Laura Coccia

    Laura Coccia

    Festa della donna con disabilità, un articolo di Laura Coccia

    Oggi ricordiamo il sacrificio delle donne che hanno lottato per i diritti di tutte, per la parità, per le prossime generazioni di bambine e ragazze, affinché si trovino un pezzo di strada percorsa, un pezzo di muro abbattuto. Ma tra le tante vorrei ringraziare e ricordare le donne che hanno lottato e lottano per i diritti delle persone con disabilità. Penso su tutte a Mirella Antonione Casale, la madre della legge 517/77, che ha lottato e vinto affinché sua figlia e tutti gli studenti venissero inclusi nelle classi di tutti gli studenti, abolendo le cosiddette “classi speciali”. Poi c’è Paola Fantato che prima di tutte ha dimostrato che i disabili potevano gareggiare e vincere nelle gare dei cosiddetti “normodotati”, nonostante tutto, come direbbe ancora qualcuno. Penso poi a Valentina Perniciaro, mamma di Sirio, che racconta il mondo attraverso gli occhi di suo figlio con un’ironia tagliente sulla disabilità e i pregiudizi che la circondano, senza però nascondere i momenti difficili, la difficoltà, la stanchezza, la rabbia per risposte e gli aiuti che non arrivano. Ma tutte hanno dimostrato e dimostrano come sia possibile un approccio normale alla disabilità.

    Poi ci siamo noi, donne con disabilità, che ci siamo ritrovate a vivere immerse nei pregiudizi che ci vogliono incapaci di essere studentesse, lavoratrici, femminili, mogli e madri, rinchiudendoci in uno stereotipo di eterne bambine angeliche, innocenti e indifese creature asessuate. Invece no, anche noi ci siamo e lottiamo per i nostri diritti, rivendichiamo il diritto ad una vita piena al pieno accesso al mondo del lavoro, nel pieno rispetto del nostro modo di essere. Certo, abbiamo bisogno di strumenti: poter effettuare le visite ginecologiche e di screening in luoghi senza barriere e con lettini elettrici che si alzano e si abbassano con il telecomando, per esempio, o all’istituzione di un codice di esenzione specifico in caso di gravidanza che non sia quello della gravidanza a rischio, se non serve, ma faccia scattare automaticamente una serie di servizi e supporti a domicilio per la gestione della gravidanza ad esempio se si necessita di fisioterapia e del post partum come l’assistenza ostetrica.

    Costruire una società in cui anche le donne con disabilità possano entrare a far parte a pieno diritto della pluralità della società, senza che nessuno si fermi all’apparenza è la sfida che ci attende per il futuro, care sorelle. E allora toccherà a noi rimboccarci le maniche per stimolare il dibattito e proporre risposte e strumenti alla nuova Ministra delle Politiche per la disabilità. Ancora una volta la sfida è sulle nostre spalle, ancora una volta dobbiamo essere il motore del cambiamento. E noi siamo pronte, come sempre, a fare la nostra parte.

    Laura Coccia: l’Italia non è un Paese per donne. Figuriamoci per donne disabili.

    Kamala Harris ha giurato come Vicepresidente degli Stati Uniti d’America portando con sé tutti gli aggettivi che la caratterizzano, essendo figlia di persone immigrate dall’India. La guardo con un certo orgoglio, finalmente una donna ricopre uno degli incarichi più prestigiosi al mondo e non è certamente sola: Angela Merkel si appresta a chiudere la sua carriera ultra decennale di Cancelliera tedesca, ma alle sue spalle bussano leader come Jacinta Arden in Nuova Zelanda o Sanna Marin in Finlandia. 

    E l’Italia? Beh in Italia siamo fermi all’analisi del vestito con cui Teresa Bellanova ha giurato da Ministra e alle illazioni pruriginose sulla vita privata di Renata Polverini. Insomma, si sa, l’Italia non è un Paese per donne. Figuriamoci per donne disabili.

    Essere donne con disabilità è un doppio problema ovunque, perché si è soggetti al doppio stigma da un lato per essere donna e quindi dover lottare e sgomitare per dimostrare le proprie competenze e le proprie abilità, dall’altro lato si deve lottare contro lo stigma di una società che medicalizza i problemi, relegandoli a mere categorie da assistere. Invece noi donne disabili esistiamo con la nostra vita, le nostre passioni e le nostre esigenze che vanno oltre il diritto alle cure. Il diritto ad essere curati è garantito a tutti dalla Costituzione, quindi, vogliamo fare un passo avanti e conquistare il diritto ad una parità di accesso alle attività quotidiane. Quante barriere ci sono ad impedire che una donna disabile, ad esempio, metta al mondo un figlio? Infinite. Basti pensare che molti ci considerano sterili, per il semplice fatto di essere disabili. Ho trascorso parte della mia adolescenza a spiegare ai ragazzi che “si, posso avere figli!” e li vedevo dileguarsi all’orizzonte alla velocità della luce. Quella risposta gli aveva rovinato i programmi per la serata. Poi una volta rimasta incinta occorre affrontare i pregiudizi di chi pensa che quella pancia sia causa del grasso accumulato.

    Perché le donne con disabilità fanno fatica a far sentire la propria voce? Perché nessun Talk Show invita una donna con disabilità per parlare di debito pubblico, di coalizioni politiche, o di qualsiasi cosa non sia legato alla propria vita personale, ma alle loro competenze? Spesso perché sono impegnate ad affrontare le barriere architettoniche, sensoriali e sociali che le circondano, ma forse anche perché in pochi hanno un reale interesse ad ascoltare, forse perché non abbiamo ancora dimostrato abbastanza le nostre abilità.

    Per questo ringrazio per questo spazio dove condividerò alcune mie riflessioni e spunti sul mondo della disabilità con un occhio attento sul mondo femminile.

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