Autorevoli Editorialisti

    Autorevoli Editorialisti (60)

    11 Febbraio 2021 - 05:00

    Maria Rita Parsi: Violenza e Covid-19

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    Vorrei lanciare un serio allarme. Non possiamo restare indifferenti di fronte alla “strage di bambini” e ai femminicidi che, oggi, accompagnano, parallelamente, la “strage degli anziani” messa in atto dal nemico, si spera arrestabile, del virus Covid-19. Dobbiamo agire contro questa terrificante ignominia cercando un vaccino, civile e preventivo che, finalmente e decisamente, la arrestino. È di pochi giorni fa la notizia di un bambino di due anni massacrato a botte dal compagno ghanese della madre che, finalmente, lo ha denunciato e che ora è ricoverata, in stato di shock. Da tempo quella donna subiva minacce e percosse ma, come molte altre, non lo aveva denunciato.

    Perché? Certamente perché aveva paura; certamente perché non si fidava di poter essere difesa e tutelata; certamente perché non è, in alcun modo, “a misura” la diffusione delle informazioni in merito alle garanzie sociali, legali, sanitarie alle quali possono ricorrere le donne e i minori che si trovano in drammatiche difficoltà, a motivo di vessazioni fisiche e psicologiche, minacce, abusi, percosse, ricatti. E, ancora, perché è “soprattutto” affidato a realtà di volontariato un impegno che dovrebbe essere totalmente istituzionale, totalmente garantito ovunque e, con immediatezza di fronte alle denunce, reso attivo. Inoltre, va sottolineato come, assai spesso, i campanelli d’allarme e le richieste di aiuto non vengano accolte o cadano nel vuoto di rimandi che, nel tempo, sono fatali per le vittime. Così l’anziana Rosina Alessandro, che temeva per se stessa ed è stata uccisa. Così i genitori di Brenno che, magari, facevano confidenze ai vicini sul disagio che provavano di fronte al figlio, ora depresso ora alterato, senza però ricorrere ad un serio, terapeutico sostegno professionale oltre che alla vigilanza di autorità che avrebbero potuto intervenire prima di dover ricercare i loro corpi nell’acqua di un fiume. Certamente le responsabilità, presunte o vere, del loro figlio Benno, in merito a questo che si profila essere un parenticidio, dovranno essere dimostrate. Ma, al contempo, una morte tragica come quella che, per ora, ha fatto ritrovare soltanto il corpo della madre di Benno nell’Adige, in attesa che, dragando ancora, si riesca a far rinvenire anche quello del padre, ci segnalano il profondo scollamento e le carenze della rete sanitaria, sociale, culturale, legislativa che, perfino, in ambiti sociali così ristretti, circonda le famiglie.

    E, ancora, ricordando il caso del povero Willy che i fratelli Bianchi hanno pestato a morte perché aveva tentato di difendere un amico dalle loro percosse, va rilevata l’indifferenza e la violenza con cui quel crimine è stato consumato. Notare, poi, che i famigliari hanno, perfino, detto si trattava di un immigrato. Quasi questo trasformasse l’omicidio in un crimine minore! Un crimine, peraltro, virtualmente preceduto dalle immagini dei due fratelli palestrati e nutriti a forza di tatuaggi ed anabolizzanti. Un crimine, infine, come quelli che si consumano, con sempre maggiore frequenza, alimentati, proprio ed anche, dal lockdown . Ovvero quel Covid-19 che, smascherando i disagi profondi, con la prigionia familiare e sociale che impone agli individui e alle comunità, ne ha rivelato le autentiche piaghe quotidianamente inferte ai più fragili e ai più esposti: le donne, i bambini, i giovani, gli anziani.

     

    Prof.ssa Maria Rita Parsi

    Una realtà sommersa di cui si parla poco, anche perché, secondo qualcuno, potrebbe turbare la coscienza. 

    Personalmente penso che a turbare, o meglio a sconvolgere, la coscienza dovrebbe piuttosto essere l’esistenza di una realtà così devastante come la tratta. 

    Un crimine orrendo che riguarda un numero impressionante di persone - per la maggioranza donne-  di cui circa il 30% , ovvero 46 milioni secondo una stima approssimata per difetto, costituito da bambini e bambine dai 2 ai 10 anni, reclutati anche loro in modo violento o con l’inganno, che diventano vittime di sfruttamento sessuale (panorami terrificanti), lavorativo (oltre 200 milioni di minori di cui 73 milioni sotto i 10 anni, che lavorano in condizioni disumane, con un’alta percentuale di morti all’anno), vittime di morte violenta per espianto di organi, di matrimoni forzati e precoci, di addestramento militare. 

    Provengono prevalentemente da Nazioni dell’Africa, dell’America Centrale, ma anche dell’Est europeo, specialmente dalla Romania. Paesi tutti segnati da condizioni economiche molto precarie, da instabilità politica, da situazioni di guerra, mentre le connivenze si registrano in quasi tutti i Paesi cosiddetti sviluppati, compresa la nostra Italia, che pure ha buone leggi, che, applicate, danno risultati limitati, ma pur sempre incoraggianti. 

    Non è un fenomeno da confondere con l’immigrazione, ma sono evidenti le connessioni. 

    Le politiche migratorie restrittive lasciano ampio spazio a chi offre servizi illegali in cambio di denaro. Di molto denaro, che alla fine è procurato con l’assoggettamento a vincoli e a trattamenti lesivi della stessa dignità e l’avviamento  alla vendita del proprio corpo, e comunque ad attività degradanti, ma molto remunerative per gli sfruttatori. Del resto, la semplice condizione di clandestinità, di minori non accompagnati, comporta l’esclusione, la marginalizzazione, facilita il divenire preda di gente senza scrupoli.

