Autorevoli Editorialisti

    Autorevoli Editorialisti (18)

    Di particolare interesse ed attualità in tale periodo di pandemia da Covid-19 e con la consegna al nostro Paese dei primi lotti di vaccino, è la discussione sorta in merito alla possibilità di rendere obbligatoria o meno la vaccinazione della popolazione e, in particolare, per quanto di nostro interesse, la possibilità per il datore di lavoro di licenziare il dipendente che rifiuta la vaccinazione.

    Ed infatti, considerato che, ad oggi, la legge non preveda alcun obbligo di vaccinazione per la popolazione, né risulta sussistere alcuna imposizione per determinate categorie di lavoratori, quali ad esempio il personale operante presso gli Ospedali e/o le RSA, il dibattito ha avuto origine a seguito delle dichiarazioni rilasciate da autorevoli giuslavoristi, i quali, sulla base delle normative di legge richiamate, hanno sostenuto o meno la possibilità per il datore di lavoro di procedere al licenziamento del lavoratore che rifiuti di sottoporsi alla profilassi vaccinale anti-covid.

    In tale contesto dibattimentale, anche al fine di inquadrare al meglio l’argomento, pare opportuno richiamare alcune norme previste dal nostro ordinamento giuridico.

    innanzitutto, la nostra Carta costituzionale prevede che “… Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” (art. 32 Cost.).

    Secondo la disposizione costituzionale richiamata, quindi, vi è la possibilità di rendere obbligatorio per la popolazione la somministrazione di un vaccino (come peraltro già avvenuto nel corso degli anni precedenti), sebbene l’eventuale introduzione di tale obbligo debba avvenire tramite legge ordinaria e nel rispetto comunque dei principi sanciti dal medesimo articolo.

    La norma prevede, pertanto, la possibilità di rendere obbligatoria nei confronti della popolazione l’effettuazione di trattamenti sanitari, tra cui quello dell’inoculazione di un nuovo vaccino, nei limiti, evidentemente, di eventuali conseguenze negative che potrebbero sorgere in capo a colui che verrebbe sottoposto al trattamento (fatte salve le conseguenze tollerabili), bilanciando, in ogni caso, l’interesse nazionale e della collettività con quello del singolo individuo. 

    Sotto altro profilo, dal punto di vista lavorativo, il dibattito tuttora aperto, e che certamente sarà fonte di ulteriori contributi e divergenze da parte degli addetti ai lavori, si è soffermato sul richiamo dell’art. 2087 c.c. e del Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. n. 81/2008).

    L’art. 2087 c.c. prevede che “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

    Tale disposizione normativa impone all'imprenditore, stante la propria posizione di garante dell'incolumità fisica del lavoratore, di adottare tutte le misure necessarie e possibili al fine di salvaguardare chi presta l’attività lavorativa alle proprie dipendenze; il datore di lavoro è, pertanto, tenuto a prevenire i rischi insiti nell’ambiente di lavoro, considerato che la sicurezza del lavoratore è un bene di rilevanza costituzionale che impone al datore di anteporre al proprio profitto la sicurezza di chi esegue la prestazione.

    Con riferimento, invece, al Testo unico sulla sicurezza, l’art. 20, che richiede una collaborazione del prestatore di lavoro con il datore, prevede il rispetto e l’osservanza delle prescrizioni a tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro da parte del lavoratore, con la conseguenza che eventuali azioni e/o omissioni da parte di questi, in ipotesi di incidenti sul luogo di lavoro, potrebbero comportare una responsabilità/corresponsabilità dell’operatore.

    A tanto si aggiunga la previsione di cui all’art. 42 del T.U. inerente la sopravvenuta inidoneità del lavoratore, per varie ragioni, alla mansione assegnata, con conseguente obbligo per il datore di lavoro di adibire “il lavoratore, ove possibile, a mansioni equivalenti o, in difetto, a mansioni inferiori …”.

    Sulla base di tale ultima norma, pertanto, se da un lato il prestatore di lavoro potrebbe essere, anche temporaneamente, assegnato ad effettuare attività lavorativa equivalente e/o inferiore a quella precedentemente svolta a fronte della sopravvenuta “inidoneità”, l’assenza di mansioni alternative (c.d. “repechage”) potrebbe comportare il licenziamento del lavoratore.

    I fautori della possibilità del licenziamento, al fine di giustificare la risoluzione, hanno basato il proprio pensiero invocando tale articolo, ritenendo che il rifiuto del lavoratore di ricevere il vaccino (con potenziale possibilità di contagio e successiva diffusione del virus presso i colleghi) potrebbe generare “l’inabilità” di questi alla mansione assegnata e, in assenza di possibili alternative, comportare la risoluzione del rapporto di lavoro.

    Tra le altre norme, inoltre, si richiama in questa sede l’art. 279 del Testo Unico sulla sicurezza che, sostanzialmente, stabilisce l’obbligo per il datore di lavoro di mettere a disposizione “vaccini efficaci per quei lavoratori che non sono già immuni all’agente biologico presente nella lavorazione, da somministrare a cura del medico competente”, ribadendo inoltre “l’allontanamento temporaneo del lavoratore” secondo le prescrizioni dell’art. 42 innanzi detto.

    Pare opportuno rilevare che il riferimento ai “vaccini” di cui all’art. 279 T.U. Sicurezza riguarda i “lavoratori esposti ad agenti patogeni”, così emergendo che il riferimento del Legislatore nell’emanare tale disposizione normativa fu quello della tutela di quei prestatori di lavoro che effettuano la propria attività a stretto contatto con determinati patogeni, come avviene, ad esempio, per tutti quei soggetti che svolgono le proprie mansioni all’interno di laboratori.

    Orbene, sulla base dei riferimenti normativi di cui sopra, sui quali, come detto, si è sviluppata la riflessione giuridica degli addetti ai lavori, ci si chiede se il datore potrebbe procedere con il licenziamento di quei lavoratori che rifiutano di sottoporsi al vaccino.

     Allo stato attuale, tenuto conto che non risulta essere stata emanata alcuna disposizione legislativa che renda obbligatorio per la popolazione (e/o per determinate categoria di lavoratori) il vaccino anti-covid, risulta arduo poter dare una risposta in grado di legittimare, sic et simpliciter e per la generalità dei lavoratori, l’eventuale licenziamento del dipendente che si è rifiutato di ricevere il vaccino.

