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    Autorevoli Editorialisti

    Autorevoli Editorialisti (68)

    Articolo di Gustavo Ghidini,
    Professore emerito dell’Università degli Studi di Milano
     

    «Colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare»: Niccolò Machiavelli ci dà una delle sue lezioni di realismo valida anche oggi. Il termine fake news è nuovo, ma il fenomeno è storico:  dai Protocolli dei Savi di Sion, dall’incendio del  Parlamdnto tedesco (Reichstag) ad opera dei comunisti, alla nascita africana di Obama… È uno storico strumento di sviamento delle opinioni, che ha presa sul pubblico con tanto maggior successo quanto più i «messaggi» parlino alla «pancia», alle paure, alle superstizioni, all’odio. Hitler,  che di manipolazione delle masse si intendeva, disse che quanto più una bugia è grande, tanto più verrà creduta.

    Il fenomeno è ingigantito, oggi, dalla comunicazione via Internet e dai social network che da un lato concentrano in poche «mani giganti»--- le grandi ‘piattaforme’ del web-- il controllo (raccolta e diffusione)  di informazioni e dati, dall’altro convertono in «oro pubblicitario» i dati personali (e i derivati profili), ceduti dagli utenti che abboccano all’amo dell’accesso «gratis« alle varie app. Un sistema mediatico che, per lo stesso fine, accoglie e fa circolare una gran mole di opinioni lanciate in rete da una massa anonima, e spessissimo prive di base razionale quanto ricche di sbracate  suggestioni: e proprio per questo di enorme presa :  e resa (pubblicitaria). Il tutto facilitato da quel modo sempre più sintetico, apodittico, facile, superficiale, tipico  della ‘comunicazione digitale’.

    Le fake news sono inestirpabili, molto probabilmente, in assoluto: vuoi perché più penetranti nella credulità della moltitudine, vuoi perché strumento «necessario» anche di attività  istituzionali, come il controspionaggio. Vuoi infine anche perché già oggetto di un mercato: si vendono e comprano pacchetti di  fakes! 

    Ma si potrebbe ridurle, e fortemente, all’insegna di alcuni principi di etica pubblica, con iniziative istituzionali, e con l’ausilio di mezzi tecnici: che ci sono, e vanno quindi attivati da subito. Anzi, con ancora maggiore urgenza, a fronte della sinistra «evoluzione» che ha portato all’ulteriore insidia dei deepfake: l’uso dell’Intelligenza artificiale per consentire la riproduzione dell’impronta vocale, con sostituzione della voce, e l’appropriazione dell’immagine fisica per simulare e attribuire falsamente opinioni e informazioni a personaggi in grado di influenzare l’opinione pubblica. 

    È successo con Obama, è successo con Nancy Pelosi, la presidente dei Democratici alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. Succederà, e probabilmente è già successo, con altri.

    La Cina, e questa notizia potrà forse sorprendere qualcuno, ha recentemente istituito il reato» di pubblicazione e diffusione di fake news, e in particolare di deepfake, in quanto elementi che possono turbare la vita sociale, l’economia, la sicurezza nazionale. Un provvedimento sacrosanto, pur se fosse parte di un disegno di controllo dell’informazione. 

    Istituzione di nuovi reati a parte, si dovrebbe seguire il virtuoso esempio della Finlandia, che dal 2014, dopo aver subito una massiccia invasione di fakes da parte russa (così si sospetta), ha avviato un programma di educazione alla vigilanza e alla «scoperta» di fakes nella scuola media . 

    In questa linea di «caccia alle fakes», che può utilmente avvalersi della tecnologia blockchain, si muovono lodevoli iniziative private, come quelle di gruppi ad hoc di giornalisti e osservatori della politica: in Italia, per esempio, Agi Fact-Checking e Pagella Politica, e in Usa FactCheck.org e PolitiFact.com. O iniziative universitarie, come quelle di Bologna, che dall’anno accademico 2020-2021 offrirà, per tutte le facoltà, corsi di critical thinking, sul modello di precedenti iniziative nordamericane. E ricordiamo anche i seminari dedicati della Luiss, della  Statale di Milano e della Bocconi. 

    Si potrebbe inoltre pensare (ma ci sono i mezzi?) all’attivazione, anche da parte delle autorità di «garanzie delle comunicazioni» ( come la nostra Agcom), e/o della polizia postale, di servizi di fact-checking idonei a combattere i nuovi, tecnologici «abusi della credulità popolare» che la rete irradia per influenzare gli allocchi. 

    Inoltre, le piattaforme ben potrebbero adottare algoritmi che consentano di far immediatamente seguire a una notizia o a un’opinione di contenuto X una di contenuto opposto o comunque diverso. Algoritmi «socratici» (e Socrates si chiama un motore di ricerca inglese che li ha adottati), che, per esempio, mettano in rete, subito dopo un’irresponsabile opinione «no vax» (che sopravvive, assurdamente, anche in tempi di coronavirus)   la contraria posizione dell’Istituto superiore di sanità e dell’Oms: senza aspettare che la prima venga validata (sic!) da migliaia di farneticanti like che relegano la seconda ai margini dell’attenzione.