    Dietro a questa realtà ci sono organizzazioni criminali “storiche” (mafia, ’ndrangheta, camorra, sacra corona unita) che, duramente colpite da successi della lotta condotta dalle Istituzioni, si sono ristrutturate, costituendo veri “cartelli” transnazionali, in una florida economia parallela che, ispirandosi ai meccanismi di mercato, ne costituiscono l’altra faccia sul piano dell’illegalità.

    Il traffico di persone è una ferita profonda, che incide non solo nel corpo e nella psiche delle vittime, a volte in modo indelebile, ma che tocca tutti noi, colpisce persone, esseri umani come noi,  per di più indifesi come i piccoli, ingannati. E’ una vergogna che prospera avvolta dall’ignoranza o dall’indifferenza dei più e diminuisce in certo modo la nostra umanità.

    Per rimuovere le principali cause remote del fenomeno occorre spendersi per una cultura nuova, davvero di fraternità, di cura, e ripensare tutta l’economia, che non può continuare a sancire o approfondire disuguaglianze, a mantenere luoghi, come i paradisi fiscali, che favoriscono le organizzazioni criminali. Occorre conoscere e diffondere l’economia civile, di comunione, il microcredito, e d’altra parte, anche sapere che alcuni nostri stili di vita e scelte di acquisto di prodotti possono renderci complici inconsapevoli. Dietro un “risparmio” sui costi, ad esempio, anche nella consegna di un pranzo, c’è quasi sempre un lavoro sottopagato.

    L’8 febbraio si ricorda la giovane sudanese che, rapita all’età di nove anni, visse sulla sua pelle le sofferenze della riduzione in schiavitù,  santa Bakhita. Furono i suoi rapitori a chiamarla così con perverso spirito umoristico, perchè Bakita vuol dire Fortunata. La bimba, per l’atroce trauma subìto, aveva dimenticato perfino il suo nome! Portò nel suo corpo 144 cicatrici di profonde ferite che le avevano inflitto dopo averla resa schiava. Il suo “acquisto”, da parte di un console d’Italia prima e poi da un’altra famiglia, segnò per lei l’inizio di una vita diversa. Incontrò rispetto, gentilezza, comprese che la dignità è parte integrante della persona umana e questo le diede pace, gioia e segnò l’inizio di una nuova vita.

    Ed è divenuto,l’8 febbraio, la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro questo odioso crimine. Organizzata da Talitakum, la Rete della vita consacrata contro la tratta, coinvolge un numero crescente di Associazioni, Movimenti, gruppi di persone impegnate in prima linea con coraggio e determinazione nella lotta contro questo fenomeno e nell’aiuto concreto alle vittime. E’, il loro, un lavoro delicato, che li fa entrare nelle vite di giovanissime donne e adolescenti, nelle 

    loro paure, emozioni, speranze, cocenti delusioni, nelle loro storie che troppo spesso non hanno un lieto fine  anche se non mancano episodi che si concludono con pieno successo. Non potrò dimenticare mai l’udienza privata con papa Francesco di tre anni fa.  Eravamo 110 (di cui oltre 30 giovani donne e uomini vittime di tratta, ora al sicuro in strutture protette), impegnati a vari livelli e rappresentanti anche di tanti che nel mondo lottano contro questo crimine, vera  “piaga nella carne di Cristo”, come il papa la definì in quella occasione. La sua denuncia nitida, implacabile, articolata attraverso risposte date a braccio ad alcune domande dei giovani presenti, ne tracciò un quadro nitido, drammatico. Forte la sottolineatura della vergogna della domanda, senza la quale non può esserci offerta, una vergogna bruciante per i paesi occidentali, ricchi, dove sono i clienti dei vari “servizi” in cui la tratta si articola, offerti su internet, sulla strada o attraverso reti perverse.  

    In quella occasione citò anche storie da lui conosciute di persona, come quella di un giovane eritreo che dopo 3 anni di calvario è arrivato in Italia o quella della giovane donna nigeriana, laureata, ingannata da una signora cristiana. Sono l’ignoranza, la povertàe la corruzione che permettono ai trafficanti di agire impunemente. E dà indicazioni precise: “occorre creare opportunità per lo sviluppo umano integrale. Potenziare l’educazione. Essa infonde coraggio a chi ha conosciuto questo male, spinge a denunciare i traffici, consente di dare messaggi ad altri, vittime di ignoranza, povertà, venduti talvolta dai propri familiari o da falsi amici”.

    “Educazione e lavoro”, è una ricetta antica, “già sperimentata da don Bosco a fine 800”.  

    Un impegno che Francesco prende a nome anche di tutta la Chiesa.

    Alla fine siamo usciti tutti con un’iniezione di speranza, di coraggio. Con la voglia di combattere, di rischiare, di aprire percorsi nuovi, per ridurre e magari eliminare questa dolorosissima piaga, con l’impegno a creare spazi sempre più ampi per sensibilizzare il maggior numero di persone e per lavorare concretamente insieme.

     

    Per chi volesse saperne di più, anche circa gli eventi programmati, segnalo il sito:  www.preghieracontrotratta.org 
    Rimando anche al mio articolo “Sono bambini, non schiavi” pubblicato in Città Nuova online ( 6 febbraio 2017)

    Lo struzzo piace molto a Pietro. Perché è agile, curioso, originale. Ma, soprattutto, come mi  dice lui: “Lo struzzo ti costringe a vedere le cose da un altro punto di vista”. 

