Autorevoli Editorialisti

    Autorevoli Editorialisti (69)

    La prima volta che papà mi portò a giocare su un campetto di calcio avrò avuto meno di due anni. Così almeno mi raccontavano lui e mio fratello, e ormai non posso più chiedere loro conferma. Le foto ingiallite mostrano un bimbetto, pieno di capelli biondo chiari, che correva felice dietro a un pallone, con la valvola chiusa da lacci. Per me e per mio fratello più grande, figli di un'ex giocatore della Lazio, ma interista l’uno laziale l’altro, il calcio non era solo un divertimento ma un modo per stare con papà, per assistere alle sue giocate, per imparare ad apprezzarlo anche in quella cosa, per sentirsi grandi con lui, per sognare. 

    Un paio d'anni dopo, quando ormai dietro al pallone non potevo più correre per gli effetti disastrosi di uno degli ultimi agguati epidemici della polio, andare con papà e mio fratello Pino sul campetto di calcio era solo una maniera per prendere un po' d'aria. Magari pure qualche pallonata in faccia, stando in porta, illudendomi d'aver fatto una bella parata. A metà degli anni '50 la televisione in Italia era appena nata ed era la radio a portare il calcio nelle case, come continuerà a fare per tanto tempo con programmi divenuti cult per quel mix di voci, istantaneità e magia che diventa incanto irripetibile. Alla radio, la domenica. Nicolò Carosio, allora, interpretava " un tempo di una partita del campionato. Alla fine della radio cronaca partiva la musica per una decina di minuti, che poi " sfumava " all'improvviso sulla voce di Carosio che, irrompendo di nuovo, annunciava solenne: " Campionato italiano di calcio, divisione nazionale serie A, ottava giornata del girone d'andata, risultati finali... ". E dalla scatola magica, centellinata, arrivava un'emozione, un brivido, una sensazione forte che nessuna diretta televisiva multipla, nessuna tv ultra HD potrà mai restituire perché  sviluppo e progresso sono cose differenti. Nelle edicole, allora, il calcio lo potevi vedere animato su una sola testata: " Il calcio e il ciclismo illustrato", un settimanale di colore verdino, pochissime pagine rispetto ai magazine d’oggi, ma che tuttavia trasmetteva al lettore la iconografia un po' romanzata, e perciò sublime, della giornata di campionato o delle gesta ciclistiche di Coppi, Bartali o di Bobet. Mi ricordo l'odore del giornale: un profumo intenso. Non solo della carta stampata, ma di quello più sottile e vitale dell'attesa, della voglia maturata di leggere che non trova soddisfazione se non da quell'unico strumento e da quell'unica offerta di prodotto editoriale. Non perché mancassero quotidiani sportivi, ma solo perché l'epica del calcio - e dell'altro sport nazionale: il ciclismo - attraverso quel mezzo erano ancora possibili, e l'immaginazione, il sogno, la fantasia dello sportivo non erano ancora stati assassinati dal consumo orgiastico dei media e dall’intreccio perverso con ciò che oggi costituisce il core business anche dello sport: l'interesse economico, e non più la passione. E mi ricordo, questo sì lo ricordo bene, le poesie di Umberto Saba. " Il portiere caduto alla difesa ultima, vana... ", che oggi non posso più leggere senza un groviglio alla gola... Che però svanisce d'incanto quando rivedo i vhs sbiaditi di mio figlio, bimbo poco più grande di quello in foto, mentre esulta di gioia intensa su un campetto di scuola, dopo aver segnato qualcuno di quei goal che suo padre non ha potuto fare. O quando gioisco con lui, ormai grande, per uno scudetto tornato a vincere dopo tanti anni. A cui mancano come una ferita i complimenti e gli sfottò di quei laziali di casa.