    Ed infatti, se da un lato il dettato costituzionale (art. 32 Cost.), come detto, richiede la necessaria emanazione di una norma ad hoc (“ … Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”), vige comunque un obbligo per il datore di lavoro (art. 2087 c.c.; art. 279 T.U. Sicurezza) di adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, la tecnica e l’esperienza, siano necessarie ai fini della tutela dell’integrità fisica e della personalità morale del lavoratore.

    Il dibattito, evidentemente di particolare interesse, certamente non mancherà di continuare a richiamare l’attenzione degli addetti ai lavori, in attesa dell’intervento del Legislatore e/o della giurisprudenza finalizzati a tentare di derimere la vexata quaestio.

     

    Quei fidanzatini, adolescenti in amore di 17 e 14 anni, che, nel milanese, si sono vicendevolmente sfregiati il volto, tagliandosi le guance all’altezza della bocca, hanno voluto imitare l’orrendo, doloroso sorriso, “be happy” di Joker. E lo hanno fatto per incidere una protesta che molti adolescenti adottano, “spostando” sul dolore fisico che si infliggono, allorquando si tagliano, il dolore psichico dell’insopportabile disagio interiore che avvertono. Per non sentirlo più, sostituendolo con una ferita che nessuno adulto, in questo caso, può far finta di non vedere. Infatti, assai spesso, i ragazzi che adottano questi iniziatici riti di resistenza al dolore, lo fanno tagliandosi le braccia e, poi, nascondendo le loro sanguinanti ferite nelle maniche di camicie e maglioni. I due fidanzatini, invece, quelle ferite hanno deciso di mostrarle, incidendosele vicendevolmente, sul volto. Ma, al contempo, quando sono stati soccorsi, hanno costruito intorno a quell’evento, la trama di una menzogna che la dice lunga sulla pericolosa incidenza dei peggiori modelli , affettivi, educativi, relazionali di comportamento, veicolati dall’ambiente sociale e culturale che li circonda e, ancora, dai mass media tradizionali e dal web. Hanno, infatti, raccontato alle loro famiglie, descritte dagli inquirenti come “normali” e, poi, ai soccorritori, di essere stati aggrediti da una “banda di coetanei” all’uscita della metropolitana. Per poi, confessare, di essersi inventati l’aggressione, per coprire il tremendo gioco al quale si erano sottoposti, con l’intento di verificare la loro resistenza al dolore fisico. Ora, anche se la chirurgia riuscirà - si spera! - a riparare esteticamente quei danni, è necessario chiedersi chi e in quanto tempo riuscirà a riparare i danni psicologici, sociali e culturali che quelle ferite hanno smascherato. Così, la folla dei Joker adolescenti che bussa alle nostre porte, non soltanto tagliandosi per ricercare ascolto e giustizia; non soltanto animando scontri tra gang rivali; non soltanto drogandosi, bevendo, spacciando, per seguire lo stile di “Gomorra” o di “Gangs of London”; non soltanto sprofondando nell’Internet addiction ma, anche, andando ad occupare le scuole, per tornare ad abitarle, nonostante il lockdown; facendo volontariato, assistendo gli anziani, contenendo i loro genitori e i loro educatori “disfunzionali” col sacrificio della loro adolescenza, si fa portatrice di un dolore, di una disfunzionalità, di un dissenso che nessuno tra quegli adulti cosiddetti “normali”, può continuare ad ignorare. Perché quella folla di Joker e non Joker, è espressione di una fantascienza che avanza, alimentando un contagio criminale che è necessario individuare, analizzare, contenere, curare e spegnere per il Bene del nostro presente e del Futuro che si va delineando proprio per loro. È compito degli adulti autorevoli e responsabili, siano essi educatori o governanti, farsene carico.

    Prof.ssa Maria Rita Parsi

    C’e un futuro dopo la pandemia? 

    “… Dalla pandemia stiamo imparando…” è il ritornello che tutti ripetiamo più volte al giorno. 

    Stiamo imparando? 

    Sfibrati, atterriti, stanchi, svuotati – a noi adulti  è rimasto poco o niente delle convinzioni, delle abitudini che avevamo anche solo un anno fa.

    Siamo uomini e donne – alcuni- silos frantumati e naufraghi, molti dei quali ostinati a voler conservare, a tutti i costi, vecchi schemi, certezze, lezioni di vita da impartire.

    Uomini e donne – altri-  gente di ferrea volontà- che la resilienza non la parlano ma la fanno, diventando sorgenti di sorriso, entusiasmo, lavoro duro.

    Sto incontrando  un po’ di ragazzi in grintose zoomate aquilane, per il progetto A SCUOLA DI E PER LA COMUNITÀ di Ai.Bi. Amici dei Bambini realizzato in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione. Discutiamo, sogniamo, co progettiamo il loro protagonismo e sulle potenzialità della radio come strumento per far sentire la propria voce. 

    Spunta, un giorno FZSRDCHMKHT21*@# (Nome di fantasia)  dell’Istituto IIS D’Aosta:

    Propone un titolo per una puntata radiofonica che stiamo pensando di realizzare con radio L’Aquila 1: salva tuo figlio! 

     FZSRDCHMKHT21*@#  e i suoi colleghi si stanno preparando per parlare alla così detta “comunità educante ” aquilana. 

    Lo faranno attraverso i temi dell’agenda 2030 calati sul territorio. 

    Lamentano che mancano spazi, linguaggi, luoghi e tempi dedicati ai giovani. 

    Infanzia, adolescenza e gioventù sono tra le fasce più colpite dalla crisi in atto. Ma sono, forse, anche le più predisposte al cambiamento che il tempo impone. 

     La DAD – Didattica a Distanza e la DDI – Didattica Digitale Integrata hanno già avuto dei predecessori illustri nel ‘900, con il processo di scolarizzazione che ha trasformato il nostro paese attraverso i programmi che andavano in onda in Rai. 

