04 Giugno 2021 - 05:12

    Le povertà che verranno (e quelle da cui liberarci) di Don Marco Mori

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    Mi impressiona il dato, freddo e numerico: su 150 iscrizioni di ragazzi al Grest dell’oratorio ben 18 famiglie non ce la fanno a pagare la pur esigua quota di partecipazione (30 euro settimanali). Il 12%. Quasi tutta gente che non aveva mai chiesto un euro. Ovvio che l’oratorio accetta tutti questi iscritti e troverà il modo di pagare. Ovvio che la Provvidenza manda, dopo pochi giorni, 1800 euro di carità educativa dei parrocchiani (esattamente la cifra scoperta). Mentre mi torna benissimo il conto della Provvidenza (una signora, l’altro ieri, mi ha portato una lista con la quota di un’iscrizione e un biglietto che mi ha allargato il cuore: “per un bambino, che sia felice al Grest”!...), non mi torna per niente il conto della nostra società che deve ripartire dai ragazzi. Su di un tema del genere dovremmo veramente riflettere, senza steccati ideologici e con grande franchezza e lucidità, per non sbagliare il futuro.

    Primo: non ho proprio idea di che cosa significhi nell’immediato futuro la questione della povertà delle famiglie. Non so, in altre parole, se saremo capaci ad intercettarla, a capirne la portata e le conseguenze, ad aiutare le persone a distinguere nella gestione delle risorse ciò che conta da ciò che è superfluo, quali risorse custodire e moltiplicare nelle comunità per aiutare chi non ce la fa (qui parliamo di un’esperienza educativa, ma c’è anche la povertà alimentare, quella della mancanza di lavoro, quella culturale…), quale dibattito dobbiamo sollecitare nella politica e nella comunicazione perché si ritorni a guardare anche a questi numeri e ai volti che rappresentano… Qualcuno ci può aiutare?

    Secondo: non è detto che l’esperienza della pandemia ci aiuti ad avvicinarci l’un l’altro, potrebbe anche dividerci di più. Di fatto, nella concretezza, lo sta già facendo. Faccio un esempio molto sereno: è perché sono un prete che la gente viene a dirmi che ha bisogno, perché non mi pare che all’interno della nostra società si siano attivati di più i meccanismi personali e di ruolo perché, senza vergogna, qualcuno possa chiedere aiuto.Le amministrazioni pubbliche si stanno facendo più complesse, al posto che più semplici (lo dico senza incolpare, ma esprimendo un problema che sentono gli stessi operatori all’interno delle amministrazioni pubbliche). La necessità di ricostruire una grammatica dell’intervento sociale è ancora più urgente della sburocratizzazione: come può un cittadino fidarsi nel mettere in piazza le sue nuove povertà?

    Terzo: non mi fanno paura le povertà del futuro, ma quelle del passato. Che ci siamo abituati a normalizzare e, addirittura, a non riconoscere nemmeno più. Quelle della banalizzazione dei problemi, della ricerca di soluzioni magiche perché non siamo più capaci di condividere analisi reali, di improvvisazione senza aver sentito la vicinanza dell’altro. Anche nelle comunità cristiane, che vivono la tentazione di tanto pregare ma di poco ascoltare (nonostante che l’ascolto sia la radice della preghiera) o di poco narrare (nonostante che non ci possa essere fede senza dentro la vita). Io so che, ora, ringrazio il Cielo dell’esperienza, in questa pandemia, dell’essere stato spesso povero, senza parole di fronte a tanta gente che moriva, senza possibilità di fronte a tante persone che chiedevano aiuto, perché ho dovuto affidarmi a Dio e agli altri, in un modo che non conoscevo, per imparare e rimettere in mezzo me stesso. Non lo so se questa è la ricetta e l’esperienza per tornare ricchi. So che la auguro a tanti.

     

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