     

    Qualche giorno fa a Colleferro, in provincia di Roma, un ragazzo di 17 anni è stato picchiato brutalmente da due ragazzi appena maggiorenni. Per saperne di più noi di Radioimmaginaria abbiamo chiesto ad una ragazza che vive lì come si sente alla luce degli avvenimenti accaduti vicino a casa sua. Dovete sapere che la sua risposta ci ha davvero colpiti e inevitabilmente abbiamo ripensato a quando lo scorso settembre abbiamo partecipato ai funerali di Willy, il ragazzo di 21 anni ucciso durante un pestaggio nel tentativo di difendere un suo amico. 
     
    Questa ondata di violenza però non sembra essersi attenuata, anzi, stando ad un sondaggio fatto da noi il 55% degli adolescenti pensa che il secondo lockdown abbia fatto crescere in loro sentimenti di ''rabbia'' e ''tensione''. La maggioranza dei ragazzi intervistati (55%) dice di aver perso la voglia di fare qualsiasi cosa, il 24% si sente privato della propria libertà mentre il 14% soffre di non poter vedere i propri amici. Insomma, a distanza di mesi dalla morte di Willy, proprio nello stesso paese è stato pestato un altro ragazzo e l’ultimo episodio di Colleferro sembra ancora una volta la prova di come questo periodo stia influendo in maniera negativa sugli adolescenti. Con la speranza di tornare il prima possibile ecco cosa abbiamo raccolto.
     
    Link al sondaggio: https://youtu.be/t4sgX9-HODM

    Corre l’anno 2021 e l’unica certezza che abbiamo è che l’essere umano stenta ad accettare qualsiasi cosa o persona lontana da un ideale comune di “normalità”. L’amore fede-comandato, la schematica sessualità secondo natura, i baci e le tenerezze pubbliche non aggredibili, solo se tra un uomo e una donna. Questi sono solo alcuni dei nuovi comandamenti vigenti in un paese libero dalle dittature, democratico e laico, italiano a volte.

    Nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) rimosse l’omosessualità dall’elenco delle patologie mentali, incluse nel Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali (DSM), e nel 1993 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato l’omosessualità come non patologica. Nel 2021, nonostante la comunità scientifica si sia pronunciata inconfutabilmente, l’eterosessualità resta un dovere morale. I gay sono quei maschi con il padre assente e violento e la madre iperprotettiva, le lesbiche, come patriarcato comanda, non posso essere neanche lesbiche ma appena maschiacce, confuse perché “gli uomini di una volta non esistono più”. Bisessuali, transessuali e intersessuati sono solo figure mitologiche, da collocare in un girone dell’inferno non altrimenti specificato.

    La cronaca ci regala ancora forti emozioni, dagli atti di aggressione per omo-effusioni, al ripudio di figli e figlie, colpevoli di amare persone del loro stesso sesso. Ci raccontano di pseudo professionisti, convinti che l’omosessualità sia una malattia mentale da curare con terapie, dannose, che permetterebbero alle persone omosessuali di diventare eterosessuali. 

    Non basta più dire di avere tanti amici LGBT+, non è più accettabile il “si amino pure, ma non chiedano di sposarsi” o il bendare i propri figli quando due persone non eterosessuali si tengono per mano. È tempo di non aspettarsi che il proprio orientamento sessuale sia un qualcosa da aggiungere al documento di riconoscimento. In un momento storico in cui gli animali sono giustamente tutelati a trecentosessanta gradi, accorgersi che le leggi a tutela delle persone a rischio di discriminazioni riposano in Parlamento, è inaccettabile, se si è umani prima che esseri.

    Ci si nutre di parole importanti e di nobili propositi, ci si esprime contro l’odio, la xenofobia, l’omotransfobia, ma non si comprende il significato della parola libertà. Libertà di poter essere ciò che si sente, di sentirsi per come si è, di essere a proprio agio nel corpo che si abita, di scegliere la propria persona del cuore senza doversi vergognare di sentimenti funzionali. Bisognerebbe assomigliare alle parole che si dicono e non avere paura di ciò che non si conosce. Non si tratta di compiere rivoluzioni o guerre puniche, è solo una questione di quotidianità, di civiltà, di libera normalità. L’eterosessualità non è un dovere, né una scelta. Semplicemente è la pelle che sceglie, così, naturalmente, come  tutte le declinazioni di amore possibili. 

