Autorevoli Editorialisti

    Autorevoli Editorialisti (59)

    Presadiretta, RAI3, lunedì 1° marzo 2021: “Le strade dell’odio”.  

    Questa rubrica sulla TV è dedicata al Sociale. Per questo non troverete recensioni sui programmi ma analisi mirate su trasmissioni che trattano tematiche sociali.

    Parliamo di Sociale e cosa è più sociale dei social? Lo dice la parola stessa… e invece no. Quello che dovrebbe essere sociale in senso positivo spesso si trasforma nel suo opposto mostrando il lato asociale o antisociale.

    Chi va sui social a volte lo fa per socializzare, perché sui social si socializza più facilmente grazie alla rassicurante difesa della distanza, della possibilità di tirarsi indietro in qualsiasi momento, dell’anonimato, della possibilità di creare falsi profili e di nascondersi dietro identità fittizie restando chiusi nel bozzolo costituito dalla propria stanza, dove nessuno può vederci, sapere come siamo fatti, smascherare la pochezza della nostra realtà. Ed è così che dalla rete spuntano gli haters, gli “odiatori”.

    L’identità virtuale fornita all’hater dal profilo social funziona come uno dei giganteschi Uforobot degli anime giapponesi (chi era piccolo negli anni ’80 ricorderà Mazinga e Goldrake).

    Una volta davanti al computer, chiunque, indipendentemente dal proprio aspetto fisico e dalla propria biografia, può trasformarsi nel pilota di un gigantesco super – robot e sferrare colpi micidiali a destra e a manca.

    Solo che negli episodi dei cartoni giapponesi il robot si dedicava saltuariamente alla distruzione di città e villaggi, ma la sua occupazione principale erano i combattimenti con altri uforobot altrettanto giganteschi.      

    L’odiatore invece usa il corpo metallico virtuale che lo circonda per sferrare micidiali mazzate alle persone più indifese, prive di esoscheletro.  

    Lunedì primo marzo è andata in onda su RAI3 una nuova puntata  di Presadiretta, dedicata proprio al tema dell’odio in rete.

    Guardandola ho provato sgomento, incredulità, frustrazione, ribellione ma alla fine su tutto ha prevalso una grande tristezza.

    Mi ero occupato in passato, per programmi come “Vita in diretta” e “Unomattina”, di cyberbullismo. Le storie di crudeltà verso i gay, le persone sovrappeso, i diversamente abili, chiunque venga percepito come diverso avvengono senza soluzione di continuità ormai da anni. Storie come quella del “ragazzo con i pantaloni rosa”, finita con il suicidio come tante altre simili, seguono un copione ormai noto e diffuso.   

    Nella puntata di Presadiretta si è parlato di un fenomeno recente: l’odio al tempo del Covid. La pandemia, la frustrazione dovuta al lockdown e alle varie forme di chiusura mirata e alla conseguente perdita della libertà, fanno sì che le energie negative si incanalino non più verso tutti i “diversi” (che restano comunque sempre categorie a rischio che gli odiatori non perdono mai di vista) ma in particolare verso gli operatori sanitari che combattono in prima linea contro la pandemia.

    Un esempio? Claudia Alivernini, l’infermiera dell’Ospedale Spallanzani che ha ricevuto per prima il vaccino contro il Covid il 27 dicembre scorso. L’infermiera ha approfittato della visibilità dell’evento per invitare gli italiani a vaccinarsi.

    Questo legittimo e giusto invito l’ha trasformata in bersaglio degli hater.

    I siti che hanno diffuso il suo messaggio hanno ricevuto migliaia e migliaia di insulti e commenti denigratori.

    L’inchiesta di PresaDiretta ha rivelato che questi messaggi sono in realtà il risultato di un sistema organizzato che passa attraverso gruppi facebook.

    Non ci troviamo più di fronte a dei singoli con disturbi della personalità aggravati da una enorme dose di ignoranza, ma davanti a una vera e propria centrale da cui partono i cosiddetti “shitstorm” (letteralmente tempeste di m…), campagne di odio ben orchestrate.

    Ce n’è abbastanza per allarmarsi. Ma è solo la punta dell’iceberg.  

    Perché l’inchiesta di Presadiretta, fatta nell’unico modo in cui si possono fare inchieste come queste – infiltrandosi – ha messo in luce una realtà sorprendente e inaspettata.

    I giornalisti del team di Iacona si sono infiltrati nell’oscuro mondo dei negazionisti del Covid, parallelo all’universo No Vax e hanno scoperto dei legami inquietanti.

    Le centrali da cui sono partiti gli attacchi degli haters che negano l’esistenza della pandemia e che oltre a essere no vax sono no mask, sono le stesse da cui sono partiti tanti attacchi di stampo antisemita. Ma che legame ci può essere tra Covid e antisemitismo? Evidentemente tutti i negazionismi hanno una matrice comune.

    Chi nega l’evidenza e la verità  storica, cioè gli spaventosi eventi che hanno portato allo sterminio di sei milioni di ebrei, nega anche quello che oggi è sotto gli occhi di tutti: l’esistenza di una pandemia difficilissima da controllare e da combattere che in un solo ano ha già fatto milioni di morti in tutto il mondo.

    A loro volta i negazionisti della Shoah non si limitano a negare l’innegabile: tempestano di messaggi ingiuriosi e violenti persone colpevoli solo di essere ebree.   

    Nella puntata di Presadiretta ne ha parlato una testimone d’eccezione: Liliana Segre, Senatore a vita, una delle ultime testimoni dell’Olocausto. Gli haters l’hanno insultata nei modi più abbietti augurandole la morte.  La Segre ne ha parlato con Riccardo Iacona: «Quando uno arriva a 90 anni e come me adora la vita una cosa che mi dispiace moltissimo è se perdo mezz’ora se una cosa non avviene al momento giusto. Mezz’ora della mia vita a 90 anni: è importantissima! Non avete idea di quante cose si possano fare in quella mezz’ora. E questi sconosciuti odiatori hanno questi minuti da perdere per augurare a me la morte? Io c’ho già 90 anni, mica posso vivere poi così tanto».

