sarà accertato che non si trattava di una fiammata di entusiasmo nè  di plagio, c’entrava proprio quel Dio che Chiara aveva riscoperto e faceva riscoprire (o scoprire) Amore. 

    Basterebbero i pochissimi nomi citati e l’esempio molto stringato della vicenda della Lubich a dimostrare che le donne sono capaci di dare un contributo del tutto originale allo sviluppo della teologia, anche quando non sono studiose del campo.

    Da Giovanni XXXIII in poi lo sguardo della Chiesa istituzionale sulle donne si fa più attento, fino ad arrivare a papa Francesco che non perde occasione per sottolineare molte volte la necessità sempre più impellente di aprire spazi anche decisionali alle donne. In questa direzione va anche la nomina di alcune donne  in posti chiave all’interno della Curia, del Vaticano. Riforme timide?poco significative? Non credo, comunque certamente forte segno di novità. 

    Importante, nel contesto del suo magistero, l’invito che Francesco rivolge più volte direttamente alle donne ad impegnarsi per una “profonda teologia della donna”: non si tratta solo di occuparsi delle donne nella Chiesa e nella società, di insegnare nelle Pontificie Università, ma proprio di elaborare contenuti che esprimano su tutte le questioni teologiche una prospettiva, quella femminile, finora assente o marginale, che potrà quindi in qualche modo -per così dire- “completare” la Teologia. 

    Proprio per rispondere a questo invito del papa, una coppia canadese, lei scrittrice e insegnante di Spiritualità Femminile, lui teologo, economista etico, docente universitario, autori entrambi di numerose pubblicazioni, hanno iniziato un percorso. 

    Parlo di Lucinda Vardey e John Dalla Costa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e con cui condivido alcuni progetti. 

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    Lucinda Vardey
     
    Lucinda, tu sei nata in Gran Bretagna, presto ti sei trasferita in Canada e attualmente vivi da quasi tre anni in Italia. A Roma per 3 giorni in 3 anni consecutivi, insieme a John, hai animato i lavori seminariali di un gruppo prestigioso di Teologhe e studiosi/e provenienti da tutto il mondo. 

    Puoi riassumerlo in poche parole?

     “Abbiamo formato i temi dei seminari (e in seguito li abbiamo trovati confermati nel Dialogo di Santa Caterina da Siena) come una “porta” per identificare ciò che potrebbe essere considerato intrinseco ad una Teologia femminile non solo dall'esperienza delle sante ma anche da quella di donne di spicco nella cultura e nella società (e questo include alcune della Chiesa ortodossa orientale).  Abbiamo identificato ciò che è proprio di un intelletto femminile nei modi di comunicare una relazione con Gesù, così come l'essere femminile permette al mistero della vita e della morte di Gesù di essere vissuto in una spiritualità integrata.” 

    Quali pensi possano essere gli sviluppi, le prospettive di questo prezioso lavoro? 

    “La decisione più importante che abbiamo preso insieme a Roma è stata quella di fare in modo che le nostre scoperte in Teologia e Spiritualità fossero condivise con il mondo intero.  

    Molti dei temi che abbiamo toccato richiedevano un dialogo più approfondito, e questo sta continuando attraverso il lavoro di gruppi che si sono costituiti a Roma e a Toronto.  Inoltre abbiamo iniziato una rivista internazionale trimestrale online in italiano, inglese e francese dal titolo “UN UNICO ACCORDO: vivere la dimensione femminile come Chiesa”. La rivista permette di dare alle idee un'applicazione più concreta non solo nella Teologia ma nella comprensione delle specificità di una dimensione femminile.  Poiché Papa Francesco ha affermato che "senza la dimensione femminile, la chiesa perde la sua vera identità" stiamo rispondendo a ciò che compone questa vera identità e come, come donne e uomini insieme, possiamo applicarla nella nostra vita, nel lavoro e nella preghiera. (www.magdalacolloquy.org

    C'è anche un libro in preparazione sulla dimensione femminile (che includerà i risultati dei seminari di Roma) nel situare la teologia, la storia, la spiritualità e la pratica del suo sviluppo dai Vangeli ai giorni nostri.”

    Passato inosservato il Rapporto sulla condizione degli anziani italiani non autosufficienti. Il Covid li ha sterminati nella prima fase, continua a colpirli ferocemente anche nella seconda e terza fase.

    Parliamo degli ultraottantenni che rappresentano una quota rilevante della popolazione over 65, in crescita numerica e percentuale.

