La nuova serie di eventi online, inaugurata sulla piattaforma Zoom lo scorso dicembre, ci conduce alla scoperta della straordinaria ricchezza del patrimonio culturale ebraico.

    Ogni mese due musei per volta saranno i protagonisti di un episodio e costruiranno insieme un unico racconto che avrà al centro i beni culturali ebraici italiani, le persone, le famiglie, gli usi e i costumi che li accomunano. Il dialogo metterà in luce l’intreccio di storie che legano una comunità all’altra.

    Il secondo appuntamento, previsto giovedì 21 gennaio alle 18.30, è dedicato al Museo Ebraico di Roma e alla Sinagoga di Siena. Al centro dell'incontro, la tradizione degli apparati effimeri, decorazioni sceniche temporanee prodotte per addobbare le città in occasione delle celebrazioni, volute dalle autorità locali, di momenti particolarmente significativi.

    Tra Seicento e inizio Settecento, a Roma, l'Università (ovvero la comunità) degli ebrei ne produceva per contribuire, spesso forzatamente, al "possesso papale": ossia la cerimonia durante la quale il pontefice appena eletto sfilava in trionfo dalle sue residenze, il Vaticano e poi il Quirinale, attraversando la città per giungere alla cattedrale in San Giovanni in Laterano, dove si sarebbe svolta la sua investitura a vescovo di Roma. L'esemplare dell'immagine qui proposta era compreso in una serie di quaranta cartelli realizzati in occasione del possesso di Papa Corsini, il 19 novembre 1730, il cui nome è stato anagrammato all'interno del motto.

    A Siena si conserva invece l'incisione "Comparsa delle contrade e corsa del Palio, rappresentato il 13 maggio 1767 per la venuta a Siena del granduca Pietro Leopoldo di Lorena e della Granduchessa Maria Luisa Infanta di Spagna" che rappresenta una sorta di cronaca visiva dei festeggiamenti svoltisi in più giorni per la venuta in città del Granduca Pietro Leopoldo nel 1767.

    Tra le vignette con gli apparati scenici allestiti per l'occasione, spicca il contributo della Nazione ebrea di Siena che predispose un parterre in mezzo alla Piazza del Campo, su progetto di Girolamo del Testa Piccolomini. L'apparato effimero fu utilizzato per la festa da ballo in maschera che si tenne in onore dei sovrani. 

    Intervengono:

    Olga Melasecchi - Direttore del Museo Ebraico di Roma

    Anna Di Castro - Comunità Ebraica di Firenze, sezione di Siena

    22 Gennaio 2021 - 06:32

    Gianmarco Perale, Le cose di Benni

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    Una voce intima, feroce che scava nel mistero dei sentimenti, illuminando quel confine sfuggente in cui amore e amicizia si confondono.

    «Una storia d’amore in cui l’altro non è che la parte buia di se stessi. Straziare più coi silenzi che con le parole è il segno di un talento vero.» - Walter Siti

    Mentre Milano è avvolta dal freddo, due ragazzi dividono un sacco a pelo nascosti sotto il letto e scrivono sulle doghe le canzoni di Dalla. In un angolo un pastore tedesco se ne sta accucciato a guardarli. Lui è Falco e loro sono Drago e Benni. Sono cresciuti insieme guardando il cielo in quella stanza e sono inseparabili. Ma un giorno il futuro bussa alla porta e Benni, la persona con cui Drago ha condiviso tutto, quella che pensava di conoscere più di ogni altra, e forse di amare, gli sembra all’improvviso una sconosciuta. E quando la rabbia e l’autolesionismo di lei deflagrano come una bomba, Drago è costretto a fare i conti con una realtà in cui il bene e il male, l’amore e la violenza, si confondono e si fondono senza regole. E nel momento più difficile dovrà decidere se allontanarsi da lei per salvarla. E salvare se stesso. In questo romanzo, che ci fa assaporare la bellezza e la crudeltà dei sentimenti con la forza di chi li vive per la prima volta, Gianmarco Perale ci pone una domanda per cui non esiste risposta: fino a che punto, per salvare chi amiamo, è giusto sacrificare noi stessi?

    GIANMARCO PERALE (1988) vive a Milano, dove ha frequentato la scuola di scrittura Belleville. Questo è il suo primo romanzo.