    Dott.ssa Sotero Gaetana - Psicologa

    Centro Antiviolenza “Save” – Centro Jobel

    Lunedi avrò la prima dose di vaccino e in me si affastellano centinaia di pensieri. Come ogni volta ho paura dell’iniezione, nonostante l’età, nonostante abbia perso il conto degli aghi che sono stati infilati nella mia pelle. Ma l’emozione è tanta. Tantissima.

    So bene, infatti, cosa vuol dire contrarre una malattia pericolosa, mortale, porto ancora addosso i segni che mi ha lasciato un piccolo e devastante batterio, la serratia marcensis, che ho contratto in terapia intensiva neonatale 20 giorni dopo la nascita. Anche quella volta sarebbe bastato seguire le norme igieniche basilari come disinfettare l’ambiente continuamente, lavarsi costantemente le mani e indossare la mascherina da parte dei pochissimi adulti che frequentavano le nostre culle, eppure qualcosa è andato storto e io sono tra i pochi fortunati scampati a quella epidemia. Molte volte nel corso dei miei 35 anni mi sono detta che sarebbe bastato poco per evitare il contagio, eppure non si è riusciti, perché i virus, i batteri e tutti questi piccoli mostri invisibili sono impossibili da affrontare a viso aperto. Per questo è importante seguire pedissequamente i consigli che vengono dati. Eppure c’è chi rifiuta di mettere la mascherina, di tenere le distanze sociali. Bisognerebbe capire che non c’è una “vita B” che, come in un videogioco, offre una seconda possibilità in caso di errore, dobbiamo tutti fare la nostra parte, per noi e per tutti quelli che condividono un pezzetto di mondo insieme a noi.

    La scienza adesso ci sta offrendo uno strumento straordinario che passa attraverso un’iniezione. Leggo alcuni commenti sui social network che mi lasciano basita: “non faccio il vaccino perché non so che c’è dentro”. Eppure, quando si ha un dolore acuto e ci si fa iniettare un Toradol, per esempio, non ci si chiede “cosa c’è dentro”, l’unico pensiero è far passare il dolore, affidandosi agli scienziati che hanno formulato quel farmaco. Credo che la differenza sia tutta qui: il dolore si sente come qualcosa di insopportabile, il pericolo del virus evidentemente per qualcuno non è così imminente, o ci si sente al di sopra del Fato, per cui “a me non capita”.

    Per me, che tante volte nella mia vita avrei voluto che ci fosse stato una cura o un vaccino contro il piccolo batterio che in 4 giorni ha cambiato la mia vita per sempre, lunedì sarà un giorno speciale in cui affronterò l’ago a testa alta, guardando al futuro.  

     

    Dopo avere saputo che la legge del Ddl Zan è stata ancora una volta rinviata, noi di Radioimmaginaria abbiamo chiesto ad alcuni adolescenti se nel corso della loro vita hanno mai ricevuto offese fisiche o verbali solo perché appartenenti alla comunità LGBT. Sembra infatti che neanche i ragazzi siano protetti da questa ondata di odio: dalla disapprovazione da parte della famiglia alle occhiate degli sconosciuti sono moltissimi i modi per mettere a disagio una persona, tanto che anche coloro che non hanno mai subito atti violenti, si sono ormai rasseganti e pensano che un giorno si troveranno ad affrontare una situazione simile senza l’appoggio e la protezione del Governo. Noi siamo convinti che amare non è una colpa ma un diritto di tutti, con la speranza che questa legge venga approvata il prima possibile ecco intanto cosa pensano gli adolescenti.

