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    Fedriga: aprire uno spiraglio nel ‘lockdown degli affetti’, inviate al Governo proposte per consentire visite nelle residenze per anziani

    Aprire uno spiraglio in quello che possiamo definire come il lockdown degli affetti”. È questo l’intento di una posizione che vogliamo portare avanti con il Governo per consentire un primo accesso a parenti e visitatori nelle diverse residenze sanitarie per anziani, a sottolinearlo è il Presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga. “Oggi abbiamo approvato un documento di proposte relativo proprio alle modalità di accesso e di uscita di ospiti e visitatori presso le strutture residenziali della rete territoriale. Abbiamo inviato questo contributo al Presidente del Consiglio Mario Draghi, al ministro della Salute Roberto Speranza e al Ministro degli Affari Regionali e le autonomie, Maristella Gelmini ed abbiamo chiesto al Governo anche di modificare la norma del Dpcm del 2 marzo 2021, confermata nel Decreto Legge 52 del 2021, che attualmente non rende possibile l’accesso, sia pure in condizioni di sicurezza, ai visitatori.

    Credo che sia giunto davvero il momento – conclude Fedriga - di fare un passo in avanti per permettere alle famiglie in condizioni di massima sicurezza di tornare a rivedere con la frequenza necessaria i propri cari”.

    WEBINAR: IL RUOLO DELLE RAPPRESENTANZE SOCIALI IMPRENDITORIALI PER IL RILANCIO DEL PAESE

    Presentazione delle ricerche “patti e contratti. La riscossa dei corpi intermedi” sui Patti per il lavoro e lo sviluppo delle Regioni Emilia-Romagna e Lazio realizzate da RUR in collaborazione con i Consigli Regionali Unipol delle due Regioni

    13 maggio 2021 – ore 15,00 – l’evento sarà trasmesso in diretta sul sito o sul canale YouTube del CNEL  https://youtu.be/ohLZaMLY_zs

    Introduce:
    Tiziano Treu 
    – Presidente Cnel

    Ne discutono:
    Pierluigi Stefanini 
    – Presidente Gruppo Unipol
    Valeria Fedeli – Senatrice della Repubblica
    Giuseppe Roma – Presidente RuR – Rete Urbana delle Rappresentanze

    Conclude:
    Andrea Orlando
     – Ministro del lavoro e delle politiche sociali.

    In Italia ogni anno 40-50 bimbi con Sma: prima causa genetica di morte

    Considerata la principale causa genetica di morte infantile, l'atrofia muscolare spinale (SMA) e' una rara malattia genetica neuromuscolare causata dalla mancanza di un gene SMN1 funzionante, con una conseguente perdita rapida e irreversibile di motoneuroni, che compromette le funzionalita' muscolari incluse respirazione, deglutizione e il movimento di base. In Italia e' stimata un'incidenza di 1 caso su 10.000 nati vivi, pertanto si stima che ogni anno nascano circa 40/50 bambini con la SMA, mentre in Europa ogni anno ne nascono circa 550-600.

    Se non trattata, la SMA di Tipo 1 determina la morte o la necessita' di ventilazione permanente entro i due anni di eta' in oltre il 90% dei casi. Oltre il 30% dei pazienti con SMA di Tipo 2, inoltre, muore entro i 25 anni. Secondo gli esperti, dunque, e' indispensabile diagnosticare la SMA e iniziare il trattamento il piu' presto possibile per arrestare la perdita irreversibile di motoneuroni e la progressione della malattia. Questo e' particolarmente critico nella SMA di Tipo 1, nel corso della quale la degenerazione dei motoneuroni inizia prima della nascita e si intensifica rapidamente. Se n'e' discusso oggi nel corso di un evento online dal titolo 'Atrofia muscolare spinale: l'innovazione della terapia genica e le sfide dello screening neonatale', promosso dall'Associazione Famiglie SMA.

    Ma su un punto, in particolare, hanno concordato gli esperti: e' necessario affrontare la causa genetica dell'atrofia muscolare spinale intervenendo direttamente sulla funzione del gene mancante o non funzionante. "È questa- hanno sottolineato- l'innovazione terapeutica che oggi, con la prima e unica terapia genica per la SMA, consente di mettere a disposizione di medici e pazienti una soluzione in grado di fornire un significativo beneficio clinico e di guardare al futuro con maggiore speranza".

