Autorevoli Editorialisti

    Autorevoli Editorialisti (68)

    E’ l’interrogativo che ci siamo posti quando Angelipress ha chiesto al Centro Jobel di Trani di provare a dare il suo piccolo contributo sulla “comunità” attraverso un blog.

    E’ ormai abitudine consolidata perdere e dimenticare “il perché” attribuiamo delle parole a dei pensieri a delle azioni a delle cose, trasformando, interpretando e spesso tradendo il loro senso e significato.

    Per questo per cominciare a parlare di “comunità” crediamo sia necessario ricordare a noi stessi perché utilizziamo questo termine: citando l’autorevolissima Treccani “l'espressione comunità può essere ricondotta a communitas e quindi a koinonia vale a dire UNIONE (koinè), ove il singolo non ha un'esistenza indipendente dal tutto che la comunità rappresenta, il suo destino è definito all'interno dello spazio di possibilità perimetrato dalla comunità di appartenenza.” 

    A questo aggiungiamo la descrizione mutuata dal Dizionario Etimologico on Line (versione web del famoso Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani) che definisce la “Comunità” come “più persone che vivono in comune, sotto certe leggi e per un fine determinato”.

    E’ evidente che due sono gli elementi fondanti una comunità: la persona singola e l’insieme delle persone, tenute insieme, “incollate” dal “vivere insieme”, interdipendenti, unite ma regolate “sotto certe leggi”.

    Per cui essere comunità è essere persone che vivono insieme, in uno spazio, con delle regole e dei legami, in un’idea di “confine” in cui avere un “proprio”, contraddistinto da identità, senso di appartenenza.

    Se questo è vero a questo punto dovremmo capire qual è lo spazio della comunità in cui viviamo: la famiglia? Il luogo di lavoro o la scuola? Il condominio o il quartiere? La Città, la Provincia o la Regione? La Nazione o il Continente? La Terra o il Sistema Solare? 

    Secondo il nostro punto di vista la comunità non può esistere se esclude l’idea che il suo fulcro sono le persone e la loro capacità di convivere, motivo che ci spinge a considerare che ha senso parlare di comunità nell’idea di uno spazio in cui l’unico confine è l’assenza delle persone.

    Senza le persone e la loro capacità di convivere, e aggiungeremmo, di co-esistere, di sentirsi parte di un tutto, di essere ognuno interdipendente dall’altro, di appartenere non crediamo si possa parlare di comunità.

    Per questo se pensiamo che esistano più comunità stiamo commettendo l’errore di non mettere più al centro le persone ma solo alcune loro caratteristiche, idee, visioni, perdendo di vista l’assunto fondamentale della comunità. 

    A riprova della nostra idea di comunità questo particolare momento storico ci ha dato la possibilità di comprendere come ciascuno di noi ha fondamentali, quotidiane, spesso indispensabili e inconsapevoli interconnessioni, interazioni, legami con l’intero pianeta. E perfino la muraglia cinese, il muro al confine del Messico ed ogni altra ulteriore barriera non sono stati in grado di fermare il COVID!

    E allora concludiamo come abbiamo iniziato: e se provassimo a ripartire dal senso di Comunità?



    Marco Pentassuglia
    Coordinatore attività e servizi Centro Jobel - Trani

    Ero carcerato e mi avete visitato. Ho pronunciato queste parole poco fa a Nisida, prestando la voce al più rivoluzionario dei testi evangelici, come ha fatto ogni prete quest’oggi e quindi ogni cappellano carcerario in questa domenica. Devo ammettere però di aver giocato sporco, non soffermandomi su importantissimi passaggi ma enfatizzando, con un gioco di pausa, di tono, e di ritmo questo passaggio così forte e l’obbiettivo è stato raggiunto, con quaranta giovanissimi occhi spalancati e quaranta orecchie di adolescenti tese ad ascoltarmi. 

    Al di la della fede, sapere che un personaggio storico così importante come il Maestro di Nazareth si identifica con loro, stupisce non poco. Per questo nel commentare insieme quanto ascoltato uno dei ragazzi ha esclamato: “Vabbuò capisco chi ten famm e sta ‘nguaiat ma o carcerat no, alla fine chi sta caddint coccos semp ha fatt” (vabbè, capisco chi ha fame ed è rovinato ma il carcerato no, perché alla fine chi sta qui dentro qualche errore ha commesso). 

    Questa frase evangelica, infatti, lascia sempre un po’ di perplessità: è facile provare compassione per un affamato, per un assetato, per una persona denudata di tutto e per una allettata dalla malattia ma per un carcerato come si fa a provare tenerezza o misericordia? Non è forse egli stesso la causa della condizione in cui si trova?

    Lasciando da parte le discussioni esegetiche e la pagina evangelica citata, il punto è che questa domanda è profondamente misteriosa come la risposta che ne consegue. Per questo occorre essere attenti alle generalizzazioni in quanto l’unità omogenea della legge e delle regole non riescono e non riusciranno mai a contemplare le singolarità e le tortuose condizioni psichiche, sociali, relazionali alla base di trasgressioni e reati.  Ci sono casi che solo uno psichiatra potrebbe spiegare, altri che richiederebbero l’intervento di un’equipe specializzata per una risposta capace di pesare i tanti fattori motivanti una carriera deviante, e altre situazioni in cui l’efferatezza e la gratuità di un atto non lasciano posti al dubbio tanto chiara è la colpa e la responsabilità. Resta però un dato di fatto: ognuno di noi potrebbe potenzialmente varcare la porta di un carcere e ritrovarsi in un attimo nei panni di Caino. Infatti, al margine di questo tempo ipocrita e giustizialista, occorre ricordare sempre che nessuno con onestà intellettuale potrebbe giurare sulla sua vita o sul cielo stesso di esser capace di non commettere mai e poi mai qualcosa di punibile dalla legge degli uomini. Per questo occorre occuparsi e preoccuparsi del carcere e dei detenuti: è una realtà che ci tocca profondamente e che ci rammenta chi un giorno potremmo diventare se la lucida vigilanza della coscienza e dell’etica venissero meno. Per questo, anche in questi giorni difficili di emergenza sanitaria e sociale non occorre dimenticarsi di Caino anche se è difficile stare dalla sua parte:  è difficile lavorare contro ogni speranza  al suo recupero, aiutandolo ad uscire dalla sbarre non tanto del carcere ma della sua mente, del suo cuore, della sua storia apparentemente predestinata.  È difficile perché per molti è più facile trovare il colpevole, assolvendo se stessi e il sistema sociale da ogni colpa e da ogni responsabilità. Cosa che aumenta la percezione della sicurezza ma senza incidere nella realtà oggettiva, più complessa e variegata.