    Voglio immaginare  il nostro paese fra 409 anni: 409 perché amo le cifre spigolose, al limite del tondo. La scuola si farà normalmente dentro i musei, nei negozi, in campagna, al parco come in aree di risulta e anche in chiesa, in sinagoga e in moschea. A casa tutti frequenteranno lezioni interattive, la family sarà naturalmente predisposta all’apprendimento permanente. La scuola …. saranno spazi multi funzionali, cross mediali, accessibili sani e sicuri. La scuola si farà anche alla proloco, come al caffè.  Tra i  Prof curricolari ci saranno anche architetti della comunicazione, paesologi, esperti di economia domestica, economisti, atleti, anche per i bimbi all’asilo. Saranno professionisti compassionevoli,  capaci di spaziare e guardare nei cassetti della mente umana, fornendo a ognuno lo strumento giusto per il proprio approccio all’apprendimento. Senza lasciare nessuno indietro. Divertendosi loro stessi nel praticare la loro professione. 

     …I ragazzi saranno un po’ meno di oggi, i vecchietti e le vecchiette  di più, sul nostro pianeta farà più caldo…?

    Ma prima di allora è ORA. E ora 

    La Convenzione ONU dell’89 sui diritti del fanciullo quest’anno compie trent’anni dalla sua ratifica in Italia. 

    Ora… certe responsabilità, se sono sogni, possiamo affidarli alla Befana o a Babbo Natale appena passati… 

    Con il Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (gruppo CRC) anche in Ai.Bi lavoriamo attentamente,  per fotografare lo stato dell’arte e formulare raccomandazioni alle istituzioni. 

    Il Fondo di contrasto alla povertà educativa minorile istituito nel 2016 ha dato luce all’Impresa Sociale Con i Bambini, che vede una stretta collaborazione tra il Forum Nazionale del Terzo Settore, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e le Fondazioni bancarie: 10 bandi, 400 progetti, 281milioni di euro investiti, 500mila bambini coinvolti ad oggi.

    Non basta. Per far fronte all’inverno demografico e alle tante povertà che ci attraversano, la Politica  di un Paese grande ha il compito di portare  a dignità strutturale e organica la strategia per l’infanzia, l’adolescenza, i giovani. 

    A mio avviso da questa pandemia non stiamo imparando nulla fino a che non sarà emanata una strategia urgente per e con i bambini le bambine, gli adolescenti,e i giovani.

    Ma a chi lo dico? Non posso trasferire le mie preoccupazioni a FZSRDCHMKHT21*@# che ho il compito di far crescere, amando le istituzioni.

    Scrivo queste righe un sabato qualunque di una qualunque crisi di Governo che qualunque sia l’esito – sarà nociva per gli italiani. 

    Urge una scuola di politica. 

    Lunedì 12 gennaio. Beppe fiorello su Rai1 con “Penso che un sogno così non Ritorni mai più” ha fatto il 12,3% con 2.813.000 spettatori mentre su Canale 5 Il grande fratello VIP è arrivato al 19,6 con 3.290.000. Il trash ha battuto l’omaggio a Domenico Modugno. Ma quello di Beppe Fiorello è stato uno show di qualità, adatto al servizio pubblico. Altri dati interessanti per la prima serata sono quarta Repubblica su Rete 4 con il 5,4 è 1 milione circa e soprattutto il consueto successo di Report su Rai3 con 2.596.000 spettatori molto vicino allo show di Bene Fiorello.

    Seconda serata su Raiuno: Sette storie: 5,9 con  626.000. Sempre sul 12 Unomattina nella sua prima parte cambiata di nome e oltre il 18 invece nella seconda parte più leggera. Storie italiane diviso in due parti sta fra il 17 e il 14 sempre con poco più di 1 milione di telespettatori. La Clerici ormai ha il suo pubblico: 14,5 con 1.800.000 spettatori. Idem la Bortone con il 13,4 e 1.900.000.    Il paradiso delle signore fa il 17 ma l’audience è simile (2 milioni circa ). La vita in diretta supera il 16 con 2 milioni e mezzo

    Ascolti di martedì 13 gennaio. Su Rai1  c’era la partita di calcio che ha fatto il 16,2 con 4.152.000 spettatori. Su Rai2 invece “Stasera tutto è possibile” che è varietà divertente che ha ottenuto un risultato straordinario per Rai2: 12,1 con 2.573.000 spettatori. Risultato strepitoso per  Rai2 … Cartabianca ancora senza Corona che a quanto ha dichiarato potrebbe fare ritorno tra breve ottiene comunque un buon 5,6% con 1.274000. Di martedì sulla 7  fa... 7, guarda caso con 1.630.000. Retequattro si difende con fuori dal coro facendo il 5,6 con 1.086.000. Canale cinque con la cultura e cioè con viaggio grande bellezza si ferma a quattro con 1.751.000 spettatori.

    Storie Italiane si ferma a 1000000 circa facendo 17 nella prima parte e 14 nella seconda. Sono tutti trucchi per lo share. Clerici 14,5 e 1797000 e bortone 13;7 con quasi 2000000. Matano 16,5 con 2465000 .

    Rai 2 oscilla tra il 7 e l’8,8 con i Fatti Vostri. Ore 14 3,2 con 495000.

    Detto fatto 4,5 con 558000.

    Rai 3: Agorà 7,3 con 324000 e Mi manda Rai3 sempre con 324000 ma con meno share, il 5,2.  

