Alessio Lucciarini

    Alessio Lucciarini

    MARVIN HAGLER ADDIO AL “MERAVIGLIOSO” DELLA BOXE. Articolo di Alessio Lucciarini

    Il meraviglioso, come veniva definito da tutti gli appassionati di boxe, è morto. A darne la triste notizia, sua moglie. Aveva 66 anni e si trovava nel New Hampshire. 

    Marvin Hagler non è  stato solo un pugile che come tanti altri ha lottato per emergere. Marvin ha rappresentato l’ultimo guerriero della “vecchia scuola”. Una generazione di campioni mondiali nati dalla povertà, che grazie al loro modo di combattere sono riusciti ad affermarsi fino a diventare leggendari. E’ proprio lo stile e il modo di interpretare i match che contraddistingue questa generazione. Marvin era questo, un pugile  mai domo, rappresentante unico di quell'epoca che voleva che il migliore era quello che esprimeva più’ coraggio e ferocia. 

    Marvin Hagler nasce il 23 maggio 1954 a Newark (New Jersey). Nel 1967 si trasferisce con la famiglia a Brockton. E qui’ il suo destino inizia a muovere i primi passi. Brockton  è infatti la città’ natale del campione  del mondo Rocky Marciano. 

    Giovanissimo Hagler comincia a frequentare la palestra di pugilato dei fratelli Petronelli.

    Nel 1973 diventa professionista. In breve tempo si afferma ai vertici della categoria dei pesi medi, grazie alla sua tenacia e alla sua tecnica, ma l’occasione di battersi per un titolo mondiale tarda a venire, malgrado lui abbia tutte le carte in tavola per avere l’occasione di diventare campione del mondo. 

    Finalmente il 30/11/1979 gli viene data la possibilità tanto attesa di battersi per il titolo mondiale con Vito Antuofermo a Las Vegas.  Un match durissimo, che vede Hagler aggiudicarsi la prima parte del match, mentre Antuofermo costretto a recuperare, riesce ad aggiudicarsi coraggiosamente la seconda parte, attaccando incessantemente. Il verdetto dei giudici è di parità’, il che consente al pugile italo-americano di conservare la cintura. Un match cruento ed intenso, che getterà’ le basi  sul modo di combattere di Marvin Hagler.  A seguito dell’incontro Antuofermo fu costretto  a sottoporsi a 70 punti di sutura per le ferite riportate. Questo accrebbe di molto l’interesse nei confronti del giovane sfidante. 

    Nel 1980 diviene finalmente campione mondiale (sigle WBA e WBC) battendo a Londra il campione  dei pesi medi Alan Minter, per KOT alla 3 ripresa. 

    La vittoria prima del limite è  il biglietto da visita del nuovo campione.

    Poco dopo, affrontò nuovamente Vito Antuofermo, ma questa volta Hagler vinse prima del limite alla 5 ripresa. Il match fu sospeso perché  Antuofermo aveva il volto completamente insanguinato tanto da sembrare una maschera di sangue.

    Riuscì’ ad unificare tutte le cinture nel 1983, quando conquistò’ anche quella della sigla IBF.

    Combatte’ con i migliori pugili dell’epoca, come Roberto “mani di pietra” Duran, Thomas Hearns e John “la bestia” Mugabi, e li sconfisse. I suoi match non erano mai scontati. Era dotato di una tecnica sopraffina, ma preferiva affidarsi al suo coraggio, (che malgrado lo spessore dei suoi avversari) riusciva a  far prevalere, questo per i 7 anni del suo regno.

    Nel 1987 affronta il leggendario Sugar Ray Leonard. Un match esaltante,  combattuto colpo su colpo. I giudici alla fine del match decretano Leonard nuovo campione. Un verdetto difficile, tant'è’ che ancora oggi si dibatte su chi avesse diritto alla vittoria. Hagler contrariato, decise di non voler più’ combattere, dicendosi stanco della politica che manovra lo sport. Malgrado le borse milionarie che gli furono offerte in seguito per incrociare i guantoni sul ring, Hagler non tornò più’ a combattere. Con lui finì l’epoca della vecchia scuola, dove a prevalere era l’uomo che attraverso la sua forza dominava l’avversario, così come nella vita affrontava le avversità. 