    Un altro destinatario dello shitstorm è Emanuele Fiano, deputato, il cui padre Nedo era sopravvissuto all’inferno di Auschwitz.

    A mano a mano che l’inchiesta va avanti, appare evidente che la complessa vicenda del negazionismo, dell’odio in rete, degli attacchi virtuali al personale sanitario che combatte in prima linea il Covid e dell’antisemitismo in rete ha un fil rouge: il coinvolgimento di movimenti neonazisti. Accanto agli anacronistici seguaci di Hitler, ci sono anche i suprematisti bianchi e i seguaci del movimento estremista Qanon.

    La faccenda si fa sempre più complicata e insieme inquietante. Raccontarla in un articolo è impossibile. Non sarebbe neanche corretto farlo. Per questo vi invito a guardare la puntata di Presadiretta su Raiplay. Sarà come ricevere un pugno nello stomaco. Un pugno necessario.

    “Le strade dell’odio” è un’inchiesta di Teresa Paoli, Silvia Bacci, Paola Vecchia, Luigi Mastropaolo, Pablo Castellani, Andrea Vignali.

    Oggi ricordiamo il sacrificio delle donne che hanno lottato per i diritti di tutte, per la parità, per le prossime generazioni di bambine e ragazze, affinché si trovino un pezzo di strada percorsa, un pezzo di muro abbattuto. Ma tra le tante vorrei ringraziare e ricordare le donne che hanno lottato e lottano per i diritti delle persone con disabilità. Penso su tutte a Mirella Antonione Casale, la madre della legge 517/77, che ha lottato e vinto affinché sua figlia e tutti gli studenti venissero inclusi nelle classi di tutti gli studenti, abolendo le cosiddette “classi speciali”. Poi c’è Paola Fantato che prima di tutte ha dimostrato che i disabili potevano gareggiare e vincere nelle gare dei cosiddetti “normodotati”, nonostante tutto, come direbbe ancora qualcuno. Penso poi a Valentina Perniciaro, mamma di Sirio, che racconta il mondo attraverso gli occhi di suo figlio con un’ironia tagliente sulla disabilità e i pregiudizi che la circondano, senza però nascondere i momenti difficili, la difficoltà, la stanchezza, la rabbia per risposte e gli aiuti che non arrivano. Ma tutte hanno dimostrato e dimostrano come sia possibile un approccio normale alla disabilità.

    Poi ci siamo noi, donne con disabilità, che ci siamo ritrovate a vivere immerse nei pregiudizi che ci vogliono incapaci di essere studentesse, lavoratrici, femminili, mogli e madri, rinchiudendoci in uno stereotipo di eterne bambine angeliche, innocenti e indifese creature asessuate. Invece no, anche noi ci siamo e lottiamo per i nostri diritti, rivendichiamo il diritto ad una vita piena al pieno accesso al mondo del lavoro, nel pieno rispetto del nostro modo di essere. Certo, abbiamo bisogno di strumenti: poter effettuare le visite ginecologiche e di screening in luoghi senza barriere e con lettini elettrici che si alzano e si abbassano con il telecomando, per esempio, o all’istituzione di un codice di esenzione specifico in caso di gravidanza che non sia quello della gravidanza a rischio, se non serve, ma faccia scattare automaticamente una serie di servizi e supporti a domicilio per la gestione della gravidanza ad esempio se si necessita di fisioterapia e del post partum come l’assistenza ostetrica.

    Costruire una società in cui anche le donne con disabilità possano entrare a far parte a pieno diritto della pluralità della società, senza che nessuno si fermi all’apparenza è la sfida che ci attende per il futuro, care sorelle. E allora toccherà a noi rimboccarci le maniche per stimolare il dibattito e proporre risposte e strumenti alla nuova Ministra delle Politiche per la disabilità. Ancora una volta la sfida è sulle nostre spalle, ancora una volta dobbiamo essere il motore del cambiamento. E noi siamo pronte, come sempre, a fare la nostra parte.

    La Tratta è una grave violazione dei diritti umani ed è un crimine su cui lucrano i trafficanti di esseri umani che realizzano lauti guadagni dalla vendita di donne, uomini, ragazze e ragazzi.

    La Tratta rappresenta ancora oggi, purtroppo, un fenomeno diffuso in tutto il mondo. Sono oltre 40 milioni le vittime. Tra queste, il 72% sono donne, mentre il 23% sono minori. Fra le principali finalità della tratta vi sono lo sfruttamento sessuale (quasi 60%) e il lavoro forzato (34%). In questi ultimi anni il fenomeno della tratta è cambiato anche in Italia, specialmente per quanto riguarda la prostituzione coatta. Sono diminuite le donne nigeriane - i cui sbarchi sono calati drasticamente, ma il cui sfruttamento è diventato ancora più brutale in Libia - e sono aumentate le donne di altre nazionalità. Lo sfruttamento sessuale, inoltre, a causa della pandemia da Covid-19 si è ulteriormente spostato dalla strada all’indoor e online, rendendo le vittime ancora più invisibili e vulnerabili. In Italia, si stima che siano tra le 75.000 e le 120.000 le vittime, di cui il 37% ha un’età compresa tra i 13 e i 17 anni.

    Siamo impegnati da anni su questo fronte sensibilizzando la popolazione a tutti i livelli sulle conseguenze gravi di questo fenomeno. Nel 2017, in particolare contro la tratta destinata allo sfruttamento sessuale, ha rilanciato questa sua azione collaborando e aderendo formalmente alla Campagna dell’Associazione Papa Giovanni XXIII “Questo è il mio corpo” contro la prostituzione, impegno che sta portando avanti su tutto il territorio nazionale, organizzando eventi e coinvolgendo personalità del mondo politico e istituzionale per una più efficace azione di contrasto, anche attraverso il contributo diretto alla realizzazione del Piano nazionale Anti tratta.