    Infatti, se si ruota il disegno, lo struzzo è sempre lì, capace di stare in piedi, e di sorridere,  forse ancora di più. Ecco: lo struzzo di Pietro. Sorride perché trova altri punti di vista da cui guardare il mondo, perché porta con sé in questa esperienza tutti, dagli uccelli al sole con i suoi simpatici occhiali neri. E gli uccelli impareranno a nuotare, come i pesci, e il sole a sorgere non solo dal basso, ma anche  dall’alto, come si dice in uno dei canti di speranza più belli del Vangelo (cfr. Lc 1, 78). 

    In un momento e in un mondo in cui facciamo fatica anche solo ad ascoltare gli altri (vale per tutti, dalla politica alle associazioni più impegnate, dalle famiglie alle relazioni di comunità…), lo sguardo di Pietro insiste: è bello il contrario perché completa noi stessi,  è intelligente vedere a gambe in su perché  forse le stelle non sembreranno così lontane,  è come ossigeno respirare aria nuova e diversa con cui altri vivono e sperano…  Quanto è strano, invece, bloccarsi, irrigidirsi, pensare che gli altri debbano essere giudica ti solo in base alla nostra altezza e non avere la voglia di spostarsi di un millimetro, in su o in giù, a destra o a sinistra.  

    Grazie, Pietro… da tanti punti di vista! 

     

    A cura di Don Marco Mori

    08 Febbraio 2021 - 05:00

    Maria Rita Parsi su Covid e RSA

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    Le violenze e i maltrattamenti per i quali sono stati arrestati altri 3 operatori sociosanitari della casa di riposo di Varazze, hanno fatto salire a sei il numero dei soggetti maltrattanti in quella struttura. E hanno, ulteriormente, evidenziato in quale tipo di violenze possono incappare gli anziani, già vittime prioritarie del Covid-19. Poiché il virus fa soprattutto “strage di anziani” i quali, insieme ai medici, agli infermieri, agli operatori sociosanitari ed amministrativi degli ospedali e a coloro che sono preposti , in vario modo, all’assistenza di malati e anziani, saranno e sono i primi ad essere vaccinati. E se, in apparenza, questo può sembrare e, si spera, lo sia, un vantaggio, posto a salvaguardia della loro salute e di quella della collettività, in verità, rappresenta, al contempo, l’esperienza dell’essere “cavie”. Cavie di un vaccino la cui efficacia ed i cui effetti secondari preoccupano. Soprattutto perché tanti sono i tentativi di metterne in dubbio l’immediata, risolutiva risposta. Il fatto, poi, che l’alternativa sia, proprio e soprattutto per gli anziani, quella di poter essere contagiati, con il rischio di soccombere, ben poca libertà di scelta rimane a chi , tra loro, ha paura di morire in un modo, anche tragicamente evidenziato dalle documentazioni filmiche della sofferenza che impone.

    Riflettere su questi aspetti diventa, dunque, un imperativo categorico da porre a servizio di coloro che, dovendo assistere gli anziani, si sentono costretti e coinvolti ad accettare, per continuare a lavorare, cure - quali, appunto, il vaccino - imposte dalla fragilità psicofisica dei loro assistiti. Questa potrebbe essere una delle ragioni, se non la principale che spinge alcuni di questi operatori ad un “burn out”che li rende indifferenti, brutali, violenti. Al punto di mettere in atto tentati omicidi e, perfino, omicidi. E che, di fatto, e’ sostenuto dall’angoscia di morte, madre di tutte le angosce umane da cui possono essere catturati, ancor più degli altri, proprio coloro che vivono a stretto contatto con chi sta affrontando la parte finale della propria vita. Un’angoscia di morte che adotta la difesa del “Se io morirò, morirete tutti!” e che vede negli anziani dei pericolosi “nemici” o i rappresentanti di un declino che, soprattutto se causato dal Covid-19, si manifesta in forma così frequente,estrema e dolorosa da canalizzare, assai spesso, la rabbia e le paure di persone molto più giovani fino ad orientarne e determinarne le esplosive manifestazioni. A danno degli anziani e, non solo! Gli anziani, poi, diventano vittime due volte dell’estrema fragilità a cui il Covid li espone, allontanando dal tramonto della loro vita ,anche i bambini che ne sono l’alba. E, ancora, limitando conforto,abbracci, strette di mano, baci che, invece, assai spesso, si trasformano in forme di rifiuto, repulsioni, condanna, proprio in quei in soggetti psicologicamente fragili che, pure, li assistono. A costoro, in primis e, naturalmente, ai tanti che, eroicamente, resistono e si sacrificano, va, poi, fornita, senza aspettare l’iter di burocratiche decisioni, un’assistenza psicologica quotidiana, Per evitare che “il Covid-20 del contagio emotivo” produca, in alcuni di loro, una tale repulsa del poter essere “appestati” e morire, da farli armare del potere distruttivo di tormentare, maltrattare e, perfino, infliggere la morte a chi è, più drammaticamente di loro, esposto a poterla subire.

    Prof.ssa Maria Rita Parsi

    La legge di bilancio n. 178/2020 ,già in Gazzetta Ufficiale,  per il triennio 2021/2023  illude ancora una volta i cargivers , coloro che assistono  a casa un familiare disabile. Sono tanti ,da una ipotetica indagine in difetto, almeno 500mila .E’ dal 2017 che la legge n.205  riconosce la figura giuridica del caregiver familiare e istituisce un Fondo, che in tre anni arriva a 70 milioni di euro, per sostenere direttamente il valore sociale ed economico del lavoro di cura che svolgono, e che se non svolgessero ricadrebbe sullo Stato con costi ben più alti. In mancanza, però, di una legge che stabilisca formalmente chi sono i caregivers familiari, quei soldi non sono mai stati attribuiti. Congelati.