    È difficile perché nel migliore dei casi Caino perde il suo nome e viene identificato per sempre con il reato che ha commesso, etichetta permanente che lo rende riconoscibile a vista di social. È difficile perché i tanti Abele e i loro familiari vittime di dolori assurdi hanno dogmaticamente ragione e andrebbero accolti nei loro dolori impossibili,  accompagnati ma lontano dai riflettori, con la discrezione di chi ha bisogno di riconciliarsi non solo e non tanto con il colpevole (cosa ardua e irrichiedibile) ma con il non senso e con la vita (cosa ardua ma necessaria).È difficile stare dalla parte di Caino perché devi essergli accanto senza parteggiare per lui ma avendo ben chiaro la condanna del suo male, la necessità della sanzione e soprattutto il bisogno di impedire che altro male venga operato.  È difficile stare dalla parte di Caino  eppure è necessario. È la Costituzione che ci chiede di accompagnarlo nella sua rieducazione, di trovare anche negli occhi di un assassino quella traccia di umanità da cui ripartire affinché assassino non lo sia mai più. Nell’interesse suo. Ma anche nostro, di tutti. È difficile stare dalla parte di Caino ma diventa impossibile ogni qualvolta ci dimentichiamo che Caino abita anche dentro di noi e che per questo, come cantava De Andrè, anche se ci crediamo assolti siamo tutti per sempre coinvolti.

    Parlo con un amico mentre sorbiamo con piacere un caffè agli inizi di questo nuovo anno. Lui mi dice, tra l’altro: “Il tuo è proprio uno sguardo femminile sulla pandemia. La donna, molto più di noi (intendeva dire uomini)  è custode della speranza, ma custode attiva, di una speranza che non ha niente a che vedere con l’ultima dea.

    E poi quell’attenzione all’altro, quel prendersi cura, in ogni situazione, senza guardare ai massimi sistemi, aspettare chissà che cosa, ma così come si può!Io non mi sento capace. Voi, invece!!!”

    Può darsi sia vero, non so, di sicuro mi ha incoraggiata a mettere per iscritto quello di cui gli parlavo, pensieri e fatterelli legati al covid 19 che ha segnato così pesantemente l’anno appena concluso. E mi ha suggerito il titolo.

                                                                          

    Non sarà facile nei libri di storia -o nei social che eventualmente li sostituiranno-  rendere il clima che abbiamo vissuto nel 2020, o meglio, ahimè, che stiamo vivendo. La pandemia ne è la protagonista, in tutte le sue varie sfaccettature.

    La situazione inedita in cui ci siamo tutti improvvisamente trovati mi aveva spinta, da marzo in poi, a sentire per telefono con una certa frequenza amici e conoscenti, magari soli o particolarmente fragili per età, per un lutto arrivato improvviso, per la solitudine, la paura del domani, il dolore di non aver potuto dare nemmeno l’ultimo saluto a una persona amata. 

    Ho continuato a farlo e alcuni di loro mi hanno ricordato che durante il primo lockdown, mentre ci confrontavamo su quanto stavamo vivendo e sui possibili scenari futuri, 

    a un tratto ci eravamo posti una domanda, assolutamente non semplice: “Ma in me che cosa è cambiato?” 

    E’ stato importante ritornare a quelle risposte scavate dentro ognuno di noi.

    Personalmente  alcune sono rimaste in me indelebili. 

    Ho riscoperto il silenzio, nella sua eloquenza potente.

    Ho avvertito il dolore per la mancanza della corporeità nella comunicazione: un abbraccio, un bacio, la stretta di mano … 

    Ho approfondito il rapporto con Dio, al di là o forse grazie all’assenza di ogni liturgia per un lungo periodo. Come se la religione fosse “diminuita” nelle Chiese chiuse, ma la “fede” fosse aumentata.

    Ho contemplato e ascoltato le voci della natura che era rinata, tersa, in mille sfumature di colori, di melodie. Ho preso maggior coscienza, nel contrasto, di quanto poco siamo stati custodi del creato. Ho rinnovato il desiderio e l’impegno a  riprendermi la vita e a lavorare per lasciare a chi amo un mondo un po’più bello, un po’ più sano.

    Ho immaginato ripopolarsi i meravigliosi piccoli borghi della nostra Italia forniti di banda larga, di centri sanitari accessibili; il traffico, caotico frastornante inquinante,  ridotto all’essenziale e quasi soppiantato da tram e mezzi pubblici e privati elettrici o a metano.

    Mi sono incontrata -e scontrata- con eroismo e superficialità, condivisione e arroganza, compassione e cinismo. 

    Ho dovuto lottare contro la tentazione dello scoraggiamento e aiutare altri a farlo. 

    Ho avvertito sulla mia pelle la situazione disperata di tanti e  il pericolo - mi illudevo di esserne immune- di ripiegarmi in me stessa, nel mondo virtuale, ho cercato perciò di raddoppiare l’attenzione all’altro.

    Tornerà tutto come prima” ho sentito spesso dire. Perché “come prima” e non , almeno un po’, “meglio” di prima?