    Per quanto riguarda lo sfruttamento lavorativo, in molte occasioni, la Cisl ha formulato diverse proposte per potenziare l’opera di prevenzione e contrasto, suggerendo tra le altre cose: la riapertura di canali di ingresso regolari programmati in Italia per motivi di lavoro nonché prevedere corridoi umanitari per i richiedenti asilo al fine di arginare alla radice il traffico, lo sfruttamento, la violenza e la tratta degli esseri umani; l’estensione degli effetti della legge sul caporalato in agricoltura anche ad altri comparti come il settore del lavoro di cura, domestico e nel terziario; il monitoraggio degli effetti della L.132/2019 sulle vittime di tratta, l’applicazione dell’art. 18 del T.U. sull’immigrazione; il ripristino degli sgravi contributivi per l’assunzione di vittime di violenza di genere e l’estensione anche a quelle di tratta, nella consapevolezza che le vittime, solo attraverso un percorso di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro, possono raggiungere quella autonomia necessaria a renderle libere.

    Insieme all’edilizia, alla pesca e al lavoro domestico e di cura, il settore dove è più diffuso il fenomeno è rappresentato dall’agricoltura, dove molti sono gli uomini, ma dove tantissime sono anche le donne, italiane e straniere, che vivono sulla propria pelle ciò che si rivela essere spesso un “doppio sfruttamento”, lavorativo e sessuale. Parlare di numeri e statistiche in questo caso diventa molto difficile se non addirittura impossibile. Intanto la Cisl, visto e considerato che lo scoglio più grande per la legalità resta in ogni caso la scarsa denuncia da parte delle vittime, ha pensato bene di adoperarsi da qualche anno, attraverso la creazione di un numero verde gratuito, nell’ambito della Campagna della Fai Cisl “SOS Caporalato”, per favorire e raccogliere le richieste di aiuto.

    Liliana Ocmin (Responsabile Coordinamento Nazionale Donne)

    Platone aveva pensato di affidare il governo ai filosofi: in questa repubblica non c’era spazio per i poeti, astratti cantori privi di virtù che, con un termine moderno, potremmo definire civiche.

    Varie sono state le città ideali: da Campanella a Tommaso Moro ai falansteri ottocenteschi.

    Ogni volta che si tenta di dare un ordinamento totalizzante alla società uscendo fuori dalla teoria si arriva a dei disastri: le società direttamente affiliate ad un pensiero filosofico, religioso o ideologico sono stati sempre dei fallimenti.  Si va dalla cupa atmosfera della Firenze Savonaroliana all’orrore della Cambogia dei Khmer, dove anche i matrimoni erano affidati alle scelte del partito e dove il crimine, basato sulla necessità di sradicare il vecchio mondo, ha dominato sovrano.

    Magari se oggi avessimo il filosofo Agamben a capo del governo rifiuteremmo la scienza e i vaccini: molto meglio politici che, pur tra mille contraddizioni, sono costretti ad ascoltare scienziati e virologi.

    Passiamo ai poeti di cui parla Arminio: io non credo affatto che essi possano essere dei legislatori speciali, che abbiano un’intelligenza politica e sociale superiore a quella degli altri uomini. Facciamo qualche esempio contemporaneo: D’Annunzio credeva al superomismo che ha favorito con la sua azione un regime totalitario che Mussolini ha saputo poi costruire. L’antisemitismo di Ezra Pound era più vicino alla filosofia nazista che a quella fascista: alla grandezza del poeta corrispondeva la sua assoluta follia politica che rintracciava negli ebrei la causa di ogni male del mondo e identificava la parola “ebreo” con quella di “usuraio”.

    A sinistra Pablo Neruda e Nazim Hikmet furono stalinisti così come i surrealisti francesi guardavano con simpatia, da un punto di vista stalinista o trotskista, l’Unione Sovietica delle purghe e dei campi di concentramento. Bertolt Brecht combatté tenacemente contro il nazismo, ma scelse di andare ad abitare nella Berlino comunista dove lo spionaggio poliziesco raggiunse il culmine.

    Non c’è necessità di mettere un poeta nel governo, ma di avere governanti consapevoli, preparati e nello stesso tempo eticamente affidabili.

    In una società come la nostra dove la poesia ha assunto un ruolo assolutamente marginale, dove il più piccolo dei cantautori ha una visibilità assolutamente superiore a quella del più grande poeta, i poeti servono ad altro. Alle parole effimere che scorrono negli schermi televisivi e sui social, la poesia contrappone lo scandaglio che tenta di comprendere le ragioni del nostro essere e del nostro percepire.

    I grandi temi archetipici come l’amore, la morte, il tempo, la contemplazione della natura sono tematiche fondamentali della poesia anche se quest’ultima può benissimo affrontare problematiche sociali e storiche. La poesia è il luogo della parola che permane, che interroga, che si deposita nel nostro io più profondo: essa assume un valore antropologico più che sociologico.

    Non si tratta di mettere un poeta nel governo ma di fare in modo che le nostre librerie non siano riempite solo di gialli, horror e fantasy: che una rubrica culturale del Tg1 dell’una e trenta domenicale, “Billy”, si accorga che esiste anche la poesia. Il mondo può andare avanti anche senza la poesia, ma senza la poesia è molto più povero. La poesia trascende le figure dei poeti spesso narcisisti, egotici, inconcludenti e confusi: ma quando leggiamo i loro testi andiamo ben oltre la loro piccola autobiografia e ci misuriamo con le domande e le questioni del nostro essere nel mondo.

    di Umberto Piersanti

    Nelle 5 fasce delle linee guida del Piano Recovery è necessario  lavorare trasversalmente per impostare politiche attive di gender mainstreaming per  gestire la fase della ripresa non solo attraverso il piano straordinario di investimenti ma anche mediante opportune scelte di regolazione del lavoro e dell’impresa. La necessità di transitare da forme indifferenziate di protezione delle produzioni a meccanismi selettivi in favore di quelle che hanno i fondamentali idonei a consentirne la sopravvivenza e la crescita è indispensabile per l’occupazione femminile contrastando le sirene dei sostenitori dell’assistenzialismo senza limiti. https://servedby.publy.net/lg.php?bannerid=0&campaignid=0&zoneid=24007&loc=https%3A%2F%2Fformiche.net%2F2021%2F02%2Flavoro-imprese-e-welfare-sfide-draghi-sacconi%2F&referer=https%3A%2F%2Fwww.google.com%2F&cb=4019386380Sviluppando   anche progetti di economia circolare e sussidiaria in un sistema integrativo dei servizi.