    Un tipo di intervento, questo, di facile adozione: che nel caso sia eluso o eseguito «al risparmio» dalle piattaforme (che, non dimentichiamolo mai, guadagnano in primis dalla quantità dei messaggi circolanti) potrebbe venire imposto dalla legge. 

    Non basta. Altre misure ancora possono essere messe in campo, in sinergia con quelle appena evocate. Ne proponiamo due, in sequenza logica e funzionale.

    La prima (un corollario dell’etica della responsabilità) è l’effettiva identificazione personale di chi posta in rete, a qualsiasi titolo. Chi scrive l’aveva già proposto sul «Corriere della Sera – Economia» del 27 dicembre 2019. In Italia, un uomo politico e un paio di giornalisti hanno rilanciato l’idea: speriamo attecchisca e diventi norma. Del resto, lo ricordate? Sino a qualche anno fa, se si voleva mandare messaggi da un Internet cafè, si doveva esibire la carta d’identità (prassi improvvidamente  abolita). Perché trattare diversamente l’emissione di messaggi «da casa nostra»? Il nostro pc non può essere il porto franco per mandare in rete, Urbi et Orbi, ogni genere di fandonie, insulti e istigazioni, protetti da anonimato o falsi nomi. Che differenza di regole può essere giustificata, rispetto al regime della stampa, sempre soggetta, come è giusto, a responsabilità ben identificate?

    Sul piano pratico, si potrebbe chiedere la cooperazione della polizia postale, che ha ovviamente  accesso ai registri di stato civile. Sarebbe così possibile la verifica dell’identità di ciascun utente che «posta»: verifica che diverrebbe la condizione di «entrata» per lanciare messaggi in rete. E pazienza--- non si può fare l’impossibile-- se esperti hacker riuscissero ad aggirare il dovere di identificazione: almeno si scoraggerebbe una grande massa di autori di ‘post’ demenziali e/o violenti. 

    La seconda misura (un corollario del dovere di non dire il falso) è quella di chiedere alle piattaforme (e non solo al «garante pubblico») di attivarsi per verificare quanto affermato. È il già ricordato fact-checking. 

    Rispetto all’adozione di questo, o un altro, tipo di misure, c’è chi propone, in prima battuta, di lasciare aperta la porta a soluzioni di autodisciplina, basate sull’adesione volontaria delle piattaforme, adesione magari incoraggiata da un’azione di moral suasion delle autorità di garanzia delle comunicazioni. 

    Si potrebbe,  certo,  ma restiamo un tantino scettici. È vero che alcune piattaforme appaiono più lungimiranti di altre nel porre argini ai fakes, e ai messaggi che incitano all’odio (hate speech), per prevenire guai giudiziari o amministrativi, e soprattutto ostili reazioni dal pubblico. 

    Ma nel quadro complessivo lo scetticismo si giustifica. Lo ha confermato, ad esempio,  il rifiuto di Facebook sia di attuare misure di fact-checking sulle dichiarazioni dei politici nei loro ‘post’ a (lautissimo) pagamento sia di rinunciare alla controversa pratica del microtargeting (uso di informazioni personali molto dettagliate per gli spot politici e commerciali: pratica, questa, che il Regolamento generale europeo  sulla protezione dei dati, vieta.  Per non parlare del mancato blocco da parte dello stesso gigante del web del ricordato, clamoroso deepfake sull’onorevole Nancy Pelosi. E, da ultimo, dall’ambiguissima istituzione di un Tribunale «privato» per risolvere, come arbitro «indipendente» (virgolette d’obbligo), le controversie circa la correttezza di quanto mandato in rete. 

    Questi dati di fatto sembrano confermare come non sia facile contare aprioristicamente sulla buona volontà di limitare i flussi di dati e opinioni in base a criteri di etica e serietà da parte di chi sulla mole di quei flussi tanto guadagna (e pressoché «esentasse», altro e distinto scandalo). 

    In ogni caso, se l’osservanza volontaria non funzionasse adeguatamente, si dovrebbe invocare un intervento normativo e far diventare questa prassi un «dovere giuridico» delle piattaforme, le quali per adempiervi hanno a disposizione tutti i necessari strumenti tecnologici.

    Occorre insomma usare tutti gli strumenti possibili, a partire, lo ripetiamo volentieri, dalla scuola, per evitare che l’informazione «di testa» faccia harakiri a vantaggio di quella «di pancia». Siamo in un campo troppo importante per la cultura, e per la stessa democrazia, per abbandonarlo alle legge di Gresham: «La moneta cattiva scaccia quella buona»). 

    Bisogna però intendersi: non si tratta di istituire «tribunali della verità». Alla larga da  ciò! Si deve semplicemente bandire ciò che non sia seriamente dimostrato, e la dimostrazione incombe all’autore delle affermazioni. . In altre parole, tranne eccezioni ictu oculi assurde, come «la terra è piatta»,  la «verità»  va intesa a stregua di serietà  di fatti e argomenti portati all’attenzione del pubblico.