    La crepa nel muro, un articolo di Alessio Lucciarini

    Durante la nostra esistenza veniamo messi alla prova costantemente. Il modo in cui riusciamo ad elaborare le sconfitte, il grado di resilienza che mettiamo in atto e la qualità nelle vittorie che otteniamo, rivela qual’ è la nostra attitudine.

    Nella boxe c’è un modo di dire che viene tramandato da maestro ad allievo come un mantra: “non è importante quante volte cadi, ma conta quante volte cadendo ti rialzi”

    Il pugile lo conosce e lo fa intimamente suo fin dal momento in cui sale per la prima volta sul ring, ma in realtà il richiamo alla determinazione di questa affermazione, appartiene e unisce tutti gli sport.

    Lo sportivo in generale, sa che non è facile vincere, che durante la sua carriera dovrà affrontare la sconfitta, anche quella più dolorosa ed avere sempre la volontà di rimettersi in gioco per riuscire a vincere di nuovo. 

    Questo postulato fatto di resilienza, sudore e progettualità, accompagna ogni sportivo, forgiandone il carattere attraverso l’allenamento.

    Così come nelle gare, anche nella vita, uno sportivo rimane sempre fedele a questo principio. 

    L’esempio più lampante e universalmente conosciuto è Alex Zanardi, il campione mai sconfitto dalle prove della vita.

    Ciò che unisce ogni sportivo nei momenti più difficili e dolorosi è proprio questo: l’attitudine a lottare sempre, a vedere uno spiraglio da dove attingere forza. 

    Tiberio Roda è un appassionato di sport. Amante dello sci e del deltaplano, a 58 anni gli viene diagnosticato il Parkinson. Insieme a sua moglie Paola Roncareggi (anche lei con un passato da agonista nella pallavolo) dopo aver accusato il colpo, ha cercato una strada per non soccombere alla malattia. 

    Come se dovesse affrontare il match della vita, ha iniziato a cercare una crepa nel muro nero del Parkinson, navigando in internet si è imbattuto nel pugilato senza contatto e su alcuni corsi fatti nelle palestre americane dedicati esclusivamente alle persone affette dal Parkinson.

    La boxe, attraverso la coordinazione mente -corpo, la capacità di essere istintiva e correttiva, ha convinto Tiberio a sondare questo terreno.

    Dopo un primo approccio in palestra, Tiberio si convince ad andare in America per seguire in prima persona i corsi dedicati e la metodologia applicata. 

    Il viaggio e gli insegnamenti ricevuti donano a Tiberio una nuova energia e la voglia di creare anche qui in Italia una realtà sportiva su misura, per aiutare chi è nelle sue stesse difficoltà .

    Gli stimoli si sa’ creano opportunità e Tiberio le ha sapute cogliere. Oggi lui e la moglie hanno fondato l’associazione “fondo Tiberio & Paola – un pugno al Parkinson” con l’intento di avvicinare questo modello di boxe a chi è affetto dal Parkinson e convogliare le donazioni  a favore  della ricerca scientifica.

    Il loro esempio è li a ricordare sempre ad ognuno di noi di non arrendersi, di guardare al di là del problema…in sostanza di avere la volontà di riuscire a rialzarsi dopo ogni caduta.

    Autorevoli Editorialisti: BILLY MISKE L’EROE DI NATALE

    1918 Saint Paul (Minnesota)

    Il 24 enne Billy Miske si sta allenando al sacco. Tra un mese dovra’ affrontare un incontro davvero difficile. Il suo avversario sara’ Jack Dempsey, un giovane da un ruolino di marcia impressionante, capace di battere la maggior parte dei suoi avversari per KO.

    Billy e’ un pugile emergente in grado di infiammare il pubblico con il suo modo di combattere che riflette il suo spirito indomabile.

    Le loro strade inevitabilmente si sono incrociate.