    L’obiettivo  anche se in un secondo tempo è la riforma degli ammortizzatori sociali, che la complessità della realtà si è sempre incaricata di mettere in discussione, ma  subito  bisogna far funzionare l’accompagnamento al lavoro di disoccupati/e  e inoccupati/e attraverso i servizi di riqualificazione professionale liberamente scelti dal beneficiario/a e remunerati a risultato. Così come la auspicabile volontà di rinnovamento dei metodi e contenuti pedagogici dell’istruzione pubblica necessaria per superare ogni valutazione da parte di molti docenti che usano il principio della libertà educativa per coprire l’autoreferenzialità corporativa.E soprattutto per riordinare gli orientamenti degli studi STEM sia per i giovani e per le giovani donne che comportano anche un aggiornamento degli stessi docenti.

    Il nodo della produttività  è indispensabile per sbloccare  un vecchio modello contrattuale che si esaurisce nella dimensione nazionale per definizione egualitaria e indipendente dai parametri misurabili solo in azienda e, al più, nei diversi territori. La visione coraggiosamente sussidiaria del vecchio contratto dei metalmeccanici, in sede di rinnovo, si è dovuta arrendere al ritorno dell’aumento centralizzato per assenza di un contesto ad essa favorevole là dove la riproposizione di una incentivazione fiscale semplice e automatica per tutti gli incrementi salariali decisi dagli accordi di prossimità può sostenere il lavoro femminile. Così come l’estensione dei fondi bilaterali per colmare il deficit di congedi parentali usando la bilateralità come sussidiarietà tra lavoratrici e lavoratori posto che la questione congedi non è solo di genere femminile ma anche maschile.

    Necessario intervenire con politiche di sostegno alla disabilità sia nel lavoro che nella vita consapevoli che le donne con disabilità sono invisibili perché le  rare politiche di genere non influenzano la loro condizione e le politiche sulla disabilità non tengono conto del genere; non sono mai considerate in relazione alla femminilità , alla maternità , alla genitorialità ,  detengono il più alto tasso di non impiego e sono più spesso escluse dai sistemi educativi; sono normalmente dissuase dall’avere figli; a loro il più alto tasso di violenze ed abusi subiti.

    Sul versante previdenziale  esaurita “quota 100”,   si deve introdurre una flessibilità strutturale del sistema previdenziale per evitare lo “scalone” e corrispondere al ricambio generazionale che la crisi pandemica e la digitalizzazione hanno evidenziato. Servono   norme semplici e generalizzate   come accade in Europa soprattutto per le lavoratrici per recuperare il deficit contributivo mancato dalle pause del lavoro dovute alle pause per la cura dei  figli e degli anziani.

    Alessandra Servidori

    Finalmente, dopo mesi passati con ristoranti e bar chiusi, sono potuta uscire a pranzo con le mie amiche. Fin qui tutto bene, se non fosse che ovunque vada sorgono sempre problemi per via della carrozzina. Le barriere architettoniche sono le mie peggiori nemiche. Il fatto è che, volente o nolente, la gente ha un concetto sbagliato di barriera architettonica, una scala o dei gradini non vengono considerati come tali perché tanto la risposta a tutto è sollevare la carrozzina. Tornando a quel famoso sabato pomeriggio, bisogna fare un passo indietro di qualche giorno, quando giovedì ci venne la brillante idea di andare a mangiare sushi. Per comodità pensammo ad un luogo vicino a casa mia, in centro, e che non costasse troppo. Trovato il ristorante “perfetto “, una volta arrivate lì scoprimmo che era chiuso. Così, sedute sui gradini della mia vecchia scuola elementare ci mettemmo subito alla ricerca di un altro ristorante giapponese aperto: una vera e propria caccia al tesoro. Erano tutti o chiusi o pieni, ma, grazie ad un grandissimo colpo di fortuna, riuscimmo a trovarne uno che facesse al caso nostro. Per essere sicure chiamammo, ovviamente una delle prime cose da dire è la presenza della carrozzina. Subito iniziai a spiegare la situazione, specificando che la carrozzina non può superare gradini oltre i 2 cm e che il tavolo doveva avere abbastanza spazio per fare manovra. Dall’ altra parte della cornetta il ragazzo sembrò sbigottito, come se gli avessi chiesto di risolvere un’equazione di secondo grado a mente.
     
    “Quindi avete barriere architettoniche?” chiesi, presagendo già la lunga conversazione che avrei dovuto avere per fare capire la situazione.
    “No, però siamo in quattro uomini e la tiriamo su in un attimo “.
    “Avete barriere o no?” domandai nuovamente 
    “No...si...però, cioè... ehm... voglio dire, siamo forti la tiriamo su noi…”.
    “Non metto in dubbio le sue doti di body builder, ma si tratta di circa duecento Kg. Quanto sarebbe altro il gradino?”.
    Dopo dieci minuti al telefono, in cui mi fu ribadito più e più volte che ce l’avrebbero fatta a tirare su la carrozzina, scoprii che il gradino era alto ben 8 cm e che non erano in possesso di una rampa -che, tra l’altro, è pure obbligatoria-.
    Per quanto questo banale episodio possa sembrare un caso isolato, non lo è:
    in centro a Milano solo il 13% dei negozianti possiede una rampa, per non parlare dei mezzi pubblici che, come in altre città italiane, non sono neanche lontanamente accessibili.
    Molto spesso, proprio per questo motivo, ci si ritrova ad attendere fuori dal negozio di fianco al cartello che reca il disegno di un cane con la scritta “io aspetto fuori “, che tanto è un po’ quello che devo fare anche io.
     

