Al via da la Survey on line lanciata dal ministro Dadone “Next generation you”: le priorità dei giovani per la ripresa dell’Italia

    È online fino al 18 aprile la consultazione lanciata dal Ministro per le politiche giovanili, Fabiana Dadone, che permette alle ragazze e i ragazzi di esprimere le loro idee relativamente all’utilizzo e allo stanziamento dei fondi del PNRR. La compilazione del questionario richiede non più di 10 minuti, ma fornisce tante informazioni utili per costruire, insieme ai giovani, il futuro di tutti.

    Lo scopo della consultazione, accessibile dal sito del Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale e dell’Agenzia Nazionale Giovani, è quello di conoscere l’opinione delle nuove generazioni e acquisire elementi informativi per il miglioramento delle progettualità già delineate nel PNRR perfezionandone i contenuti grazie al diretto coinvolgimento delle ragazze e dei i ragazzi, ossia di coloro che sono al tempo stesso i protagonisti e i beneficiari degli interventi previsti.

    Il Piano è guidato da obiettivi di policy connessi a tre assi strategici: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale. Il Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale, anche in collaborazione con il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri, ha portato all’individuazione di altrettante macro-azioni progettuali pensate per i “giovani”: il potenziamento del Servizio civile universale, l’introduzione del Servizio civile digitale e la creazione sul territorio di luoghi, fisici e virtuali, per lo sviluppo creativo, innovativo e produttivo da parte dei giovani.

    Alla Biblioteca Nazionale Braidense il centro internazionale di ricerca della cultura dell'infanzia progetta il futuro

    Numerose iniziative per tutto il 2021 a difesa della creatività, dell’immaginazione e della competenza dei bambini: dal 13 aprile on line tutorial di bookmaking, realizzati con il collettivo Libri Finti Clandestini ogni mese sul sito bibliotecabraidense.org

    L’infanzia non è mai stata così importante come adesso. Dopo la rottura, la dislocazione e l’isolamento di oltre un anno di lotta contro la pandemia COVID-19, è il momento di guardare all’infanzia, non solo come un momento critico per il futuro, ma come una fonte di nuove idee, nuove prospettive e nuove iniziative. Nel novembre 2020, la Biblioteca Nazionale Braidense ha avviato la creazione di un Centro di ricerca con una importantissima missione: conservare, studiare e comunicare l’esperienza dell’infanzia e i valori di curiosità, creatività e apprendimento. Un impegno a difendere la competenza, l’immaginazione, l’ambizione, i desideri e i diritti umani fondamentali dei bambini.

    Il presidente Alexander Peirano: “Siamo preoccupati per il probabile aumento dei malati oncologici.  Bisogna organizzare il sistema per affrontare la maggiore domanda di assistenza”

    "Passata l’emergenza Covid negli ospedali, corriamo il rischio di averne subito un’altra: l’aumento dei malati oncologici a causa dei ritardi dell’attività di screening e delle diagnosi precoci. E’ l’effetto di un sistema sanitario inevitabilmente polarizzato dalla pandemia, che a causa dell’eccessiva pressione ha ritardato i controlli e gli esami a tutti gli altri malati”. Forte preoccupazione è espressa dalla Lilt-Lega Italiana per la lotta ai tumori di Firenze per voce del suo presidente Alexander Peirano. 

    “I numeri emersi oggi dall’analisi dei dati Agenas ci restituiscono una situazione molto allarmante, che avrà come conseguenza l’aumento di determinate patologie tumorali a causa di ritardi accumulati nei mesi scorsi, penso ai tumori del colon-retto  e della  mammella. E’ facile immaginare - continua il presidente -  che adesso ci vorrà un’attenzione particolare verso tutte quelle malattie che sono particolarmente sensibili agli interventi precoci e  che si tradurranno, nostro malgrado, in una nuova e maggiore pressione sul sistema sanitario. E’ necessaria ora una regia unica regionale, efficace, in grado di recuperare il tempo perduto. Auspichiamo che realtà come Ispro - Istituto per lo studio, la prevenzione  e la rete oncologica - possano intervenire efficacemente in tutta la Toscana così come l'esperienza fiorentina insegna. Bisogna organizzare il sistema  per affrontare il probabile  aumento della domanda di assistenza ai malati  oncologici”