    Benche’ l’incontro non preveda l’attribuzione di una cintura, sara’ comunque uno spartiacque. Gli esperti sono convinti che il vincitore sara’ il futuro campione del mondo dei pesi massimi.  

    Billy sta ultimando il suo allenamento quando improvvisamente cade a terra, svenendo. Il primo ad aiutarlo a riprendersi e’ Jack Reddy.

    Reddy e’ il manager di Billy, oltre ad essere il suo amico.

    Non e’ la prima volta che il giovane pugile sviene in allenamento questo mese. Il suo malessere sta diventando sempre piu’ evidente, tanto da escludere sia il caso isolato, la tensione, o l’intensita degli allenamenti.  Mancando solo un mese al match, Reddy pensa di dover portare Billy in ospedale per dei controlli, cosi da capire bene cosa stesse succedendo.

    Una volta ripreso, Jack riesce a convincere l'amico a fare gli accertamenti, stando attenti a non farsi vedere da giornalisti e fotografi.

    Effettuate le analisi in gran segreto, il responso medico e’ una sentenza. A Billy viene diagnosticata la malattia di Bright (malattia renale acuta e cronica). Le aspettative di vita di Miske vanno dai 6 mesi ai 5 anni massimo.

    Billy convince Jack a non parlare con nessuno della sua malattia. Miske aveva contratto un debito di 100.000 dollari per un affare legato alle auto, andato male. Se la stampa avesse saputo delle sue precarie condizioni, avrebbe influenzato l’opinione pubblica e gli organizzatori dei match, rendendo impossibile qualsiasi incontro futuro. Lui non poteva permettersi di non combattere, era l’unica cosa in cui era davvero bravo e per la quale veniva ben pagato. Combattendo poteva riuscire a sanare il debito e regalare un futuro sereno per la sua famiglia. Decise di non dire a nessuno, neanche a sua moglie, della sua malattia. Se lei lo avesse saputo presumibilmente, lo avrebbe ostacolato nelle sue decisioni pugilistiche.

    Con quel segreto, continuo’ ad allenarsi, sempre piu’ affaticato per il match che si sarebbe disputato nella sua Saint Paul. 

    La sera dell’incontro,tutti gli abitanti di Saint Paul erano li’ ad incitare Billy Miske “the Saint Paul Thunderbolt”. 

    Billy mise molti piu’ colpi di Dempsey, il quale pero’ assesto’ quelli piu’ forti. Sotto lo sguardo preoccupato di Jack (per le condizioni del suo amico), il match trascorse in  equilibrio.  Alla fine dell’incontro i giudici decretarono Dempsey vincitore, malgrado la stampa avrebbe ritenuto piu’ giusto un verdetto di parita’. La boxe aveva cosi’ deciso il suo futuro campione. Jack Dempsey infatti di li a poco, diverra’ uno dei piu’ feroci campioni del mondo dei pesi massimi. Il suo dominio incontrastato durera’ dal 1919 al 1926 e ispirera’ generazioni di pugili, tra i quali Mike Tyson.

    Billy provato da quel match, mascherando le sue condizioni a tutti, torno’ a casa, sconfitto solo da un verdetto dubbio. 

    L’incontro con Dempsey servi’ a Miske per imparare a conoscere meglio la sua malattia. Riusci’ cosi a nascondere a tutti le sue condizioni per poter combattere ancora. 

    Grazie alla sua forte determinazione, dal 1918 al gennaio del 1923 riusci’ a salire sui ring piu’ prestigiosi, altre  44 volte, vicendo 33 match.

    Nel 1920 incontro’ di nuovo Jack Dempsey. Questa volta per il titolo di campione del mondo. Il match parte forte, con Billy e Dempsey che si affrontano a viso aperto. Miske mette piu’ colpi, mentre Jack lo colpisce con meno colpi ma piu’ pesanti. Uno di questi, colpisce Billy vicino al cuore, mandandolo al tappeto e facendo comparire un enorme livido viola sul petto. Billy come un toro ferito, si rialza, continuando a combattere, fino alla 3 ripresa, quando viene atterrato per l’ennesima volta. Dopo il conteggio di rito, l’arbitro conferma Dempsey campione del mondo. 