    Ho dato valore ai gesti e alle opportunità di ogni giorno, anzi di ogni attimo, unica dimensione temporale che possediamo. 

    A questo proposito, un piccolo episodio avvenuto nel mese di maggio. 

    Sono in fila per entrare al supermarket, insieme ad altre undici persone, tutte con la mascherina, tutte a distanza di circa due metri l’una dall’altra. 

    Passano venti minuti ma nessuno si spazientisce, molti continuano la loro vita virtuale, cellulare alla mano. Anche io ho la testa bassa e leggo messaggi, notizie. 

    A un certo punto mi vedo dall’esterno e mi prendo un colpo: occhiali neri, mascherina, cellulare … Sono praticamente senza volto. 

    Un NO imperioso mi esplode nel cuore prima ancora che nella mente.

    Ho cercato sempre di costruire rapporti, di intessere dialoghi, amicizie. E ora? Non posso lasciarmi cambiare dalla pandemia! Anzi! Devo fare di più e meglio, nei limiti di un possibile limitato, dettato dalle circostanze.

    Tolgo gli occhiali neri e mi guardo intorno cercando di mettere nello sguardo tutto il calore e la cordialità di cui sono capace. 

    Una signora (due posti dietro di me) sembra aspettare questo momento. Si lamenta un po’  “Non ce la faccio più, mi mancano i miei nipotini, le vicine! non posso neanche passare in Chiesa un attimo”. “Anch’ io -le dico-signora, sapesse quanto sento la mancanza di persone care, di realtà che davo per scontate! Eppure … ho fatto qualche scoperta nuova. Per esempio, che Dio mi parla più forte di prima, nella Scrittura, nella natura che sembra essere rinata, nell’amore che possiamo avere tra noi.

    E poi questa situazione mi sta aiutando a vivere diversamente e a gustare piccole cose quotidiane, che posso fare in casa, per le quali non avevo tempo. 

    Ieri ho sentito tre parenti con cui i rapporti si erano allentati; dopo un primo momento di imbarazzo ci siamo raccontati, eravamo felici! 

    Ho telefonato a una signora che vive da sola, non finiva di ringraziarmi.

    Sto provando ricette nuove.

    Mi affaccio al balcone e ci scambiamo notizie con gli amici del condominio, posso andare in farmacia a comprare medicine per uno di loro …”. 

    Si fa silenzio. 

    Questo è vero -interviene la giovane signora dietro di me che ha seguito attentamente tutta la conversazione- mi ci ritrovo un po’ anche io, ieri ho fatto la pasta in casa, le patatine fritte. Penso alla mia nonna, la gioia che ci dava il mangiare con lei la ‘sua’ pasta … Nei miei bambini ho visto la stessa gioia. E anche io come lei mi ritrovo a parlare con Dio qualche volta”.” 

    Un signore già un po’ avanti negli anni “Io purtroppo non ho un balcone, sono al piano terra ma mi 

    affaccio alla finestra, mi offro di fare la spesa, così incontro qualcuno, come oggi. 

    Avevo avuto una stretta al cuore. Non so cosa farei per contrastare le nuove povertà: spazi abitativi insufficienti, carenza di digitalizzazione. 

    Intanto posso sempre fare qualcosa, piccola, ma non insignificante.

    E poi? E se si protrae questa situazione?” Dice un giovane. Non ho una risposta, ma non voglio assolutamente perdere la speranza. 

    Quando è arrivato il mio turno, ci siamo salutati, tutti col sorriso nello sguardo. 

    E mi si rafforza la convinzione che possiamo ridisegnare il futuro, insieme.

    Il rapporto tra il rom e Devel (Dio in lingua romanì) è un rapporto speciale e intimo, piuttosto individuale ed esistenziale. Devel è una forza positiva invocata nei momenti più difficili dell'esistenza, un supporto morale e psicologico irrinunciabile. Devel è il riflesso della vita e del bene. Nella spiritualità romanì ci  sono tracce di tante religioni del passato: dal buddismo e induismo dell'India ( la terra d'origine di tutti i gruppi rom, sinti, calè/kale, manouches e romanichals) all'islam e al zoroastrismo persiano.

    Oggi le diverse comunità romanès professano molte religioni: quella ortodossa,  cattolica, protestante, evangelica e musulmana. Nel corso della storia, spesso, i gruppi romanès si sono allineati alle diverse fedi più per convenzione che per sincera convinzione, spesso per evitare repressioni e violenze. Anche per questo le comunità romanès si riscontrano più nella cultura romanì che nella fede. Ogni rom è un phral, un fratello, indipendentemente dalla fede professata. Non esistono guerre di religione fra le diverse comunità romanès. Il rapporto con Dio, in ogni caso, è un rapporto a due: D-io. I rom italiani di antico insediamento nelle regioni del sud Italia definiscono Dio come MUR DEVEL (il mio Dio), come se ogni individuo ne avesse uno personale. DEVEL si contrappone alle forze negative e malefiche di BENG (diavolo), dei MULE (spettri) e delle Choxaniá (streghe). Devel santifica la vita in tutti i suoi aspetti e nel suo manifestarsi. La vita, la sua salvaguardia e il suo prolungamento prevalgono su tutto.

    Rarissimi sono i suicidi fra i rom, nonostante le difficoltà quotidiane e la discriminazione su base etnica. L'etica romanì del resto lo vieta come vieta l'assassinio. Anche per questo le comunità romanès non hanno mai fatto guerra e attentati terroristici. La vita ha un valore assoluto nella cosmologia cultura romanì e non a caso la procreazione ha un ruolo centrale: ogni nascituro è una benedizione divina.