    Mercoledì 27 gennaio - ore 18.30 In diretta dalla Feltrinelli Red di via Tomacelli a Roma, l'incontro sarà trasmesso sulle pagine Facebook di FeltrinelliPde social club e Manni.

    Lia Tagliacozzo, La generazione del deserto - Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia, Con Paolo Berizzi

    La storia di due famiglie ebraiche, una salvata dai “giusti” e l’altra condannata dagli “infami”, un racconto sull'ebraismo, sull'identità, sulla memoria.

    Lia Tagliacozzo è ebrea, figlia di due sopravvissuti alla Shoah. Quando nel 1938 vennero promulgate le leggi razziali, i suoi genitori erano bambini: durante le persecuzioni il padre si salvò per caso da una retata e restò nascosto in un convento per tutti i mesi dell'occupazione, la madre si rifugiò in un casolare di campagna e poi, dopo la fuga attraverso le Alpi, in un campo di internamento in Svizzera. Ma di tutto questo a casa di Lia si è sempre parlato poco.
    E lei, da sempre, ha tentato di ricostruire la storia della sua famiglia cucendo insieme le poche informazioni, riempendo i buchi della memoria, indagando tra le omissioni e le rimozioni. Ha scritto tanto, negli anni, trasformando in romanzo le vicende degli ebrei italiani, e ora ha deciso di raccontare la propria storia.
    Perché non è vero che le generazioni nate dopo la persecuzione sono pacificate e serene: è come se attraversassero un deserto. Quel deserto che, nella Bibbia, è una progressiva assunzione di responsabilità, la costruzione di uno spazio che lascia liberi gli interrogativi, perché è la possibilità di domandare ciò che rende libero l'essere umano.

    Lia Tagliacozzo è nata nel 1964 a Roma, dove vive. Ha lavorato nel settore culturale delle istituzioni ebraiche, scrive su varie testate, tra cui “il manifesto” e “Confronti”, cura documentari per la televisione, collabora con la redazione di “Sorgente di vita” di Rai 2.
    Ha pubblicato vari libri. Gli ultimi, destinati ai bambini sul tema della Shoah, sono Il mistero della buccia d'arancia (Einaudi 2017) e La Shoah e il Giorno della Memoria (Edizioni EL 2017).

    21 Gennaio 2021 - 06:25

    Agendo per l'agenda della disabilità

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    E’ il titolo del progetto partecipativo avviato dalla Fondazione CRT e dalla CPD di Torino per costruire appunto la prima “Agenda della Disabilità in Italia”, un piano di azioni concrete articolato su sei temi strategici (“Abitare sociale”; “Sostenere le famiglie”; “Vivere il territorio”; “Lavorare per crescere”; “Imparare dentro e fuori la scuola”; “Curare e curarsi”) ed elaborato dalle Istituzioni e dalla Società Civile, sulla base delle esigenze individuate dalle organizzazioni non profit impegnate sulla disabilità.

    A fine gennaio 2021 esce il nuovo libro di Masal Pas Bagdadi “Il filo della matassa” per le edizioni Salomone Belforte. Di seguito un riassunto della quarta di copertina “In questo libro Masal riflette sul significato della propria vita con tenerezza e nostalgia. La narrazione si snoda tra sogno, passato e presente, immaginando un futuro di speranza. La facilità con cui il lettore può rispecchiarsi nelle parole dell’autrice rende i protagonisti vivi e tocca in modo naturale le esperienze umane di piccoli e grandi”.

    Da Marco Bellocchio a Martin Scorsese, da Ken Loach a Pedro Almodovar, da Woody Allen e Nanni Moretti a Bong Joon-ho e Spike Lee: sono alcuni dei volti dello spot che vuole sottolineare il legame con il cinema, in particolare quello indipendente. “Vi abbiamo fatto conoscere registe e registi del cinema italiano e internazionale, facendovi innamorare dei loro film più belli”: così la Federazione Italiana dei Cinema d’Essai, che rappresenta oltre 500 cinema indipendenti di tutta Italia, dà il via al nuovo video, destinato ad illuminare il grande schermo appena possibile. “Da sempre siamo il punto di riferimento del cinema indipendente e di qualità”: a dimostrazione del rapporto instaurato negli anni con il proprio pubblico, innamorato del cinema d’autore da tutto il mondo, scorrono nel nuovo spot volti notissimi e meno noti di tanti artefici di capolavori della storia del cinema, registi affermati e di culto”.