    Se fino a qualche anno fa infatti il trattamento della SMA era esclusivamente sintomatico, basato su approcci multidisciplinari e finalizzato a migliorare la qualita' di vita dei pazienti, oggi ancor di piu' con l'arrivo della prima terapia genica, che interviene sulla causa genetica della patologia, diventa fondamentale che l'innovazione terapeutica sia accompagnata da una diagnosi e un trattamento precoce: e' dunque necessario riconoscere tempestivamente la SMA, poiche' la degenerazione dei motoneuroni inizia prima della nascita, si intensifica rapidamente e si tratta di un processo che non puo' essere invertito.

    "L'atrofia muscolare e' una malattia di tipo degenerativo che nei casi piu' gravi impedisce al bambino di reggere autonomamente la testa, di deglutire o di compiere i normali progressi fisici e motori e puo' interferire anche con le funzioni respiratorie- ha spiegato Eugenio Mercuri, direttore della UOC di Neuropsichiatria Infantile al Policlinico universitario Agostino Gemelli IRCCS do Roma- La terapia genica per la SMA rappresenta una grandissima innovazione, ma e' necessario che venga accompagnata da diffusi programmi di screening neonatale, in modo che la patologia possa essere diagnosticata precocemente e che il trattamento possa essere avviato il piu' presto possibile. È infatti fondamentale intervenire con tempestivita' anticipando la perdita dei motoneuroni nei pazienti, poiche' si tratta di un processo irreversibile". Nuovi dati clinici presentati nel corso della conferenza clinica e scientifica virtuale 2021 della Muscular Dystrophy Association (MDA Virtual Clinical and Scientific Conference), intanto, hanno evidenziato proprio l'importanza di identificare e trattare la SMA il prima possibile.

    "In contrasto con la storia naturale di questa malattia devastante, i bambini trattati pre-sintomaticamente con onasemnogene abeparvovec nel corso dello studio di fase III SPR1NT hanno raggiunto traguardi motori appropriati all'eta' rientranti nei parametri di normale sviluppo definiti dall'Organizzazione mondiale della sanita', inclusa la capacita' di stare seduti o in piedi, e quella di camminare- hanno fatto sapere gli esperti- erano in grado di alimentarsi esclusivamente per bocca e non hanno avuto bisogno di alcun supporto ventilatorio. Non sono stati inoltre segnalati eventi avversi gravi legati al trattamento nel corso dello studio SPR1NT".

    Il momento della diagnosi pero' e' sempre delicato e in questo gioca un ruolo fondamentale il coinvolgimento che l'intero nucleo familiare avra' nella gestione della patologia, a partire proprio dal momento della scoperta della patologia: "Per questo motivo oggi piu' che mai hanno assunto un ruolo centrale le comunita' dei pazienti, le associazioni, un vero e proprio punto di riferimento per le famiglie e accompagnarle in questo percorso- ha detto Anita Pallara, presidente Famiglie SMA- Nell'ottica di intervenire tempestivamente gioca un ruolo fondamentale proprio una corretta e precoce diagnosi e sara' importante nei mesi a seguire trovare il modo di implementare su tutto il territorio nazionale in maniera omogenea programmi di screening neonatale".

    Lo screening neonatale e' uno dei "piu' importanti programmi di medicina preventiva pubblica, attivo in Italia dal 1992- ha aggiunto Pallara- ad oggi solo poche regioni hanno incluso la SMA tra le patologie che e' possibile diagnosticare in fase pre-sintomatica mediante la ricerca del difetto genetico. Nei prossimi inoltre mesi verranno avviati studi pilota in Piemonte e Liguria".

    Sempre secondo gli esperti, onasemnogene abeparvovec potra' fornire, su un orizzonte temporale di lunga durata, un "importante beneficio clinico per i pazienti affetti da SMA in termini di miglioramento delle funzioni muscolari, comprese quelle coinvolte nella respirazione, nella deglutizione e nei movimenti motori di base". Dopo l'approvazione della rimborsabilita' da parte dell'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), avvenuta lo scorso marzo, onasemnogene abeparvovec ha ricevuto il via libera alla commercializzazione ed e' adesso disponibile: la prima terapia genica per l'atrofia muscolare potra' quindi essere utilizzata per il trattamento di pazienti SMA di tipo 1 diagnosticati clinicamente e fino a 13,5 Kg e pazienti pre-sintomatici (e fino a 2 copie del gene SMN2).