    La notizia che Kauan Basile, un bambino brasiliano di otto anni è il più giovane giocatore di calcio a firmare un contratto di sponsorizzazione, per la Nike, battendo il record di Lionel Messi che lo ha firmato a quindici anni e dei suoi connazionali Neymar e Rodrygo che lo hanno firmato a 13 e ad 11 anni e, nel tempo, sono diventati dei grandi campioni, oltre a sottolineare “l’effetto scia” del gioco del calcetto - soprattutto sudamericano - che fa germogliare, a più riprese, “campioncini”, sin dall’infanzia, alla conquista di trofei, mi stimola a fare alcune riflessioni che si muovono nell’ottica di attirare l’attenzione di genitori, educatori, operatori della comunicazione, sui problemi che ne deriveranno. Bypassando, naturalmente, l’evidente clamorosa visibilità che certe notizie accendono intorno ai loro giovanissimi protagonisti.

    È decisamente pericoloso trasformare il piacere e l’esperienza psicofisica del giocare a pallone che sperimenta un bambino di otto anni, in un contratto di sponsorizzazione che lo metterà di fronte alla faticosa impresa di soddisfare le aspettative di genitori, parenti, tecnici e sponsor. Si tratterà per lui, così come è già accaduto per tanti giovanissimi soggetti capaci di eccellere, in modo straordinario, soprattutto nel campo della musica, dello spettacolo, del cinema, della scrittura, della poesia, della pittura e, ancora, dell’ecologia, della matematica, delle scienze, di misurarsi con la necessità e, perfino, con l’obbligo di collezionare un successo dietro l’altro. Per non deludere quegli adulti che hanno puntato sulle sue qualità, col desiderio di essere “risarciti” sia degli investimenti, emotivi e sociali, fatti in quanto parenti, sia di quelli economici , fatti in quanto sponsor.

    Misurarsi, poi, con una popolarità improvvisa e consistente - così com’è avvenuto a tanti “piccoli fenomeni”- e che, però, può trasformarsi in un declino dell’attenzione, dopo il consenso all’improvviso ottenuto - quasi una magia! - saltando i graduali passaggi che ne dovrebbero mediare e garantire, nel tempo, la conferma e la durata, può causare, nei minori, la rinuncia alla loro infanzia, preadolescenza, adolescenza, per diventare “star” o “campioni”, adultizzati dall’altrui bisogno di visibilità, successo, ricchezza. E provocare un tale stress, da favorire disturbi del sonno e dell’alimentazione, crisi nervose ed emotive, esplosioni di aggressività rivolta contro gli altri ma, anche e soprattutto, contro se stessi. Simili ferite dell’autostima, pertanto, andrebbero evitate. Personalmente, ho denunciato e denuncio da anni, l’importanza di coltivare, da una parte, in modo sistematico, attento, in famiglia, a casa e nel sociale, le predisposizioni, le capacità, le specialità che possono costituire, nei minori talentuosi e non, una solida base su cui costruire il loro futuro e, dall’altra, quella di far rispettare pienamente, come da Convenzione Onu, i diritti dei minori ad esprimersi senza che questo ostacoli o inibisca in loro la libertà di crescere. E, pertanto, nel pieno rispetto dei loro tempi di crescita e delle loro esigenze affettive ed intellettive.

    Prof.ssa Maria Rita Parsi
    (Psicoterapeuta e Presidente Fondazione Movimento Bambino)

    La chiamano immigrazione clandestina ma è traffico di esseri umani perlopiù donne e i loro figli.E in Europa si fa ancora troppo poco a 20 anni –inverno 2000 a Palermo, l’Italia ha ospitato la conferenza delle Nazioni Unite in cui è stata presentata la Convenzione contro la criminalità organizzata e dunque la tratta di esseri umani : “La prostituzione e altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o il servizio forzato, l’accattonaggio e la schiavitù,  l’espianto di organi, e nuove forme sconosciute di sfruttamento in aumento.” Gli ultimi dati diffusi dall’Unione Europea relativi all’anno 2017 – 2018 parlano di oltre 26.268 vittime. La stragrande maggioranza di esse nel nostro continente sono ancora donne e ragazze (72%), dove lo sfruttamento sessuale è lo scopo primario del loro traffico (60%).  In questi due anni, i paesi con il maggior numero di vittime registrate sono stati il Regno Unito, la Francia, l’Italia, i Paesi Bassi e la Germania. Tre quarti dei trafficanti sono cittadini uomini dell’Unione Europea, che operano principalmente nel loro paese di cittadinanza e i  dati forniti mostrano che generalmente la metà delle vittime della tratta di esseri umani sono cittadini europei, sfruttati principalmente all’interno del loro paese d’origine. Tra le cittadinanze europee, le persone più sfruttate provengono dalla Romania, seguono poi Regno Unito, Ungheria, Francia e Polonia. Allo stesso tempo, anche i cittadini non europei, soprattutto donne provenienti dalla  Nigeriani, l’Albania, il Vietnam, la Cina e il Sudan vengono trafficate e portate all’interno dei confini dell’Unione Europea. L’adescamento delle donne avviene per la maggior parte dei casi da parenti o persone molto vicine alle vittime, partner o uomini che con la promessa di una vita migliore adescano giovani donne nelle zone più povere dell’Est Europa, portandole poi ha farle prostituire sul nostro territorio nazionale. Da oltre 30 anni l’Italia rappresenta poi la destinazione europea e punto di arrivo nel continente della tratta e dello sfruttamento sessuale sopratutto delle donne nigeriane. Arrivando in un nuovo paese, le donne non sono consapevoli di quale tipo di aiuto legale possono cercare, mentre altre hanno paura di chiedere aiuto a causa delle conseguenze e ripercussioni delle  maledizioni pseudo religiose di riti pagani su di loro e sulla loro famiglia. Con la pandemia, le attività di sensibilizzazione in strada svolte dalle ong per aiutare le vittime della tratta di esseri umani sono fortemente diminuite, lasciando ancora più casi da sostenere .