    Questo match fu trasmesso alla radio per la prima volta al mondo nella categoria dei pesi massimi. 

    Il giovane Miske continuo’ a mettere quella determinazione, per il resto della sua vita. 

    Nel 1923 le condizioni generali del pugile di Saint Paul si aggravarono. Billy passava sempre piu’ tempo a riposo. Di pari passo anche le sue finanze, risultavano disastrose. 

    Sul finire di quell’estate decise di chiamare Jack per convincerlo ad organizzare un ultimo match. 

    Non aveva piu’ messo piede in palestra da gennaio e la sua malattia non gli permetteva di allenarsi. Sapeva che non avrebbe avuto piu’ molto tempo e non voleva lasciare la sua famiglia con quei debiti. Un ultimo match con una borsa importante, gli avrebbe consentito di sanare ogni debito e far vivere dignitosamente la sua famiglia anche dopo la sua morte. 

    Jack Reddy non fu d’accordo e cerco’ di persuadere l’amico malato. 

    Jack e’ preoccupato e glielo dice: << se sali in queste condizioni sul ring, potresti morire!>>

    Ma Billy e’ ostinato e risponde in modo perentorio<<..quale e’ la differenza? meglio aspettare la morte su una sedia a dondolo?>>

    Il 7 novembre 1923 Billy fece il suo ultimo match.  Senza essersi allenato, con la malattia sempre piu’ invalidante, lotto’ ripresa dopo ripresa, fino a vincere incredibilmente il match. Sconfisse il quotato Bill Brennan, portando a casa una borsa di 240.000 dollari.

    Passo’ un Natale sereno. Finalmente libero dalle preoccupazioni economiche. Osservo’ i suoi bambini scartare i regali e giocare felici. Vide gli occhi di sua moglie finalmente raggianti di aspettative e liberi da preoccupazioni. Si senti’ appagato. 

    Assorbi’ quanto piu’ possibile di quei giorni. 

    Il 31 dicembre a causa di un peggioramento, il suo amico Jack insieme a sua moglie furono costretti a portarlo d’urgenza all’ospedale. Lungo il tragitto, con le poche forze rimaste, Billy confesso’ a sua moglie di  averle nascosto di essere malato da tempo. 

    Alle prime luci del 1924 Billy Miske muore a 29 anni.

    Jake Wegner (storico della boxe) dice quanto di piu’ vero sulla vita di Billy Miske. Vale la pena ricordare alcune sue parole:

    “Miske lascia un eredita’ di puro coraggio e di straordinaria speranza per le persone che affrontano la loro malattia. E’ un esempio per padri, mariti, combattenti.”

     

    LEONE EFRATI, OGNI GIORNO un articolo di Alessio Lucciarini

    Trastevere e le sue case che si fanno l’occhiolino. Piante dai colori accesi nei vicoli, compensano la bellezza di una fontanella o di una bottega. Mercati pieni di vita, oggi come ieri. Trastevere punto d’incontro di storie di uomini valorosi. Storie piene di umanita’ e coraggio come quelle accadute durante l’occupazione nazifascista. 

    Il passato affiora nelle memorie tramandate da generazioni attraverso gesti, episodi e  oggetti che improvvisamente riemergono nei modi piu’ diversi.

    Questo e’ il caso di una valigetta risalente al periodo della seconda guerra mondiale, ritrovata all’interno della palestra Audace, qualche tempo fa’. E’ il “sor Emilio” a ritrovarla in un vecchio magazzino pieno di cianfrusaglie.  All’interno di questa valigetta impolverata, poche cose: un paio di guantoni, dei scarpini, un caschetto e in una cucitura nel bordo, delle iniziali:  L.E. 

    Ironia della sorte, e’ proprio Emilio ad identificare il proprietario. Lui sapeva di chi era, non aveva dubbi. Non puoi averne quando ti alleni insieme giorno dopo giorno. Tra una corda ed un allenamento di sparring, finisci per conoscere pregi, difetti, debolezze e aspirazioni di chi ha le tue stesse motivazioni.