     

    Potete vedere il sondaggio su: https://www.youtube.com/watch?v=oSNndDCiXCI

    In questa giornata dedicata alla prevenzione salute e sicurezza la riflessione è dedicata ad avvicinare l’interesse  e la  sensibilità ad una realtà sul lavoro per la    persona disabile, che aspetta ancora di essere corrisposta pienamente nelle  sue legittime aspettative, da parte di una società, quella odierna, non concretamente attiva e rispondente, in modo adeguato, nei confronti di alcune esigenze espresse in modo preponderante da parte di bambini donne e uomini disabili. Le analisi e gli studi portate avanti dalle tante discipline che, nel tempo, si sono occupate della disabilità, (dalla medicina alla psicologia, dalla sociologia all’ergonomia), ci hanno consegnato conoscenze indispensabili per raggiungere obiettivi importanti, ma LA PROMOZIONE DI UNA CULTURA DELL’INTEGRAZIONE DELLE DISABILITA’ rappresenta, sicuramente, una  condizione essenziale  per realizzare il progetto di UNA SOCIETA’ CAPACE DI GARANTIRE LE CONDIZIONI ESSENZIALI DI UGUAGLIANZA DI TUTTI I SOGGETTI, IN TUTTI GLI AMBITI SOCIO-CULTURALI. Di garantire loro soprattutto prevenzione salute e sicurezza.

    Sono molte le associazioni di promozione sociale che operano nell’ambito della disabilità con gli obiettivi di stimolare la ricerca, fornire spazi di ascolto, sostegno e orientamento alle persone diversamente abili ed una di queste è AngeliPress guidata da anni da Paola Severini con il sostegno di tanti amici volontari esperti in materia, per attivare iniziative, corsi di formazione- istruzione- avviamento al lavoro: tutte attività di fondamentale rilevanza, che devono essere integrate da azioni di sensibilizzazione e formazione rivolte ai soggetti cd normodotati, i quali devono essere opportunamente istruiti al confronto e all’interazione con soggettività complesse. Ciò assume particolare rilievo nei contesti lavorativi, nei quali si innescano relazioni particolari che chiamano in causa conoscenze e competenze specifiche, spesso acquisibili solo attraverso training e corsi di formazione ad hoc, e soprattutto entrano in gioco fattori fortemente contribuenti al processo di “costruzione” e rafforzamento della personalità, come l’autostima (ma non solo) ,il processo di socializzazione che si viene a innescare a partire dal primo approccio tra il disabile e i colleghi (oltre che la struttura della comunità lavorativa).

    Il collocamento sul posto di lavoro di un disabile , attraverso modalità complesse con  un percorso di inserimento e integrazione è particolarmente difficile, perché significa dedicare attenzione alle sue esigenze, dare ascolto alla sua diversità, prevedere momenti frequenti e costanti di confronto; significa mettere in atto un percorso aperto di grande attenzione  tra gli altri colleghi  con diverse competenze, utili per affrontare tutte le problematiche che emergono. I dati Istat certificano che la disabilità continua ad avere un impatto consistente sull’esclusione dal mondo lavorativo: solo il 19,7% delle persone con disabilità nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni risultano occupate, meno di un soggetto su cinque, contro una media nazionale del 58,7%. Anche la quota degli inattivi raddoppia tra le persone con disabilità rispetto a quella osservata nell’intera popolazione, quasi il 70% contro circa il 31%. Questo accade nonostante l’esistenza da oltre vent’anni di una legislazione che disciplina  e protegge il diritto al lavoro per le persone disabili.