     

    Se, oltre al generoso dono degli organi fatto dai genitori di Antonella, la bambina di dieci anni, morta a Palermo per mettere alla prova la sua resistenza fisica al soffocamento, nel desiderio di rendersi visibile ai coetanei del virtuale mondo del Tik Tok, noi volessimo, per intelligenza e metodo, aggiungere il dono del possibile significato che simili atti di sfida rappresentano per tanti minori, potremmo,forse, comprendere meglio cosa questa innocente creatura abbia voluto esprimere con il suo agire. “I bambini sono poeti: agiscono”. “Nascono imparati”- come dice il mio amico, Salvatore Giannella, grande giornalista. E agiscono quel che profetizza “la mente intuitiva” che, secondo Albert Einstein , ne caratterizza, quale “dono sacro”, il sentire.

    E che cosa potrebbe aver voluto, forse, esprimere Antonella, in tempi come questi laddove essere “resilienti”, ovvero “resistere” alle condizioni di estrema instabilità imposte dalla pandemia del Covid-19, è la sola possibile soluzione? Forse sottoponendosi ad una prova-sfida, quale sopportare un soffocamento che ne ha determinato la morte celebrale, esprimendo la condizione di restrizione, pressione, costrizione alla quale la sua breve vita - come la vita di tanti bambini, adulti e anziani- è oggi sottoposta. Come, infatti, non decriptare la sua letale impresa, nel senso di una disperata richiesta di aiuto, per uscire dalle soffocanti condizioni di chiusura, di paura, di angoscia di morte che caratterizzano, soprattutto, oggi, la vita quotidiana e le incertezze, le prove, i timori, le difficoltà di minori, adulti, anziani? Soprattutto, poi, se mancano gli adeguati strumenti di sostegno ed assistenza, anzitutto psicologici e psicoterapeutici, che, insieme e, perfino, più urgentemente del “vaccino liberatore”, dovrebbero essere messi a disposizione delle famiglie, degli educatori, a scuola e, ancora, degli operatori sanitari, del Terzo Settore e delle associazioni che operano attraverso l’informazione e il volontariato, sul territorio e nel sociale.

    Pertanto, Antonella con la sua tragica fine, ci indica una strada da seguire. E non soltanto per vigilare sull’utilizzo del web da parte dei minori e degli adulti, così da renderlo “virtuoso” e sottoposto a controlli, norme, regole e leggi che consentano di rispettare la libertà e la salute degli individui, tenendo conto che essa deve essere limitata allorquando limita, offende, non rispetta la libertà e la privacy altrui Ma, anche e soprattutto, per cogliere le condizioni di quel disagio che, oggi, proprio i minori, ormai più sapienti degli adulti nell’utilizzo del virtuale, esprimono anche attraverso il Tik Tok dei loro giochi estremi.

    Prof.ssa Maria Rita Parsi

    Psicopedagogista e piscoterapeuta, presidente Movimento Bambino

    Pietro è un ragazzo e amico speciale. Oso: il mio amico speciale, perché sono orgoglioso che lui consideri  me suo amico. Qualcuno chiama la sua specialità con un nome strano, proprio da adulti preoccupati,  cioè autismo. Io ho conosciuto la sua specialità con un altro nome: visione. Pietro vede cose che noi non  vediamo. Disegna cose che sembrano semplici ma hanno la capacità, senza sbagliare un tratto di disegno o di colore, di mostrare il dentro delle cose, delle persone, delle situazioni. Ecco: Pietro prima di vedere il fuori vede il dentro. In questo tempo in cui fuori non sembra ci sia tanto da vedere il suo dono è  proprio per tutti: gli ho chiesto di fare un disegno alla settimana su quello che vede e sente e io mi impegno a scrivere qualche parola su questo disegno (in realtà dovrei dire: mi impegno a scrivere qualche  parola che non rovini il disegno di Pietro…). Con gli occhi di Pietro, possiamo guardare e sperare.

    Il mondo sorride sempre per un ragazzo. Meglio: finché un ragazzo vede il mondo sorridere abbiamo an cora spazio per lo stupore, la meraviglia, la bellezza.  

    Pietro, però, sembra intuire che noi grandi non facciamo sempre sorridere la terra. Allora la incornicia in  un cuore e la appoggia su un arcobaleno: il cuore è nostro, l’arcobaleno viene dal cielo.  

    La terra sorride solo se è dentro un cuore, che la riconosce e la custodisce come bene per tutti, come casa  che dà vita a tutti. La terra deve stare dentro il nostro cuore, non dimenticarci che siamo noi il mondo e  che nel nostro cuore va ospitato tutto ciò che di bello e di diverso la nostra terra fa convivere insieme:  quando diamo spazio alla divisione e all’odio noi non siamo terra, ma calpestiamo la terra. 