    Come ricorda il presidente Litlt Firenze, “dietro ai numeri statistici ci sono persone che rischiano di avere un percorso sanitario più complicato  con inevitabili riflessi sulla qualità della loro vita”. La prevenzione resta l’arma più importante nella lotta ai tumori “e non parliamo solo di attività medica, ma di educazione fin dalla scuola ai corretti stili di vita. La Toscana è da sempre alfiere in questo campo: è qui che è partito, ad esempio, lo screening mammografico. Ed è necessario ora agire in maniera coordinata ed omogenea su tutto il territorio regionale per recuperare del tempo prezioso. La Lilt fiorentina  da più di 90 anni sostiene la cultura della prevenzione in campo medico come  elemento portante della salute dei nostri concittadini, ma anche come elemento che potrà garantire la sostenibilità del sistema sanitario. Non c'è futuro senza prevenzione”.

    Non è mi difficile immergermi nei pensieri. Penso spesso alla parola dono, a quanto sia corta e a quanta infinità racchiuda. Ho raccolto e “custodito” le parole di un’amica, Giovanna, che vive a Cerreto Guidi, in provincia di Firenze. Una mamma esile che ha le sembianze di un gigante. Le sue gambe sono forti per le salite della vita che ha percorso a testa alta e che ha superato. Ho incontrato Giovanna- non so si possa usare il “per caso” - condividendo un’esperienza di dolore, che mi tenevo chiusa come una valigia, senza chiave, sul cuore. Con lei ed altre mamme abbiamo scritto lettere ai nostri figli e figlie volati via, contenute nel libro “Lettere senza confini”. Nell’inchiostro si fissa la forza di riprendere a vivere con il coraggio, che, come la stessa vita, ha i contorni di un dono. “A 21 anni ero già mamma di un bellissimo bambino dagli occhi azzurri come il mare e due anni dopo di una bellissima bambina… i miei Mauro e Simona. Li ho cresciuti con amore, superando tanti ostacoli. Regalando loro un sorriso, anche quando gli occhi stavano per gonfiarsi di lacrime. Mauro, nel giorno del suo ventottesimo compleanno, ha avuto un incidente stradale. Ricordo il campanello che suonava nella notte e quella corsa interminabile all’ospedale. Immagini sfocate. Ho potuto vedere mio figlio. La mia mano vicino al suo petto, quasi a volergli dare una carezza, mi ‘disse’ che se ne era andato. Poi quella domanda, che svetta come una montagna alta da scalare: Signora, ha pensato alla donazione degli organi? Le parole sembravano incrociarsi tra loro. Non sapevo cosa fare. Ero sola davanti ad una domanda più grande di me. Ho deciso di dire sì alla donazione degli organi, pensando anche alla voglia di vivere di mio figlio. Era altruista e pronto ad aiutare chi aveva necessità. Aveva negli occhi tanti sogni a cui mettere le ali. È stato l’ultimo gesto d’amore di Mauro, il più grande, il più forte. Nel silenzio del giardino, mi fermo a pensare alle vite che possono essere state salvate. Se penso a quelle persone che oggi possono riprendersi la vita per mano, grazie anche a Mauro, le lacrime che stanno per scendere, si fermano improvvisamente. Mauro è vita. La amava, la rispettava, le voleva un grande bene”.

    Come mai negli ultimi vent’anni il razzismo e l’intolleranza sono aumentati a dismisura proprio nei Paesi in cui le politiche della memoria sono state implementate con maggior vigore?

    Dobbiamo riconoscere il fallimento di quelle politiche, come fanno alcuni autori che scrivono libri «contro» quella Memoria? Non sarebbe più saggio individuare gli errori del passato e infine proporre qualche concreta via di uscita?

    Decontaminare le memorie di Alberto Cavaglion si sofferma su uno dei concetti ormai più inattuali e logorati dall’uso: i «luoghi della memoria». Soprattutto quelli «minori», purtroppo diffusi, teatro di violenze di massa anche nella storia più recente. Cosa fare di questi paesaggi?

    «Comprendere» un luogo flagellato dalla violenza, dall’isolamento, dalla riduzione dell’uomo a cosa, richiede l’intervento di quella che si potrebbe chiamare, alla maniera di Georges Perec, «memoria obliqua». Al fine di individuare nuovi strumenti e imboccare un percorso di rigenerazione. Da qui nasce l’idea di Decontaminare le memorie. Un manifesto del «quarto paesaggio», che restituisca ai luoghi della memoria quella funzione riparatrice che talvolta riesce alla letteratura, quando non è solo testimonianza.