    E già prima della pandemia, rispetto agli ultrasessantacinquenni, sono molto di più gli over 80 che presentano limitazioni funzionali e cioè oltre il 43% degli ultra 80enni, contro poco meno del 20% degli over 65.

    I dati su età e profili di fragilità delle persone decedute con il Covid-19 indicano che i più colpiti sono proprio gli anziani non autosufficienti. Per mesi abbiamo osservato se la centralità nella tragedia avrebbe almeno portato anche un effetto positivo e cioè  superare lo storico disinteresse della politica nazionale nei loro confronti. Ci sbagliavamo perché così non è stato. Diventano sempre più vitali gli strumenti di assistenza a sostegno di questi italiani e ad essere necessarie sono non solo le misure pubbliche di assistenza economica, come l’accompagno, ma anche e soprattutto l’assistenza domiciliare e residenziale, le cure intermedie e la tecnoassistenza.

    Un ruolo fondamentale lo svolge il welfare aziendale, perché le misure pubbliche non vadano in crisi a causa dei costi sociali eccessivi e le famiglie possano essere sostenute dai servizi contrattati a livello di sostegno per le lavoratrici e lavoratori. Sappiamo bene che i servizi a disposizione di coloro che assistono una persona anziana possono variare da Regione a Regione, nonché in base alla categoria di appartenenza: ad esempio, per i dipendenti e per i pensionati pubblici è disponibile il programma Inps Home Care Premium Hcp, che oltre a un beneficio economico riconosciuto per la cura del disabile eroga numerosi altri benefici, quali servizi professionali di assistenza domiciliare, supporti, prestazioni di sollievo. Lo sforzo riformatore, però, non ha toccato la non autosufficienza se non ora con il governo Draghi aver nominato un ministro per la disabilità. Peraltro senza portafoglio.

    Unanimemente  si osserva e si ritiene che le criticità dell’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia, sinora fondata su una governance fortemente decentrata, potrebbero essere aggredite solo da una riforma nazionale. Lo stato dovrebbe svolgere due compiti essenziali:  finanziare il necessario ampliamento dei servizi pubblici (domiciliari, semi-residenziali e residenziali) attraverso un’incisiva azione a sostegno di regioni e comuni, che ne detengono la titolarità ma che – da soli – non dispongono delle risorse occorrenti. Dovrebbe inoltre definire alcune nuove regole rispetto gli obiettivi e le modalità di funzionamento del sistema, per migliorare la qualità e l’appropriatezza delle risposte. Questi sono stati, in effetti, gli assi portanti delle riforme introdotte in numerosi paesi dell’Europa centro-meridionale.

    Il rapporto Putting Quality First – Contracting for Long-Term Care esamina come gli appalti pubblici e le politiche di garanzia della qualità possono garantire un migliore accesso a servizi di assistenza a lungo termine di qualità. L’ultima analisi arriva un decennio dopo la pubblicazione del 2010 di Europe Service Network “Contracting for Quality” del Centro europeo per la politica e la ricerca sul benessere sociale che ha supportato la  ricerca, analizzando oltre 70 pubblicazioni scientifiche e 30 risposte al questionario dei membri ESN. La relazione conferma che gli appalti pubblici sono generalmente ben consolidati nel settore dell’assistenza a lungo termine in gran parte dell’Europa. Ad esempio, abbiamo visto che  in Spagna e in Gran Bretagna, vengono utilizzate clausole sociali per migliorare le condizioni di lavoro del personale addetto all’assistenza domiciliare. 

    Il passaggio dall’assistenza residenziale a quella domiciliare e comunitaria è una tendenza che diventerà sempre più importante negli anni a venire. Consentire alle persone di rimanere nella loro comunità le aiuterà a sperimentare una buona qualità della vita. Aiuterà anche a soddisfare la crescente domanda di LTC (long terme care), una sfida comune a tutti i paesi europei.

    I servizi domiciliari italiani oltre che maggiori fondi hanno bisogno di un totale ripensamento dei propri interventi. Infatti, la scarsità dell’offerta è accompagnata in tanti territori dall’incapacità di elaborare risposte consone alle molteplici esigenze legate alla non autosufficienza, e nel Decreto Rilancio il progetto di riforma della domiciliarità non c’era. Si è introdotto sì  un nuovo finanziamento di 734 milioni destinati all’assistenza domiciliare integrata, il  servizio pubblico erogato a casa degli anziani ma come per le altre voci del Dl Rilancio –sicuramente  un provvedimento di natura emergenziale – si è trattato di uno sforzo una tantum e solo per il 2020.