    Nel 2019 sono stati 20 anni  della legge 68/1999, un provvedimento innovativo per l’epoca, nato con intenti sicuramente nobili, ma anche con dei limiti evidenti e non ancora superati neanche con gli ultimi provvedimenti dei tre anni successivi in cui si è sì novellato il Testo Unico  sul lavoro ma con un impatto irrisorio sui lavoratori diversamente abili. L’approccio “protezionistico” nei confronti della disabilità si riflette nel lessico con cui vengono presentati i portatori di handicap: “categoria protetta” è una definizione odiosa quanto quella di “quota rosa” e non è un caso che spesso e volentieri gender gap e disability gap vadano a intrecciarsi, creando una società in cui al contempo avere una disabilità ed essere donna significa sostanzialmente rinunciare a qualunque ambizione per la carriera. Non si deve più vedere certe categorie come un qualcosa da proteggere, ma vanno creati gli strumenti perché le persone possano tutelarsi autonomamente contro ogni forma di discriminazione, per quanto possibile. Per fronteggiare questa situazione, in alcuni Paesi si è pensato di inserire nelle aziende una figura di sostegno alla persona con disabilità: il disability manager. Per quanto possa risultare utile, il disability manager rischia però di essere l’unica a interfacciarsi con lei, di fatto isolandola ancora di più all’interno del contesto lavorativo.

    Sarebbe ben più efficace lavorare sulla cultura di tutte le persone coinvolte, cercando di aiutarle a comprendere che quasi sempre la disabilità è solo una caratteristica e non una barriera per un proficuo e continuo confronto professionale. Certamente è difficile farlo, a maggior ragione in un Paese dove la legge 68/199 è la prima a differenziare le persone con disabilità solo in base alla percentuale di invalidità. Un individuo affetto da diparesi spastica è diverso da un altro che presenta un differente livello di spasticità. Allo stesso modo un autistico di tipo aspergeriano ha peculiarità diverse da un autistico “classico”. Tutto questo la legge lo ignora, equiparando di fatto chi ha una handicap di tipo motorio a chi ha un deficit di natura diversa: è questo forse il limite maggiore di un provvedimento che non aiuta davvero a creare un rapporto di lavoro vantaggioso per entrambe le parti coinvolte.

    Nella maggior parte dei casi sia le aziende che gli enti pubblici non assolvono alla Legge 68/99 e non assumono disabili secondo le quote stabilite, pagando delle sanzioni piuttosto elevate quantificabili in circa 153 euro al giorno per ogni giorno di mancata assunzione di un disabile. Non esistono dati ufficiali, ma da stime approssimative quello che oggi le aziende italiane versano in sanzioni è di circa 15 miliardi di euro, mentre la cifra versata dagli enti pubblici sarebbe di circa 7 miliardi di euro.

    Ciao a tutti! Oggi siamo qui per dirvi che noi di Radioimmaginaria un po' di tempo fa abbiamo intervistato durante una puntata di Adolescemi - idee per sopravvivere Alessia Ria, la ragazza pugliese di 22 anni che qualche settimana fa si è recata al supermercato in zona rossa per comprare degli assorbenti ma non ha potuto acquistarli perchè non erano considerati un bene di prima necessità. Per capire cosa avrebbero fatto gli adolescenti se si fossero trovati al posto di Alessia abbiamo deciso di chiederlo direttamente a loro attraverso un sondaggio. Sentite qui cosa ci hanno risposto!
     
    Ciao a tutti! Oggi siamo qui per dirvi che noi di Radioimmaginaria un po' di tempo fa abbiamo intervistato durante una puntata di Adolescemi - idee per sopravvivere Alessia Ria, la ragazza pugliese di 22 anni che qualche settimana fa si è recata al supermercato in zona rossa per comprare degli assorbenti ma non ha potuto acquistarli perchè non erano considerati un bene di prima necessità. Per capire cosa avrebbero fatto gli adolescenti se si fossero trovati al posto di Alessia abbiamo deciso di chiederlo direttamente a loro attraverso un sondaggio. Sentite qui cosa ci hanno risposto!
     