    Il D-io romanò aiuta l'essere umano a vivere nel modo migliore nella vita reale e lo aiuta a trasmettere il dono divino della vita alla propria discendenza. L'etica romanì è dinamica e realistica, non dogmatica e questo è determinante per salvaguardare il prolungamento della vita stessa. Nel fare le scelte e le valutazioni che la realtà presenta quotidianamente alle comunità romanès, la presenza di un D-io che ama la vita e la sostiene in ogni circostanza è di grande aiuto morale e psicologico. È certamente di grande rassicurazione nella ricerca di un'accurata e solida etica d'azione e di rispetto della vita nonostante le tribolazioni quotidiane derivanti da un'assurda, incivile e disumana discriminazione su base etnica che ancora oggi, dopo secoli, le comunità romanès devono fronteggiare.

    1918 Saint Paul (Minnesota)

    Il 24 enne Billy Miske si sta allenando al sacco. Tra un mese dovra’ affrontare un incontro davvero difficile. Il suo avversario sara’ Jack Dempsey, un giovane da un ruolino di marcia impressionante, capace di battere la maggior parte dei suoi avversari per KO.

    Billy e’ un pugile emergente in grado di infiammare il pubblico con il suo modo di combattere che riflette il suo spirito indomabile.

    Le loro strade inevitabilmente si sono incrociate.

    Benche’ l’incontro non preveda l’attribuzione di una cintura, sara’ comunque uno spartiacque. Gli esperti sono convinti che il vincitore sara’ il futuro campione del mondo dei pesi massimi.  

    Billy sta ultimando il suo allenamento quando improvvisamente cade a terra, svenendo. Il primo ad aiutarlo a riprendersi e’ Jack Reddy.

    Reddy e’ il manager di Billy, oltre ad essere il suo amico.

    Non e’ la prima volta che il giovane pugile sviene in allenamento questo mese. Il suo malessere sta diventando sempre piu’ evidente, tanto da escludere sia il caso isolato, la tensione, o l’intensita degli allenamenti.  Mancando solo un mese al match, Reddy pensa di dover portare Billy in ospedale per dei controlli, cosi da capire bene cosa stesse succedendo.

    Una volta ripreso, Jack riesce a convincere l'amico a fare gli accertamenti, stando attenti a non farsi vedere da giornalisti e fotografi.

    Effettuate le analisi in gran segreto, il responso medico e’ una sentenza. A Billy viene diagnosticata la malattia di Bright (malattia renale acuta e cronica). Le aspettative di vita di Miske vanno dai 6 mesi ai 5 anni massimo.

    Billy convince Jack a non parlare con nessuno della sua malattia. Miske aveva contratto un debito di 100.000 dollari per un affare legato alle auto, andato male. Se la stampa avesse saputo delle sue precarie condizioni, avrebbe influenzato l’opinione pubblica e gli organizzatori dei match, rendendo impossibile qualsiasi incontro futuro. Lui non poteva permettersi di non combattere, era l’unica cosa in cui era davvero bravo e per la quale veniva ben pagato. Combattendo poteva riuscire a sanare il debito e regalare un futuro sereno per la sua famiglia. Decise di non dire a nessuno, neanche a sua moglie, della sua malattia. Se lei lo avesse saputo presumibilmente, lo avrebbe ostacolato nelle sue decisioni pugilistiche.

    Con quel segreto, continuo’ ad allenarsi, sempre piu’ affaticato per il match che si sarebbe disputato nella sua Saint Paul. 

    La sera dell’incontro,tutti gli abitanti di Saint Paul erano li’ ad incitare Billy Miske “the Saint Paul Thunderbolt”. 

    Billy mise molti piu’ colpi di Dempsey, il quale pero’ assesto’ quelli piu’ forti. Sotto lo sguardo preoccupato di Jack (per le condizioni del suo amico), il match trascorse in  equilibrio.  Alla fine dell’incontro i giudici decretarono Dempsey vincitore, malgrado la stampa avrebbe ritenuto piu’ giusto un verdetto di parita’. La boxe aveva cosi’ deciso il suo futuro campione. Jack Dempsey infatti di li a poco, diverra’ uno dei piu’ feroci campioni del mondo dei pesi massimi. Il suo dominio incontrastato durera’ dal 1919 al 1926 e ispirera’ generazioni di pugili, tra i quali Mike Tyson.

    Billy provato da quel match, mascherando le sue condizioni a tutti, torno’ a casa, sconfitto solo da un verdetto dubbio. 

    L’incontro con Dempsey servi’ a Miske per imparare a conoscere meglio la sua malattia. Riusci’ cosi a nascondere a tutti le sue condizioni per poter combattere ancora. 

    Grazie alla sua forte determinazione, dal 1918 al gennaio del 1923 riusci’ a salire sui ring piu’ prestigiosi, altre  44 volte, vicendo 33 match.

    Nel 1920 incontro’ di nuovo Jack Dempsey. Questa volta per il titolo di campione del mondo. Il match parte forte, con Billy e Dempsey che si affrontano a viso aperto. Miske mette piu’ colpi, mentre Jack lo colpisce con meno colpi ma piu’ pesanti. Uno di questi, colpisce Billy vicino al cuore, mandandolo al tappeto e facendo comparire un enorme livido viola sul petto. Billy come un toro ferito, si rialza, continuando a combattere, fino alla 3 ripresa, quando viene atterrato per l’ennesima volta. Dopo il conteggio di rito, l’arbitro conferma Dempsey campione del mondo. 

    Questo match fu trasmesso alla radio per la prima volta al mondo nella categoria dei pesi massimi. 

    Il giovane Miske continuo’ a mettere quella determinazione, per il resto della sua vita. 

    Nel 1923 le condizioni generali del pugile di Saint Paul si aggravarono. Billy passava sempre piu’ tempo a riposo. Di pari passo anche le sue finanze, risultavano disastrose. 

    Sul finire di quell’estate decise di chiamare Jack per convincerlo ad organizzare un ultimo match. 