    Il secondo premier Conte ha tenuto per sè la delega per le disabilità, togliendola al Ministero del Lavoro ma ha attribuito al ministro per la Famiglia, Elena Bonetti, quella per spendere i soldi del Fondo. Ma assieme alla collega del Lavoro, Nunzia Catalfo, hanno compiuto alcuni errori gravi: hanno individuato come destinatari di quei fondi i caregivers familiari di persone con “disabilità gravissime”, fattispecie discriminatoria e giuridicamente inesistente; hanno limitato il sostegno economico ai soli caregivers “di coloro che non hanno avuto accesso alle strutture residenziali a causa delle disposizioni normative emergenziali” oltre che di una non meglio precisata misura di “ricongiungimento”; hanno consegnato alla Conferenza Stato Regioni il Fondo  “68,314662 milioni”  ripartito tra le regioni affinché lo destinino probabilmente alle cooperative, non direttamente ai caregivers o comunque ancora peggio per la formazione(?) e dunque agli enti decotti. 

    Dunque è lampante :  non si rispetta la legge del 2017,si sono sottratti 1,685339 milioni di euro che mancano all’appello e ora con la legge ultima di bilancio si rimette  presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, un altro(?)fondo, con una dotazione di 30 milioni di euro per ciascuno degli anni 2021, 2022 e 2023. Aspettando sempre i decreti attuativi che non si sa quando arriveranno. Ancora.Con il comma  365 art 1 viene previsto a favore delle madri disoccupate o mono-reddito facenti parte di nuclei familiari monoparentali con figli a carico aventi una disabilità riconosciuta in misura non inferiore al 60% un contributo mensile nella misura massima di 500 euro netti, per ciascuno degli anni 2021, 2022 e 2023. Però i 500 euro al mese è la “misura massima” su cui verranno poi indicate le modalità di graduazione di quell’importo, e il testo non prevede espressamente nessun limite di reddito. Non si riferisce nemmeno all’ISEE, cosi’ come non precisa se vi siano incompatibilità con altre misure assistenziali (ad esempio il reddito di cittadinanza che dovrebbe già raggiungere questa platea). Ma i limiti ci saranno: è autorizzato un fondo di 5 milioni come la cifra massima destinata a questi interventi: finiti i soldi non si erogano più contributi e chi primo arriva si prende un po’. Altro problema è il limite al 60% di invalidità. I minori, salvo casi particolari, non vengono percentualizzati, come pure non vengono percentualizzati i ciechi e i sordi e quindi quella soglia,  non è individuabile. E poi l’equiparazione fra una evidente “disoccupazione” e di un vago “monoreddito” è ridicola : non tutti sono poveri  i monoreddito . E poi ancora, alle madri sì e ai padri no? Un vulnus costituzionale  e discriminante evidente.

     

    Pietro V. Barbieri presidente Gruppo Studi Disabilità e vicepresidente Diversity Europe Cese, già Portavoce nazionale Forum Terzo Settore, già Coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con Disabilita 

     

    Non si può dire che l’Italia sottovaluti il tema dell’inclusione sociale delle persone con disabilita. Il nostro Paese, infatti, si è dotato di importanti normative per incentivarne l’inserimento lavorativo. Si comincia nel 1968 con la legge 482, approdando nel 99 con la legge 68. In mezzo e dopo, molti altri dispositivi sono stati adottati, segno certo che vi sia un’attenzione istituzionale, politica e sociale attorno al tema. L’Italia è tra i pochi paesi europei che per superare lo stigma dell’improduttività, e della conseguente discriminazione, si è dotato di aliquote d’obbligo in aziende pubbliche e private sopra i 15 dipendenti. L’Italia è inoltre tra i pochi Paesi che hanno adottato strumenti di mediazione tra la domanda e l’offerta adeguati al bisogno di persone con disabilità e del loro inserimento lavorativo produttivo, in una logica win win che quindi soddisfi il lavoratore e il datore di lavoro.

    Certo, alcune misure hanno cercato di depotenziare la portata delle norme principali. È altrettanto vero che quei dispositivi devono essere applicati dalle regioni, ognuna delle quali ha addirittura cambiato lo stesso nome del servizio di integrazione lavorativa, un indizio di estrema disomogeneità nell’attuazione della norma.

    Lo stigma dell’improduttività poi non è mai completamente scomparso. L’impatto della pandemia avrà un effetto temiamo disastroso una volta superato il divieto del licenziamento. Ne abbiamo ampiamente scritto in un articolo https://welforum.it/lavoratori-con-disabilita-unespulsione-annunciata/?highlight=barbieri.

    C’è una novità: nei giorni scorsi è stato depositato l’atto Relazione al Parlamento sull’attuazione della legge 68/99. È ormai difficile discutere della tempestività della Relazione, nonché del mantenimento degli obblighi in materia. L’ultimo anno analizzato è il 2018. Siamo nel 2021. È utile invece concentrarsi sul merito.

    La relazione è di cinque pagine. Sui social media, quando un post parla di per sé e viene riproposto, l’autore ultimo spesso usa un concetto: “post muto” ed anche “sipario”. Ecco, varrebbe la pena di utilizzare questa terminologia piuttosto che esprimere commenti. C’è da aggiungere solo una questione: come mai siamo passati da 30 40 pagina a cinque? Cosa è accaduto per mostrare un interesse così scarso nella raccolta e nella spiegazione dei dati sull’inserimento lavorativo delle persone con disabilità? Ciò che accaduto non poteva accadere in passato, dato che c’era una spinta da parte delle organizzazioni sociali di rappresentanza delle persone con disabilità e della famiglia, del mondo sindacale e persino di quell’aziendale, nonostante quest’ultimo sia quello più refrattario agli obblighi derivanti dalle norme.