    C'è una donna di 47 anni, malata di tumore, per la quale sarebbe necessario rintracciare una madre che non l'ha abortita ma, per nove mesi, l’ha portata in grembo, aspettando di lasciarla nelle mani delle suore che l'hanno aiutata a partorirla. Il profondo disagio - se non l’odio e il rifiuto - che ha accompagnato l'attesa di partorirla, costituiscono un “imprinting”, definitivo e sostanziale, che, insieme all'abbandono patito dopo il parto prima che altri si prendessero l'onore e l'onere di adottarla, la dice lunga sul tumore che oggi colpisce Daniela Molinari. Queste circostanze, ne sono scientificamente certa, hanno contribuito a fare di quel tumore l'espressione di un dolore e di un abbandono che quella donna ha patito già da quando è stata concepita. Sua madre si è resa irrintracciabile. Non ha voluto neppure che il suo nome, nonostante approfondite ricerche che sono state condotte per ritrovarla, fosse, in alcun modo individuato. E ora si rifiuta non soltanto di incontrare quella figlia, ma di sottoporsi al prelievo del sangue che potrebbe aiutarla a continuare a vivere.

    Non ricorriamo a parole, quali “madre inumana”, che subito fioriscono sulla bocca di chiunque, di fronte a tanta omertosa crudeltà. Diciamo soltanto che attribuire al frutto vivente di qualcosa di traumatico per lei, o forse di vergognoso o drammatico o irraccontabile - qualcosa da rimuovere come il “peccato” di nascere non desiderati e considerati nemici di chi ci mette al mondo - è profondamente ingiusto e letale. Proprio come la storia del passato che a quella gravidanza ha dato l’avvio. Le ragioni per nascondersi, per eclissarsi in un modo così deciso, possono essere tante. Probabilmente – anzi, certamente - ricollegabili a un falso sè o alla speranza di rimuovere definitivamente il ricordo di un tempo del quale non si è stati protagonisti, ma vittime. Mi rivolgo, infine, poiché, come sempre, nessuno ne fa menzione, al padre che con il suo seme ha contribuito a tanto impietosa condizione. E oltre che alle donne nemiche delle donne, a lui rivolgo la domanda:"Chi sei? Dove sei?” E, ancora, “Non ti vergogni?” Perché questa è la vera, assoluta vergogna: mettere al mondo dei figli senza avere l’onestà e l'amore di prendersene cura. Perché il crimine che si sta perpetrando ai danni di Daniela è, oltre che di quella madre, anche e, forse, soprattutto, di quel padre.

    intervista di Marzia Masiello a Cinzia Bernicchi, rappresentante Ai.Bi. nel coordinamento LIAN  Life in adoption network.

    Cinzia, noi ci siamo conosciute sul tema delle adozioni internazionali in quel della Federazione Russa quasi venti anni fa. Se dovessi fare una panoramica delle adozioni da ieri a oggi a domani, quale sarebbe la tua sintesi ?

    Marzia, davvero un bel ricordo, Mosca venti anni fa, noi più giovani, Mosca un’altra città, e le adozioni di allora davvero diverse da quelle odierne. 

    A ridosso degli anni 2.000 l’Italia aveva da poco ratificato la Convenzione de l’Aja, stavano terminando le adozioni cosiddette “fai da te” e nasceva il primo albo degli enti autorizzati, eravamo 45 quando alla fine del 2.000 fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Oggi siamo 50, ma attorno al 2010 siamo arrivati anche a essere 76. 

    La Commissione per le Adozioni Internazionali si era insediata negli uffici di via Veneto, incardinata nel Ministero delle Politiche Sociali allora guidato da Livia Turco. Ora, da diversi anni è diretta emanazione della Presidenza del Consiglio che ha delegato il Ministero della Famiglia e delle Pari Opportunità a gestirne la guida.

    Le coppie in possesso di decreto di idoneità erano più di ventimila, oggi circa 5.000 e con un incarico attivo presso gli enti autorizzati poco più di 3.000; i decreti, che ora sono validi fino al termine della procedura adottiva indipendentemente dal tempo che intercorre, allora avevano una validità massima di 2 anni e poi scadevano.