    La terapia agisce infatti sostituendo direttamente la funzione del gene mancante o non funzionante SMN1 e si somministra una sola volta nella vita del paziente per via endovenosa. Novartis ha anche annunciato l'intenzione di avviare SMART, uno studio clinico globale di fase III condotto per valutare la sicurezza e l'efficacia di Zolgensma (onasemnogene abeparvovec) nei bambini con atrofia muscolare spinale (SMA) di peso compreso tra =8,5 kg e =21 kg, in seguito a una singola somministrazione di un'infusione endovenosa. I nuovi dati clinici integreranno le evidenze emergenti dalla pratica clinica ed espanderanno l'utilizzo di questa terapia innovativa nell'Unione Europea e in Canada, dove l'approvazione regolatoria include indicazioni sul dosaggio per neonati e bambini fino ai 21 kg di peso.

    "La disponibilita' di Zolgensma nel nostro Paese rappresenta una straordinaria novita' che consentira' ai medici di avere una soluzione terapeutica in grado di intervenire sulla causa genetica della patologia attraverso una terapia che si somministra una sola volta nella vita- ha commentato Filippo Giordano, General Manager di Novartis Gene Therapies- Con oltre 1000 pazienti trattati finora in tutto il mondo, e' stato possibile constatare l'impatto rivoluzionario della terapia: lo studio globale SMART, che sara' avviato proprio al fine di valutare la sicurezza e l'efficacia della terapia anche per pazienti con peso fino ai 21 Kg, ampliera' le evidenze cliniche e potra' fornire alla comunita' SMA dati preziosi sul suo utilizzo anche per questa fascia di pazienti. Si tratta di un'ulteriore tappa significativa che sottolinea il costante e progressivo impegno di Novartis per essere al fianco dei pazienti e delle loro famiglie".

     Fonte: Agenzia Dire

    Torna "Rendez-Vous" Festival del Nuovo Cinema Francese, XI edizione

    Uno dei Festival più attesi da cinefili e appassionati torna quest’anno ‘in presenza’ e, mantenendo fede ad una sua ‘storica’ vocazione, anzi rilanciandola, l’XI edizione di Rendez-Vous - Festival del Nuovo Cinema Francese mette al centro della scena le donne del cinema francese, con una panoramica di cineaste e attrici, volti noti ed esordienti, per offrire un’istantanea di un cinema creativo, vitale, plurale.

    La manifestazione si terrà a Roma presso il Cinema Nuovo Sacher, dal 9 al 13 giugno 2021, e con selezioni speciali alla Cineteca di Bologna e al Cinema Massimo di Torino. Iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, il Festival è realizzato dall’Institut français Italia, e co-organizzato con UniFrance. Il responsabile del progetto è Benoît Blanchard e la direzione artistica affidata a Vanessa Tonnini.

    La regista franco-libanese Danielle Arbid sarà a Roma, per presentare, in anteprima italiana, ‘Passion Simple’, passato nella Selezione ufficiale al 73° Festival di Cannes 2020. Protagonista l’intensa e magnetica Laetitia Dosch, astro nascente del cinema francese. L’attrice ha conquistato a Cannes la Caméra d’Or per Jeune Femme di Léonor Serraille, in programma a Rendez-Vous 2018.

    Adattamento del libro omonimo della scrittrice Annie Ernaux, pubblicato nel 1992, ‘Passion simple’ è un racconto autobiografico che ha fatto scandalo per il suo timbro erotico e sovversivo. Al centro del film l’esplorazione dei limiti di una relazione impossibile, quella vissuta da Hélène (Laetitia Dosch), una intellettuale, docente universitaria e madre divorziata, e Alexandre (Serguei Polunin), diplomatico russo sposato. Danielle Arbid, con intensità e sensualità, traduce in immagini l’erranza di una donna in preda al potere del proprio desiderio. Ancora non uscito in Francia – ‘Passion simple’ è distribuito in Italia da Kitchen Film, che aveva già portato nelle sale italiane ‘Dans les champs de bataille’ della stessa regista.