    Da autrici come Valeria Golino, Céline Sciamma, Alice Rohrwacher, Sofia Coppola ed Emma Dante fino a Gianfranco Rosi, i Dardenne, Alejandro Gonzalez Iñarritu, due autori attesi al cinema con i nuovi e già premiatissimi film – Thomas Vinterberg e François Ozon – e due immensi talenti che ci hanno lasciato da poco, Agnès Varda e Kim Ki-duk: lo spot approda da martedì 19 gennaio sui social network e nei siti web delle sale preferita, in attesa di debuttare su grande schermo al momento della riapertura.

    “Per gli esercenti delle sale d’essai, per il loro ruolo fondamentale di presidio culturale e sociale, è un modo per restare vicini al pubblico anche in questi lunghi mesi di prolungata sospensione dell’attività – afferma Domenico Dinoia, Presidente FICE -, ringraziando i tanti spettatori che non hanno mancato di far pervenire la loro solidarietà e con la promessa di accoglierli nuovamente, nel migliore dei modi e con tanti bellissimi film, appena sarà possibile. Ritroveremo insieme, con tutte le precauzioni necessarie, il piacere di una visione condivisa su grande schermo”.

     

    Fonte: .primaonline.it

    Di particolare interesse ed attualità in tale periodo di pandemia da Covid-19 e con la consegna al nostro Paese dei primi lotti di vaccino, è la discussione sorta in merito alla possibilità di rendere obbligatoria o meno la vaccinazione della popolazione e, in particolare, per quanto di nostro interesse, la possibilità per il datore di lavoro di licenziare il dipendente che rifiuta la vaccinazione.

    Ed infatti, considerato che, ad oggi, la legge non preveda alcun obbligo di vaccinazione per la popolazione, né risulta sussistere alcuna imposizione per determinate categorie di lavoratori, quali ad esempio il personale operante presso gli Ospedali e/o le RSA, il dibattito ha avuto origine a seguito delle dichiarazioni rilasciate da autorevoli giuslavoristi, i quali, sulla base delle normative di legge richiamate, hanno sostenuto o meno la possibilità per il datore di lavoro di procedere al licenziamento del lavoratore che rifiuti di sottoporsi alla profilassi vaccinale anti-covid.

    In tale contesto dibattimentale, anche al fine di inquadrare al meglio l’argomento, pare opportuno richiamare alcune norme previste dal nostro ordinamento giuridico.

    innanzitutto, la nostra Carta costituzionale prevede che “… Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” (art. 32 Cost.).

    Secondo la disposizione costituzionale richiamata, quindi, vi è la possibilità di rendere obbligatorio per la popolazione la somministrazione di un vaccino (come peraltro già avvenuto nel corso degli anni precedenti), sebbene l’eventuale introduzione di tale obbligo debba avvenire tramite legge ordinaria e nel rispetto comunque dei principi sanciti dal medesimo articolo.

    La norma prevede, pertanto, la possibilità di rendere obbligatoria nei confronti della popolazione l’effettuazione di trattamenti sanitari, tra cui quello dell’inoculazione di un nuovo vaccino, nei limiti, evidentemente, di eventuali conseguenze negative che potrebbero sorgere in capo a colui che verrebbe sottoposto al trattamento (fatte salve le conseguenze tollerabili), bilanciando, in ogni caso, l’interesse nazionale e della collettività con quello del singolo individuo. 

    Sotto altro profilo, dal punto di vista lavorativo, il dibattito tuttora aperto, e che certamente sarà fonte di ulteriori contributi e divergenze da parte degli addetti ai lavori, si è soffermato sul richiamo dell’art. 2087 c.c. e del Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. n. 81/2008).