    L’arcobaleno del cielo non rovina la terra, ma le permette di vivere. Strana cosa, ma vera: la terra si appoggia al cielo. Il mondo vive dentro uno spazio immenso, come puntino che ha la consapevolezza del  dono della vita: la terra fa parlare il cielo, le stelle, l’arcobaleno… L’arcobaleno sarebbe una bellezza  sprecata se non avesse qualcuno che lo guarda, perché sembra messo lì per aumentare il sorriso e la speranza della terra.

    Mettiamoci cuore e appoggiamoci più spesso al cielo: aumenteremo il sorriso del mondo!

     

    Durante la nostra esistenza veniamo messi alla prova costantemente. Il modo in cui riusciamo ad elaborare le sconfitte, il grado di resilienza che mettiamo in atto e la qualità nelle vittorie che otteniamo, rivela qual’ è la nostra attitudine.

    Nella boxe c’è un modo di dire che viene tramandato da maestro ad allievo come un mantra: “non è importante quante volte cadi, ma conta quante volte cadendo ti rialzi”

    Il pugile lo conosce e lo fa intimamente suo fin dal momento in cui sale per la prima volta sul ring, ma in realtà il richiamo alla determinazione di questa affermazione, appartiene e unisce tutti gli sport.

    Lo sportivo in generale, sa che non è facile vincere, che durante la sua carriera dovrà affrontare la sconfitta, anche quella più dolorosa ed avere sempre la volontà di rimettersi in gioco per riuscire a vincere di nuovo. 

    Questo postulato fatto di resilienza, sudore e progettualità, accompagna ogni sportivo, forgiandone il carattere attraverso l’allenamento.

    Così come nelle gare, anche nella vita, uno sportivo rimane sempre fedele a questo principio. 

    L’esempio più lampante e universalmente conosciuto è Alex Zanardi, il campione mai sconfitto dalle prove della vita.

    Ciò che unisce ogni sportivo nei momenti più difficili e dolorosi è proprio questo: l’attitudine a lottare sempre, a vedere uno spiraglio da dove attingere forza. 

    Tiberio Roda è un appassionato di sport. Amante dello sci e del deltaplano, a 58 anni gli viene diagnosticato il Parkinson. Insieme a sua moglie Paola Roncareggi (anche lei con un passato da agonista nella pallavolo) dopo aver accusato il colpo, ha cercato una strada per non soccombere alla malattia. 

    Come se dovesse affrontare il match della vita, ha iniziato a cercare una crepa nel muro nero del Parkinson, navigando in internet si è imbattuto nel pugilato senza contatto e su alcuni corsi fatti nelle palestre americane dedicati esclusivamente alle persone affette dal Parkinson.

    La boxe, attraverso la coordinazione mente -corpo, la capacità di essere istintiva e correttiva, ha convinto Tiberio a sondare questo terreno.

    Dopo un primo approccio in palestra, Tiberio si convince ad andare in America per seguire in prima persona i corsi dedicati e la metodologia applicata. 

    Il viaggio e gli insegnamenti ricevuti donano a Tiberio una nuova energia e la voglia di creare anche qui in Italia una realtà sportiva su misura, per aiutare chi è nelle sue stesse difficoltà .

    Gli stimoli si sa’ creano opportunità e Tiberio le ha sapute cogliere. Oggi lui e la moglie hanno fondato l’associazione “fondo Tiberio & Paola – un pugno al Parkinson” con l’intento di avvicinare questo modello di boxe a chi è affetto dal Parkinson e convogliare le donazioni  a favore  della ricerca scientifica.

    Il loro esempio è li a ricordare sempre ad ognuno di noi di non arrendersi, di guardare al di là del problema…in sostanza di avere la volontà di riuscire a rialzarsi dopo ogni caduta.