    La crisi sanitaria e il confinamento hanno fatto si che lo sfruttamento sessuale online  sia aumentato drasticamente; i predatori  hanno sfruttato la vulnerabilità dei e delle più giovani adescandoli su piattaforme online. Secondo la Commissione Europea la domanda di materiale pedopornografico sarebbe aumentata fino al 30% in alcuni stati membri dell’Unione.  In un recente rapporto , Europol l’Agenzia europea di polizia ha registrato un aumento dei reati informatici e dello sfruttamento sessuale dei bambini. L’Europol, inoltre afferma che, il 30% degli autori del reato che sono in possesso di materiale pedopornografico e attivi negli scambi online  sono inoltre coinvolti direttamente nelle azioni di coercizione ed estorsione. La legge emanata ventanni fa, non si pronuncia su realtà e fenomeni non ancora esistenti o ampiamente discussi all’epoca. Il traffico sessuale delle persone ltgb è comunemente trascurato e raramente segnalato dai governi locali e nazionali. Anche la maternità surrogata  è interpretata come una forma di sfruttamento e traffico di esseri umani. Secondo l’Ilo, la commercializzazione della maternità surrogata legale ha già dato vita a  una nuova forma di sfruttamento.La madre vende il suo ventre  e il bambino viene visto come una merce  consegnata al compratore dal genitore del bambino. Si può parlare di sfruttamento e vulnerabilità dei bambini, ma al contempo, dello sfruttamento della debolezza e situazione economica di alcune donne, costrette a espatriare nei paesi europei per intraprendere processi di fecondazione in vitro in cambio di un’ingente somma di denaro. Il rapporto della Commissione Europea inoltre menziona che il numero effettivo di vittime è probabilmente molto più alto di quello registrato, soprattutto perché al momento, rimane molto complicato identificare le vittime come tali, e riconoscere i nuovi fenomeni emersi. La promozione della cooperazione giudiziaria tra i paesi dovrebbe essere una priorità per combattere la criminalità transnazionale. Il parlamento e la Commissione Europea deve affrontare con più forza la sfida di questo orribile delitto inclusa l’accoglienza certa e la domanda di beni e servizi  da fornire alle vittime. Lo svantaggio degli immigrati (uomini e sopratutto donne) nel mercato del lavoro dei paesi riceventi è enorme.

    Sono svantaggiate a causa del loro livello di qualificazione: questo vale in particolare per le migranti provenienti da Africa, Asia e America Latina, dove i tassi di istruzione sono in generale relativamente bassi. In secondo luogo, il loro capitale umano e  i titoli di studio stranieri, ad esempio, non vengono riconosciuti dai datori di lavoro e la distanza linguistica spesso impedisce di usare le proprie competenze nel paese di destinazione. Oltre alla lingua e ai titoli di studio, altre risorse occupazionalmente rilevanti sono localizzate e possono perdere di valore con lo spostamento territoriale: la maggior parte dei migranti dispone di informazioni limitate sul funzionamento del mercato del lavoro nei paesi di destinazione, e dunque essi faticano a trovare un lavoro adeguato alle proprie competenze e aspettative . Le  migranti di norma sono privi di sostegno familiare, e quindi devono trovare lavoro per potersi mantenere e per poter mandare denaro a casa. Rispetto ai lavoratori e lavoratrici nativi, sono quindi più propensi a inserirsi negli strati inferiori del mercato del lavoro, dove c’è una costante richiesta di lavoro ma con condizioni lavorative e retributive relativamente basse e scarse possibilità di crescita professionale. Questo è particolarmente vero in paesi come l’Italia, dove i migranti hanno difficoltà ad accedere ai benefici del welfare state.  in Italia coesistono una regolazione del mercato del lavoro relativamente rigida sul piano formale, e una sostanziale tolleranza per l’economia illegale, dove il mercato del lavoro è regolato in modo informale ed estremamente flessibile, creando occupazione dequalificata, poco pagata e pericolosa soprattutto per le donne. Negli ultimi anni si è sviluppata un’ampia letteratura internazionale che ha analizzato le cosiddette “catena di cura globali”, intese come una forma di esternalizzazione delle risorse di cura dai paesi più poveri a favore delle famiglie dei paesi più ricchi che possono permetterselo . Per esempio, molte donne dell’Europa dell’Est,ma ultimamente anche dei paesi orientali, anche se molto scolarizzate, lasciano mariti, figli e genitori anziani per emigrare in Italia e svolgere lavori poco qualificati come, appunto, quelli legati all’assistenza degli anziani. Il Governo Italiano e Draghi  ha promesso di occuparsi della situazione femminile: bene ci siamo e ci saremo per noi e altre che già sono nel nostro Paese e che hanno bisogno di solidarietà e azioni concrete. 

    Alessandra servidori 
    Presidente Nazionale di TutteperItalia

    Quando ormai 28 anni fa ho iniziato a occuparmi di turismo accessibile, non si sapeva nemmeno come chiamarlo. Negli anni si è passati attraverso tante definizioni, Turismo per Disabili, Turismo Handicap, Turismo per tutti, ecc… fino ad oggi dove, ormai la maggior parte delle persone lo riconosce come Turismo Accessibile.

    Ovviamente la cultura, il periodo storico e le sensibilità personali hanno influito nella ricerca di sinonimi di “turismo accessibile”.