    Come gli aquiloni del romanzo-testamento di Romain Gary, ci sono ideali da tenere stretti perché non scappino nel cielo, ma non troppo ancorati al suolo, per non farli schiantare in terra.

    Alberto Cavaglion insegna Storia dell’Ebraismo all’Università di Firenze. Per Einaudi ha pubblicato, con Paola Valabrega, Fioca e un po’ profana. La voce del Sacro in Primo Levi (2018) e gli Scritti Civili di Massimo Mila. Con Feltrinelli ha pubblicato La Resistenza spiegata a mia figlia. Il suo ultimo libro è Guida a ‘Se questo è un uomo’ (Carocci, 2020).

    Talenti per l'Impresa è il progetto di Fondazione CRT che permette a laureati in tutte le discipline di formarsi sul tema dell’impresa innovativa, con percorsi di alta formazione, a partire da maggio, per fornire competenze utili a dare vita allo sviluppo nuove start up. 
     
    Il progetto è pensato per un'offerta che riguarda 50 laureati e dottori di ricerca in qualsiasi disciplina negli atenei italiani, nati a partire dal 1° gennaio 1989. Il bando è aperto fino al 23 aprile sul sito della Fondazione. 

    Hanno superato quota 85 milioni di euro le gare vinte per la realizzazione del progetto italiano per la fusione nucleare, il Divertor Tokamak Test (DTT), promosso da ENEA, Eni e Consorzio CREATE. In questi mesi, inoltre, la compagine azionaria della DTT Scarl, la società che dovrà realizzare questa facility sperimentale unica al mondo, si è ampliata con l’ingresso di sei nuovi soci - INFN, Consorzio RFX, Politecnico di Torino, Università della Tuscia, Milano Bicocca e Roma Tor Vergata – cui a breve si affiancherà il CNR. L’investimento complessivo è di oltre 600 milioni di euro, di cui 250 milioni grazie ad un prestito BEI, la Banca Europea degli Investimenti, che lo ha inserito tra i Progetti Strategici, tenuto conto delle ricadute stimate per un fattore 4, oltre 2 miliardi di euro e la creazione di  circa 1.500 nuovi occupati.

    “L’ingresso di sette nuovi soci con elevate competenze scientifico-tecnologiche è un importante valore aggiunto per questo progetto sfidante e complesso - ha sottolineato il Presidente di ENEA, Federico Testa -. Inoltre, si evidenzia il ruolo sempre più strategico di questo progetto nell’ambito delle iniziative per il rilancio post pandemia: DTT - ha aggiunto - è la più importante infrastruttura di ricerca a livello nazionale prevista negli ultimi decenni, un’opportunità unica per consolidare il primato scientifico, tecnologico e industriale raggiunto dall’Italia in un settore che ha portato a successi importantissimi, anche a livello economico”.

    L’adesione alla società DTT Scarl da parte degli enti sopra citati è avvenuta attraverso la sottoscrizione del 4% circa del capitale sociale ceduto da ENEA e così suddiviso: INFN 1%, Consorzio RFX 0,5%, Politecnico di Torino 0,5%, Università degli Studi della Tuscia 0,5%, Università di Roma Tor Vergata 0,5%, Università di Milano Bicocca 0,5%, mentre il CNR aderirà con lo 0,5%. La quota di partecipazione ENEA si attesta al 70%, quella di Eni al 25% e il Consorzio CREATE è all’1%. 

    L’ultimo contratto assegnato per un valore di 33 milioni di euro, a seguito di una gara internazionale, riguarda la fornitura di 18 giganteschi magneti superconduttori da parte dell’italiana ASG Superconductors (Malacalza), che ha acquisito contratti analoghi anche per il progetto internazionale sulla fusione ITER. Le altre gare bandite sino ad oggi, che riguardano la fornitura di materiali hi-tech superconduttivi, sono state vinte dalla coreana Kiswire Advanced Technology per oltre 32 milioni di euro, dalla statunitense Luvata Waterbury per un totale di 16 milioni e dalla giapponese Furukawa Electric Co per 4 milioni. Quest’anno saranno bandite nuove gare per i componenti principali e i lavori di adattamento del sito all’interno del Centro Ricerche ENEA di Frascati dove verrà realizzato un polo scientifico-tecnologico fra i più avanzati a livello internazionale, aperto a ricercatori e scienziati di tutto il mondo.