    Le cinque pagine ci offrono molte occasioni di riflessione e sia per ciò che li è contenuto ma soprattutto per ciò che non c’è.

    1. Il primo dato che incontriamo è quello della crescita del numero di iscritti alle liste di collocamento. Si parla essenzialmente delle persone disoccupate. In 12 anni si è passati da 700.000 a quasi 1 milione. Il trend non si è quasi mai abbassato. Non c’è il dato relativo agli inoccupati, ovvero coloro che non cercano neanche più il lavoro.

    1. I disoccupati con disabilità sono in grandissima parte nelle regioni del sud, presumibilmente per un mercato del lavoro anemico e per la mancanza di servizi adeguati di inserimento lavorativo. L’uso del condizionale è d’obbligo dato che non c’è un raffronto con il dato dell’inserimento lavorativo ordinario delle persone non disabili, tantomeno un quadro quali quantitativo sui servizi pubblici di inserimento.

    1. Nonostante tutto, gli inserimenti lavorativi aumentano. Il dato più basso è quello del 2013, anno che si può considerare conclusivo della crisi economica 2008-10, i cui effetti in Italia si sono visti con 2 anni di ritardo. Sono stati circa 21 mila e nel 2018 si arriva a circa 46.000. Aumentano essenzialmente nel Nord, anche se il dato riportato è assai generico. La contraddizione tra l’aumento dei disoccupati e l’aumento degli inserimenti non trova alcuna analisi nella relazione. È difficile anche da supporre senza un quadro di dati più completo.

    1. È interessante il dato di divaricazione tra gli avviamenti al lavoro operato dalle strutture pubbliche, e le assunzioni effettive di persone con disabilita. Nel 2018 ultimo anno di analisi della relazione, e ci sono quasi 20.000 lavoratori assunti che non sono stati avviati in base alla filiera di servizi previsti dalla legge 68/99. Anche qui non c’è nessuna analisi in merito. La divaricazione parte nel 2013. Le questioni riportate fanno risalire le motivazioni addotte dalla Relazione a 2016. Ciò che si può dire di certo è che il mercato del lavoro si è mosso a prescindere dalla capacità di azione dei servizi lavorativi pubblici.

    1. C’è un dato interessante. Per la prima volta nella storia c’è un numero che riguarda gli occupati con disabilità. Grazie alla legge 6 agosto 2008 n. 133 è stato introdotto il prospetto informativo disabili che le aziende sono costrette a dichiarare. Si tratta di circa 360.000 persone. Al contempo non è indicato se il dato si riferisca a una platea di datori di lavoro sufficientemente credibile oppure se ci sono state delle defaillance nella raccolta. Non è una questione di lana caprina: se così stanno le cose, ci attesteremmo con un tasso di disoccupazione pari al 73%. Un tasso di disoccupazione tra i più alti dell’Unione Europea non ostante aliquota d’obbligo e servizi per l’impiego tra i più avanzati.

    Una Relazione al Parlamento lacunosa e con tanti debiti informativi. Nei fatti una denuncia della difficoltà anche solo di ragionare di autentica inclusione sociale delle persone con disabilita. È un dato che si riflette anche nei progetti del Recovery e Resilience Fund. Proprio da questo dobbiamo ripartire per ritornare a dotarsi di orizzonte di senso, l’inclusione possibile. Ricordiamo che l’Unione Europea approverà i progetti degli Stati su tre indicatori principali: innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale e inclusività. 

     

    Articolo di Gustavo Ghidini,
    Professore emerito dell’Università degli Studi di Milano
     

    «Colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare»: Niccolò Machiavelli ci dà una delle sue lezioni di realismo valida anche oggi. Il termine fake news è nuovo, ma il fenomeno è storico:  dai Protocolli dei Savi di Sion, dall’incendio del  Parlamdnto tedesco (Reichstag) ad opera dei comunisti, alla nascita africana di Obama… È uno storico strumento di sviamento delle opinioni, che ha presa sul pubblico con tanto maggior successo quanto più i «messaggi» parlino alla «pancia», alle paure, alle superstizioni, all’odio. Hitler,  che di manipolazione delle masse si intendeva, disse che quanto più una bugia è grande, tanto più verrà creduta.

    Il fenomeno è ingigantito, oggi, dalla comunicazione via Internet e dai social network che da un lato concentrano in poche «mani giganti»--- le grandi ‘piattaforme’ del web-- il controllo (raccolta e diffusione)  di informazioni e dati, dall’altro convertono in «oro pubblicitario» i dati personali (e i derivati profili), ceduti dagli utenti che abboccano all’amo dell’accesso «gratis« alle varie app. Un sistema mediatico che, per lo stesso fine, accoglie e fa circolare una gran mole di opinioni lanciate in rete da una massa anonima, e spessissimo prive di base razionale quanto ricche di sbracate  suggestioni: e proprio per questo di enorme presa :  e resa (pubblicitaria). Il tutto facilitato da quel modo sempre più sintetico, apodittico, facile, superficiale, tipico  della ‘comunicazione digitale’.

    Le fake news sono inestirpabili, molto probabilmente, in assoluto: vuoi perché più penetranti nella credulità della moltitudine, vuoi perché strumento «necessario» anche di attività  istituzionali, come il controspionaggio. Vuoi infine anche perché già oggetto di un mercato: si vendono e comprano pacchetti di  fakes! 