    In vista della Giornata della Memoria il signor Emanuele Filiberto di Savoia, che preferisce restare cittadino svizzero pur dicendo che si sente italiano, ha inviato una lettera alla comunità ebraica italiana per chiedere perdono a nome di tutta la sua famiglia, che lui definisce “la Real Casa di Savoia”, per le leggi razziali emanate nel 1938 dall’allora re d’Italia Vittorio Emanuele III, suo bisnonno. Nella lettera cita la persecuzione nazifascista contro gli ebrei, definiti giustamente “sacre vittime”, ma non c’è neppure un cenno a quella contro i rom e sinti. Nessun cenno alle loro sacre vittime. Eppure almeno 500 mila rom e sinti furono trucidati dai nazi-fascisti. In Italia i Savoia  hanno appoggiato la politica di discriminazione, di deportazione e di internamento dei fascisti non solo verso gli ebrei ma anche contro rom e sinti italiani, all'epoca sudditi del Regno d'Italia dei Savoia.
    Il 27 gennaio, giorno della liberazione di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche, è stato eletto come Giornata della Memoria per ricordare le vittime dell'aberrazione nazi-fascista. Il problema è che nella Legge del Luglio del 2000 che istituisce in Italia questo importante avvenimento, il Samudaripen, il genocidio dei Rom e Sinti, non compare. È stato ed è tuttora escluso. Il Samudaripen non è riconosciuto ufficialmente. È una vergogna nazionale. Nei servizi giornalistici le vittime rom e sinte sono appena citate quando va bene e in ogni caso rappresentano una semplice appendice:" C'erano anche gli zingari". Il Samudaripen fu un genocidio specifico perpetuato contro un popolo inoffensivo per motivi razziali e non una semplice appendice.
    Il pratica il Samudaripen è stato ignorato e rimosso dalla storia. Nessun Capo di Stato o di Governo in Italia ha mai chiesto perdono ai concittadini italiani di etnia rom e sinta per ciò che la propria patria gli ha inflitto in epoca fascista. L’Italia con la legge n. 21 del 20 luglio 2000, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio, ha deciso l’ istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”. I rom e sinti italiani non sono neppure nominati. Anzi, dal confronto tra l’articolo 1 e l’articolo 2 della legge, composta solo da tali due articoli, si direbbe che vengono proprio deliberatamente esclusi. L’articolo 1 parla infatti anche degli “italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte”, espressione che dovrebbe comprendere anche i cittadini italiani rom e sinti, ovunque in Italia rastrellati e deportati assieme agli ebrei. Ma l’articolo 2 parla di dar vita nel Giorno della Memoria a iniziative di vario tipo per ricordare “quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”: espressione quest’ultima che chiaramente esclude i cittadini italiani rom e sinti. 
    Alcune comunità ebraiche hanno ricevuto risarcimenti dalla Germania e da altri Paesi per gli orrori consumati contro di loro durante la seconda guerra mondiale. I rom e sinti, esclusi dal Processo di Norimberga per accusare i propri carnefici, non hanno ricevuto alcun tipo di risarcimento. Eppure sono stati depredati dei loro beni prima di essere mandati ai campi di sterminio quando non trucidati sul posto. Oro, gioielli, denaro contante, conti in banca, case, proprietà e tanto altro mai restituiti ai legittimi proprietari. Rom e sinti usati come cavie umane per esperimenti pseudo-scientifici, usati come schiavi nella macchina bellica, passati per le camere a gas e per i forni crematori nazisti. Eppure il Samudaripen (sterminio in lingua romanì e letteralmente "tutti uccisi"), termine noto solo agli specialisti, non compare nei documenti ufficiali che riconoscono la Giornata della Memoria che è e rimane mutilata, discriminante e offensiva verso le vittime rom e sinte massacrate per motivi razziali. Le vittime della ferocia nazi-fascista devono avere pari dignità e pari memoria. Peccato non sia ancora così a distanza di oltre 75 anni. Una Giornata della Memoria, visto dal punto di vista dei rom e sinti, che è ingiusta e monca poiché non li ricorda. Le vittime rom e sinte continuano ad essere discriminate nel giorno in cui dovrebbero essere commemorate. Questo è alquanto assurdo e disumano, non degno di un Paese civile e democratico e dovrebbe far profondamente riflettere...
     
    Satino Spinelli
     
     

    Kamala Harris ha giurato come Vicepresidente degli Stati Uniti d’America portando con sé tutti gli aggettivi che la caratterizzano, essendo figlia di persone immigrate dall’India. La guardo con un certo orgoglio, finalmente una donna ricopre uno degli incarichi più prestigiosi al mondo e non è certamente sola: Angela Merkel si appresta a chiudere la sua carriera ultra decennale di Cancelliera tedesca, ma alle sue spalle bussano leader come Jacinta Arden in Nuova Zelanda o Sanna Marin in Finlandia. 

    E l’Italia? Beh in Italia siamo fermi all’analisi del vestito con cui Teresa Bellanova ha giurato da Ministra e alle illazioni pruriginose sulla vita privata di Renata Polverini. Insomma, si sa, l’Italia non è un Paese per donne. Figuriamoci per donne disabili.

    Essere donne con disabilità è un doppio problema ovunque, perché si è soggetti al doppio stigma da un lato per essere donna e quindi dover lottare e sgomitare per dimostrare le proprie competenze e le proprie abilità, dall’altro lato si deve lottare contro lo stigma di una società che medicalizza i problemi, relegandoli a mere categorie da assistere. Invece noi donne disabili esistiamo con la nostra vita, le nostre passioni e le nostre esigenze che vanno oltre il diritto alle cure. Il diritto ad essere curati è garantito a tutti dalla Costituzione, quindi, vogliamo fare un passo avanti e conquistare il diritto ad una parità di accesso alle attività quotidiane. Quante barriere ci sono ad impedire che una donna disabile, ad esempio, metta al mondo un figlio? Infinite. Basti pensare che molti ci considerano sterili, per il semplice fatto di essere disabili. Ho trascorso parte della mia adolescenza a spiegare ai ragazzi che “si, posso avere figli!” e li vedevo dileguarsi all’orizzonte alla velocità della luce. Quella risposta gli aveva rovinato i programmi per la serata. Poi una volta rimasta incinta occorre affrontare i pregiudizi di chi pensa che quella pancia sia causa del grasso accumulato.

