Sat May 2021 - 03 00

Il vaccino e una centinaia di pensieri, un articolo di Laura Coccia

Written by Laura Coccia

Lunedi avrò la prima dose di vaccino e in me si affastellano centinaia di pensieri. Come ogni volta ho paura dell’iniezione, nonostante l’età, nonostante abbia perso il conto degli aghi che sono stati infilati nella mia pelle. Ma l’emozione è tanta. Tantissima.

So bene, infatti, cosa vuol dire contrarre una malattia pericolosa, mortale, porto ancora addosso i segni che mi ha lasciato un piccolo e devastante batterio, la serratia marcensis, che ho contratto in terapia intensiva neonatale 20 giorni dopo la nascita. Anche quella volta sarebbe bastato seguire le norme igieniche basilari come disinfettare l’ambiente continuamente, lavarsi costantemente le mani e indossare la mascherina da parte dei pochissimi adulti che frequentavano le nostre culle, eppure qualcosa è andato storto e io sono tra i pochi fortunati scampati a quella epidemia. Molte volte nel corso dei miei 35 anni mi sono detta che sarebbe bastato poco per evitare il contagio, eppure non si è riusciti, perché i virus, i batteri e tutti questi piccoli mostri invisibili sono impossibili da affrontare a viso aperto. Per questo è importante seguire pedissequamente i consigli che vengono dati. Eppure c’è chi rifiuta di mettere la mascherina, di tenere le distanze sociali. Bisognerebbe capire che non c’è una “vita B” che, come in un videogioco, offre una seconda possibilità in caso di errore, dobbiamo tutti fare la nostra parte, per noi e per tutti quelli che condividono un pezzetto di mondo insieme a noi.

La scienza adesso ci sta offrendo uno strumento straordinario che passa attraverso un’iniezione. Leggo alcuni commenti sui social network che mi lasciano basita: “non faccio il vaccino perché non so che c’è dentro”. Eppure, quando si ha un dolore acuto e ci si fa iniettare un Toradol, per esempio, non ci si chiede “cosa c’è dentro”, l’unico pensiero è far passare il dolore, affidandosi agli scienziati che hanno formulato quel farmaco. Credo che la differenza sia tutta qui: il dolore si sente come qualcosa di insopportabile, il pericolo del virus evidentemente per qualcuno non è così imminente, o ci si sente al di sopra del Fato, per cui “a me non capita”.

Per me, che tante volte nella mia vita avrei voluto che ci fosse stato una cura o un vaccino contro il piccolo batterio che in 4 giorni ha cambiato la mia vita per sempre, lunedì sarà un giorno speciale in cui affronterò l’ago a testa alta, guardando al futuro.  

 

pubblicato in Autorevoli Editorialisti

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