    L’art. 2087 c.c. prevede che “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

    Tale disposizione normativa impone all'imprenditore, stante la propria posizione di garante dell'incolumità fisica del lavoratore, di adottare tutte le misure necessarie e possibili al fine di salvaguardare chi presta l’attività lavorativa alle proprie dipendenze; il datore di lavoro è, pertanto, tenuto a prevenire i rischi insiti nell’ambiente di lavoro, considerato che la sicurezza del lavoratore è un bene di rilevanza costituzionale che impone al datore di anteporre al proprio profitto la sicurezza di chi esegue la prestazione.

    Con riferimento, invece, al Testo unico sulla sicurezza, l’art. 20, che richiede una collaborazione del prestatore di lavoro con il datore, prevede il rispetto e l’osservanza delle prescrizioni a tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro da parte del lavoratore, con la conseguenza che eventuali azioni e/o omissioni da parte di questi, in ipotesi di incidenti sul luogo di lavoro, potrebbero comportare una responsabilità/corresponsabilità dell’operatore.

    A tanto si aggiunga la previsione di cui all’art. 42 del T.U. inerente la sopravvenuta inidoneità del lavoratore, per varie ragioni, alla mansione assegnata, con conseguente obbligo per il datore di lavoro di adibire “il lavoratore, ove possibile, a mansioni equivalenti o, in difetto, a mansioni inferiori …”.

    Sulla base di tale ultima norma, pertanto, se da un lato il prestatore di lavoro potrebbe essere, anche temporaneamente, assegnato ad effettuare attività lavorativa equivalente e/o inferiore a quella precedentemente svolta a fronte della sopravvenuta “inidoneità”, l’assenza di mansioni alternative (c.d. “repechage”) potrebbe comportare il licenziamento del lavoratore.

    I fautori della possibilità del licenziamento, al fine di giustificare la risoluzione, hanno basato il proprio pensiero invocando tale articolo, ritenendo che il rifiuto del lavoratore di ricevere il vaccino (con potenziale possibilità di contagio e successiva diffusione del virus presso i colleghi) potrebbe generare “l’inabilità” di questi alla mansione assegnata e, in assenza di possibili alternative, comportare la risoluzione del rapporto di lavoro.

    Tra le altre norme, inoltre, si richiama in questa sede l’art. 279 del Testo Unico sulla sicurezza che, sostanzialmente, stabilisce l’obbligo per il datore di lavoro di mettere a disposizione “vaccini efficaci per quei lavoratori che non sono già immuni all’agente biologico presente nella lavorazione, da somministrare a cura del medico competente”, ribadendo inoltre “l’allontanamento temporaneo del lavoratore” secondo le prescrizioni dell’art. 42 innanzi detto.

    Pare opportuno rilevare che il riferimento ai “vaccini” di cui all’art. 279 T.U. Sicurezza riguarda i “lavoratori esposti ad agenti patogeni”, così emergendo che il riferimento del Legislatore nell’emanare tale disposizione normativa fu quello della tutela di quei prestatori di lavoro che effettuano la propria attività a stretto contatto con determinati patogeni, come avviene, ad esempio, per tutti quei soggetti che svolgono le proprie mansioni all’interno di laboratori.

    Orbene, sulla base dei riferimenti normativi di cui sopra, sui quali, come detto, si è sviluppata la riflessione giuridica degli addetti ai lavori, ci si chiede se il datore potrebbe procedere con il licenziamento di quei lavoratori che rifiutano di sottoporsi al vaccino.

     Allo stato attuale, tenuto conto che non risulta essere stata emanata alcuna disposizione legislativa che renda obbligatorio per la popolazione (e/o per determinate categoria di lavoratori) il vaccino anti-covid, risulta arduo poter dare una risposta in grado di legittimare, sic et simpliciter e per la generalità dei lavoratori, l’eventuale licenziamento del dipendente che si è rifiutato di ricevere il vaccino.

    Ed infatti, se da un lato il dettato costituzionale (art. 32 Cost.), come detto, richiede la necessaria emanazione di una norma ad hoc (“ … Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”), vige comunque un obbligo per il datore di lavoro (art. 2087 c.c.; art. 279 T.U. Sicurezza) di adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, la tecnica e l’esperienza, siano necessarie ai fini della tutela dell’integrità fisica e della personalità morale del lavoratore.

