Gennaro Pagano

    Gennaro Pagano

    Dalla parte di Caino, articolo del nostro editorialista Gennaro Pagano

    Ero carcerato e mi avete visitato. Ho pronunciato queste parole poco fa a Nisida, prestando la voce al più rivoluzionario dei testi evangelici, come ha fatto ogni prete quest’oggi e quindi ogni cappellano carcerario in questa domenica. Devo ammettere però di aver giocato sporco, non soffermandomi su importantissimi passaggi ma enfatizzando, con un gioco di pausa, di tono, e di ritmo questo passaggio così forte e l’obbiettivo è stato raggiunto, con quaranta giovanissimi occhi spalancati e quaranta orecchie di adolescenti tese ad ascoltarmi. 

    Al di la della fede, sapere che un personaggio storico così importante come il Maestro di Nazareth si identifica con loro, stupisce non poco. Per questo nel commentare insieme quanto ascoltato uno dei ragazzi ha esclamato: “Vabbuò capisco chi ten famm e sta ‘nguaiat ma o carcerat no, alla fine chi sta caddint coccos semp ha fatt” (vabbè, capisco chi ha fame ed è rovinato ma il carcerato no, perché alla fine chi sta qui dentro qualche errore ha commesso). 

    Questa frase evangelica, infatti, lascia sempre un po’ di perplessità: è facile provare compassione per un affamato, per un assetato, per una persona denudata di tutto e per una allettata dalla malattia ma per un carcerato come si fa a provare tenerezza o misericordia? Non è forse egli stesso la causa della condizione in cui si trova?

    Lasciando da parte le discussioni esegetiche e la pagina evangelica citata, il punto è che questa domanda è profondamente misteriosa come la risposta che ne consegue. Per questo occorre essere attenti alle generalizzazioni in quanto l’unità omogenea della legge e delle regole non riescono e non riusciranno mai a contemplare le singolarità e le tortuose condizioni psichiche, sociali, relazionali alla base di trasgressioni e reati.  Ci sono casi che solo uno psichiatra potrebbe spiegare, altri che richiederebbero l’intervento di un’equipe specializzata per una risposta capace di pesare i tanti fattori motivanti una carriera deviante, e altre situazioni in cui l’efferatezza e la gratuità di un atto non lasciano posti al dubbio tanto chiara è la colpa e la responsabilità. Resta però un dato di fatto: ognuno di noi potrebbe potenzialmente varcare la porta di un carcere e ritrovarsi in un attimo nei panni di Caino. Infatti, al margine di questo tempo ipocrita e giustizialista, occorre ricordare sempre che nessuno con onestà intellettuale potrebbe giurare sulla sua vita o sul cielo stesso di esser capace di non commettere mai e poi mai qualcosa di punibile dalla legge degli uomini. Per questo occorre occuparsi e preoccuparsi del carcere e dei detenuti: è una realtà che ci tocca profondamente e che ci rammenta chi un giorno potremmo diventare se la lucida vigilanza della coscienza e dell’etica venissero meno. Per questo, anche in questi giorni difficili di emergenza sanitaria e sociale non occorre dimenticarsi di Caino anche se è difficile stare dalla sua parte:  è difficile lavorare contro ogni speranza  al suo recupero, aiutandolo ad uscire dalla sbarre non tanto del carcere ma della sua mente, del suo cuore, della sua storia apparentemente predestinata.  È difficile perché per molti è più facile trovare il colpevole, assolvendo se stessi e il sistema sociale da ogni colpa e da ogni responsabilità. Cosa che aumenta la percezione della sicurezza ma senza incidere nella realtà oggettiva, più complessa e variegata.

    È difficile perché nel migliore dei casi Caino perde il suo nome e viene identificato per sempre con il reato che ha commesso, etichetta permanente che lo rende riconoscibile a vista di social. È difficile perché i tanti Abele e i loro familiari vittime di dolori assurdi hanno dogmaticamente ragione e andrebbero accolti nei loro dolori impossibili,  accompagnati ma lontano dai riflettori, con la discrezione di chi ha bisogno di riconciliarsi non solo e non tanto con il colpevole (cosa ardua e irrichiedibile) ma con il non senso e con la vita (cosa ardua ma necessaria).È difficile stare dalla parte di Caino perché devi essergli accanto senza parteggiare per lui ma avendo ben chiaro la condanna del suo male, la necessità della sanzione e soprattutto il bisogno di impedire che altro male venga operato.  È difficile stare dalla parte di Caino  eppure è necessario. È la Costituzione che ci chiede di accompagnarlo nella sua rieducazione, di trovare anche negli occhi di un assassino quella traccia di umanità da cui ripartire affinché assassino non lo sia mai più. Nell’interesse suo. Ma anche nostro, di tutti. È difficile stare dalla parte di Caino ma diventa impossibile ogni qualvolta ci dimentichiamo che Caino abita anche dentro di noi e che per questo, come cantava De Andrè, anche se ci crediamo assolti siamo tutti per sempre coinvolti.

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