    In un ambito così sotto-finanziato, un sostanziale ridisegno degli interventi può essere realizzato solo se accompagnato da uno stanziamento aggiuntivo di natura strutturale e da una riforma complessiva vista la platea al quale si rivolge. Si tratta di  utilizzare anche il Fondo caregiver introdotto con una legge del 2017, sul quale è ancora in corso una incertezza determinata dalla mancanza di accordo sul ruolo del fondo che deve essere dato direttamente ai familiari perché ne facciano un uso di sollievo per loro e non da usare per una formazione obsoleta come purtroppo è stato deciso per i fondi dirottati alle regioni per il periodo 2018/2019/2020 – in totale meno di 70 milioni – che distribuiti agli enti locali, già erano pochi, e in più si sono perduti in rivoli di pseudo corsi formativi.

    Già oggi sono oltre 4 milioni le famiglie con un parente non autosufficiente e secondo una ricerca della cgil solo il 4,1% del totale della popolazione anziana complessiva usufruisce dell’Assistenza domiciliare integrata (Adi): si tratta di 502.475 persone, ovvero solo di una persona non autosufficiente su cinque. Di questi, oltre 414 mila (4,9% della popolazione anziana) risiedono nelle regioni del centro-nord, 192 mila (7,9%) in quelle del nord-est, 121 mila (3,5%) in quelle del nord-ovest, 101 mila (3,9%) in quelle del centro e 88 mila (2,3%) in quelle del sud.

    In Italia non esiste, come invece c’è in Germania, un’assicurazione obbligatoria sulla non autosufficienza. Un rischio certo, non una eventualità. Toccherà tutti, direttamente o indirettamente, in famiglia e nei nostri rapporti personali. Manca una consapevolezza generale.

    Dalla conoscenza nascono il rispetto e la coesistenza”. Da questa frase nasce l’ACCADEMIA NAZIONALE ROMANÌ diretta dal dott. Santino Spinelli con il sostegno dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia.

    Nell’ambito della settimana dell’antirazzismo finanziata dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Raziale) nasce il progetto ANR, che partirà online su www.Accademianazionaleromani.it  dal 21 marzo 2021, strutturato e creato da Them Romanò e UCRI

    DA DOVE NASCE?
    L’Accademia Nazionale Romani nasce per la volontà di tramandare e implementare la cultura romani nelle sue diverse forme. Con corsi alla portata di tutti tenuti da esperti certificati, per Rom, Sinti e non.

    COSA È?
    L’ANR è la miglior risposta all’antiziganismo dilagante che ci circonda, perché dalla conoscenza nascono il rispetto e la coesistenza

    COME È STRUTTRATA?
    L’ANR è composto da CORSI ONLINE e CONFERENZE sempre usufruibili con materiale in continua espansione

    DOVE SI TIENE?
    I corsi sono online dal 21 marzo sul sito
    Www.Accademianazionaleromani.it
    In modo completamente GRATUITO

    COSA CONTENGONO I CORSI?
    I corsi sono in continuo aumento partendo da elementi essenziali che vanno dalla LINGUA alla STORIA passando per molte altre materie con relativo materiale didattico con il quale approfondirle argomento per argomento

    DA CHI SONO TENUTI I CORSI?
    I corsi ANR sono tenuti da docenti universitari e romanologi esperti e qualificati di etnia Rom, Sinti e non, a direzione del dott. SANTINO SPINELLI il più eminente romanologo italiano.

    QUANDO?
    I corsi partiranno online dal 21 marzo nell’ambito della settimana contro il razzismo e saranno continuamente usufruibili online con il continuo implemento del materiale video con lezioni frontali, conferenze e docu-film insieme alla più grande bibliografia italiana sulla cultura romani.

    CHI PUÒ USUFRUIRNE?
    I corsi sono aperti a tutti gratuitamente con la registrazione e un questionario iniziale che indicherà il livello di partenza ed un questionario finale per valutare l’apprendimento del corso con rilascio di ATTESTATO di partecipazione finale.

    In Italia l’Accademia Nazionale Romani (ANR) è un grande baluardo culturale contro la dispersione di questa grande etnia, usufruibile da tutti ad ogni livello di conoscenza, con il quale tramandare la cultura o recuperarla dove si fosse persa la romanipè e implementare chi volesse saperne di più fino a far conoscere elementi nuovi a chi non ne sapesse nulla.