    Ascolti di mercoledì 13 gennaio. Cominciamo con la prima serata: partita di calcio per la Coppa Italia su Raiuno: 18,9 con 4.865.000 Spettatori. Il calcio è sempre il calcio.aggiungo una notazione personale: martedì prossimo 19 gennaio alle ore 23:20 circa in seconda serata su Raidue inizia il programma “Ti Sento” di Pierluigi Diaco. Per una fortunata combinazione noi abbiamo nella prima puntata come ospite unico Roberto mancini commissario tecnico della nazionale italiana e eccezionalmente subito prima c’è la partita Roma contro la Spezia… Tornando a ieri su Raidue, prima c’è stato il Tg2 post con 6,4 e 1.700.000 circa sulla crisi poi un film con il 5% con 1.000.100 circa. Su Raitre Chi l’ha visto è una sicurezza: 9,7 con 2.200.000 circa. Su Canale 5 Striscia la notizia fa il 15, 8 con 4.000.300 poi astutamente per non sfidare la partita si accontenta del 13,7 con 3.200.000 con made in Italy, miniserie con Raoul Bova. Evidentemente erano consapevoli che questo non fosse una grande attrazione. Su Italia uno un film, The Martian,   ottiene un buon 7,4 con 1.600.000 e rotti.  La Palombelli su Rete 4 con la crisi fa  4,6 con 1 milione circa mentre La 7 con lo speciale Tg La7 fa un ottimo 5,4 con 1.300.000. “E’ la crisi, bellezza”. Unomattina prima pagina scorporato da Unomattina sta sempre sul 12 con 500.000 telespettatori , Unomattina normale fa 15, 5 con 950 mila spettatori circa.  Storie italiane si ferma  intorno ai 900.000 spettatori mentre subito dopo la Clerici raddoppia l’ascolto perché fa sì il 14,6 ma con 1.759.000 spettatori . Poi Il paradiso delle signore fa il 12,06 con 2 milioni poi però c’è tutto calcio con ascolti  molto alti e la Bortone salta un giro. Matano con La vita in diretta fa il 12:06 con 2 milioni. Su Raidue nel day time I fatti vostri fa l’8,7 con 990.000 che per la rete è buono , Detto fatto fa 6,9 con 860.000 e poi anche qui un tripudio di sport.  Su Raitre agorà fa l’8,7 con 531.000. Luisella Costamagna otre a essere brava e credibile funziona anche come ascolti. Purtroppo mi manda Raitre orbo di Salvo Sottile si ferma al 5 con 298.000 mentre sale elisir con 6,7 e 471.000. 

    Ascolti di giovedì 14 gennaio. Cominciamo dalla prima serata. Su RAI1 le  suore di “Che Dio ci aiuti 6“  continuano dopo anni a piacere al pubblico tanto che ottengono il 22,4 con 5.500.000 spettatori. Su Raidue la partita di Coppa Italia fa il 7% con 1.800.000.buon risultato per RAI 2. Su Raitre il film Bye Bye Germany si deve accontentare del 3,7 con 974.000 spettatori. Il super macho, l’uomo che tutte le donne italiane sognano e che a quanto dicono i giornali Diletta Leotta frequenterebbe, cioè l’attore turco Can Yaman, con la sua soap-opera sempre turca Day dreamer si ferma al 9,2 con quasi 2 milioni di spettatori.  Da notare ancora nella prima serata c’è il 7,2 con 1.400.000 quasi per Retequattro con “Diritto e rovescio”. Evidentemente la dieta drastica che l’ha fatto dimagrire di almeno 30 kg ha fatto molto bene a Del Debbio che batte anche Piazza Pulita su la7  ma attenzione: Piazza Pulita fa il 6,5 e viene battuta in termini di share  ma fa 1 milione e mezzo quindi di fatto vince lei. Nel daytime di Rai1 prima pagina di Unomattina sempre all’11,3 e 500.000 spettatori e Unomattina dalle 8,30 in poi oltre il 16 con 1 milione circa. Storie italiane supera il 14 con 1 milione ma non va oltre. Ottimo risultato per la Clerici che fa quasi il 15 con 1.800.000 continuando quindi a uscire dal gruppo di color che son sospesi. La Bortone costretta a condurre stoicamente da casa per l’emerge za Covid fa 12% con 1.691.000. Sempre bene Il paradiso delle signore con 16,6 e 2 milioni e La vita in diretta col 16 con 2 milioni e mezzo circa. Sempre sul fronte del daytime notiamo che ore 14 è  sempre sul3  con 473.000 mentre Detto fatto fa il 4,5 con 550.000. Su Raitre Buongiorno Italia e Buongiorno Regione a cura della Tg R fanno sempre molto , circa  il 16, 15 con 709 100. Agorà con l’8,2 e  5.25000 va meglio di Mi manda Raitre che fa 4,3 con 273.000. Elisir se la cava sempre, quasi al 6 con 425.000 .

    Ascolti di venerdì 15.Comincio da noi. O ANCHE NO, replica del venerdì notte, ha fatto il 2,6% con 194.000 spettatori. Questo significa che sarebbe più logico andare in onda come puntata principale in seconda serata come stiamo facendo con la replica e mandare la domenica mattina quando non ci guarda nessuno la replica.Ieri su Rai uno show di Fiorella Mannoia con super mega ospiti musicali e devo dire che la Mannoia brava. Risultato però non è strabiliante perché fa il 17% con quasi 4  milioni. Di questi, tempi buttali via! Però diciamo che non è un trionfo. Su Raitre titolo quinto fa il 3 e 5% con 794.000 spettatori.  Dato interessante è il 6,9% di Quarto Grado su Rete 4 con 1. 350.000 spettatori. Ottimo risultato Per un talk politico. Nel day time di Rai Uno la situazione di unomattina è sempre uguale, la Clerici sempre sopra le 14 e quindi è stabile e la Bortone su 12, quindi stabile pure lei… Sempre bene La vita in diretta con il 17,4 e 2.600.000.   RAI 2 ore 14 con Milo Infante sta sul 3,5 con 537.000.  Su Raitre Agorà fa il 7,8 , Mi manda Raitre il  4,9. E quindi direi non male la Costamagna, meno bene i sostituti di Salvo Sottile.