    Il dibattito, evidentemente di particolare interesse, certamente non mancherà di continuare a richiamare l’attenzione degli addetti ai lavori, in attesa dell’intervento del Legislatore e/o della giurisprudenza finalizzati a tentare di derimere la vexata quaestio.

     

    Tanti i traguardi raggiunti e gli eventi programmati: sempre viva l’attenzione ai diritti fondamentali di detenute e detenuti nelle misure di contrasto alla diffusione del Covid-19

    È nota a tutti la valenza rieducativa e risocializzante del teatro per tutti coloro che, in espiazione di una pena detentiva, e grazie alla dedizione di molti operatori ed artisti che lavorano in carcere, si accostano alle proprietà taumaturgiche e catartiche di questa antichissima forma espressiva.

    Tra le esperienze più significative quelle del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, (www.teatrocarcere.it) presieduto da Vito Minoia, esperto di Teatro educativo inclusivo all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo e direttore della Rivista di Educazione e Formazione “Cercare-carcere anagramma di” (che affianca dal 2017 la rivista-madre “Catarsi-teatri delle diversità” fondata nel 1996): fondato a Urbania il 15 e 16 gennaio 2011, in occasione dei lavori dell’undicesimo convegno promosso dalla Rivista europea “Catarsi-Teatri delle diversità”, oggi il Coordinamento riunisce oltre cinquanta esperienze da 15 regioni italiane ed è stato riconosciuto come buona pratica dall’International Theatre Institute dell’Unesco che ha collaborato all’istituzione dell’International Network Theatre in Prison nel 2019.

    Per la ricorrenza dei dieci anni del Coordinamento, in segno di condivisione, sul sito www.teatridellediversita.it in libero accesso, sono stati pubblicati la diretta Zoom e diversi materiali multimediali relativi al XXI Convegno internazionale che la rivista “Catarsi-Teatri delle diversità” con il titolo “Dialoghi tra pedagogia, teatro e carcere” (youtube) ha organizzato online il 29-30-31 ottobre 2020, a seguito dell’impossibilità di tenere in presenza l’evento. Parallelamente, sabato 16 gennaio 2021, la notizia del Primo Premio del Ministero dell'Interno di Madrid per lo spettacolo “Al limite” rappresentato un anno fa dai detenuti del carcere di Las Palmas (Gran Canarie) a conclusione di un progetto dedicato alla genitorialità positiva in carcere, grazie all’Associazione Hestia, all’Università di Las Palmas e alla collaborazione dell’Associazione Voci Erranti operante nel carcere di Saluzzo (Cuneo), diretta da Grazia Isoardi, tra gli organismi fondatori del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere.

    Dopo le prime dieci edizioni del convegno organizzate a Cartoceto, in provincia di Pesaro e Urbino, nel 2011 a Urbania furono ricordate le figure di Meldolesi scomparso nel 2009 (al quale si ispirava il titolo dell’iniziativa “Immaginazione contro Emarginazione”) e di Pozzi, scomparso nel 2010, fino a quel momento direttore della pubblicazione. Giuliano Scabia, anch’egli figura di riferimento per il convegno e la rivista, dedicò loro il racconto-evento “Scala e sentiero cercando il Paradiso” sugli anni di apprendistato con i suoi allievi all’Università di Bologna.

    Diversi i traguardi raggiunti dalla Rete italiana del teatro in carcere: ne vengono ricordati di seguito alcuni, sicuri che possano essere d’auspicio per nuovi obiettivi di carattere artistico e pedagogico da ricercare, come sempre, in un innovativo orizzonte politico e democratico tra i diversi soggetti coinvolti nel tempo, a partire dai tanti detenuti e detenute (compresi anche i minori sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria), fino agli operatori teatrali e agli operatori penitenziari passando per insegnanti, studenti, universitari in formazione.