    Sul fronte esordienti, ancora un'anteprima italiana, a firma della giovane cineasta Chloé Mazlo che presenta a Roma SOUS LE CIEL D’ALICE, suo lungometraggio d’esordio - selezionato alla 59a Semaine de la Critique di Cannes 2020 - che vede protagonista Alba Rohrwacher. La storia comincia negli anni Cinquanta, quando la giovane Alice (Alba Rohrwacher) lascia la Svizzera per il Libano. Alice non si innamora solo del Paese, ma anche di Joseph, ambizioso astrofisico che sogna di inviare il primo cosmonauta libanese nello spazio. Dopo qualche anno di felicità, la guerra civile incrina il paradiso che la donna si è costruita e cerca di proteggere con tutte le sue forze. Segnalatasi con l’animazione Les Petits Cailloux – Premio César per il migliore cortometraggio nel 2015 - Chloé Mazlo, con la sua opera prima, introduce nel racconto alcuni intermezzi onirici animati, servendosi della tecnica della stop-motion, traducendo i suoi ricordi familiari in un poetico equilibrio tra fantasia e melanconia.

    Per dar conto di questo cinema «al femminile plurale», composto da un caleidoscopio di voci eclettiche, di seguito qualche numero della presenza femminile nell’industria audiovisiva francese. Dal lontano 1896, data di esordio dell'intraprendente e giovanissima pioniera Alice Guy-Blaché - prima donna regista e produttrice francese - il cammino è stato lungo e non privo di ostacoli. Ma la parità si impone a passi forzati, dicono le cifre. A dar conto della rivoluzione avvenuta in Francia, negli ultimi dieci anni, è l’ultimo rapporto del CNC (datato marzo 2021) che saluta l’avvento di una nuova generazione di cineaste particolarmente prolifica. I film realizzati o co-realizzati dalle donne è stato del 26% nel 2019 (nel 2010 era del 20%). L’aumento è principalmente dovuto al numero di opere prime e seconde, che si accrescono notevolmente tra il 2010 e il 2019, evoluzione che conferma l’arrivo di una nuova generazione di registe. Tra il 2010 e il 2019, 38 donne (cioè il 7,4% delle registe) hanno realizzato almeno tre film, in questo stesso periodo, 12 tra queste hanno firmato il loro primo film, contro 10 uomini.

    Con 606 film francesi, co-realizzati da donne (usciti in sala tra il 2009 e il 2018), la Francia arriva davanti ai Paesi dell’Europa del Sud e alla Gran Bretagna, in quanto a presenza di cineaste donne, rappresentando da sola quasi un terzo (il 30%) delle produzioni femminili sugli otto Paesi studiati.

    continua a leggere su: http://www.noidonne.org/articoli/torna-arendez-vous-2021-il-cinema-donnaa-nuove-generazioni-di-cineaste-crescono-17845.php

    La Lucerna e il suo viaggio insieme ai/alle migranti

    La Lucerna è un’associazione di volontariato che nasce nel 2001 rispondendo all’esigenza di incontrare le donne vittime di tratta: in quel periodo erano abbastanza numerose e, in mancanza di servizi per loro, avevano bisogno di punti di riferimento e di luoghi di dialogo”. Maria Teresa Tavassi racconta il cammino dell’associazione che ha fondato ed entra in particolari poco noti della realtà dei e delle migranti. “Quello che mi colpiva di quelle donne era che si sentivano sporche ed era difficile far loro capire che invece erano vittime di raggiri che le avevano rese schiave. L’altra difficoltà era costruire un dialogo anche tra loro: quelle provenienti dall’Europa dell’Est non accettavano facilmente le nigeriane o le camerunensi e per gestire i conflitti anche noi volontarie abbiamo fatto specifici training. Ci siamo abbastanza riuscite e infatti molte migranti, che arrivavano da noi anche attraverso il passaparola, trovavano un luogo di serenità e di pace. All’inizio erano soprattutto donne, ma poi sono arrivati anche gli uomini perché abbiamo cominciato a seguire anche le vittime di tortura. Ci siamo confrontate con le differenze che segnano le persone costrette a vivere situazioni tremende: chi subisce torture non ha sensi di colpa ma difficilmente riesce a superare il trauma, mentre le vittime di tratta si sentono in qualche modo corresponsabili perché hanno accettato dei compromessi, ma possono mettersi alle spalle il periodo buio se riescono ad incanalare il loro dolore parlandone o attraverso attività lavorative”.