    L’evoluzione del linguaggio impone una evoluzione dei paradigmi associati, ma anche l’esperienza che abbiamo maturato in questi 13 anni di attività con Village for all, che ci ha portato ad offrire una nuova definizione.

    Parliamo di Ospitalità Accessibile e vi spiego il perché.

    Il settore turistico ha come primo mandato l’Ospitalità; l’attenzione alle esigenze dell’Ospite è uno degli standard internazionali più discussi, e valutato come elemento di qualità, anche se questa attenzione non ha mai avuto una declinazione verso l’accessibilità ed inclusione.

    Volendo sviluppare ad una definizione aggiornata che nasca dal mondo dell’Hospitality, Ospitalità Accessibile ci sembra l’evoluzione naturale e molto più vicina al DNA turistico, soprattutto perché ci permette di dare attenzione alle esigenze delle persone e non alle loro disabilità.

    Ospitalità Accessibile significa mettersi in relazione con l’Ospite (cliente della struttura ricettiva) e con le sue esigenze, creando un rapporto intimo e personale in una reciprocità di relazione. Questa, secondo me, è la grammatica dell’Ospitalità Accessibile.

    Turismo Accessibile

    In questi anni il turismo accessibile è sempre più spesso interpretato come il rispetto delle leggi sull’abbattimento delle barriere architettoniche ma le norme, complesse e di difficile interpretazione, non sono in grado di garantire la soddisfazione delle esigenze specifiche di ogni persona e delle diverse tipologie di disabilità, durante le proprie vacanze.

    Non è la disabilità a definire le persone e le loro esigenze e non possono esserlo le norme edilizie; quelle garantiscono un livello minimo prestazionale della struttura ricettiva, ma non la qualità dell’offerta turistica.

    Vogliamo fare un esempio?

    Un bagno “a norma” non è garanzia che ogni persona con qualsiasi tipologia di disabilità si trovi a proprio agio, senza considerare il carico di “estetica ospedaliera” a cui è spesso associata l’installazione di servizi “per disabili”: la rende non attraente sia dal punto di vista del design che dalla vera e propria funzionalità per tutti. Provate poi a immaginare quale sarà la reazione di un turista “non disabile” quando si vede assegnare una camera con queste caratteristiche. Lo sanno bene gli imprenditori che spesso devono riconoscere uno sconto, o servizi aggiuntivi, per compensare un ospite che si sente trattato “da disabile”.

    Accessibile Vs Ospitale

    Va da sé che c’è differenza tra essere Accessibili e essere Ospitali. Prendendo queste due parole singolarmente hanno ciascuna un proprio significato, ma se noi associamo all’Ospitalità anche l’Accessibilità abbiamo prima di tutto l’espressione di una qualità superiore di accoglienza.

    Ospitalità Accessibile significa innalzare lo standard qualitativo dell’Ospitalità alla sua massima espressione perche è “per Tutti”.

    Conosciamo tutti luoghi “accessibili a norma” dove la capacità di accogliere ed essere ospitali è completamente assente; quei luoghi dove non torneresti nemmeno per bere un caffè!

    Per contro, ci sono posti che, magari non sono molto accessibili ma la cordialità e l’attenzione che abbiamo ricevuto, insieme alla capacità di comprendere le specifiche esigenze, fanno superare ogni barriera.

    Le persone disabili che fanno turismo, sono turisti! Per questo è necessario un cambio di paradigma nel mondo del turismo.

    Quali sono gli strumenti necessari per offrire una Ospitalità Accessibile

    Per prima cosa, possiamo dire che non avremo mai tutte le risposte a qualsiasi domanda, ma è importante avere le conoscenze e competenze necessarie per poter affrontare le esigenze del nostro Ospite; prima di tutto essere disponibili a fare le migliorie necessarie e possibili, acquisendo la capacità di interagire con il nostro Ospite per accogliere e cogliere, eventuali esigenze. Un’altra cosa importante è quella di saperlo informare correttamente e oggettivamente di ciò che possiamo offrire, così da essere sicuri di rendere le persone protagoniste delle loro vacanza. 

    Le persone disabili che fanno turismo sono turisti perché 

    • rappresentano un mercato di 127 milioni di persone, 
    • non vanno mai in vacanza da sole, 
    • vanno in vacanza più volte all’anno, 
    • fanno più di una vacanza all’anno di oltre 10 giorni 
    • hanno una capacità di spesa giornaliera, oltre il pernottamento, di 120 € procapite.

    Per accogliere questi Ospiti, questi turisti, bisogna quindi saper offrire una qualità che non sia il solo rispetto delle leggi sulle barriere architettoniche.

    Per saperne di più puoi approfondire a questi link:

    Hotel per disabili oppure Hotel per tutti? – link https://bit.ly/HperT_V4A

    Formazione e Linee Guida per il Turismo Accessibile - http://bit.ly/Formazione_TA 

    Era il 19 Febbraio 1986 quando Elio Cirimbelli e Serena Dalla Pozza presentavano in conferenza stampa la nascita della Associazione Separati Divorziati ASDI anche a Bolzano.

    L'ASDI  si era costituita già a Roma qualche anno prima ,I fondatori furono ,Daniele Ferlito  Avvocato, Edoardo Giusti Psicologo e Psicoterapeuta e Cochi Ponzoni ed un gruppo di amici.
    Prima di costituire l'Asdi a Bolzano, Cirimbelli , dopo la sua separazione risalente al 1979 si era occupato sempre con Serena Dalla Pozza della triste piaga dell'alcolismo al CRA ,Centro Recupero Alcolisti fondato da Cesare Guerreschi.
    Va detto però che già nel 1985 avevano aperto a Bolzano in un ufficietto in Piazza Erbe, un Centro di ascolto che chiamarono Studio 3C che significava conoscere , conoscersi, comunicare.
     