    I bambini che arrivavano attraverso l’istituto dell’adozione internazionale erano molto più piccoli di ora, il maggior numero di bambini erano nella fascia 1/4 anni, oggi la fascia di età più rappresentativa è la 5/9 anni. 

    Molti Paesi nel tempo hanno ratificato la Convenzione de l'Aja facendo proprio il principio di considerare l'adozione internazionale residuale, cercando quindi ogni possibilità per il minore di restare nel proprio Paese o attraverso il reinserimento nella propria famiglia o cercando coppie del proprio territorio proponendolo in adozione nazionale.Il numero di minori adottati è passato dai 4.130 del 2010 ai 1.205 del 2019; il 2020 ha visto un'ulteriore contrazione dovuta alla pandemia purtroppo ancora in corso.

    Detto così, in due parole, sembrerebbe quindi che il numero dei bambini che hanno bisogno di avere una famiglia che li accolga tramite l'adozione internazionale sia fortemente diminuito, ma purtroppo non è questa la realtà. Nel mondo sono sempre tantissimi i bambini che cercano una famiglia, ma sono fortemente cambiate le loro condizioni; sono più grandi, frequentemente con problematiche sanitarie, gruppi di fratelli, ed è sempre più difficile trovare coppie che diano la disponibilità ad accogliere minori che rispecchiano tali caratteristiche.

    Dobbiamo con maggiore impegno che nel passato, riformulare i percorsi informativi e formativi per sensibilizzare le coppie sui veri bisogni, per prepararle ad accogliere questi loro figli, per accompagnarle nel tempo.

    I pilastri delle adozioni internazionali, lo sappiamo, sono la Commissione adozioni Internazionali, gli Enti Autorizzati, le famiglie... quale ingrediente aggiungeresti in più?

    Il primo Presidente della Commissione Adozioni Internazionali, Luigi Fadiga,  disse che il sistema per funzionare era composto "dalle 4 gambe di un tavolo": Cai - Enti Autorizzati- Tribunali per i Minorenni - Servizi del Territorio. Le famiglie, da sempre, sono considerate le risorse che abbiamo bisogno di avere per poter donare ad un bambino la possibilità di diventare figlio. 

    Non aggiungerei altri ingredienti, ma spererei di poter contare su una maggiore collaborazione con quei territori che ancora non si sono attivati nel formulare dei protocolli operativi  (Regioni/Servizi/Enti) che possano dare a tutte le aspiranti famiglie adottive le stesse opportunità in termini di preparazione e accompagnamento sia prima che dopo l'adozione. Mi augurerei anche di poter arrivare ad un maggior confronto con i Tribunali per i Minorenni.

    Il rapporto tra Enti Autorizzati e Commissione come lo inquadreresti in questa fase di Presidenza del Ministro Bonetti con la Vice Presidenza del Dott. Vincenzo Starita?

    Il rapporto con la Commissione per le Adozioni Internazionali nell'arco del 2020 si è fortemente intensificato. Gli Enti Autorizzati hanno nuovamente avuto la possibilità, non accadeva da anni, di essere coinvolti in una serie di attività partecipando a tavoli specifici per programmare nuovi percorsi formativi che hanno visto la luce la scorsa estate e che sono tutt'ora in essere. Enti e Commissione hanno intensamente lavorato insieme, in particolare nel primo periodo legato alla pandemia, per far rientrare in Italia le numerose coppie che si trovavano all'estero e anche successivamente nell'organizzazione di partenze verso i vari Paesi. Sono ripresi con sistematicità i Tavoli Paesi per un confronto costante sull'andamento delle procedure.

    Nel Ministro Bonetti, che abbiamo avuto il piacere di incontrare sia di persona che attraverso i mezzi con i quali tutti ci troviamo a dover utilizzare a distanza, abbiamo trovato grande sensibilità al tema delle adozioni, grande ascolto e attenzione ai problemi degli Enti Autorizzati che sono sfociati anche in un sostegno economico che ci ha in parte aiutato ad affrontare la crisi che stiamo attraversando. 