    Ascolti di sabato 16 gennaio. Esistono nella realtà, fuori dai fumetti Marvel, esseri dotati di superpoteri? In TV pare di sì. Una deve essere Maria De Filippi, che ancora non ha incontrato la kryptonite verde né quella rossa. C’E’ POSTA PER TE ha raggiunto il consueto 30% con 6424000 spettatori.  Poco ha potuto fare Carlo Conti con la sua versione rivisitata di affari tuoi, che si è fermata  al 16,5 con cintar 4 milioni e mezzo. Vista così, certo che si nota la vittoria della De Filippi ma rendiamoci conto che 4 milioni e mezzo di teste di questi tempi comunque non sono pochi. RAI 2 con i suoi telefilm trova stabilità e un porto sicuro superando sempre il 4%. Martedì prossimo in seconda serata su RAI2 debuttiamo noi (cioè ti sento di Diaco con il sottoscritto: chissà come andrà). Finora le seconde serate di Rai2 non sono andate molto bene.  Su RAI3 Massimo Gramellini raggiunge un buon 7,9 con 2136000  seguito da IL TABACCAIO DI VIENNA con l’8,4 e 2047000 spettatori. Su RAI1 il daytime inizia alle 7 con IL CAFFE’ DI RAIUNO che fa il 12 con 483000. Spazio interessante che (lo dico sempre, ripetendomi come fanno gli anziani) ho ideato io anni fa come programma quotidiano e come tale è andato bene per lungo tempo.  Sempre su RAI1 Unomattina in famiglia di Guardì va sempre alla grande: 22,11 con 599.000 spettatori. Nel pomeriggio Marco Liorni agli arresti domiciliari (per precauzioni anticovid, ho letto) fa con ITALIA SI’ il 10,2 con 1841000 nella 1a parte e  l’11,1 con 1905000. Il fatto è che VERISSIMO su CANALE 5 fa in prima parte il 20, 8 con 3012000 e i seconda il 17,4 con 2891000.

     

    Molti si staranno interrogando sul perché gang di giovani scatenati si riversano in massa, nelle strade e nei parchi, per scontrarsi tra loro, senza alcun rispetto per le regole imposte dal lockdown che vietano ogni assembramento. Per scagliarsi con violenza gli uni contro gli altri, in nome dell’appartenenza a clan rivali. Forse, però, osservando le matrici di simili comportamenti, si potrebbe dire che, antropologicamente e simbolicamente, quei giovani stanno “mettendo in scena” quel che fornisce loro il mondo, quale esempio di comportamenti disfunzionali, violenti, trasgressivi.

    Prigionieri in casa - come lo sono in tanti, troppi casi,i popoli della terra - in ragione dell’irresponsabilità di chi li governa, quei ragazzi arrabbiati, disperati, delusi dalla ricerca, per loro vana, di guide autorevoli alle quali fare riferimento per accettare ed osservare leggi e regole del cuore e della mente, hanno scelto, nell’incertezza, nel vuoto creato da queste assenze, di regredire a forme primordiali ed irresponsabili di scontro. E di ricercare, proprio nello scontro tra loro, quale sfida, quale prova, quale occasione di “scaricare” le tensioni da cui sono dominati, di uscire allo scoperto col rischio di alimentare i contagi.

    Per ammonire, con i loro comportamenti da giovani “replicanti del male”, formati dal web e da criminali serie gomorristiche alla Gangs of London, quelle masse di adulti, altrettanto disperate, furiose, deluse che oggi, sentendosi alla fine delle loro risorse, scendono in piazza, in preda all’angoscia di morte. Angoscia da virus, da paura del futuro, da frustrazione ideologica, economica, consumistica, culturale, sociale, virtuale. E, ancora, per agire una illegale, improduttiva, distruttiva protesta necessaria a combattere i fantasmi delle loro paure, della loro impotenza, del loro disorientamento. E quel tipo di protesta va – la storia ce lo insegna! - alla ricerca di chi può accoglierla, adottandone, come peraltro è avvenuto negli Stati Uniti, un capo o dei capi , capaci di interpretarne la paranoica, narcisistica follia che non tiene in alcun conto il valore di agire legalmente insieme.

    Così, l’avvertimento è chiaro per chi, per sapienza e coscienza, si prepara a combattere il Covid-20 del malessere psicologico e del contagio emotivo che non soltanto ne sono alla radice ma che, in un mondo socialmente affetto da una pandemia ben più grave del Covid-19, oggi è alle prese con la responsabile, collettiva, competente, decisione di cambiare definitivamente rotta. Senza arrendersi, prima, agli incontrollati e incontrollabili “portatori di valigette nucleari”.

    Prof.ssa Maria Rita Parsi

    RENDERE OBBLIGATORIA LA VACCINAZIONE? – Si, subito

    E L'ART. 32 COST. ? - Dice appunto che la salute è "interesse della collettività", spetta al legislatore difenderci tutti quanti noi, vecchi e giovani, donne e uomini, bianchi e neri

    UN VERO E PROPRIO T.S.O. INSOMMA, PER TUTTI? – Sì, secondo me

    NON SOLO GLI OSPITI DELLE CASE DI RIPOSO? – No, tutti quanti gli italiani, tutti quelli che vivono in Italia, bambini compresi, perché possono contagiare i nonni, i professori, le zie

    NON CI SI PUO’  MAI OPPORRE? – Mai, tranne il caso di comprovate allergie, di autentiche idiosincrasie fisiche

    PERCHÉ IL GOVERNO/LEGISLATOR NON L’HA FATTO ANCORA? – Prudenza eccessiva, dissensi interni, mancanza di coraggio normativo (di “palle”),  tatticismo, malintesi garantismi, Conte ha lasciato comunque capire che se proprio occorre si farà

    E OCCORRE PROPRIO, GIÀ OGGI? – Si, sì  -- doppio, come vuole la Bibbia

    PERCHÉ? – Per non soccombere  tutti quanti, per non estinguerci come razza italiana (ammesso che ne valga la pena), il Covid lascia tracce negative anche presso  chi guarisce

    IL PROVVEDIMENTO GOVERNATIVO ATTUALE, PER LE RSA, ART. 5., COL SANITARIO ADS EX LEGE? – Tanto vale parlare di TSO, ripeto, si evitano assurde complicazioni, lungaggini, Speranza ha sbagliato a voler fare  da solo, a non consultare il Ministero della Giustizia, oltre tutto ha fatto un testo che fa venire il mal di testa, pessimo  linguisticamente,  anche con la lente di ingrandimento

    IL DISSENSO DELL’INTERESSATO, IL RICORSO AL GIUDICE TUTELARE? – Con 60 milioni di  italiani (di cui un  quarto protesterà …)  quel reclamo diventa una buffonata legislativa, una scelta ridicola, una presa in giro, il collasso sicuro degli uffici

    STATO DI NECESSITÀ, ART. 54 COD.PEN. ? – Esatto, tenendo condo che la pericolosità  dell'interessato da rintuzzare-debellare è in questo caso non solo quelle nei propri confronti personali, ma anche nei confronti degli altri: dovere di solidarietà

    E I MEDICI CHE HANNO PAURA DI PROCEDERE, PER L’EVENTUALE RESPONSABILITÀ, DANDO IL CONSENSO COME ADS, RIGUARDO AL  CASO IN CUI IL VACCINATO AVESSE DEI  DISTURBI? – Ripeto, gli idiosincratici comprovati hanno diritto di opporsi, unici in Italia, per tutto il resto non ci sarà alcuna responsabilità civile possibile per chi vaccina, l’art. 2236  c.c. sancisce già l’irresponsabilità del medico, salvo il caso di dolo o colpa grave, nei casi molto complicati, e qui ci siamo, forse non ci sarà neppure colpa lieve.