    La facility DTT nasce quale ‘anello’ di collegamento tra i grandi progetti internazionali di fusione nucleare ITER e DEMO (il reattore che dopo il 2050 dovrà produrre energia elettrica da fusione nucleare) e dalla sua realizzazione sono attese risposte di grande rilievo dal punto di vista scientifico, tecnico e tecnologico ad alcuni dei nodi irrisolti sul cammino della produzione di energia da fusione, come ad esempio la gestione dei grandi flussi di potenza prodotti dal plasma. 

    In occasione del “Romanò Dives”, la giornata internazionale dei Rom, che si celebra oggi, 8 aprile, in ricordo del primo Congresso mondiale dei Rom tenutosi nel 1971 vicino Londra, la Comunità di Sant’Egidio rivolge gli auguri a tutti i Rom (e alle popolazioni romanì che si identificano con questo nome) e sottolinea alcune idee, preoccupazioni e prospettive sulla presenza di questo popolo in Italia ed Europa. Occorre anzitutto prendere le distanze da vecchi e nuovi pregiudizi, fonte di ostilità e discriminazioni, e intraprendere con coraggio iniziative che favoriscano la piena inclusione dei Rom nelle nostre società, valorizzando la cultura e la condivisione della memoria, considerando che quasi nessuno in Italia conosce il Porrajmos, lo sterminio di Rom e Sinti durante la seconda guerra mondiale. Bisogna poi puntare su un serio programma di scolarizzazione, una autentica priorità per un popolo, che in larga parte è costituito da bambini e giovani (circa il 50% delle 140.000 presenze in Italia ha meno di 18 anni). Solo investendo seriamente su un’istruzione e una formazione di qualità si potrà avere una generazione pienamente integrata nella nostra società. Infine occorre attuare politiche di inserimento abitativo, superando la logica emergenziale che spesso contraddistingue l’azione delle istituzioni rispetto a questa minoranza: la presenza di Rom e Sinti non è episodica o occasionale ed è evidente che approcci perennemente emergenziali non facilitano l’integrazione e sono spesso causa di spreco di fondi pubblici. L’integrazione dei Rom è possibile, come dimostrano tante situazioni, di cui Sant’Egidio ha fatto esperienza in anni di amicizia e impegno a loro fianco. Quando per i Rom valgono gli stessi criteri che per altre fasce di popolazione, l’integrazione funziona.

    Venerdi 9 aprile su RAI 2 alle 00,30 circa e domenica 11 aprile in replica alle 09.10 circa va in onda il consueto appuntamento con “O anche no”, il programma
    dedicato all’inclusione e alla solidarietà realizzato con RAI PER IL SOCIALE.
     
    Protagonista della puntata Erika Stefani, ministro per la disabilità. 
    Paola Severini Melograni, con il supporto del nostro cast fisso I Ladri di Carrozzelle, Stefano Disegni e Rebecca Zoe De Luca, porterà il ministro nel "mondo" di "O anche No". 
     
     
    O Anche No è scritto da Maurizio Gianotti, Giovanna Scatena e Paola Severini Melograni con la regia di Davide Vavalà.
     

    Vi proponiamo l'intervista realizzata a Chiara Amirante, scrittrice e autrice di numerosi best-seller, consultrice in due Pontifici Consigli della Santa Sede, pubblicata oggi sul Corriere della Sera.

    Chiara Amirante soffre da una decina di anni della malattia di Takotsubo, una cardiopatia da stress detta anche «sindrome del cuore infranto», che le procura tremendi attacchi di angina pectoris e la costringe a ingerire 15 farmaci al giorno. Eppure non è stata mollata dal fidanzato, anzi fu lei a lasciare lui, benché si amassero alla follia e già progettassero di sposarsi. La diagnosi se l’è fatta da sola: «Raccolgo troppo dolore». Il 24 maggio saranno trascorsi 28 anni. Quel lunedì del 1993 decise di varcare per sempre la sua personalissima linea del Piave e di scendere in trincea a combattere ogni giorno per salvare tossicomani, alcolisti, vagabondi, malati di Aids, schiave del sesso, ex detenuti, ragazze madri, bambini di strada, giovani disorientati e senza speranza. «Gli scarti», come li chiama il suo amico papa Francesco. Ma non marciava alla testa di un esercito: era completamente sola. «No, si sbaglia: avevo Gesù al mio fianco», corregge con un sorriso radioso.