    Nel 2012 nasce a Firenze la Rassegna/Festival nazionale “Destini Incrociati”, l’evento annuale itinerante per eccellenza più partecipato giunto alla settima edizione; del 2013 è il primo Protocollo d’Intesa per la promozione del teatro in carcere, triennale, con il Ministero della Giustizia (prima con l’Istituto Superiore di Studi Penitenziari, poi con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità) al quale aderisce nel 2015 anche l’Università Roma Tre (Intesa rinnovata nel 2016 e nel 2019). Nel 2014 viene avviata la Giornata Nazionale del Teatro in Carcere in concomitanza con il World Theatre Day (27 marzo) promosso dall’ITI-Unesco: all’ultima edizione che ha preceduto la pandemia, la sesta-nel 2019, hanno concorso alla riuscita dell'evento 102 iniziative in 64 istituti penitenziari ed altri contesti esterni con la partecipazione di Enti pubblici e privati di 17 regioni italiane. Dal 2015, grazie al sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali il Progetto Destini Incrociati si articola anche in diverse iniziative territoriali che coinvolgono in rete 22 partners di 10 regioni. Nel 2017 si dà vita al Premio Internazionale Gramsci, preludio della nascita nel 2019 dell’International Network Theatre in Prison (www.theatreinprison.org) con la celebrazione del World Theatre Day (26 marzo 2019) nell’istituto penitenziario di Pesaro grazie al Teatro Universitario Aenigma e all’ITI Italia anziché presso il Quartier generale Unesco di Parigi. Del 2020 invece è il Premio Speciale internazionale “Books for Peace” per l’impegno sociale promosso da una rete di associazioni affiliate all’Unesco.

    Il Gruppo di Progettazione intero del CNTiC costituito, oltre che da Vito Minoia e Grazia Isoardi, anche da Ivana Conte (Associazione nazionale Agita), Gianfranco Pedullà (Teatro Popolare d’Arte), Valeria Ottolenghi (Associazione nazionale critici di teatro), Michalis Traitsis (Balamòs Teatro), Valentina Venturini (Università Roma Tre), ha raggiunto in questi dieci anni molti risultati significativi, operando con un grande senso comune di libertà, partecipazione e confronto e invitando tutte le persone interessate a seguire le prossime attività, a partire dalla Giornata-evento dedicata alla Rassegna/Festival nazionale “Destini Incrociati” (settima edizione) programmata a Roma nella prossima Primavera (data da definire – informazioni in progress anche sulla pagina Facebook “Coordinamento nazionale teatro in carcere”).

    Il CNTiC inoltre richiama l’attenzione, già ripetutamente richiesta agli Stati membri da parte del Consiglio d’Europa per i Diritti Umani, affinché siano adottate misure che non comprimano i diritti fondamentali di detenute e detenuti in questo momento di contrasto alla diffusione del Covid-19, entrato in molti istituti di pena (ricordiamo a riguardo anche le varie iniziative a favore della priorità di vaccinazione in carcere).

     

    Articolo di di Elisabetta Colla per noidonne.org

    “I nuovi farmaci non solo permettono di migliorare il controllo glicemico con un’incisiva azione metabolica e causando una perdita di peso corporeo, ma producono anche un effetto cardioprotettivo con un importante riduzione degli eventi e della mortalità cardiovascolare” sottolinea il Prof. Manfredi Tesauro, endocrinologo, Università di Tor Vergata

     I nuovi farmaci per la cura del diabete di tipo 2, gli antagonisti del cotrasportatore sodio-glucosio 2 (SGLT2),  agiscono a livello del tubulo renale riducendo il riassorbimento di glucosio e sodio con conseguente aumentata escrezione di zucchero con le urine. Già dopo i primi trials clinici ci si è accorti che l’efficacia andava oltre il controllo metabolico, verosimilmente grazie ad un effetto diretto a livello cardiovascolare.

    Lo studio condotto dai gruppi di lavoro delle università romane Tor Vergata e Cattolica, guidati rispettivamente dal Prof. Manfredi Tesauro, endocrinologo, professore di Medicina Interna presso l’Università di Tor Vergata, e dal Prof. Carmine Cardillo, professore di Medicina Interna presso l’Università Cattolica, i quali portano avanti una collaborazione ventennale, ha dimostrato il meccanismo di azione con cui il canaglifozin agisce a livello vascolare su arterie estratte dal tessuto adiposo viscerale di soggetti obesi.

    I BENEFICI VASCOLARI PER I PAZIENTI DIABETICI E NON SOLO – Questa nuova classe di farmaci antidiabetici ha effetti importanti non solo sul controllo metabolico, sul peso corporeo e sulla pressione arteriosa, ma determina anche una significativa riduzione degli eventi cardiovascolari e della relativa mortalità nei soggetti trattati rispetto al placebo. Da qui il crescente interesse per questa nuova classe di farmaci, che hanno inoltre il vantaggio di poter essere somministrati per via orale e non iniettiva.