    Emilio capi’ subito che la la valigia apparteneva al suo amico Lelletto. Lelletto, ovvero Leone Efrati, fu un pugile italiano di religione ebraica, classe 1915. Si allenava all’Audace insieme a lui, pesava sui 57kg.  Era caparbio e talentuoso e in poco tempo scalo’ le classifiche mondiali della sua categoria di peso. Il suo modo di boxare suscito’ interesse anche oltreoceano. Nel 1938 ebbe la sua grande occasione al Coliseum di Chicago, contro il campione Leo Rodak. Il match sulle 10 riprese risulto’ incerto, ma i giudici decretarono Rodak vincente. Di parere contrario i 5000 presenti che fischiarono sonoramente il verdetto. Rimase a combattere negli Stati Uniti, ben visto dal pubblico locale. Ma l’eco delle leggi razziali (14 luglio 1938) lo raggiunse, portandolo ad una drastica decisione. Decise di abbandonare tutto e tornare a casa, malgrado gli inviti a restare da parte degli americani. Lui sentiva che non c’era tempo, che doveva raggiungere sua moglie e i suoi figli.

    Torno’ a Roma, ma poco dopo fu richiamato in America per onorare il contratto che aveva firmato. Fece qualche match per dovere, con la testa a quel che stava succedendo in Italia.

    Appena ebbe la possibilita’, raggiuse nuovamente la sua famiglia a Roma, dove ben presto gli venne revocata la possibilita’ di combattere.  Fu costretto a vivere in clandestinita’ per non essere preso. Una mattina decise di portare suo figlio di 7 anni Romolo a prendere un gelato. Purtoppo pero’ fu riconosciuto da due delatori che lo consegnarono ai tedeschi insieme al figlio.

    Furono entrambi trattenuti al carcere di Regina Coeli, prima di essere trasferiti a Fossoli. Mentre il camion che li avrebbe trasferiti era in procinto di partire per Fossoli, il piccolo Romolo riusci’ a scendere e scappare dal camion che lo trasportava, grazie all’aiuto di tutti i prigionieri.

    Portato ad Auschwitz  e poi ad Ebensee con il fratello, Leone fu  riconosciuto come pugile dai tedeschi. Per loro diletto fu costretto a battersi con altri prigionieri, spesso di peso maggiore del suo. 

    Piaceva ai nazisti organizzare questi incontri, un passatempo sul quale scommettere e divertirsi. Non c’erano regole, vinceva chi restava in piedi. Finche’ restava in piedi, poteva sognare di riabbracciare in qualche modo la sua famiglia. Forse era questa la sua forza in quel delirio, mentre era costretto a lottare.  

    Il suo amore per la sua famiglia e quel senso di protezione che sentiva come un obbligo, si rivelo’ fatale il giorno in cui venne a sapere che suo fratello era stato vittima di un pestaggio a sangue da parte di alcuni kapo’ .  Preso dalla rabbia, ando’ a cercare gli aguzzini e nacque una violenta colluttazione con diversi soldati tedeschi. Leone si difese strenuamente prima di soccombere e di finire a terra tramortito.  La vita terrena di Leone Efrati si spense il 17 aprile del 1945, (per quanto ci e’ dato sapere) a 20 giorni dalla liberazione del campo, da parte della divisione corazzata americana, che avrebbe scacciato definitivamente i nazisti da Ebensee. 

    Il valore di Leone e il suo coraggio, sono l’eredita’ piu’ importante che ci ha lasciato. Questo sentimento di amore che sconfigge ogni tipo di paura, e’ custodito orgogliosamente dalla sua famiglia, dalla comunita’ ebraica e dal pugilato italiano.

    Nota a margine: 

    E’ in corso di pubblicazione il romanzo molto atteso su Leone Efrati intitolato “il pugno e il cuore” di Antonello Capurso

     

    Ringrazio al Presidente Cesare Venturini per l'aiuto alla Palestra Audace.

    Il pugilato, la “Noble Art”.

    Cosa rende il pugilato “noble art”? 

    La risposta non è di facile intuizione, ma proverò a dare il mio personale contributo ripercorrendo i momenti significativi della sua storia,della metodologia e dei suoi valori. 