    Perché le donne con disabilità fanno fatica a far sentire la propria voce? Perché nessun Talk Show invita una donna con disabilità per parlare di debito pubblico, di coalizioni politiche, o di qualsiasi cosa non sia legato alla propria vita personale, ma alle loro competenze? Spesso perché sono impegnate ad affrontare le barriere architettoniche, sensoriali e sociali che le circondano, ma forse anche perché in pochi hanno un reale interesse ad ascoltare, forse perché non abbiamo ancora dimostrato abbastanza le nostre abilità.

    Per questo ringrazio per questo spazio dove condividerò alcune mie riflessioni e spunti sul mondo della disabilità con un occhio attento sul mondo femminile.

    Renato Jona, genovese di nascita, ma veneziano per parte di nonni, è stato un importante dirigente d'azienda e parimenti ha portato e porta ancora avanti la sua attività di giornalista e scrittore. E' stato per 10 anni segretario della Comunità Ebraica di Venezia ed il suo infaticabile impegno si riversa in attività di conferenze e di testimonianze per raccontare l'assurdità delle leggi razziali, che egli stesso ha subito da bambino, con l'esclusione dalla scuola. Fa parte di ANPPIA associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti, e con l'Associazione si è impegnato affinchè venisse modificata l'assurda norma che impediva ai perseguitati dal fascismo, ebrei e non solo, di accedere ad un assegno di benemerenza, in assenza di una certificazione che provasse l'effettiva persecuzione subita ( come se fosse possibile avere un certificato da parte del persecutore di aver eseguito la sua cattiva condotta secondo i canoni stabiliti per la cattiva condotta!)....e tale modifica è stata recepita da pochissimo dal nostro ordinamento.

    In giorni (o sarebbe meglio dire mesi) di pronunciamenti di tribunali regionali, CTS, governatori regionali, e crisi di Governo eccoci a parlare della crisi che vivo da vicino, quella dei studenti. In Veneto il ritorno a scuola è ancora lontano, al momento di due settimane, e si percepisce chiaramente come a livello emotivo molti ragazzi abbiano già superato il punto di rottura. Stanchezza, demotivazione, rifiuto dello studio sono sentimenti che toccano anche l'alunno più diligente, che si trova a far fronte a una situazione in cui si sente disarmato. C'è la consapevolezza che un anno di adolescenza non si può restituire, e questo mi pare inoppugnabile. La didattica a distanza ha, a mio avviso, funzionato in termini di trasmissioni di contenuti e di novità nelle metodologie didattiche, ma ha pian piano eroso quelli che sono i motori dell'apprendimento, ovvero la motivazione verso il sapere e il rapporto umano che fornisce gli strumenti, e i compagni di viaggio, per questo cammino. 

    Prima delle vacanze natalizie, chiedendo se fossero contenti di tornare il 7 gennaio a scuola, molti hanno risposto che dubitavano che si sarebbe tornati in quella data e che, anche se così fosse stato, ci si sarebbe presto trovati di fronte a una nuova chiusura. Trovo particolarmente preoccupante questa sfiducia, che sa molto di disillusione, in un'età che dovrebbe piuttosto nutrirsi di speranze e pensieri positivi. Il mondo politico, ma direi il mondo adulto, si è giocato molto della propria credibilità, soprattutto per la mancanza di visione dimostrata. Nessuno nega che sia particolarmente complesso in questo momento tenere aperte le scuole, ma a pesare di più è stata la ridda di annunci, smentite poco tempestive, litigi, investimenti poco lungimiranti che si sono fatti, dando l'impressione che la scuola non sia per questo Paese una priorità. I ragazzi questo lo respirano, hanno già perso la fiducia nella politica (nell'anno in cui è diventata obbligatoria una disciplina come educazione civica forse si sarebbe potuti offrire migliori esempi istituzionali...) e in molti casi hanno anche perso la loro spensieratezza o hanno visto amplificarsi i problemi tipici dell'età. 

    Sono in ogni caso cresciuti troppo in fretta, privati di possibilità e di passaggi che non si possono, se non in parte recuperare, disillusi e disarmati troppo velocemente. Ma ancor più paura suscitano quelle esperienze di chi in fondo sta bene così, tranquilli nella propria camera, senza la voglia di uscire nemmeno per una passeggiata. 

    Nel breve periodo, anche dopo il rientro a scuola, vedremo tutte le implicazioni negative di un anno a distanza, ma sono convinto che i ragazzi, alla giusta distanza (di tempo, non più di spazio) sentiranno di essere stati dei piccoli eroi, sentiranno che la scuola non li ha abbandonati e che il tempo non si può sprecare. Nell'attesa di accompagnare i ragazzi a questa consapevolezza continuiamo a camminare al loro fianco e non potremo che ringraziarci a vicenda.