    E’ l’interrogativo che ci siamo posti quando Angelipress ha chiesto al Centro Jobel di Trani di provare a dare il suo piccolo contributo sulla “comunità” attraverso un blog.

    E’ ormai abitudine consolidata perdere e dimenticare “il perché” attribuiamo delle parole a dei pensieri a delle azioni a delle cose, trasformando, interpretando e spesso tradendo il loro senso e significato.

    Per questo per cominciare a parlare di “comunità” crediamo sia necessario ricordare a noi stessi perché utilizziamo questo termine: citando l’autorevolissima Treccani “l'espressione comunità può essere ricondotta a communitas e quindi a koinonia vale a dire UNIONE (koinè), ove il singolo non ha un'esistenza indipendente dal tutto che la comunità rappresenta, il suo destino è definito all'interno dello spazio di possibilità perimetrato dalla comunità di appartenenza.” 

    A questo aggiungiamo la descrizione mutuata dal Dizionario Etimologico on Line (versione web del famoso Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani) che definisce la “Comunità” come “più persone che vivono in comune, sotto certe leggi e per un fine determinato”.

    E’ evidente che due sono gli elementi fondanti una comunità: la persona singola e l’insieme delle persone, tenute insieme, “incollate” dal “vivere insieme”, interdipendenti, unite ma regolate “sotto certe leggi”.

    Per cui essere comunità è essere persone che vivono insieme, in uno spazio, con delle regole e dei legami, in un’idea di “confine” in cui avere un “proprio”, contraddistinto da identità, senso di appartenenza.

    Se questo è vero a questo punto dovremmo capire qual è lo spazio della comunità in cui viviamo: la famiglia? Il luogo di lavoro o la scuola? Il condominio o il quartiere? La Città, la Provincia o la Regione? La Nazione o il Continente? La Terra o il Sistema Solare? 

    Secondo il nostro punto di vista la comunità non può esistere se esclude l’idea che il suo fulcro sono le persone e la loro capacità di convivere, motivo che ci spinge a considerare che ha senso parlare di comunità nell’idea di uno spazio in cui l’unico confine è l’assenza delle persone.

    Senza le persone e la loro capacità di convivere, e aggiungeremmo, di co-esistere, di sentirsi parte di un tutto, di essere ognuno interdipendente dall’altro, di appartenere non crediamo si possa parlare di comunità.

    Per questo se pensiamo che esistano più comunità stiamo commettendo l’errore di non mettere più al centro le persone ma solo alcune loro caratteristiche, idee, visioni, perdendo di vista l’assunto fondamentale della comunità. 

    A riprova della nostra idea di comunità questo particolare momento storico ci ha dato la possibilità di comprendere come ciascuno di noi ha fondamentali, quotidiane, spesso indispensabili e inconsapevoli interconnessioni, interazioni, legami con l’intero pianeta. E perfino la muraglia cinese, il muro al confine del Messico ed ogni altra ulteriore barriera non sono stati in grado di fermare il COVID!

    E allora concludiamo come abbiamo iniziato: e se provassimo a ripartire dal senso di Comunità?



    Marco Pentassuglia
    Coordinatore attività e servizi Centro Jobel - Trani

    Ero carcerato e mi avete visitato. Ho pronunciato queste parole poco fa a Nisida, prestando la voce al più rivoluzionario dei testi evangelici, come ha fatto ogni prete quest’oggi e quindi ogni cappellano carcerario in questa domenica. Devo ammettere però di aver giocato sporco, non soffermandomi su importantissimi passaggi ma enfatizzando, con un gioco di pausa, di tono, e di ritmo questo passaggio così forte e l’obbiettivo è stato raggiunto, con quaranta giovanissimi occhi spalancati e quaranta orecchie di adolescenti tese ad ascoltarmi. 

    Al di la della fede, sapere che un personaggio storico così importante come il Maestro di Nazareth si identifica con loro, stupisce non poco. Per questo nel commentare insieme quanto ascoltato uno dei ragazzi ha esclamato: “Vabbuò capisco chi ten famm e sta ‘nguaiat ma o carcerat no, alla fine chi sta caddint coccos semp ha fatt” (vabbè, capisco chi ha fame ed è rovinato ma il carcerato no, perché alla fine chi sta qui dentro qualche errore ha commesso). 

    Questa frase evangelica, infatti, lascia sempre un po’ di perplessità: è facile provare compassione per un affamato, per un assetato, per una persona denudata di tutto e per una allettata dalla malattia ma per un carcerato come si fa a provare tenerezza o misericordia? Non è forse egli stesso la causa della condizione in cui si trova?

    Lasciando da parte le discussioni esegetiche e la pagina evangelica citata, il punto è che questa domanda è profondamente misteriosa come la risposta che ne consegue. Per questo occorre essere attenti alle generalizzazioni in quanto l’unità omogenea della legge e delle regole non riescono e non riusciranno mai a contemplare le singolarità e le tortuose condizioni psichiche, sociali, relazionali alla base di trasgressioni e reati.  Ci sono casi che solo uno psichiatra potrebbe spiegare, altri che richiederebbero l’intervento di un’equipe specializzata per una risposta capace di pesare i tanti fattori motivanti una carriera deviante, e altre situazioni in cui l’efferatezza e la gratuità di un atto non lasciano posti al dubbio tanto chiara è la colpa e la responsabilità. Resta però un dato di fatto: ognuno di noi potrebbe potenzialmente varcare la porta di un carcere e ritrovarsi in un attimo nei panni di Caino. Infatti, al margine di questo tempo ipocrita e giustizialista, occorre ricordare sempre che nessuno con onestà intellettuale potrebbe giurare sulla sua vita o sul cielo stesso di esser capace di non commettere mai e poi mai qualcosa di punibile dalla legge degli uomini. Per questo occorre occuparsi e preoccuparsi del carcere e dei detenuti: è una realtà che ci tocca profondamente e che ci rammenta chi un giorno potremmo diventare se la lucida vigilanza della coscienza e dell’etica venissero meno. Per questo, anche in questi giorni difficili di emergenza sanitaria e sociale non occorre dimenticarsi di Caino anche se è difficile stare dalla sua parte:  è difficile lavorare contro ogni speranza  al suo recupero, aiutandolo ad uscire dalla sbarre non tanto del carcere ma della sua mente, del suo cuore, della sua storia apparentemente predestinata.  È difficile perché per molti è più facile trovare il colpevole, assolvendo se stessi e il sistema sociale da ogni colpa e da ogni responsabilità. Cosa che aumenta la percezione della sicurezza ma senza incidere nella realtà oggettiva, più complessa e variegata.