    “Questa nuova molecola, il canagliflozin, fa parte dei farmaci SGLT2, che permettono di eliminare lo zucchero con le urine, facendo perdere peso e abbassando la pressione arteriosa – sottolinea il Prof. Tesauro – A questi risultati positivi si sono aggiunti gli effetti a livello cardiovascolare, dimostrati da numerosi studi realizzati su numeri molto elevati di pazienti. Per i pazienti diabetici emerge così un duplice beneficio, visto che gli elevati livelli di glucosio provocati dal diabete generano conseguenze proprio a livello cardiovascolare. Questo farmaco infatti migliora sia la glicemia, con un’incisiva azione metabolica, e, parallelamente, produce un effetto cardioprotettivo. L’efficacia è tale che questa classe di farmaci comincia a suscitare interesse anche per il trattamento di soggetti con patologie cardiovascolari come lo scompenso cardiaco anche in soggetti non affetti da diabete”.

    “I nostri studi sono stati effettuati su tessuto adiposo viscerale, ossia quello che circonda gli organi addominali ed è maggiormente responsabile dell’aumento del rischio cardiovascolare nei pazienti obesi – ha spiegato il Prof. Cardillo – Dal tessuto adiposo abbiamo isolato delle piccole arterie che abbiamo studiato con la tecnica del miografo. Il primo elemento emerso è che il canagliflozin esercita una benefica azione vasodilatatrice agendo a livello delle cellule muscolari lisce, e non dell’endotelio vascolare; successivamente, abbiamo osservato che il meccanismo della vasodilatazione indotta da canagliflozin è probabilmente legato all’inibizione di un cosiddetto “scambiatore sodio-idrogeno” a livello delle cellule muscolari lisce. In definitiva, i dati dello studio suggeriscono che nei soggetti obesi l’effetto vasoprotettivo dell’inibizione di SGLT2 agisce sui meccanismi che collegano l’espansione del tessuto adiposo viscerale alla malattia vascolare”.

    “A fronte di un’ulteriore evidenza scientifica della validità di Canagliflozin e dei suoi molteplici effetti benefici, la nostra azienda conferma il suo impegno nella ricerca di nuove soluzioni terapeutiche per il paziente diabetico – sottolinea Sabrina Cremascoli, General Manager Mundipharma Pharmaceuticals Italia – Questo nostro sforzo assume un rilievo particolare in un complesso periodo di pandemia quale quello che stiamo vivendo: il paziente diabetico, infatti, si rivela ancora più fragile e necessita di una varietà di soluzioni terapeutiche quanto più diversificata possibile. Inoltre, la scoperta di molecole in grado di dare benefici a soggetti affetti da comorbidità rappresenta un traguardo importante che può garantire benefici di salute pubblica di portata straordinaria”.

     

    A Trento un Patto di collaborazione per tutelare e valorizzare la memoria della comunità attraverso il racconto di storie di emigrazione trentine

    La memoria storica tiene in vita l’umanità. É un Bene comune immateriale e, come tutti i Beni comuni, necessita di cura perché dalla memoria collettiva dipende la qualità del futuro di tutti, a partire dalle singole comunità.

    La memoria collettiva è il tema del patto di collaborazione intitolato “Dal Trentino al mondo: storie di emigrazione”, sottoscritto tra il Comune di Trento e l’Associazione Trentini nel Mondo Onlus. Il Patto si pone l’obiettivo principale di sensibilizzare sul tema dell’emigrazione attraverso la collocazione di un manufatto contenente storie di emigrazione trentina da mettere a disposizione di tutta la comunità. Il fenomeno dell’emigrazione di tanti cittadini di Trento nel mondo è una pagina importante della storia trentina. I cittadini attivi di Trento, con la proposta del Patto, hanno individuato nella memoria storica della comunità un Bene comune da tutelare attraverso la conservazione e la valorizzazione di singole storie personali, storie di viaggi e storie di comunità: storie che hanno la forza di connettere e di avvicinare in un unico sentimento di solidarietà i cittadini trentini e favorire la crescita dei legami di comunità.