    Ma si potrebbe ridurle, e fortemente, all’insegna di alcuni principi di etica pubblica, con iniziative istituzionali, e con l’ausilio di mezzi tecnici: che ci sono, e vanno quindi attivati da subito. Anzi, con ancora maggiore urgenza, a fronte della sinistra «evoluzione» che ha portato all’ulteriore insidia dei deepfake: l’uso dell’Intelligenza artificiale per consentire la riproduzione dell’impronta vocale, con sostituzione della voce, e l’appropriazione dell’immagine fisica per simulare e attribuire falsamente opinioni e informazioni a personaggi in grado di influenzare l’opinione pubblica. 

    È successo con Obama, è successo con Nancy Pelosi, la presidente dei Democratici alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. Succederà, e probabilmente è già successo, con altri.

    La Cina, e questa notizia potrà forse sorprendere qualcuno, ha recentemente istituito il reato» di pubblicazione e diffusione di fake news, e in particolare di deepfake, in quanto elementi che possono turbare la vita sociale, l’economia, la sicurezza nazionale. Un provvedimento sacrosanto, pur se fosse parte di un disegno di controllo dell’informazione. 

    Istituzione di nuovi reati a parte, si dovrebbe seguire il virtuoso esempio della Finlandia, che dal 2014, dopo aver subito una massiccia invasione di fakes da parte russa (così si sospetta), ha avviato un programma di educazione alla vigilanza e alla «scoperta» di fakes nella scuola media . 

    In questa linea di «caccia alle fakes», che può utilmente avvalersi della tecnologia blockchain, si muovono lodevoli iniziative private, come quelle di gruppi ad hoc di giornalisti e osservatori della politica: in Italia, per esempio, Agi Fact-Checking e Pagella Politica, e in Usa FactCheck.org e PolitiFact.com. O iniziative universitarie, come quelle di Bologna, che dall’anno accademico 2020-2021 offrirà, per tutte le facoltà, corsi di critical thinking, sul modello di precedenti iniziative nordamericane. E ricordiamo anche i seminari dedicati della Luiss, della  Statale di Milano e della Bocconi. 

    Si potrebbe inoltre pensare (ma ci sono i mezzi?) all’attivazione, anche da parte delle autorità di «garanzie delle comunicazioni» ( come la nostra Agcom), e/o della polizia postale, di servizi di fact-checking idonei a combattere i nuovi, tecnologici «abusi della credulità popolare» che la rete irradia per influenzare gli allocchi. 

    Inoltre, le piattaforme ben potrebbero adottare algoritmi che consentano di far immediatamente seguire a una notizia o a un’opinione di contenuto X una di contenuto opposto o comunque diverso. Algoritmi «socratici» (e Socrates si chiama un motore di ricerca inglese che li ha adottati), che, per esempio, mettano in rete, subito dopo un’irresponsabile opinione «no vax» (che sopravvive, assurdamente, anche in tempi di coronavirus)   la contraria posizione dell’Istituto superiore di sanità e dell’Oms: senza aspettare che la prima venga validata (sic!) da migliaia di farneticanti like che relegano la seconda ai margini dell’attenzione.

    Un tipo di intervento, questo, di facile adozione: che nel caso sia eluso o eseguito «al risparmio» dalle piattaforme (che, non dimentichiamolo mai, guadagnano in primis dalla quantità dei messaggi circolanti) potrebbe venire imposto dalla legge. 

    Non basta. Altre misure ancora possono essere messe in campo, in sinergia con quelle appena evocate. Ne proponiamo due, in sequenza logica e funzionale.

    La prima (un corollario dell’etica della responsabilità) è l’effettiva identificazione personale di chi posta in rete, a qualsiasi titolo. Chi scrive l’aveva già proposto sul «Corriere della Sera – Economia» del 27 dicembre 2019. In Italia, un uomo politico e un paio di giornalisti hanno rilanciato l’idea: speriamo attecchisca e diventi norma. Del resto, lo ricordate? Sino a qualche anno fa, se si voleva mandare messaggi da un Internet cafè, si doveva esibire la carta d’identità (prassi improvvidamente  abolita). Perché trattare diversamente l’emissione di messaggi «da casa nostra»? Il nostro pc non può essere il porto franco per mandare in rete, Urbi et Orbi, ogni genere di fandonie, insulti e istigazioni, protetti da anonimato o falsi nomi. Che differenza di regole può essere giustificata, rispetto al regime della stampa, sempre soggetta, come è giusto, a responsabilità ben identificate?

    Sul piano pratico, si potrebbe chiedere la cooperazione della polizia postale, che ha ovviamente  accesso ai registri di stato civile. Sarebbe così possibile la verifica dell’identità di ciascun utente che «posta»: verifica che diverrebbe la condizione di «entrata» per lanciare messaggi in rete. E pazienza--- non si può fare l’impossibile-- se esperti hacker riuscissero ad aggirare il dovere di identificazione: almeno si scoraggerebbe una grande massa di autori di ‘post’ demenziali e/o violenti. 

    La seconda misura (un corollario del dovere di non dire il falso) è quella di chiedere alle piattaforme (e non solo al «garante pubblico») di attivarsi per verificare quanto affermato. È il già ricordato fact-checking. 

    Rispetto all’adozione di questo, o un altro, tipo di misure, c’è chi propone, in prima battuta, di lasciare aperta la porta a soluzioni di autodisciplina, basate sull’adesione volontaria delle piattaforme, adesione magari incoraggiata da un’azione di moral suasion delle autorità di garanzia delle comunicazioni. 