    È difficile perché nel migliore dei casi Caino perde il suo nome e viene identificato per sempre con il reato che ha commesso, etichetta permanente che lo rende riconoscibile a vista di social. È difficile perché i tanti Abele e i loro familiari vittime di dolori assurdi hanno dogmaticamente ragione e andrebbero accolti nei loro dolori impossibili,  accompagnati ma lontano dai riflettori, con la discrezione di chi ha bisogno di riconciliarsi non solo e non tanto con il colpevole (cosa ardua e irrichiedibile) ma con il non senso e con la vita (cosa ardua ma necessaria).È difficile stare dalla parte di Caino perché devi essergli accanto senza parteggiare per lui ma avendo ben chiaro la condanna del suo male, la necessità della sanzione e soprattutto il bisogno di impedire che altro male venga operato.  È difficile stare dalla parte di Caino  eppure è necessario. È la Costituzione che ci chiede di accompagnarlo nella sua rieducazione, di trovare anche negli occhi di un assassino quella traccia di umanità da cui ripartire affinché assassino non lo sia mai più. Nell’interesse suo. Ma anche nostro, di tutti. È difficile stare dalla parte di Caino ma diventa impossibile ogni qualvolta ci dimentichiamo che Caino abita anche dentro di noi e che per questo, come cantava De Andrè, anche se ci crediamo assolti siamo tutti per sempre coinvolti.

    Parlo con un amico mentre sorbiamo con piacere un caffè agli inizi di questo nuovo anno. Lui mi dice, tra l’altro: “Il tuo è proprio uno sguardo femminile sulla pandemia. La donna, molto più di noi (intendeva dire uomini)  è custode della speranza, ma custode attiva, di una speranza che non ha niente a che vedere con l’ultima dea.

    E poi quell’attenzione all’altro, quel prendersi cura, in ogni situazione, senza guardare ai massimi sistemi, aspettare chissà che cosa, ma così come si può!Io non mi sento capace. Voi, invece!!!”

    Può darsi sia vero, non so, di sicuro mi ha incoraggiata a mettere per iscritto quello di cui gli parlavo, pensieri e fatterelli legati al covid 19 che ha segnato così pesantemente l’anno appena concluso. E mi ha suggerito il titolo.

                                                                          

    Non sarà facile nei libri di storia -o nei social che eventualmente li sostituiranno-  rendere il clima che abbiamo vissuto nel 2020, o meglio, ahimè, che stiamo vivendo. La pandemia ne è la protagonista, in tutte le sue varie sfaccettature.

    La situazione inedita in cui ci siamo tutti improvvisamente trovati mi aveva spinta, da marzo in poi, a sentire per telefono con una certa frequenza amici e conoscenti, magari soli o particolarmente fragili per età, per un lutto arrivato improvviso, per la solitudine, la paura del domani, il dolore di non aver potuto dare nemmeno l’ultimo saluto a una persona amata. 

    Ho continuato a farlo e alcuni di loro mi hanno ricordato che durante il primo lockdown, mentre ci confrontavamo su quanto stavamo vivendo e sui possibili scenari futuri, 

    a un tratto ci eravamo posti una domanda, assolutamente non semplice: “Ma in me che cosa è cambiato?” 

    E’ stato importante ritornare a quelle risposte scavate dentro ognuno di noi.

    Personalmente  alcune sono rimaste in me indelebili. 

    Ho riscoperto il silenzio, nella sua eloquenza potente.

    Ho avvertito il dolore per la mancanza della corporeità nella comunicazione: un abbraccio, un bacio, la stretta di mano … 

    Ho approfondito il rapporto con Dio, al di là o forse grazie all’assenza di ogni liturgia per un lungo periodo. Come se la religione fosse “diminuita” nelle Chiese chiuse, ma la “fede” fosse aumentata.

    Ho contemplato e ascoltato le voci della natura che era rinata, tersa, in mille sfumature di colori, di melodie. Ho preso maggior coscienza, nel contrasto, di quanto poco siamo stati custodi del creato. Ho rinnovato il desiderio e l’impegno a  riprendermi la vita e a lavorare per lasciare a chi amo un mondo un po’più bello, un po’ più sano.

    Ho immaginato ripopolarsi i meravigliosi piccoli borghi della nostra Italia forniti di banda larga, di centri sanitari accessibili; il traffico, caotico frastornante inquinante,  ridotto all’essenziale e quasi soppiantato da tram e mezzi pubblici e privati elettrici o a metano.

    Mi sono incontrata -e scontrata- con eroismo e superficialità, condivisione e arroganza, compassione e cinismo. 

    Ho dovuto lottare contro la tentazione dello scoraggiamento e aiutare altri a farlo. 

    Ho avvertito sulla mia pelle la situazione disperata di tanti e  il pericolo - mi illudevo di esserne immune- di ripiegarmi in me stessa, nel mondo virtuale, ho cercato perciò di raddoppiare l’attenzione all’altro.

    Tornerà tutto come prima” ho sentito spesso dire. Perché “come prima” e non , almeno un po’, “meglio” di prima?

    Ho dato valore ai gesti e alle opportunità di ogni giorno, anzi di ogni attimo, unica dimensione temporale che possediamo. 

    A questo proposito, un piccolo episodio avvenuto nel mese di maggio. 