    Il valore della memoria nelle storie dei migranti

    Le storie raccolte dall’Associazione sono disponibili anche su un portale dedicato messo a disposizione dei cittadini di Trento sia per la lettura sia per l’invio di nuove proposte. Ecco alcuni passi.

    «Ora penso che appartengo a due terre, quella di nascita e quella dove mi hanno accolto con tanto affetto e dove ho formato la mia famiglia; ma sempre avrò il Trentino nel cuore. Ricordo le canzoni di montagna, in casa cucino i cibi trentini per la mia famiglia e a loro piacciono, così come il nostro dialetto trentino. Perciò mi sento una mamma e nonna trentina che ha portato e conserva con sé un po’ della nostra terra in questo paese lontano», si legge nella testimonianza di Enrica Righi emigrata a Montevideo, in Uruguay, a soli 19 anni.

    «La fine del lungo viaggio in treno non fu la fine delle mie tribolazioni. Anzi. La speranza di raggiungere mio marito finalmente a “casa mia”, quella speranza che mi aveva dato la forza e il coraggio per affrontare il viaggio, che mi aveva tenuta in piedi fino a destinazione, è svanita brutalmente quando sono giunta a destinazione. […] Siamo arrivati a Maurage Boussoit. Nel campo baracche. Una baracca! Ecco dove avrei abitato! Il campo era enorme: c’erano almeno 200 baracche. Forse anche di più. Ognuna poteva ospitare ben sei famiglie. La delusione è stata così grande che, per riprendermi del tutto, è passato un inverno intero. […] C’erano due stanzette che fungevano da camere da letto e una grande cucina.  I servizi erano fuori, ma ogni baracca aveva il proprio. Mio marito aveva arredato il nostro nido con mobili di occasione. Ci aveva messo tutta la sua buona volontà e…il suo buon gusto», è l’inizio della storia di Pia che negli Anni ’80 ha raggiunto finalmente suo marito in Belgio.

    «Il 1940 segnò l’entrata in guerra dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale: gli emigrati italiani non naturalizzati furono considerati “enemy allies” (alleati del nemico, la Germania) e sospetti simpatizzanti fascisti. Vittorio Facchini (“Vic”) dovette scegliere fra due alternative: lavorare per il governo o finire in un campo di concentramento. Fu quindi mandato, per quasi tre anni, a lavorare nel Nuovo Galles del Sud, nei boschi dove si produceva il carbone. Gli anni della guerra furono duri; Vittorio si adoperò per aiutare qualche soldato italiano catturato dagli Alleati e mandato in Australia dal governo inglese come prigioniero. Tra di loro c’era anche un trentino, che Vittorio conosceva sin dall’infanzia a Gardolo: Silvio Pegoretti. Vittorio, clandestinamente, riuscì a passargli libri, cibo e sigarette», si legge tra le righe che raccontano la storia di Vittorio e della sua emigrazione in Australia.

    Come si intuisce da questi pochi passi, le storie di migrazione del Patto trentino raccontano difficoltà, sofferenza, speranza, nostalgia della propria terra e dei propri affetti, ma anche felicità nell’avercela fatta, nonostante tutto. Partire e abbandonare le proprie radici per sperare in un ‘domani’ possibilmente migliore, sicuramente diverso. È questo, possiamo dire, il tratto comune che unisce tutte le storie di emigrazione nel mondo. Storie che nascono per motivi di lavoro, come i tanti giovani italiani costretti alla fuga all’estero per costruire un futuro stabile e realizzarsi dopo anni di studi. Storie che nascono dalla povertà assoluta, come quelle di chi è disposto a rischiare la propria vita per raggiungere in mare l’Europa. Storie che nascono per fuggire alla morte, come quelle di chi nasce, senza volerlo, lì dove cadono ogni giorno missili e bombe.

    L’emigrazione unisce il mondo. E tutelare, come Bene comune, la memoria di ogni viaggio – qualsiasi esso sia – implica legame, unione e condivisione tra chi oggi è chiamato a scrivere le pagine future di un’unica storia di comunità.

     

     Articolo di di Andrea Palumbo per labsus.org

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