     Fontehuffingtonpost.it

    Di particolare interesse ed attualità in tale periodo di pandemia da Covid-19 e con la consegna al nostro Paese dei primi lotti di vaccino, è la discussione sorta in merito alla possibilità di rendere obbligatoria o meno la vaccinazione della popolazione e, in particolare, per quanto di nostro interesse, la possibilità per il datore di lavoro di licenziare il dipendente che rifiuta la vaccinazione.

    Ed infatti, considerato che, ad oggi, la legge non preveda alcun obbligo di vaccinazione per la popolazione, né risulta sussistere alcuna imposizione per determinate categorie di lavoratori, quali ad esempio il personale operante presso gli Ospedali e/o le RSA, il dibattito ha avuto origine a seguito delle dichiarazioni rilasciate da autorevoli giuslavoristi, i quali, sulla base delle normative di legge richiamate, hanno sostenuto o meno la possibilità per il datore di lavoro di procedere al licenziamento del lavoratore che rifiuti di sottoporsi alla profilassi vaccinale anti-covid.

    In tale contesto dibattimentale, anche al fine di inquadrare al meglio l’argomento, pare opportuno richiamare alcune norme previste dal nostro ordinamento giuridico.

    innanzitutto, la nostra Carta costituzionale prevede che “… Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” (art. 32 Cost.).

    Secondo la disposizione costituzionale richiamata, quindi, vi è la possibilità di rendere obbligatorio per la popolazione la somministrazione di un vaccino (come peraltro già avvenuto nel corso degli anni precedenti), sebbene l’eventuale introduzione di tale obbligo debba avvenire tramite legge ordinaria e nel rispetto comunque dei principi sanciti dal medesimo articolo.

    La norma prevede, pertanto, la possibilità di rendere obbligatoria nei confronti della popolazione l’effettuazione di trattamenti sanitari, tra cui quello dell’inoculazione di un nuovo vaccino, nei limiti, evidentemente, di eventuali conseguenze negative che potrebbero sorgere in capo a colui che verrebbe sottoposto al trattamento (fatte salve le conseguenze tollerabili), bilanciando, in ogni caso, l’interesse nazionale e della collettività con quello del singolo individuo. 

    Sotto altro profilo, dal punto di vista lavorativo, il dibattito tuttora aperto, e che certamente sarà fonte di ulteriori contributi e divergenze da parte degli addetti ai lavori, si è soffermato sul richiamo dell’art. 2087 c.c. e del Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. n. 81/2008).

    L’art. 2087 c.c. prevede che “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

    Tale disposizione normativa impone all'imprenditore, stante la propria posizione di garante dell'incolumità fisica del lavoratore, di adottare tutte le misure necessarie e possibili al fine di salvaguardare chi presta l’attività lavorativa alle proprie dipendenze; il datore di lavoro è, pertanto, tenuto a prevenire i rischi insiti nell’ambiente di lavoro, considerato che la sicurezza del lavoratore è un bene di rilevanza costituzionale che impone al datore di anteporre al proprio profitto la sicurezza di chi esegue la prestazione.

    Con riferimento, invece, al Testo unico sulla sicurezza, l’art. 20, che richiede una collaborazione del prestatore di lavoro con il datore, prevede il rispetto e l’osservanza delle prescrizioni a tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro da parte del lavoratore, con la conseguenza che eventuali azioni e/o omissioni da parte di questi, in ipotesi di incidenti sul luogo di lavoro, potrebbero comportare una responsabilità/corresponsabilità dell’operatore.

    A tanto si aggiunga la previsione di cui all’art. 42 del T.U. inerente la sopravvenuta inidoneità del lavoratore, per varie ragioni, alla mansione assegnata, con conseguente obbligo per il datore di lavoro di adibire “il lavoratore, ove possibile, a mansioni equivalenti o, in difetto, a mansioni inferiori …”.

    Sulla base di tale ultima norma, pertanto, se da un lato il prestatore di lavoro potrebbe essere, anche temporaneamente, assegnato ad effettuare attività lavorativa equivalente e/o inferiore a quella precedentemente svolta a fronte della sopravvenuta “inidoneità”, l’assenza di mansioni alternative (c.d. “repechage”) potrebbe comportare il licenziamento del lavoratore.

    I fautori della possibilità del licenziamento, al fine di giustificare la risoluzione, hanno basato il proprio pensiero invocando tale articolo, ritenendo che il rifiuto del lavoratore di ricevere il vaccino (con potenziale possibilità di contagio e successiva diffusione del virus presso i colleghi) potrebbe generare “l’inabilità” di questi alla mansione assegnata e, in assenza di possibili alternative, comportare la risoluzione del rapporto di lavoro.

    Tra le altre norme, inoltre, si richiama in questa sede l’art. 279 del Testo Unico sulla sicurezza che, sostanzialmente, stabilisce l’obbligo per il datore di lavoro di mettere a disposizione “vaccini efficaci per quei lavoratori che non sono già immuni all’agente biologico presente nella lavorazione, da somministrare a cura del medico competente”, ribadendo inoltre “l’allontanamento temporaneo del lavoratore” secondo le prescrizioni dell’art. 42 innanzi detto.