    Non aveva piu’ messo piede in palestra da gennaio e la sua malattia non gli permetteva di allenarsi. Sapeva che non avrebbe avuto piu’ molto tempo e non voleva lasciare la sua famiglia con quei debiti. Un ultimo match con una borsa importante, gli avrebbe consentito di sanare ogni debito e far vivere dignitosamente la sua famiglia anche dopo la sua morte. 

    Jack Reddy non fu d’accordo e cerco’ di persuadere l’amico malato. 

    Jack e’ preoccupato e glielo dice: << se sali in queste condizioni sul ring, potresti morire!>>

    Ma Billy e’ ostinato e risponde in modo perentorio<<..quale e’ la differenza? meglio aspettare la morte su una sedia a dondolo?>>

    Il 7 novembre 1923 Billy fece il suo ultimo match.  Senza essersi allenato, con la malattia sempre piu’ invalidante, lotto’ ripresa dopo ripresa, fino a vincere incredibilmente il match. Sconfisse il quotato Bill Brennan, portando a casa una borsa di 240.000 dollari.

    Passo’ un Natale sereno. Finalmente libero dalle preoccupazioni economiche. Osservo’ i suoi bambini scartare i regali e giocare felici. Vide gli occhi di sua moglie finalmente raggianti di aspettative e liberi da preoccupazioni. Si senti’ appagato. 

    Assorbi’ quanto piu’ possibile di quei giorni. 

    Il 31 dicembre a causa di un peggioramento, il suo amico Jack insieme a sua moglie furono costretti a portarlo d’urgenza all’ospedale. Lungo il tragitto, con le poche forze rimaste, Billy confesso’ a sua moglie di  averle nascosto di essere malato da tempo. 

    Alle prime luci del 1924 Billy Miske muore a 29 anni.

    Jake Wegner (storico della boxe) dice quanto di piu’ vero sulla vita di Billy Miske. Vale la pena ricordare alcune sue parole:

    “Miske lascia un eredita’ di puro coraggio e di straordinaria speranza per le persone che affrontano la loro malattia. E’ un esempio per padri, mariti, combattenti.”

     

    Finalmente se n’è andato. Chi? Ovviamente il nefasto 2020, con il suo carico di  sofferenza e morte e con il primato di averci fatto provare un’emozione che avremmo volentieri evitato: quella della privazione della libertà, emozione nota ai miei genitori che hanno vissuto la guerra e totalmente sconosciuta a me e a tutti quelli che appartengono alla mia e alle successive generazioni. Per la cronaca, ricordo come un trauma la ora risibile (o quasi) privazione della libertà di movimento legata all’austerity nei primi anni ’70, che limitò le possibilità di spostamento e mi impedì di salire a bordo della mia 500 la domenica. Ma mai ho vissuto prima del 2020 la sensazione oscura di un sostantivo evocativo come “coprifuoco”. Come molti altri, forse tutti o quasi, ho vissuto con un senso di liberazione la fine dell’anno vecchio e l’inizio del nuovo. Dal mio punto di vista di professionista della TV, la prima cosa che ho analizzato sono i dati dell’ascolto televisivo. Sono dati utili per cercare di capire come hanno vissuto questo “passaggio di consegne” gli italiani, almeno quelli che guardano la televisione (con le nuove regole dell’Auditel, anche quelli che guardano i programmi televisivi su computer, tablet o smartphone).  

    Il 31 dicembre, la fine non dell’incubo della pandemia,  che purtroppo durerà ancora, ma dal cui de sac di un anno la cui unica nota positiva è stata la fruttuosa corsa al vaccino,  è segnata dal grande ascolto del discorso del presidente della Repubblica: Con 15 milioni 272 mila 170 spettatori, il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stato quello più seguito dal 1986, da quando cioè  sono iniziate le rilevazioni dell'Auditel. Lo share complessivo (il discorso come è noto è a reti unificate) è stato del 64,95 per cento con 15 milioni di telespettatori. 5 milioni e quasi 5 punti di share più del 2019. Ricordo che il discorso è stato seguito su Raiuno, Raidue, Raitre, Rainews 24 (9.675.227 sulla RAI), Canale 5, Retequattro, Tgcom 24, La7; Tv2000 e Sky Tg 24. Un grande ascolto in un momento in cui le parole del presidente hanno fatto bene a un’umanità dolente che ha vissuto sotto la costrizione di regolamenti ferrei ma necessari quello che per decenni era stato un momento di festa.

    A proposito di feste e festeggiamenti, grande successo di Amadeus e Gianni Morandi dopo le  immancabili polemiche di rito… Anche se inserito in uno studio un po’ claustrofobico ma con una motivazione condivisibile, il pericolo del contagio, lo show di fine anno è andato molto bene. Dalle 20.30 alle 20.44 31,7% con 7.443.000 spettatori (presentazione L'ANNO CHE VERRA' ). Dalle 20.51  alle 21.01 28,1 lo show vero e proprio con 6.608.000, dalle 21.01 alle 24.54, 33,9% con 8.152.000 e dalle 24.54 alle 25.59  31,0% con 3.857.000. E l’anno scorso come era andato? Nel 2019 L’Anno che Verrà ha conquistato 4.772.000 spettatori pari al 30.4% di share dalle 20.53 alle 24.56, e 2.840.000 spettatori (31.8%) dalle 24.59 alle 25.59. Insomma, la fine e l’inizio sono segnati da grandi numeri. C’entra il gradimento ma non può non avere una responsabilità il fatto che tutti gli italiani, telespettatori e non, erano chiusi in casa.  Passiamo al 1 gennaio, il Capodanno vero e proprio.