    Si potrebbe,  certo,  ma restiamo un tantino scettici. È vero che alcune piattaforme appaiono più lungimiranti di altre nel porre argini ai fakes, e ai messaggi che incitano all’odio (hate speech), per prevenire guai giudiziari o amministrativi, e soprattutto ostili reazioni dal pubblico. 

    Ma nel quadro complessivo lo scetticismo si giustifica. Lo ha confermato, ad esempio,  il rifiuto di Facebook sia di attuare misure di fact-checking sulle dichiarazioni dei politici nei loro ‘post’ a (lautissimo) pagamento sia di rinunciare alla controversa pratica del microtargeting (uso di informazioni personali molto dettagliate per gli spot politici e commerciali: pratica, questa, che il Regolamento generale europeo  sulla protezione dei dati, vieta.  Per non parlare del mancato blocco da parte dello stesso gigante del web del ricordato, clamoroso deepfake sull’onorevole Nancy Pelosi. E, da ultimo, dall’ambiguissima istituzione di un Tribunale «privato» per risolvere, come arbitro «indipendente» (virgolette d’obbligo), le controversie circa la correttezza di quanto mandato in rete. 

    Questi dati di fatto sembrano confermare come non sia facile contare aprioristicamente sulla buona volontà di limitare i flussi di dati e opinioni in base a criteri di etica e serietà da parte di chi sulla mole di quei flussi tanto guadagna (e pressoché «esentasse», altro e distinto scandalo). 

    In ogni caso, se l’osservanza volontaria non funzionasse adeguatamente, si dovrebbe invocare un intervento normativo e far diventare questa prassi un «dovere giuridico» delle piattaforme, le quali per adempiervi hanno a disposizione tutti i necessari strumenti tecnologici.

    Occorre insomma usare tutti gli strumenti possibili, a partire, lo ripetiamo volentieri, dalla scuola, per evitare che l’informazione «di testa» faccia harakiri a vantaggio di quella «di pancia». Siamo in un campo troppo importante per la cultura, e per la stessa democrazia, per abbandonarlo alle legge di Gresham: «La moneta cattiva scaccia quella buona»). 

    Bisogna però intendersi: non si tratta di istituire «tribunali della verità». Alla larga da  ciò! Si deve semplicemente bandire ciò che non sia seriamente dimostrato, e la dimostrazione incombe all’autore delle affermazioni. . In altre parole, tranne eccezioni ictu oculi assurde, come «la terra è piatta»,  la «verità»  va intesa a stregua di serietà  di fatti e argomenti portati all’attenzione del pubblico.

     

    Se, oltre al generoso dono degli organi fatto dai genitori di Antonella, la bambina di dieci anni, morta a Palermo per mettere alla prova la sua resistenza fisica al soffocamento, nel desiderio di rendersi visibile ai coetanei del virtuale mondo del Tik Tok, noi volessimo, per intelligenza e metodo, aggiungere il dono del possibile significato che simili atti di sfida rappresentano per tanti minori, potremmo,forse, comprendere meglio cosa questa innocente creatura abbia voluto esprimere con il suo agire. “I bambini sono poeti: agiscono”. “Nascono imparati”- come dice il mio amico, Salvatore Giannella, grande giornalista. E agiscono quel che profetizza “la mente intuitiva” che, secondo Albert Einstein , ne caratterizza, quale “dono sacro”, il sentire.

    E che cosa potrebbe aver voluto, forse, esprimere Antonella, in tempi come questi laddove essere “resilienti”, ovvero “resistere” alle condizioni di estrema instabilità imposte dalla pandemia del Covid-19, è la sola possibile soluzione? Forse sottoponendosi ad una prova-sfida, quale sopportare un soffocamento che ne ha determinato la morte celebrale, esprimendo la condizione di restrizione, pressione, costrizione alla quale la sua breve vita - come la vita di tanti bambini, adulti e anziani- è oggi sottoposta. Come, infatti, non decriptare la sua letale impresa, nel senso di una disperata richiesta di aiuto, per uscire dalle soffocanti condizioni di chiusura, di paura, di angoscia di morte che caratterizzano, soprattutto, oggi, la vita quotidiana e le incertezze, le prove, i timori, le difficoltà di minori, adulti, anziani? Soprattutto, poi, se mancano gli adeguati strumenti di sostegno ed assistenza, anzitutto psicologici e psicoterapeutici, che, insieme e, perfino, più urgentemente del “vaccino liberatore”, dovrebbero essere messi a disposizione delle famiglie, degli educatori, a scuola e, ancora, degli operatori sanitari, del Terzo Settore e delle associazioni che operano attraverso l’informazione e il volontariato, sul territorio e nel sociale.

    Pertanto, Antonella con la sua tragica fine, ci indica una strada da seguire. E non soltanto per vigilare sull’utilizzo del web da parte dei minori e degli adulti, così da renderlo “virtuoso” e sottoposto a controlli, norme, regole e leggi che consentano di rispettare la libertà e la salute degli individui, tenendo conto che essa deve essere limitata allorquando limita, offende, non rispetta la libertà e la privacy altrui Ma, anche e soprattutto, per cogliere le condizioni di quel disagio che, oggi, proprio i minori, ormai più sapienti degli adulti nell’utilizzo del virtuale, esprimono anche attraverso il Tik Tok dei loro giochi estremi.