    Già allora si erano accorti di quanto le persone erano sole.
    Si formavano gruppi di persone , molto eterogenee  come età, cultura e di sesso diverso che si riunivano parlando del loro vissuto ma soprattutto della loro " solitudine ".
    Erano persone prevalentemente storir cite magari da " brutte " separazioni e che faticavano ad accettere ed a elaborare il " lutto " di un distacco .chi si rivolgeva a noi era alla ricerca di un partner e rischiavamo di essere scambiati per una sorta di Agenzia matrimoniale.
    Cosa che non volevamo assolutamente.
     
    Fu proprio in quegli anni che mi venne tra le mani un libro di Edoardo Giusti " L'arte di separarsi "
    dove l'autore raccontava la nascita dell'ASDI a Roma.
    Lo andai a trovare ed in quella occasione conobbi Daniele Ferlito e Chochi Ponzoni che conoscevo solo attraverso le sue apparizioni in Tv ed in teatro con Cochi e Renato  me ne ritornai a Bolzano e con la loro autorizzazione l'anno dopo costituimmo una Sede Asdi anche nella nostra città. 
    Iniziammo con una Psicologa , Serena dalla Pozza che è ancora con noi, alcune Assistenti Sociali che ci davano una mano , facendo come noi tutti puro volontariato, un paio di Avvocati , tra i quali David Biasetti che collabora ancora con noi, un Sacerdote e naturalmente il sottoscritto .
    Allora avevo frequentato un corso di Caunseling.
     
    Senza l'aiuto prezioso di Serena, Helga, Francesca , Giorgio che insieme a me fornirono proprie garanzie in banca per avere un affidamento di 50 milioni delle vecchie lire aprimmo la prima Sede ed iniziammo concretamente ad operare per qualche pomeriggio la settimana . Per noi come avevo già detto era puro volontariato, noi tutti avevamo il nostro lavoro.
    La svolta avvenne dopo un paio di anni quando bussai alla porta del compianto Assessore Otto Saurer .....
    Le dissi .....Caro Assessore cosa farebbe lei se un giorno aprendo la corrispondenza  trovasse una lettera di un Avvocato che le preannuncia la volontà di sua moglie di volersi separare...molte volte le separazioni iniziano così....
    Il primo contributo allora fu di circa 12 milioni.
    Iniziammo così a lavorare assumendo anche due Assistenti Sociali.
    Ho sempre ritenuto che la prima forma di aiuto sia l'ascolto .
    Ancora oggi è così. 
     
    É fondamentale ascoltare, accompagnare le persone  nell'affrontare percorsi dolorosi come può essere una separazione , molte volte non voluta ma solo " accettata ".
    L'equipe dell'Asdi cresceva, di numero ma soprattutto di professionalità.  Corsi di formazione, Master,  corsi di specializzazione  e di Mediazione Familiare.
    In un libricino che stampammo dopo 10 anni , Saurer scrisse : " A l'Asdi va riconosciuto il merito di essere stato il primo Servizio specializzato sul territorio provinciale e noi aggiungiamo nazionale ad occuparsi in modo professionale della sofferenza di cui rimane vittima un nucleo famigliare quando giunge al termine del suo percorso comune".
    Siamo stati sempre i precursori, gli apripista nel prevedere e nell'occuparsi delle conseguenze , del prima del durante e del dopo separazioni.
    Prima casa accoglienza per genitori/papà separati, 
    Gruppi di auto mutuo aiuto  
     
    Progetti pilota :
    Patchwork Family
    Famiglie miste , multi culturali 
    Famiglie in difficoltà quando c'è una malattia in famiglia.
    Nel 1997 diventiamo anche Centro di Mediazione Familiare.
    Grazie a noi nel 2001 la Giunta Provinciale delibera che la Mediazione Familiare sia riconosciuta come Servizio Sociale.
    Questa è la mia battaglia affinché il percorso di Mediazione Familiare entri nel nostro Ordinamento Giuridico nelle separazioni altamente conflittuali.
    Non obbligatoria ma incoraggiata. 
    Con la ex Ministra Bonetti ne stavamo parlando oltre ad altre cose ma purtroppo non è più al Governo.
    Vedremo di ricominciare con chi sarà il o la nuova Ministra. 
    Ora l'Asdi in base alle normative che regolamentano il terzo settore  ,  ha cambiato il proprio Statuto ed è diventata " Centro di Mediazione Familiare A.S.DI  " ODV.
    È e rimane comunque una Associazione di volontariato ,no Profit che si avvale di personale volontario ma anche di personale altamente qualificato ed al passo con i tempi.
    Assistenti Sociali, Mediatori Familiari, psicologhe e psicoterapeute,  Conduttori di Gruppi di parola per figli di genitori separati ed avvocati matrimonalisti.
    Non semplice condensare in una pagina di giornale 35 anni di cammino.
    Ho tralasciato di raccontare le battutine e battutacce che mi sono personalmente toccate.
    Non ho raccontato delle mie battaglie per sensibilizzare la Chiesa cattolica ad accogliere i divorziati risposati come una madre che accoglie e non come una madre che punisce .
    Incontri a Roma con il Papa e con alcuni Cardinali .
     
    Non immaginate la mia gioia quando si concluse il Sinodo per la famiglia con il documento di Papa Francesco che permette alle " nuove coppie " alle nuove famiglie di accedere ai Sacramenti dopo un cammino penitenziale. il prossimo anno lascerò il timone, ma sono sicuro che l'Asdi andrà avanti sempre con l'entusiasmo che in questi anni ho saputo trasmettere alle mie collaboratrici e collaboratori ma anche alle tantissime tirocinanti che abbiamo avuto.
    E che " la ragione del sapere non superi mai la ragione del cuore".
    Sono altresì sicuro che la Provincia, l'agenzia per la famiglia , il Comune di Bolzano,  Ufficio Famiglia Donne e Gioventù  la ASSB e l'ASL continueranno a dimostrarci la loro fiducia e il loro sostegno.
     

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