    Bisogna osservarla mentre parla, Chiara Amirante, per capire in che cosa consista la sua terapia, chiamata L’arte di amare, un percorso terapeutico riabilitativo basato sul Vangelo. Ai Piccoli della gioia, i più vicini fra i 6 milioni di seguaci che ormai conta in una sessantina di Paesi, ha dato da imbracciare quest’unica arma: la letizia. Tant’è che da quando la Santa Sede ha riconosciuto l’associazione Nuovi orizzonti, nella quale operano stabilmente 700.000 volontari denominati Cavalieri della luce (molti tolti dalla strada) e 1.020 équipe di servizio, la fondatrice ha imposto ai membri effettivi una promessa in più, rispetto ai voti di povertà, castità e obbedienza emessi dai religiosi: l’impegno alla gioia, appunto. Più che con le sue parole, raccolte in 18 libri, li converte con le opere.

    Da chi ha ereditato questa fede?

    «I miei genitori erano anticlericali e agnostici, ma sempre alla ricerca di risposte sul senso della vita e del dolore. Il gesuita padre Riccardo Lombardi, soprannominato “il microfono di Dio” per la foga oratoria che metteva nelle sue trasmissioni radiofoniche, parlò loro dei focolarini. A un raduno conobbero la fondatrice Chiara Lubich. Anziché sulla via di Damasco, caddero folgorati a Fiera di Primiero, in Trentino. Ero nella pancia della mamma quando fui portata nella basilica di Santa Maria Maggiore e consacrata alla Madonna».

    Un destino già segnato.

    «Appena laureata, davo una mano al Ceis di don Mario Picchi. Allora manco mi rendevo conto che esistessero le tossicodipendenze. Accorrevo fra i derelitti della stazione Termini dalle 19 alle 3 di notte, senza dirlo ai miei. La Caritas ci vietava di frequentare i sottopassaggi della metro. Troppo pericolosi. Erano il Bronx di Roma, il cuore dell’inferno».

    Tiro a indovinare: scendeva proprio lì.

    «Da incosciente. All’inizio non sapevo come avvicinarmi. Poi ho capito che erano solo assetati d’amore. Nessuno li aveva mai guardati. Cominciò a spargersi la voce della pazza che andava a trovarli».

    Non le facevano nessuna richiesta?

    «Una sola: come fosse possibile che una ragazza di buona famiglia andasse a rischiare la vita fra gente come loro».

    E lei che cosa rispondeva?

    «È possibile perché anch’io ho sofferto un dolore terribile come voi, ma Gesù ha dato la vita per me e mi ha permesso di non sprofondare nella disperazione».

    Che genere di dolore?

    «In sette mesi, nonostante le iniezioni di cortisone negli occhi, avevo perso 8 decimi della vista per un’uveite correlata con la sindrome di Behçet, una malattia rara, autoimmune, dolorosissima, che ti uccide lentamente. Mi fu diagnosticata dopo 30 giorni di ricovero al Policlinico Gemelli. Non riconoscevo più le persone a un metro di distanza, ero condannata alla cecità, epperò avvertivo una pace e una gioia irragionevoli, al punto che mio padre sbottò: “Chiara, ma l’hai capito o no che cosa ti attende?”. Di qui il desiderio di non tenere questa grazia per me. Andrò a cercare i più sfortunati, mi dissi. Non chiesi al Signore di guarirmi, ma solo di mettermi nelle condizioni minime per esaudire questo folle desiderio».

    E che accadde?

    «Pregai così la sera. La mattina dopo, in modo misterioso per chi non ha fede e miracoloso per me, ero perfettamente guarita. La professoressa Paola Pivetti Pezzi, una luminare nel campo delle uveiti, concluse: “Vada ad accendere tutti i ceri che può. Questa cosa non è scientificamente spiegabile”. Da allora ho un visus di 11 decimi, superiore al normale».

    Come interpretò tale evento?

    «La preghiera avvenne al santuario del Divino Amore. Subito dopo il prete proclamò il Vangelo del giorno, quel brano di Marco in cui un lebbroso supplica il Maestro in ginocchio: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. E Gesù, mosso a compassione, stende la mano, lo tocca e gli dice: “Lo voglio, guarisci!”. E la lebbra scompare».

    Lo scrittore Antonio Socci l’ha paragonata a Caterina da Siena e Madre Teresa.