    Prof.ssa Maria Rita Parsi

    Psicopedagogista e piscoterapeuta, presidente Movimento Bambino

    Pietro è un ragazzo e amico speciale. Oso: il mio amico speciale, perché sono orgoglioso che lui consideri  me suo amico. Qualcuno chiama la sua specialità con un nome strano, proprio da adulti preoccupati,  cioè autismo. Io ho conosciuto la sua specialità con un altro nome: visione. Pietro vede cose che noi non  vediamo. Disegna cose che sembrano semplici ma hanno la capacità, senza sbagliare un tratto di disegno o di colore, di mostrare il dentro delle cose, delle persone, delle situazioni. Ecco: Pietro prima di vedere il fuori vede il dentro. In questo tempo in cui fuori non sembra ci sia tanto da vedere il suo dono è  proprio per tutti: gli ho chiesto di fare un disegno alla settimana su quello che vede e sente e io mi impegno a scrivere qualche parola su questo disegno (in realtà dovrei dire: mi impegno a scrivere qualche  parola che non rovini il disegno di Pietro…). Con gli occhi di Pietro, possiamo guardare e sperare.

    Il mondo sorride sempre per un ragazzo. Meglio: finché un ragazzo vede il mondo sorridere abbiamo an cora spazio per lo stupore, la meraviglia, la bellezza.  

    Pietro, però, sembra intuire che noi grandi non facciamo sempre sorridere la terra. Allora la incornicia in  un cuore e la appoggia su un arcobaleno: il cuore è nostro, l’arcobaleno viene dal cielo.  

    La terra sorride solo se è dentro un cuore, che la riconosce e la custodisce come bene per tutti, come casa  che dà vita a tutti. La terra deve stare dentro il nostro cuore, non dimenticarci che siamo noi il mondo e  che nel nostro cuore va ospitato tutto ciò che di bello e di diverso la nostra terra fa convivere insieme:  quando diamo spazio alla divisione e all’odio noi non siamo terra, ma calpestiamo la terra. 

    L’arcobaleno del cielo non rovina la terra, ma le permette di vivere. Strana cosa, ma vera: la terra si appoggia al cielo. Il mondo vive dentro uno spazio immenso, come puntino che ha la consapevolezza del  dono della vita: la terra fa parlare il cielo, le stelle, l’arcobaleno… L’arcobaleno sarebbe una bellezza  sprecata se non avesse qualcuno che lo guarda, perché sembra messo lì per aumentare il sorriso e la speranza della terra.

    Mettiamoci cuore e appoggiamoci più spesso al cielo: aumenteremo il sorriso del mondo!

     

    Durante la nostra esistenza veniamo messi alla prova costantemente. Il modo in cui riusciamo ad elaborare le sconfitte, il grado di resilienza che mettiamo in atto e la qualità nelle vittorie che otteniamo, rivela qual’ è la nostra attitudine.

    Nella boxe c’è un modo di dire che viene tramandato da maestro ad allievo come un mantra: “non è importante quante volte cadi, ma conta quante volte cadendo ti rialzi”

    Il pugile lo conosce e lo fa intimamente suo fin dal momento in cui sale per la prima volta sul ring, ma in realtà il richiamo alla determinazione di questa affermazione, appartiene e unisce tutti gli sport.

    Lo sportivo in generale, sa che non è facile vincere, che durante la sua carriera dovrà affrontare la sconfitta, anche quella più dolorosa ed avere sempre la volontà di rimettersi in gioco per riuscire a vincere di nuovo. 

    Questo postulato fatto di resilienza, sudore e progettualità, accompagna ogni sportivo, forgiandone il carattere attraverso l’allenamento.

    Così come nelle gare, anche nella vita, uno sportivo rimane sempre fedele a questo principio. 

    L’esempio più lampante e universalmente conosciuto è Alex Zanardi, il campione mai sconfitto dalle prove della vita.

    Ciò che unisce ogni sportivo nei momenti più difficili e dolorosi è proprio questo: l’attitudine a lottare sempre, a vedere uno spiraglio da dove attingere forza. 

    Tiberio Roda è un appassionato di sport. Amante dello sci e del deltaplano, a 58 anni gli viene diagnosticato il Parkinson. Insieme a sua moglie Paola Roncareggi (anche lei con un passato da agonista nella pallavolo) dopo aver accusato il colpo, ha cercato una strada per non soccombere alla malattia. 

    Come se dovesse affrontare il match della vita, ha iniziato a cercare una crepa nel muro nero del Parkinson, navigando in internet si è imbattuto nel pugilato senza contatto e su alcuni corsi fatti nelle palestre americane dedicati esclusivamente alle persone affette dal Parkinson.

    La boxe, attraverso la coordinazione mente -corpo, la capacità di essere istintiva e correttiva, ha convinto Tiberio a sondare questo terreno.

    Dopo un primo approccio in palestra, Tiberio si convince ad andare in America per seguire in prima persona i corsi dedicati e la metodologia applicata. 

    Il viaggio e gli insegnamenti ricevuti donano a Tiberio una nuova energia e la voglia di creare anche qui in Italia una realtà sportiva su misura, per aiutare chi è nelle sue stesse difficoltà .

    Gli stimoli si sa’ creano opportunità e Tiberio le ha sapute cogliere. Oggi lui e la moglie hanno fondato l’associazione “fondo Tiberio & Paola – un pugno al Parkinson” con l’intento di avvicinare questo modello di boxe a chi è affetto dal Parkinson e convogliare le donazioni  a favore  della ricerca scientifica.

    Il loro esempio è li a ricordare sempre ad ognuno di noi di non arrendersi, di guardare al di là del problema…in sostanza di avere la volontà di riuscire a rialzarsi dopo ogni caduta.

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