    Un contributo ulteriore a questo incontro, che si svolge nell’ambito del progetto sostenuto dalla Regione Lazio ‘Donne, Sicurezza, Legalità’, lo offre Paola Ortensi, volontaria che da circa 13 anni partecipa alle attività dell’associazione.”L’emigrazione ad un certo punto è diventato un grande tema in questo paese e ho cominciato a seguire La Lucerna, che era punto di riferimento, per capire il fenomeno e per essere d’aiuto. Seguendo i laboratori e i vari progetti dell’associazione sono riuscita ad avvicinarmi alle logiche di queste persone, ho capito che è decisivo creare situazioni in cui siamo alla pari e che è decisivo uscire da un paternalismo inutile per essere d’aiuto. Penso per esempio alla mostra organizzata anni fa dopo un laboratorio fotografico: è stata occasione per conoscere le personalità e i problemi dei partecipanti (vittime di tortura) attraverso il linguaggio universale delle immagini”. Quindi Ortensi si sofferma sul tema della sicurezza e della legalità, riflettendo su quello che attraverso La Lucerna ha potuto osservare. “Molti immigrati arrivano in Italia illegalmente, a lungo non riescono ad uscire da questa situazione ma spesso non si pongono il problema: non dimentichiamo che abbiamo idee diverse sul concetto di legalità e di sicurezza. La questione si pone quando vogliono interagire con le istituzioni: chiedere sussidi, curarsi, iscrivere i figli a scuola ecc. A quel punto sorgono alcuni problemi come, per esempio, la conoscenza dell’italiano. La questione della lingua è importante perché ha implicazioni con l’integrazione vera che significa, in pratica e anche simbolicamente, allontanarsi dalla propria terra e dalle proprie origini. Questo spiega le non poche resistenze che uomini e donne migranti hanno nell’apprendere l’italiano: ha a che fare con la scelta di diventare cittadino di un altro Paese, con una nuova identità. Il ruolo di associazioni come La Lucerna è essere punto di riferimento e dare aiuto: scrivere con loro una domanda, compilare un modulo o spiegare come svolgere una pratica serve ad avvicinarci. In questi anni, senza pensarci, ci siamo fatti ‘ponte’ tra queste persone e le istituzioni anche contribuendo alla serenità nella società”.
     
    Fonte: Noidonne.org
     
     

    Genova: Auser e Spi Cgil insieme nella gestione di un bene confiscato alla mafia

    Auser e lo Spi Cgil si stanno occupando a Genova nello storico quartiere di Sampierdarena del riutilizzo di due appartamenti confiscati alla mafia con l’obiettivo di farne due abitazioni per giovani e anziani. L’idea è quella di pensare a una coabitazione intergenerazionale ovvero a una forma di ciò che oggi va sotto il nome di co-housing. Abitare insieme per condividere tempi, spazi, ritmi, esperienze. Il progetto si chiama “Nessun uomo è un’isola” e nasce proprio con l’obiettivo di avviare processi virtuosi di socializzazione tra generazioni diverse riconsegnando alla collettività ciò che prima era in mano alla criminalità organizzata.


    A Sampierdarena il sindacato dei pensionati si sta attivando insieme ad Auser per rendere operativo il riuso di due immobili confiscati che accoglieranno persone in difficoltà con problemi abitativi (o perché non possono far fronte al pagamento di un affitto o non hanno i requisiti per accedere all’edilizia residenziale pubblica).
    Nei due appartamenti troveranno posto una decina di persone (4-5 ad appartamento). L’identikit potrebbe essere il seguente: giovani coppie con figli piccoli e coppie di anziani in grado di sostenersi vicendevolmente. Gli anziani potranno fornire assistenza e aiuto alla coppia dei genitori soprattutto se impegnati con il lavoro fuori casa tutto il giorno e, allo stesso tempo, potranno farsi portatori di storie e di esperienze e fornire così il loro contributo. I giovani, d’altro canto, saranno una buona compagnia per gli anziani ma potranno anche aiutarli nel disbrigo di tutte quelle pratiche che necessitano sempre più dell’utilizzo della tecnologia o  anche potranno insegnare loro come si usa uno smartphone. Auser e Spi, dopo essersi fatti attivatori, promotori e artefici del progetto, potranno mettere a disposizione i propri servizi per tutto il quartiere. Auser con interventi di aiuto, accompagnamento degli anziani, trasporto sociale, compagnia telefonica. I pensionati della Cgil con i servizi previdenziali e quelli fiscali a tutela non solo degli anziani ma anche dei più giovani.