    ”Un grande viaggio parte sempre con un primo passo” e l’ANR si prefigge di essere una guida in questo cammino.

    Il meraviglioso, come veniva definito da tutti gli appassionati di boxe, è morto. A darne la triste notizia, sua moglie. Aveva 66 anni e si trovava nel New Hampshire. 

    Marvin Hagler non è  stato solo un pugile che come tanti altri ha lottato per emergere. Marvin ha rappresentato l’ultimo guerriero della “vecchia scuola”. Una generazione di campioni mondiali nati dalla povertà, che grazie al loro modo di combattere sono riusciti ad affermarsi fino a diventare leggendari. E’ proprio lo stile e il modo di interpretare i match che contraddistingue questa generazione. Marvin era questo, un pugile  mai domo, rappresentante unico di quell'epoca che voleva che il migliore era quello che esprimeva più’ coraggio e ferocia. 

    Marvin Hagler nasce il 23 maggio 1954 a Newark (New Jersey). Nel 1967 si trasferisce con la famiglia a Brockton. E qui’ il suo destino inizia a muovere i primi passi. Brockton  è infatti la città’ natale del campione  del mondo Rocky Marciano. 

    Giovanissimo Hagler comincia a frequentare la palestra di pugilato dei fratelli Petronelli.

    Nel 1973 diventa professionista. In breve tempo si afferma ai vertici della categoria dei pesi medi, grazie alla sua tenacia e alla sua tecnica, ma l’occasione di battersi per un titolo mondiale tarda a venire, malgrado lui abbia tutte le carte in tavola per avere l’occasione di diventare campione del mondo. 

    Finalmente il 30/11/1979 gli viene data la possibilità tanto attesa di battersi per il titolo mondiale con Vito Antuofermo a Las Vegas.  Un match durissimo, che vede Hagler aggiudicarsi la prima parte del match, mentre Antuofermo costretto a recuperare, riesce ad aggiudicarsi coraggiosamente la seconda parte, attaccando incessantemente. Il verdetto dei giudici è di parità’, il che consente al pugile italo-americano di conservare la cintura. Un match cruento ed intenso, che getterà’ le basi  sul modo di combattere di Marvin Hagler.  A seguito dell’incontro Antuofermo fu costretto  a sottoporsi a 70 punti di sutura per le ferite riportate. Questo accrebbe di molto l’interesse nei confronti del giovane sfidante. 

    Nel 1980 diviene finalmente campione mondiale (sigle WBA e WBC) battendo a Londra il campione  dei pesi medi Alan Minter, per KOT alla 3 ripresa. 

    La vittoria prima del limite è  il biglietto da visita del nuovo campione.

    Poco dopo, affrontò nuovamente Vito Antuofermo, ma questa volta Hagler vinse prima del limite alla 5 ripresa. Il match fu sospeso perché  Antuofermo aveva il volto completamente insanguinato tanto da sembrare una maschera di sangue.

    Riuscì’ ad unificare tutte le cinture nel 1983, quando conquistò’ anche quella della sigla IBF.

    Combatte’ con i migliori pugili dell’epoca, come Roberto “mani di pietra” Duran, Thomas Hearns e John “la bestia” Mugabi, e li sconfisse. I suoi match non erano mai scontati. Era dotato di una tecnica sopraffina, ma preferiva affidarsi al suo coraggio, (che malgrado lo spessore dei suoi avversari) riusciva a  far prevalere, questo per i 7 anni del suo regno.

    Nel 1987 affronta il leggendario Sugar Ray Leonard. Un match esaltante,  combattuto colpo su colpo. I giudici alla fine del match decretano Leonard nuovo campione. Un verdetto difficile, tant'è’ che ancora oggi si dibatte su chi avesse diritto alla vittoria. Hagler contrariato, decise di non voler più’ combattere, dicendosi stanco della politica che manovra lo sport. Malgrado le borse milionarie che gli furono offerte in seguito per incrociare i guantoni sul ring, Hagler non tornò più’ a combattere. Con lui finì l’epoca della vecchia scuola, dove a prevalere era l’uomo che attraverso la sua forza dominava l’avversario, così come nella vita affrontava le avversità. 