    Dopo i trionfi dell’ultimo dell’anno su Raiuno lascia la bocca un po’ amara il 17% con 3.848.000 Spettatori di “Danza con me” di Roberto bolle. Mega show ma non mega ascolto, soprattutto se consideriamo che “I soliti ignoti” nella versione VIP subito prima ha fatto il 22,4 con 5.856.000 spettatori. Una spiegazione c’è. Anche se ammiccano al pop, gli show di Bolle non rinunciano (probabilmente è costituzionalmente impossibile) ad avere dei momenti “alti”. E in TV vige  la regola degli opposti: alto chiama basso (ascolto) e basso chiama alto (sempre ascolto). Regola che naturalmente ha delle eccezioni. Non troppe, però. “Natale a cinque stelle” su Canale cinque si accontenta del 12,6 con 2.871.000. Non c’è altro di particolare da notare Tra i film e i telefilm delle altre reti. Sfidando il rischio del conflitto di interessi, segnalo che su RAI 2 la replica in seconda serata (esattamente alle 24:27) della puntata di “O Anche No” dedicata al rapporto tra il generale de Gaulle e la piccola Anne, la figlia con la sindrome di Down, è stata vista da  189.000 spettatori per l’1,9% di share. Un buon risultato per noi che abbiamo scritto e realizzato la trasmissione e una conferma della regola sull’alto e il basso di cui abbiamo parlato sopra. Da questo momento in poi, a tutto 2021!!!!!

    Vi proponiamo la poesia del nostro caro editorialista Umberto Piersanti scritta a dicembre 2017. 

     

    25 dicembre del ‘42,

    un giorno,

    un giorno a caso

    della vita,

    il tempo ch’è passato 

    lo misuri 

    dalla memoria che 

    a quell’ora non giunge,

    e non c’è chi interroghi 

    e racconti,

    solo nelle memorie

    ora esistete,

    ombre a me sacre,

    sacre e infinite 

    dinnanzi agli occhi mesti 

    ma così spesse

    e vere, 

    così tenaci,

    molto, molto più folte

    siete

    di chi è rimasto 

    magari per un premio 

    o una licenza 

    è tornato il padre 

    da quei monti 

    dove i ribelli 

    nascosti tra i massi

    sparano sui soldati 

    che lenti avanzano,

    la madre non prepara

    i cappelletti,

    è un Natale povero,

    di guerra, 

    ma stende sulla madia 

    i tagliolini,

    il brodo è tutto caldo,

    grande e calda la stufa

    con quel tubo

    che per il muro sale, 

    smisurato,  

    e calde le sorelle

    accovacciate 

    cerchiano d’argento 

    i mandarini 

    forse t’ha alzato

    il padre 

    sulle spalle

    e dato per giocare 

    la sua bustina,

    e ridono le donne,

    sono felici,

    il padre resta lì

    un mese intero

    no, l’albero non c’era,

    venne dopo,

    ti ricordo padre

    che trascini 

    nella divisa

    adattata ai lavori,

    quel gran ramo innevato

    dalla pineta  

    ma le sorelle

    nei greppi lontani

    hanno colto il muschio 

    per il presepio,

    poche le statuine,

    lo spazio stretto,

    col pungitopo 

    grigio, dai rossi accesi 

    l’angoliera diviene 

    un bosco immenso 

    venne la notte

    coi vetri oscurati,

    non debbono vederci

    su dal cielo

    chi la morte 

    sgancia sulle case

    nel nero smisurato 

    che c’avvolge

    e fascia,

    fin dentro il sangue 

    t’entra il fischio nero,

    tu piangi ma non sai,

    gli altri lo sanno

    t’hanno accolto nel mezzo

    padre e madre,

    tu dormi

    e più non senti

    il fischio nero

    I quartieri-ghetto e i campi nomadi non dovrebbero esistere in una società civile, moderna ed evoluta. Il ghetto sancisce un'appartenenza e una condizione sociale che si imprime nella coscienza collettiva definendo di fatto una cittadinanza di serie A e una cittadinanza di serie B, i campi nomadi sanciscono addirittura una cittadinanza serie Z (zingari, con un carico dispregiativo). In pratica si stabilisce una classificazione sociale che spesso diventa razziale essendo che nei ghetti e nei campi nomadi vengono destinati stranieri e cittadini indesiserati come i rom e sinti.

    Il ghetto o il campo nomade diventa luogo per esseri umani declassificati e per le fascine sociali deboli con tutto ciò che questo comporta a livello sociale, culturale, economico e politico. Chi abita nel ghetto o nel campo nomadi viene etichettato e ha molte più difficoltà nell'inserimento scolastico,  sociale ed economico. Spesso l'interazione delle fascie deboli avviene solo nel loro interno creando di fatto un circolo vizioso e fenomeni sociali deviati.

    Da parte delle istituzioni gli interventi sono quasi sempre a carattere assistenziale che influisce molto anche a livello morale e psicologico con conseguenze sul piano dell'autostima e della rassegnazione. La disillusione diventa così nemica della società civile. È facile nel ghetto o nel campo nomadi acquisire la sindrome da ghetto che favorisce devianza, bullismo,  violenza. In questi non luoghi si creano economie di sopravvivenza a discapito della società civile. 

    Ogni essere umano avrebbe diritto ad un alloggio non etichettato. Andrebbero incoraggiati lo studio e la formazione,  le attività ludiche e sportive, gli eventi artistici e culturali, ma soprattutto andrebbero sostenute e agevolate il lavoro e le attività economiche. Tutto ciò eviterebbe che il ghetto o il campo nomadi diventasse un ricettacolo di attività illegali da cui è difficilissimo sottrarsi.

    Il ghetto, e ancor di più il campo nomadi, sempre più giustifica una costante attività di supremazia sui più deboli a tutela esclusiva dei più forti e delle classi più abbienti, facilitando lo sciacallaggio attraverso il becero assistenzialismo. In sostanza il ghetto e il campo nomadi sono espressioni di egoismo allo stato puro e prevaricazione di ogni diritto minimo di sicurezza e di sopravvivenza, espressione di arroganza e di prepotenza che inevitabilmente viene restituita dalle vittime alla società civile come un fatale boomerang. Il ghetto e sempre più il campo nomadi sono i non luoghi o pattumiere sociali che stabiliscono la linea di confine fra la civiltà e l'esclusione.