    Il progetto di Spi e Auser infatti è stato condiviso anche dal Comune di Genova ed è diventato parte integrante del progetto più generale di riqualificazione del centro storico di Genova e di riutilizzo dei beni confiscati alla mafia.

     

    Fonte: Libereta.it

    Il libro: Frances Larson "Le intruse"

    La storia vera di cinque studiose dalle vite esemplari e di una libertà trovata a migliaia di chilometri da casa

    Nei primi anni del Novecento cinque donne coraggiose approdano alla facoltà di Antropologia di Oxford con l’intenzione di studiare le culture primitive. Troppo curiose per accontentarsi dei libri, lasciano l’Inghilterra e vanno all’avventura: tra i popoli rivoltosi dell’Isola di Pasqua, in villaggi sperduti sul Nilo e nel Nuovo Messico, fra i territori inesplorati della Nuova Guinea e in un desolato inverno siberiano le studiose scoprono una libertà inaspettata, senza le mille costrizioni che le donne subiscono nel mondo occidentale, in apparenza così moderno e sviluppato.
    E infatti, finiti i loro viaggi di studio, a Londra le aspetta un destino tragico: due di loro vengono bollate come pazze e fatte rinchiudere, una muore suicida a 36 anni e tutte devono lottare il doppio degli uomini per vedere riconosciuta solo la metà del loro valore. Se gli antropologi nei loro viaggi rimangono a tutti gli effetti degli intrusi tra gli indigeni, queste donne, intruse nella società borghese che le voleva solo mogli e madri, trovarono dall’altra parte del globo una terra in cui essere libere.

    Frances Larson è antropologa e studiosa di storia della medicina. È stata ricercatrice presso la Durham University e presso il Pitt Rivers Museum di Oxford. Ha scritto diversi saggi culturali e antropologici e per Utet ha pubblicato Teste mozze. Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri (2016, 2020).

    Frances Larson
    Le intruse
    Dalle aule di Oxford ai confini della civiltà:
    storie di donne che volevano scoprire il mondo

    400 pp. | € 24

    Luana morta a 22 anni. "La generazione senza futuro"

    Questo venerdì  Paola Severini Melograni intervista Agnese Pini, direttore della Nazione e Lorenzo Pancini Segretario Generale CGIL della Camera del Lavoro di Prato per parlare della sicurezza sul lavoro dopo il decesso di Luana, la ragazza di 22 anni schiacciata da un macchinario della fabbrica in cui lavorava.  La Sfida della solidarietà in onda  Venerdì  7 maggio, ore 20,  su Radio 1 RAI GR Parlamento.

    Luana aveva 22 anni e aveva un bambino. Voglio scrivere anche che era bella, pure se qualcuno storcerà il naso, già lo so: che c’entra che fosse bella? Nulla c’entra, nulla. Però è proprio così: Luana era davvero bella. 
    Aveva avuto un bambino a 17 anni, poi si era ritrovata presto sola, e alla fine aveva lasciato la scuola. Da qualche mese lavorava in una fabbrica tessile, a Prato. Sua madre oggi racconta che di quel lavoro era felice, Luana, perché la rendeva libera. Così ha detto: libera. 
    Ieri mattina il suo corpo è stato risucchiato dai rulli dell’orditoio a cui era addetta, e i vigili del fuoco per liberarla ci hanno messo due ore. 
    A casa di Luana, dove c’era sua madre col piccolo di 5 anni, sono andati due carabinieri: Signora, non sappiamo come dirglielo, sua figlia è morta.
    Ho scoperto ieri cosa sia un orditoio: è la macchina che crea la trama dei tessuti. I fili dell’ordito vengono sistemati ben tesi sui subbi, che sono grossi rulli di metallo, poi i subbi sono caricati sui telai. Luana è finita stritolata in quei subbi, a 22 anni.
    Adesso potrei ricordarvi dei giovani che perdono il lavoro, potrei parlarvi di quelli che probabilmente non lo troveranno mai, potrei snocciolarvi i soliti dati istat, che fanno impressione a leggerli perché parlano, numeri dopo numeri, percentuali dopo percentuali, di una generazione travolta dalla crisi economica prima, dal Covid poi. Una generazione perduta nella sostanziale indifferenza di un’intera classe politica, di un’intera classe dirigente. Da anni. Oggi, al posto dei soliti numeri che durano il tempo di un titolo su un giornale, c’è un viso e c’è un nome: Luana. 
     
