Sun Mar 2021 - 04 00

Non serve un poeta al governo, serve la poesia. Articolo di Umberto Piersanti

Platone aveva pensato di affidare il governo ai filosofi: in questa repubblica non c’era spazio per i poeti, astratti cantori privi di virtù che, con un termine moderno, potremmo definire civiche.

Varie sono state le città ideali: da Campanella a Tommaso Moro ai falansteri ottocenteschi.

Ogni volta che si tenta di dare un ordinamento totalizzante alla società uscendo fuori dalla teoria si arriva a dei disastri: le società direttamente affiliate ad un pensiero filosofico, religioso o ideologico sono stati sempre dei fallimenti.  Si va dalla cupa atmosfera della Firenze Savonaroliana all’orrore della Cambogia dei Khmer, dove anche i matrimoni erano affidati alle scelte del partito e dove il crimine, basato sulla necessità di sradicare il vecchio mondo, ha dominato sovrano.

Magari se oggi avessimo il filosofo Agamben a capo del governo rifiuteremmo la scienza e i vaccini: molto meglio politici che, pur tra mille contraddizioni, sono costretti ad ascoltare scienziati e virologi.

Passiamo ai poeti di cui parla Arminio: io non credo affatto che essi possano essere dei legislatori speciali, che abbiano un’intelligenza politica e sociale superiore a quella degli altri uomini. Facciamo qualche esempio contemporaneo: D’Annunzio credeva al superomismo che ha favorito con la sua azione un regime totalitario che Mussolini ha saputo poi costruire. L’antisemitismo di Ezra Pound era più vicino alla filosofia nazista che a quella fascista: alla grandezza del poeta corrispondeva la sua assoluta follia politica che rintracciava negli ebrei la causa di ogni male del mondo e identificava la parola “ebreo” con quella di “usuraio”.

A sinistra Pablo Neruda e Nazim Hikmet furono stalinisti così come i surrealisti francesi guardavano con simpatia, da un punto di vista stalinista o trotskista, l’Unione Sovietica delle purghe e dei campi di concentramento. Bertolt Brecht combatté tenacemente contro il nazismo, ma scelse di andare ad abitare nella Berlino comunista dove lo spionaggio poliziesco raggiunse il culmine.

Non c’è necessità di mettere un poeta nel governo, ma di avere governanti consapevoli, preparati e nello stesso tempo eticamente affidabili.

In una società come la nostra dove la poesia ha assunto un ruolo assolutamente marginale, dove il più piccolo dei cantautori ha una visibilità assolutamente superiore a quella del più grande poeta, i poeti servono ad altro. Alle parole effimere che scorrono negli schermi televisivi e sui social, la poesia contrappone lo scandaglio che tenta di comprendere le ragioni del nostro essere e del nostro percepire.

I grandi temi archetipici come l’amore, la morte, il tempo, la contemplazione della natura sono tematiche fondamentali della poesia anche se quest’ultima può benissimo affrontare problematiche sociali e storiche. La poesia è il luogo della parola che permane, che interroga, che si deposita nel nostro io più profondo: essa assume un valore antropologico più che sociologico.

Non si tratta di mettere un poeta nel governo ma di fare in modo che le nostre librerie non siano riempite solo di gialli, horror e fantasy: che una rubrica culturale del Tg1 dell’una e trenta domenicale, “Billy”, si accorga che esiste anche la poesia. Il mondo può andare avanti anche senza la poesia, ma senza la poesia è molto più povero. La poesia trascende le figure dei poeti spesso narcisisti, egotici, inconcludenti e confusi: ma quando leggiamo i loro testi andiamo ben oltre la loro piccola autobiografia e ci misuriamo con le domande e le questioni del nostro essere nel mondo.

di Umberto Piersanti

pubblicato in Autorevoli Editorialisti

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