    (Ride). «Mi pare fuori luogo. Loro erano giganti, io una poveraccia. Come la santa di Calcutta, mi sento solo una matita nelle mani di Dio. È Lui a scrivere».

    Ha mai considerato di farsi suora?

    «No. A 17 anni avevo una storia molto seria con un amico, pensavo che sarebbe diventato mio marito. A 19 lo lasciai per dedicarmi agli altri. Fu un taglio doloroso. Oggi è un consacrato sposato, che fa l’evangelizzatore in Nuovi orizzonti».

    Ma questo non è il mestiere del clero?

    «Sbagliamo a pensarlo. Abbiamo ridotto il cristianesimo a precetti, norme, doveri, rinunce, divieti. I ragazzi vanno a messa e provano tristezza anziché gioia».

    Niente è più inespressivo del volto dei fedeli mentre ascoltano l’omelia di un prete, sosteneva François Mauriac.

    L’uomo che voleva violentarmi ora è frate. Ai miei chiedo un voto in più: la gioia. Ho la «sindrome del cuore infranto»: troppo dolore (Ride). «I sensi dello spirito si sono atrofizzati. La fede non è razionalità. Io credo a Colui che ha promesso di essere con noi sino alla fine del mondo».

    Tra gli sbandati ha rischiato la vita?

    «Alla terza notte trascorsa a Termini una ragazza impasticcata mi si avventò contro, urlando: “Ti scanno!”. Pensava che volessi rubarle il moroso che stavo assistendo. Fu trascinata via prima che mi squarciasse la gola con il coltello».

    È stato l’unico episodio?

    «Una notte del 1991 un furgone mi tagliò la strada mentre rincasavo in motorino. La via era deserta. Il marcantonio alla guida manifestò le sue intenzioni. Sono la persona sbagliata, ho consacrato la mia vita a Dio, lo dissuasi. Si tramutò in un agnellino: “Ma davvero? Non ci posso credere. Una ragazza così bella...”. Mi rintracciò per lettera molti anni dopo. Si era riconosciuto nel mio libro Solo l’amore resta. Da allora aveva cambiato vita. Tradito da una donna che amava immensamente, era diventato frate».

    Ma lei da sola che poteva fare per l’umanità infelice incontrata ogni notte?

    «Niente, in effetti. Mi chiedevano: “Chiara, portaci con te”. È stato il vero dramma. Credevo di poter fare da ponte fra quei disgraziati e i centri di recupero. Ma per loro non c’era posto, come per Maria e Giuseppe a Betlemme. Chi mai avrebbe dato una casa a delle prostitute? La stessa Caritas al massimo ti offre un pasto, un vestito, un letto per una notte. Non poteva farsi carico di persone ancora giovani ma già morte dentro».

    Perciò a chi si rivolse?

    «Presentai un progetto al Comune di Roma, chiesi di darmi una scuola abbandonata. Tante promesse, ma nulla di concreto. Per i miei ragazzi servivano 25 milioni di lire al mese, io dal Ceis ricevevo solo 1 milione di stipendio. Dopo una settimana di preghiera, decisi di affidarmi ancora una volta al Vangelo: “Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate”. Era il 24 maggio, festa di Maria Ausiliatrice. Lasciai tutto e andai a vivere con loro. Una pazzia, il buio totale. Quello stesso giorno, mi giunsero tre offerte di locali, da un centro di ascolto, da un parroco vicino a Termini e dalla San Vincenzo. La prima casa di Trigoria nacque così».

    Ma quanto costa Nuovi orizzonti?

    «Circa 20.000 euro al giorno. Non abbiamo entrate fisse, viviamo di carità». In compenso è nel cuore del Papa.

    «Francesco mi scrisse: “Pensavo di venirvi a trovare”. Il 24 settembre 2019 si presentò in segreto qui alla Cittadella del cielo di Frosinone. Mi aveva concesso di avvisare solo gli amici più cari».

    E che amici: Andrea Bocelli, Fabio Fazio, Nek, Matteo Marzotto.

    «Arrivò in auto alle 9.30 e si trattenne fino a dopo le 16. In quel periodo meditavo di dimettermi, dato il mio stato di salute. Il Papa mi chiese di rimanere come punto di riferimento per i ragazzi»...

     

    Potete continuare a leggere l'intervista sul Corriere della Sera di oggi. 

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