    Attraverso la pratica volta al superamento dei propri limiti,  si fortificano elementi caratteriali quali principalmente: la determinazione e la volontà.

    Quando ero un giovane praticante, “Noble art” significava per me avere a disposizione strumenti in grado di rendermi il più sicuro possibile della vittoria.

    Oggi da maestro, penso che il concetto abbia un senso molto più ampio.

    Collegati agli aspetti principali della boxe (atletismo, resistenza, l’equilibrio psico-dinamico), si saldano nel praticante, dei valori che sono insiti nella disciplina. 

    Il più importante di questi è senza dubbio il rispetto (per il maestro, per le regole, per gli avversari).

    Il maestro e l’allievo stabiliscono un legame unico, irripetibile, senza il quale il pugile non potrebbe mai combattere. A differenza di altri sport, questo aspetto nel pugilato è determinante ed essenziale.

    Il rispetto quindi è il valore cardine che accompagna l’atleta nella sua carriera sportiva. 

    Ecco dunque che il mio modello etico di insegnamento oggi ha una valenza doppia: aiutare i ragazzi a crescere nello sport e contemporaneamente aiutarli ad integrarsi nel contesto sociale nel miglior modo possibile.

    Possiamo identificare Il pugilato come una via, attraverso la quale si migliora fisicamente, si acquista consapevolezza delle proprie possibilità, ma soprattutto aiuta a vivere secondo valori sani, incentrati sul rispetto per gli altri.

    Per arrivare ad avere questa importanza individuale e al contempo sociale, questa disciplina ha dovuto fare i conti con un processo evolutivo. Osservando la sua lunga storia, si possono leggere dei momenti significativi che hanno indirizzato la boxe verso quello che e’ ora.

    Le prime testimonianze storiche sul pugilato(da pugil, pugilatus: atleta che lotta con il pugno) provengono da Omero nell’iliade (1800 a.C.) e negli scritti di Pindaro(474 a. C.).

    Nell’antica Grecia infatti, il pugilato,faceva parte dell’educazione dei giovani, insieme alla lotta, alla corsa e all’uso delle armi. Nel 688 a.C. venne anche introdotto come disciplina sportiva nella 23esima olimpiade.

    Nell’epoca romana,  Paolo di Tarso verso il 54 d.C. nella prima lettera ai Corinzi accenna al pugilato come base del suo personale allenamento. 

    Dobbiamo arrivare fino al XVII sec. Quando un pugile itinerante anglosassone di nome James Figg conia per se stesso il termine di “maestro della nobile scienza della difesa “.

    Questa è  la prima testimonianze che associa il termine nobile al pugilato. 

    Una prima pietra dunque è stata posta, ma bisognerà aspettare fino al 1867 quando il pugile  John Graham Chambers ed il  marchese John Shoto Douglas (marchese di Queensberry),  pubblicano un insieme di regole per gli incontri di boxe.  Questo documento viene riconosciuto come l’origine della boxe moderna. 

    Nel XX sec. la boxe diventa popolare soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. In seguito all’interesse che catalizza su di sé, rappresenta per le classi più disagiate un modo per uscire dalla propria situazione socio-economica.

    Oggi il pugilato viene praticato da moltissimi appassionati, in virtù dei benefici che da esso ne derivano.

    Nella sfera sociale, la boxe (per sua natura), è in prima linea al fianco di associazioni di settore, in qualità di supporto per giovani e famiglie con criticità.

     Valori tramandati dai maestri, attraverso il gesto tecnico, diventano un terreno universale da cui attingere per progetti di recupero sociale (per esempio campagne contro il bullismo, di aiuto alle famiglie, in case circondariali).  

    Il pugilato con la sua storia e la sua metodologia, acquista sempre più  importanza come strada per trovare se stessi, per migliorarsi attraverso il superamento dei propri limiti. In un senso più ampio è uno strumento di riscatto sociale che contribuisce a rendere uomini e cittadini migliori.

    Da qui la magia di uno sport che pur venendo considerato povero, ha in sé un grande animo nobile.

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