    Come noto, tra i numerosi interventi messi in atto dal Governo durante l’emergenza epidemiologica, finalizzati a salvaguardare l’occupazione, vi è stato il ‘blocco dei licenziamenti’, con decorrenza a far data dal 17 marzo 2020, secondo quanto previsto dall’art. 46 del decreto Legge n. 18/2020 (c.d. decreto Cura Italia), blocco poi esteso al 17 agosto 2020 dall’art. 80 del decreto Legge n. 34/2020 (c.d. decreto Rilancio), successivamente al 31 marzo 2020 dalla legge n. 178 del 30 dicembre 2020 (c.d. legge di Bilancio) e, come da ultimo intervento normativo, al 30 giugno 2021 (c.d. Decreto Sostegno).

    Se la misura emergenziale in esame è applicabile ad alcune categorie di licenziamenti, quali i licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo (art. 3 Legge n. 604/1966) e i licenziamenti collettivi (Legge n. 223/1991), è invece esclusa per altre categorie, ad esempio per i licenziamenti motivati dalla cessazione definitiva dell’attività dell'impresa, conseguenti alla messa in liquidazione della società senza continuazione, anche parziale, dell’attività e per i licenziamenti intimati in caso di fallimento, nell’ipotesi in cui non è previsto l'esercizio provvisorio dell'impresa o ne è disposta la cessazione.

    Preme rilevare che, poichè il divieto è stato normativamente espressamente previsto soltanto per i licenziamenti per giustificato motivo intimati ex art. 3 L. 604/1966 (norma pacificamente non applicabile ai licenziamenti dei dirigenti),  tale blocco è stato inteso si dovesse applicare a tutte le categorie dei lavori dipendenti, ad eccezione dei dirigenti.

    Con recente e molto discussa ordinanza del 2021, il Tribunale di Roma ha invece ritenuto di dover estendere anche alla categoria dei dirigenti la fattispecie del blocco dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo (Trib. Roma, sez. III lavoro, ordinanza del 26 febbraio 2021).

    Il Tribunale ha così ribadito che la ratio del blocco, ispirata ad un criterio di solidarietà sociale, permette di evitare che le conseguenze economiche della pandemia si traducano nella soppressione immediata di posti di lavoro, riverberandosi negativamente sui lavoratori e anche, secondo il Tribunale, sui dirigenti.

    L’esclusione della categoria dei dirigenti dal blocco dei licenziamenti, infatti, porrebbe un problema di irragionevolezza in contrasto con il principio di uguaglianza, sancito dall’art. 3 della Costituzione.

    Ma cosa dire, invece, del principio di libertà di iniziativa economica, sancito dall’art. 41 della Costituzione italiana?

    Orbene, mentre in Italia, il Tribunale di Roma ha riconosciuto, come visto, la legittimità del blocco dei licenziamenti, in Spagna, il Tribunale di Barcellona, con sentenza n.283 del 15 dicembre 2020, ha rilevato che la misura del blocco dei licenziamenti, la c.d. prohibicion de despido, valida fino al 31 maggio 2021, fosse assolutamente contraria alla libertà di iniziativa economica dell’imprenditore, sancita sia a livello nazionale (art. 38 della Costituzione spagnola) che a livello comunitario (art. 38 della Carta europea dei diritti fondamentali).

    È evidente, infatti, come rilevato dal Tribunale spagnolo, che la libertà di iniziativa economica dell’imprenditore, che si declina sia nel diritto dell’imprenditore ad intraprendere un’attività di impresa, sia in quello di dirigerla e svilupparla, decidendo gli assetti organizzativi della propria azienda, sia stata fortemente sacrificata dalla normativa emergenziale, al pari degli altri diritti e libertà fondamentali.

    Occorre precisare che ciò che appare contrario alla libertà di iniziativa economica dell’imprenditore non è tanto il blocco dei licenziamenti, quanto la sua continua reiterazione che, secondo la maggior parte della dottrina e secondo il Tribunale spagnolo, determina un’inevitabile compressione della libertà di iniziativa economica dell’imprenditore.

    Pur nella evidente analogia di norme, i due provvedimenti emessi rilevano come, se certamente la tutela e la salvaguardia delle posizioni lavorative costituiscono un corollario fondamentale in una società democratica, altrettanto non può, tout court, disconoscersi un principio di tutela della libera imprenditorialità, sancito, come visto, non solo dalla Costituzione italiana, ma anche dalla normativa europea.

    In tale difficile equilibrio tra tutele costituzionali, non resta che attendere ulteriori interventi a garanzia della ripresa sociale ed economica del Paese e di tutti i diritti costituzionalmente garantiti.

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