    Pare opportuno rilevare che il riferimento ai “vaccini” di cui all’art. 279 T.U. Sicurezza riguarda i “lavoratori esposti ad agenti patogeni”, così emergendo che il riferimento del Legislatore nell’emanare tale disposizione normativa fu quello della tutela di quei prestatori di lavoro che effettuano la propria attività a stretto contatto con determinati patogeni, come avviene, ad esempio, per tutti quei soggetti che svolgono le proprie mansioni all’interno di laboratori.

    Orbene, sulla base dei riferimenti normativi di cui sopra, sui quali, come detto, si è sviluppata la riflessione giuridica degli addetti ai lavori, ci si chiede se il datore potrebbe procedere con il licenziamento di quei lavoratori che rifiutano di sottoporsi al vaccino.

     Allo stato attuale, tenuto conto che non risulta essere stata emanata alcuna disposizione legislativa che renda obbligatorio per la popolazione (e/o per determinate categoria di lavoratori) il vaccino anti-covid, risulta arduo poter dare una risposta in grado di legittimare, sic et simpliciter e per la generalità dei lavoratori, l’eventuale licenziamento del dipendente che si è rifiutato di ricevere il vaccino.

    Ed infatti, se da un lato il dettato costituzionale (art. 32 Cost.), come detto, richiede la necessaria emanazione di una norma ad hoc (“ … Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”), vige comunque un obbligo per il datore di lavoro (art. 2087 c.c.; art. 279 T.U. Sicurezza) di adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, la tecnica e l’esperienza, siano necessarie ai fini della tutela dell’integrità fisica e della personalità morale del lavoratore.

    Il dibattito, evidentemente di particolare interesse, certamente non mancherà di continuare a richiamare l’attenzione degli addetti ai lavori, in attesa dell’intervento del Legislatore e/o della giurisprudenza finalizzati a tentare di derimere la vexata quaestio.

     

    Quei fidanzatini, adolescenti in amore di 17 e 14 anni, che, nel milanese, si sono vicendevolmente sfregiati il volto, tagliandosi le guance all’altezza della bocca, hanno voluto imitare l’orrendo, doloroso sorriso, “be happy” di Joker. E lo hanno fatto per incidere una protesta che molti adolescenti adottano, “spostando” sul dolore fisico che si infliggono, allorquando si tagliano, il dolore psichico dell’insopportabile disagio interiore che avvertono. Per non sentirlo più, sostituendolo con una ferita che nessuno adulto, in questo caso, può far finta di non vedere. Infatti, assai spesso, i ragazzi che adottano questi iniziatici riti di resistenza al dolore, lo fanno tagliandosi le braccia e, poi, nascondendo le loro sanguinanti ferite nelle maniche di camicie e maglioni. I due fidanzatini, invece, quelle ferite hanno deciso di mostrarle, incidendosele vicendevolmente, sul volto. Ma, al contempo, quando sono stati soccorsi, hanno costruito intorno a quell’evento, la trama di una menzogna che la dice lunga sulla pericolosa incidenza dei peggiori modelli , affettivi, educativi, relazionali di comportamento, veicolati dall’ambiente sociale e culturale che li circonda e, ancora, dai mass media tradizionali e dal web. Hanno, infatti, raccontato alle loro famiglie, descritte dagli inquirenti come “normali” e, poi, ai soccorritori, di essere stati aggrediti da una “banda di coetanei” all’uscita della metropolitana. Per poi, confessare, di essersi inventati l’aggressione, per coprire il tremendo gioco al quale si erano sottoposti, con l’intento di verificare la loro resistenza al dolore fisico. Ora, anche se la chirurgia riuscirà - si spera! - a riparare esteticamente quei danni, è necessario chiedersi chi e in quanto tempo riuscirà a riparare i danni psicologici, sociali e culturali che quelle ferite hanno smascherato. Così, la folla dei Joker adolescenti che bussa alle nostre porte, non soltanto tagliandosi per ricercare ascolto e giustizia; non soltanto animando scontri tra gang rivali; non soltanto drogandosi, bevendo, spacciando, per seguire lo stile di “Gomorra” o di “Gangs of London”; non soltanto sprofondando nell’Internet addiction ma, anche, andando ad occupare le scuole, per tornare ad abitarle, nonostante il lockdown; facendo volontariato, assistendo gli anziani, contenendo i loro genitori e i loro educatori “disfunzionali” col sacrificio della loro adolescenza, si fa portatrice di un dolore, di una disfunzionalità, di un dissenso che nessuno tra quegli adulti cosiddetti “normali”, può continuare ad ignorare. Perché quella folla di Joker e non Joker, è espressione di una fantascienza che avanza, alimentando un contagio criminale che è necessario individuare, analizzare, contenere, curare e spegnere per il Bene del nostro presente e del Futuro che si va delineando proprio per loro. È compito degli adulti autorevoli e responsabili, siano essi educatori o governanti, farsene carico.

    Prof.ssa Maria Rita Parsi

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