    Il ghetto e il campo nomadi imprimono una disparità sociale da superare e sottolineano un limite culturale prima che socio-politico. Evidenziano di fatto una situazione o condizione tale da circoscrivere e limitare lo sviluppo dell'attività delle persone o gruppi specifici e ne dequalifica l'incidenza sociale.

    I campi nomadi sono forme orrende di segregazione razziale indegni di un Paese civile,  espressione di un classismo antidemocratico e antisociale che andrebbero evitati e superati a vantaggio di tutta la collettività. Si spendono miliardi e miliardi di euro per assurdi armamenti ma non si spende abbastanza o si risparmia sulla pelle di cittadini inermi a cui arrivano solo progetti fasulli e inutili nonostante i milioni di euro sperperati. Le leggi razziali, abrogate nella legislazione, sembrano essere ancora in vigore nella testa e nel cuore di troppi amministratori e di tanti politici corrotti. Sono soprattutto rom e sinti a pagarne le conseguenze sotto lo sguardo indifferente dell'opinione pubblica che viene lasciata nella più completa disinformazione.

    I politici e le istituzioni sono al corrente ma fanno orecchie da mercanti.

    Eppure con poco si potrebbe fare tanto a vantaggio di tutti, purtroppo manca una reale volontà politica e istituzionale per superare questa situazione. 

    Trastevere e le sue case che si fanno l’occhiolino. Piante dai colori accesi nei vicoli, compensano la bellezza di una fontanella o di una bottega. Mercati pieni di vita, oggi come ieri. Trastevere punto d’incontro di storie di uomini valorosi. Storie piene di umanita’ e coraggio come quelle accadute durante l’occupazione nazifascista. 

    Il passato affiora nelle memorie tramandate da generazioni attraverso gesti, episodi e  oggetti che improvvisamente riemergono nei modi piu’ diversi.

    Questo e’ il caso di una valigetta risalente al periodo della seconda guerra mondiale, ritrovata all’interno della palestra Audace, qualche tempo fa’. E’ il “sor Emilio” a ritrovarla in un vecchio magazzino pieno di cianfrusaglie.  All’interno di questa valigetta impolverata, poche cose: un paio di guantoni, dei scarpini, un caschetto e in una cucitura nel bordo, delle iniziali:  L.E. 

    Ironia della sorte, e’ proprio Emilio ad identificare il proprietario. Lui sapeva di chi era, non aveva dubbi. Non puoi averne quando ti alleni insieme giorno dopo giorno. Tra una corda ed un allenamento di sparring, finisci per conoscere pregi, difetti, debolezze e aspirazioni di chi ha le tue stesse motivazioni.

    Emilio capi’ subito che la la valigia apparteneva al suo amico Lelletto. Lelletto, ovvero Leone Efrati, fu un pugile italiano di religione ebraica, classe 1915. Si allenava all’Audace insieme a lui, pesava sui 57kg.  Era caparbio e talentuoso e in poco tempo scalo’ le classifiche mondiali della sua categoria di peso. Il suo modo di boxare suscito’ interesse anche oltreoceano. Nel 1938 ebbe la sua grande occasione al Coliseum di Chicago, contro il campione Leo Rodak. Il match sulle 10 riprese risulto’ incerto, ma i giudici decretarono Rodak vincente. Di parere contrario i 5000 presenti che fischiarono sonoramente il verdetto. Rimase a combattere negli Stati Uniti, ben visto dal pubblico locale. Ma l’eco delle leggi razziali (14 luglio 1938) lo raggiunse, portandolo ad una drastica decisione. Decise di abbandonare tutto e tornare a casa, malgrado gli inviti a restare da parte degli americani. Lui sentiva che non c’era tempo, che doveva raggiungere sua moglie e i suoi figli.

    Torno’ a Roma, ma poco dopo fu richiamato in America per onorare il contratto che aveva firmato. Fece qualche match per dovere, con la testa a quel che stava succedendo in Italia.

    Appena ebbe la possibilita’, raggiuse nuovamente la sua famiglia a Roma, dove ben presto gli venne revocata la possibilita’ di combattere.  Fu costretto a vivere in clandestinita’ per non essere preso. Una mattina decise di portare suo figlio di 7 anni Romolo a prendere un gelato. Purtoppo pero’ fu riconosciuto da due delatori che lo consegnarono ai tedeschi insieme al figlio.

    Furono entrambi trattenuti al carcere di Regina Coeli, prima di essere trasferiti a Fossoli. Mentre il camion che li avrebbe trasferiti era in procinto di partire per Fossoli, il piccolo Romolo riusci’ a scendere e scappare dal camion che lo trasportava, grazie all’aiuto di tutti i prigionieri.

    Portato ad Auschwitz  e poi ad Ebensee con il fratello, Leone fu  riconosciuto come pugile dai tedeschi. Per loro diletto fu costretto a battersi con altri prigionieri, spesso di peso maggiore del suo. 

    Piaceva ai nazisti organizzare questi incontri, un passatempo sul quale scommettere e divertirsi. Non c’erano regole, vinceva chi restava in piedi. Finche’ restava in piedi, poteva sognare di riabbracciare in qualche modo la sua famiglia. Forse era questa la sua forza in quel delirio, mentre era costretto a lottare.  

    Il suo amore per la sua famiglia e quel senso di protezione che sentiva come un obbligo, si rivelo’ fatale il giorno in cui venne a sapere che suo fratello era stato vittima di un pestaggio a sangue da parte di alcuni kapo’ .  Preso dalla rabbia, ando’ a cercare gli aguzzini e nacque una violenta colluttazione con diversi soldati tedeschi. Leone si difese strenuamente prima di soccombere e di finire a terra tramortito.  La vita terrena di Leone Efrati si spense il 17 aprile del 1945, (per quanto ci e’ dato sapere) a 20 giorni dalla liberazione del campo, da parte della divisione corazzata americana, che avrebbe scacciato definitivamente i nazisti da Ebensee. 