    Sono in fila per entrare al supermarket, insieme ad altre undici persone, tutte con la mascherina, tutte a distanza di circa due metri l’una dall’altra. 

    Passano venti minuti ma nessuno si spazientisce, molti continuano la loro vita virtuale, cellulare alla mano. Anche io ho la testa bassa e leggo messaggi, notizie. 

    A un certo punto mi vedo dall’esterno e mi prendo un colpo: occhiali neri, mascherina, cellulare … Sono praticamente senza volto. 

    Un NO imperioso mi esplode nel cuore prima ancora che nella mente.

    Ho cercato sempre di costruire rapporti, di intessere dialoghi, amicizie. E ora? Non posso lasciarmi cambiare dalla pandemia! Anzi! Devo fare di più e meglio, nei limiti di un possibile limitato, dettato dalle circostanze.

    Tolgo gli occhiali neri e mi guardo intorno cercando di mettere nello sguardo tutto il calore e la cordialità di cui sono capace. 

    Una signora (due posti dietro di me) sembra aspettare questo momento. Si lamenta un po’  “Non ce la faccio più, mi mancano i miei nipotini, le vicine! non posso neanche passare in Chiesa un attimo”. “Anch’ io -le dico-signora, sapesse quanto sento la mancanza di persone care, di realtà che davo per scontate! Eppure … ho fatto qualche scoperta nuova. Per esempio, che Dio mi parla più forte di prima, nella Scrittura, nella natura che sembra essere rinata, nell’amore che possiamo avere tra noi.

    E poi questa situazione mi sta aiutando a vivere diversamente e a gustare piccole cose quotidiane, che posso fare in casa, per le quali non avevo tempo. 

    Ieri ho sentito tre parenti con cui i rapporti si erano allentati; dopo un primo momento di imbarazzo ci siamo raccontati, eravamo felici! 

    Ho telefonato a una signora che vive da sola, non finiva di ringraziarmi.

    Sto provando ricette nuove.

    Mi affaccio al balcone e ci scambiamo notizie con gli amici del condominio, posso andare in farmacia a comprare medicine per uno di loro …”. 

    Si fa silenzio. 

    Questo è vero -interviene la giovane signora dietro di me che ha seguito attentamente tutta la conversazione- mi ci ritrovo un po’ anche io, ieri ho fatto la pasta in casa, le patatine fritte. Penso alla mia nonna, la gioia che ci dava il mangiare con lei la ‘sua’ pasta … Nei miei bambini ho visto la stessa gioia. E anche io come lei mi ritrovo a parlare con Dio qualche volta”.” 

    Un signore già un po’ avanti negli anni “Io purtroppo non ho un balcone, sono al piano terra ma mi 

    affaccio alla finestra, mi offro di fare la spesa, così incontro qualcuno, come oggi. 

    Avevo avuto una stretta al cuore. Non so cosa farei per contrastare le nuove povertà: spazi abitativi insufficienti, carenza di digitalizzazione. 

    Intanto posso sempre fare qualcosa, piccola, ma non insignificante.

    E poi? E se si protrae questa situazione?” Dice un giovane. Non ho una risposta, ma non voglio assolutamente perdere la speranza. 

    Quando è arrivato il mio turno, ci siamo salutati, tutti col sorriso nello sguardo. 

    E mi si rafforza la convinzione che possiamo ridisegnare il futuro, insieme.

    Il rapporto tra il rom e Devel (Dio in lingua romanì) è un rapporto speciale e intimo, piuttosto individuale ed esistenziale. Devel è una forza positiva invocata nei momenti più difficili dell'esistenza, un supporto morale e psicologico irrinunciabile. Devel è il riflesso della vita e del bene. Nella spiritualità romanì ci  sono tracce di tante religioni del passato: dal buddismo e induismo dell'India ( la terra d'origine di tutti i gruppi rom, sinti, calè/kale, manouches e romanichals) all'islam e al zoroastrismo persiano.

    Oggi le diverse comunità romanès professano molte religioni: quella ortodossa,  cattolica, protestante, evangelica e musulmana. Nel corso della storia, spesso, i gruppi romanès si sono allineati alle diverse fedi più per convenzione che per sincera convinzione, spesso per evitare repressioni e violenze. Anche per questo le comunità romanès si riscontrano più nella cultura romanì che nella fede. Ogni rom è un phral, un fratello, indipendentemente dalla fede professata. Non esistono guerre di religione fra le diverse comunità romanès. Il rapporto con Dio, in ogni caso, è un rapporto a due: D-io. I rom italiani di antico insediamento nelle regioni del sud Italia definiscono Dio come MUR DEVEL (il mio Dio), come se ogni individuo ne avesse uno personale. DEVEL si contrappone alle forze negative e malefiche di BENG (diavolo), dei MULE (spettri) e delle Choxaniá (streghe). Devel santifica la vita in tutti i suoi aspetti e nel suo manifestarsi. La vita, la sua salvaguardia e il suo prolungamento prevalgono su tutto.

    Rarissimi sono i suicidi fra i rom, nonostante le difficoltà quotidiane e la discriminazione su base etnica. L'etica romanì del resto lo vieta come vieta l'assassinio. Anche per questo le comunità romanès non hanno mai fatto guerra e attentati terroristici. La vita ha un valore assoluto nella cosmologia cultura romanì e non a caso la procreazione ha un ruolo centrale: ogni nascituro è una benedizione divina.

    Il D-io romanò aiuta l'essere umano a vivere nel modo migliore nella vita reale e lo aiuta a trasmettere il dono divino della vita alla propria discendenza. L'etica romanì è dinamica e realistica, non dogmatica e questo è determinante per salvaguardare il prolungamento della vita stessa. Nel fare le scelte e le valutazioni che la realtà presenta quotidianamente alle comunità romanès, la presenza di un D-io che ama la vita e la sostiene in ogni circostanza è di grande aiuto morale e psicologico. È certamente di grande rassicurazione nella ricerca di un'accurata e solida etica d'azione e di rispetto della vita nonostante le tribolazioni quotidiane derivanti da un'assurda, incivile e disumana discriminazione su base etnica che ancora oggi, dopo secoli, le comunità romanès devono fronteggiare.

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