    E allora, ve lo dico: non se ne può più di sentir crocifiggere i giovani, di vederli bersaglio di ogni critica del politicamente corretto. Li chiamano smidollati, sdraiati, ignoranti, fancazzisti. C’è un’intera letteratura, un’intera massa critica benpensante che punta il dito contro i ventenni e i trentenni, ritenendoli implicitamente responsabili della disoccupazione dilagante, della mancanza di opportunità, dell’assenza di prospettive. Ebbene: non è loro, la colpa. 
    Fatevene una ragione, una volta per tutte.
     
    Articolo di Agnese Pini direttore del quotidiano La Nazione

    Covid, Ministro Stefani: "Vaccinati quasi 3 milioni di soggetti fragili e caregiver"

    "Sebbene con sistemi diversi applicati nelle varie Regioni, fino al 30 aprile siamo riusciti a vaccinare 2.966.763 soggetti fragili e caregiver". Lo ha detto il ministro per le Disabilità, Erika Stefani, spiegando che "di certo ci sono state problematiche attinenti ai sistemi informatici e alle prenotazioni con i codici di esenzione, ma le Regioni si sono date molto da fare per cercare di superare ogni volta le difficoltà".

    Fonte: tgcom24.

    La lezione di giornalismo di Capuozzo sui 100 anni del Pci

    Raccontare il secolo del Partito comunista italiano con rispetto ma senza sconti si può. Lo dimostra Il sogno di una Cosa, reportage in due puntate, trasmesso da Focus, canale tematico di Mediaset, la sera del 30 aprile e del primo maggio. Certo, non è da tutti perché quasi nessuno ha la profondità di sguardo, la densità di linguaggio e la capacità critica di Toni Capuozzo. Certi giornalisti non dovrebbero mai andare in pensione e, nella società liquida fluida smart, dovrebbero continuare a testimoniare un mestiere solido, concreto e, quando serve, faticoso.

    Da una citazione di Carlo Marx e dal titolo del primo romanzo di Pier Paolo Pasolini prende le mosse il road movie di Capuozzo, accompagnato dall’amico comunista ortodosso Vanni Della Lucia. L’appuntamento è alla sede della Falck di Sesto San Giovanni, teatro di storiche lotte operaie. Ma l’esordio è già una sorpresa, ovvero il pulmino Uaz di fabbricazione sovietica, design e filosofia spartanissimi, che accompagnerà la coppia nel viaggio attraverso luoghi e testimonianze fuori dall’ufficialità come fossero «briciole di Pollicino».

    Sulla tomba di Pasolini a Casarsa della Delizia se ne rievoca l’espulsione dal partito dopo la scoperta che si appartava con i ragazzini. Sulla piazza di Cavriago (Reggio Emilia) resiste un busto di Lenin e lo storico militante Rodolfo Curti ricorda quando, mandato dal partito, frequentò l’Istituto di marxismo leninismo a Mosca. A Genova, davanti al monumento in memoria di Guido Rossa, l’operaio del Pci ucciso da quelle che «l’Unità chiamava sedicenti Brigate rosse» mentre gli assassini «venivano dalle stesse letture e dalle stesse canzoni», Capuozzo sottolinea la ferita che s’incise profonda nella sinistra. Grazie alla collaborazione dello storico e documentarista Roberto Olla, si delinea il contesto internazionale - dall’invasione dell’Ungheria alla repressione cecoslovacca alla caduta del Muro di Berlino - nel quale i fatti italiani avvengono. Davanti a un’edicola nel quartiere Prati di Roma, regalata dal partito a un’ex partigiana, Della Lucia osserva che il giornalismo italiano «ha sempre fatto i conti» con il comunismo. «Luciano Fontana, attuale direttore del Corriere della Sera, viene dall’Unità», chiosa Capuozzo. Che in chiusura si chiede cosa sia rimasto di 100 anni di Pci: «Il protagonismo degli ultimi e un’idea alta di politica militante», ma anche «lo statalismo e la presunzione di essere la parte migliore d’Italia».

    Un reportage così andrebbe mostrato nei corsi di storia del Novecento o di giornalismo di scuole e università. Nell’attesa, intanto sarebbe bello vederlo in una rete generalista.

     

    La Verità, 4 maggio 2021

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