    Il Dott. Starita ha da pochi mesi avuto l'incarico di Vice Presidente, precedentemente era Membro della Commissione in qualità di Commissario rappresentante il Ministero di Giustizia, e da subito ha voluto conoscere i Presidenti degli Enti instaurando con tutti un rapporto diretto e di franca collaborazione. Certo si è trovato ad iniziare questo suo nuovo incarico ancora in un momento complesso sempre a causa della pandemia, ma è una persona particolarmente attiva, propositiva e innovativa e contiamo molto su questo suo spirito intraprendente per riuscire a rilanciare le adozioni i internazionali.

    Come sono cambiati i rapporti con le Autorità Centrali dei Paesi di provenienza dei minori?

    Nel corso del 2020, con tutte le difficoltà vissute ci sono state Autorità Centrali molto collaborative che si sono date da fare per trovare soluzioni che non impedissero il proseguo delle attività.

    Con certi Paesi si è riusciti ad ottenere che il periodo di conoscenza tra coppia e bambino, che normalmente si svolge all'estero ed è propedeutico per il buon andamento del giudizio finale in Tribunale per l'emissione della sentenza di adozione, si potesse invece effettuare a distanza utilizzando video chiamate. Così come nel caso dell'Ucraina si è addirittura riusciti ad ottenere che un'udienza in Tribunale avvenisse con lo stesso sistema a distanza. 

    Altri Paesi hanno permesso l'arrivo dei bambini in Italia, accompagnati da assistenti locali, senza che le coppie si recassero come di consuetudine all'estero.

    Con altri, purtroppo, non si è riusciti a trovare delle soluzioni che permettessero il proseguimento dell'iter adottivo.

    In generale pensiamo che nuovi sistemi di comunicazione possano incrementare i rapporti con le Autorità straniere intensificando le possibilità di dialogo.

    Ai.Bi. da sempre crede nell'adozione come progetto di cooperazione sostenibile in cui Governo, privato sociale e famiglie camminano insieme... come stanno andando ora le cose?

    Per ora siamo lontani da questo concetto. Nella cooperazione internazionale l’adozione viene riconosciuta a fatica. Essa è  un progetto di vita sostenibile, un vero e proprio caposaldo del Made in Italy dell’accoglienza, che incarna pienamente il concetto di sussidiarietà della nostra Costituzione. Nel mondo per questo siamo secondi solo agli Stati Uniti ma di questo primato sappiamo solo noi addetti ai lavori. Da questo anno di pandemia abbiamo imparato quanto anche il più piccolo gesto possa portare effetti dall’altra parte del mondo. Se volgiamo in positivo questo pensiero, un battito di cuore di due coniugi nel nostro paese, può cambiare il destino di un bambino cinese, africano, cileno. Perché questo avvenga tanti sono i fattori che si mettono in moto. Dalla diplomazia, alla politica, dal lavoro di tante associazioni che accompagnano il cammino delle famiglie, alle coppie che fanno questa scelta per la vita e si lasciano guidare anche nel loro percorso che è di trasformazione. Più cooperazione di così….  

    Il futuro delle adozioni sarà digitale?

    Non per tutto sarà possibile, ma certamente la tecnologia che abbiamo ora a disposizione ci porterà a fare nuove considerazioni che potrebbero permettere ad esempio di semplificare numerosi passaggi.

    Se ti dico "L'Adozione è una cosa meravigliosa"...  a cosa pensi?

    Ai tanti bambini che ho visto arrivare e fiorire e che con i loro sorrisi, anche oggi a distanza di anni, continuano ad essere nel mio cuore.

     

    Page 1 of 5

    Please publish modules in offcanvas position.

    We use cookies

    Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.