    Il valore di Leone e il suo coraggio, sono l’eredita’ piu’ importante che ci ha lasciato. Questo sentimento di amore che sconfigge ogni tipo di paura, e’ custodito orgogliosamente dalla sua famiglia, dalla comunita’ ebraica e dal pugilato italiano.

    Nota a margine: 

    E’ in corso di pubblicazione il romanzo molto atteso su Leone Efrati intitolato “il pugno e il cuore” di Antonello Capurso

     

    Ringrazio al Presidente Cesare Venturini per l'aiuto alla Palestra Audace.

    "Allegra, solare e indulgente" (1),   come la ricorda sua figlia Margaret, ma anche colta, creativa, decisa e coraggiosa, Elisabeth Cady Stanton, femminista americana, rivendicò per prima il diritto di studiare approfonditamente i testi sacri e, quindi, di commentarli.

    Siamo nell’Ottocento. La vita ricca e sempre impegnata di Elisabeth, il suo pensiero, logico e ardito, le sue tenaci  battaglie sarebbero inconcepibili fuori dagli USA e dall’ambiente protestante. Anche la pubblicazione dei suoi libri.

    Uno di essi,  La Bibbia della donna, scritto tra il 1895 e il 1898, in collaborazione con un ampio gruppo di donne, è il primo saggio di esegesi biblica dal punto di vista femminile. La sua fu una vicenda contraddittoria: impopolare eppure divenuto un best seller, costò all’autrice pesanti critiche e  sofferenze ma anche le diede la soddisfazione di aver aperto un percorso nuovo, col tentativo di riattraversare la Sacra Scrittura in quei passi in cui erano presenti le figure femminili.

    Consapevole del ruolo culturale dei testi sacri di ogni religione nel determinare la posizione delle donne e degli uomini nelle società e di conseguenza le norme cui uniformare i rapporti tra loro, la Stanton aveva indicato nella Bibbia un’arma politica che fondava il ruolo subordinato delle donne addirittura su un “ordine divino”, con l’intento di legittimare una struttura sociale incentrata sul patriarcato.

    Al di là degli eccessi, il libro ha grande rilevanza perché ha segnato l'inizio di studi -non solo femministi, ma proprio femminili-  sull'interpretazione della Bibbia, ripresi a partire dagli anni Settanta del XX secolo, grazie anche alla forte spinta data, soprattutto in ambiente cattolico, dal Concilio Vaticano II anche a proposito del diritto della donna a leggere e commentare la Scrittura.

    Ed eccoci a centoventi anni dopo la  pubblicazione della prima parte della Bibbia delle donne.

    “La catechesi di oggi  -sono parole di papa Francesco (2) - è dedicata … al grande dono che Dio ha fatto all’umanità con la creazione dell’uomo e della donna …” Quindi il Papa fa riferimento al racconto della creazione. “… leggiamo che Dio, dopo aver creato l’universo e tutti gli esseri viventi, creò il capolavoro, ossia l’essere umano, che fece a propria immagine: «a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1,27), così dice il Libro della Genesi … non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio.”

    E’ un commento nitido.

    Poi Francesco attinge all’esperienza, che insegna come l’essere umano, per crescere in modo completo e armonioso, ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna.

    “ Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze. Siamo fatti per ascoltarci e aiutarci a vicenda. Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione -nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede- i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna.

    Come spesso fa, c’è un richiamo all’oggi culturale, alla realtà antropologica, in cui siamo immersi.

    “La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo...

    Per risolvere i loro problemi di relazione, l’uomo e la donna devono parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più, volersi bene di più. Devono trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. …”

    Quindi il papa fa un’affermazione molto forte e ancora tanto attuale, a distanza di 5 anni: “Dio ha affidato la terra all’alleanza dell’uomo e della donna: il suo fallimento inaridisce il mondo degli affetti e oscura il cielo della speranza. I segnali sono già preoccupanti, e li vediamo”.

    Infine indica, fra i tanti aspetti,  due punti più urgenti.

    “Il primo. E’ indubbio che dobbiamo fare molto di più in favore della donna … E’ necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e nella Chiesa. Il modo stesso con cui Gesù ha considerato la donna … dà una luce potente, che illumina una strada che porta lontano, della quale abbiamo percorso soltanto un pezzetto. Non abbiamo ancora capito in profondità quali sono le cose che ci può dare il genio femminile … la donna sa vedere le cose con altri occhi che completano il pensiero degli uomini. E’ una strada da percorrere con più creatività e audacia.

    Una seconda riflessione riguarda il tema dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio. Mi chiedo se la crisi di fiducia collettiva in Dio … non sia anche connessa alla crisi dell’alleanza tra uomo e donna …”

    Avviandosi alla conclusione sottolinea a chiare lettere la grande responsabilità della Chiesa, di tutti i credenti “per riscoprire la bellezza del disegno creatore che inscrive l’immagine di Dio anche nell’alleanza tra l’uomo e la donna... Gesù ci incoraggia esplicitamente alla testimonianza di questa bellezza che è l’immagine di Dio.”

    E’ un’esegesi biblica che non ammette repliche o accomodamenti e conferma come l’utilizzo della Bibbia per determinare e protrarre una condizione subordinata della donna sia legato non alla realtà del testo, ma alle sue interpretazioni.

    Tutti, donne e uomini, siamo in cammino per riscoprire insieme e vivere pienamente questa reciprocità, questa alleanza che è il disegno originario di Dio. La strada, talvolta in salita e non priva di ostacoli, “porta lontano” e apre panorami di grande bellezza.

    • Baker, Jean H., Sisters: The Lives of America's Suffragists, Hill and Wang
    • Papa Francesco, Udienza generale, mercoledì 15 aprile 2015
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