Autorevoli Editorialisti

    Autorevoli Editorialisti (68)

    Quante superficialità, improvvisazioni in tema di diritti delle persone fragili!

    Quante distorsioni, inesattezze sul ‘’patto di rifioritura’’ ….

    Non si tratta certo – basta scorrere la normativa che proponiamo - di una misura che attribuisca al giudice il potere di imporre al beneficiario, attraverso l’Amministratore di Sostegno terapie e trattamenti altrimenti esclusi, impossibili.

    E’ esattamente il contrario: si tratta di precisare nel codice civile, a chiare lettere, che soltanto a certe condizioni, ossia unicamente se saranno soddisfatte le cinque garanzie che prevede l’ultimo neo-comma dell’art. 411, quelle soluzioni medico-esistenziali suggerite dallo psichiatra (davanti al bisogno di un consenso informato, onde poter procedere clinicamente, farmacologicamente, organizzativamente) saranno possibili.

    Altrimenti no, non si potrà fare, entreremmo nel campo dell’abuso, del proibito, dell’illecito.

    Siamo nel 2021, ecco il punto: molta acqua è passata sotto i ponti, dal 1978, dal 2004, ecco cosa è successo nel frattempo:.

    - BOOM DELLA LEGGE SULL’A.D.S., sul piano numerico (oltre 300.000 procedimenti aperti ad oggi)

    - NON PIENO DECOLLO DELLA 180 nella pratica sanitaria (eufemismo), le famiglie sono troppo spesso abbandonate a se stesse, non sanno oggi che fare, come muoversi, i portatori di ombre mentali vagolano frequentemente in una specie di vuoto, di niente, popolato solo di psicofarmaci, i suicidi e le sofferenze aumentano

    - TREND DELLE DIFFICOLTÀ PSICHICHE che non si è certo attenuato, per qualità e quantità, nella società italiana, tutt’altro, specie coi tempi che viviamo

    - SCARSEZZA DEGLI INVESTIMENTI pubblici di personale, di strutture e di risorse nella giurisdizione volontaria (pochi giudici, pochi cancellieri, tutto col contagocce, salvo che in certe città fortunate)

    - BOOM DEI DECRETI GIUDIZIALI volti, da qualche anno, in molte zone d’Italia, a conferire agli amministratori deleghe in bianco anche a livello sanitario, psichiatria compresa, in modo standardizzato, automatico

    - PRESA D’ATTO CHE IL GIUDICE TUTELARE già interveniva a piene mani, anche contro la volontà dell’interessato, sul piano economico (banca, condominio, pensioni), sul piano personale (famiglia, residenza, testamenti), cioè su due piani che secondo l’OMS sono pur sempre di per sé ‘’salute’’

    - PREVEDERE ANCHE FLEBO, scelte di comunità, pasticche e siringhe nei decreti aggiungeva ben poco, ed è ciò che i giudici hanno fatto

    Eravamo insomma, da qualche anno, in una logica in cui la legge sull’Ads si era conquistata i galloni di NORMA FORMALMENTE RILEVANTE AI SENSI DEL 2° COMMA DELL’ART.32 DELLA COSTITUZIONE

    - I GIUDICI TUTELARI avvertivano da tempo tutto questo: erano \ sono spesso pochi, con poco tempo, non in grado di approfondire l’istruttoria, necessitati a conferire poteri ampi agli amministratori, specie in materie delicate come quella delle fragilità mentali e delle dipendenze

    - LA LEGGE SUL CONSENSO INFORMATO, la n.219, ha nel 2017 suggellato in Italia la categoria della ‘’rappresentanza esclusiva’’ in ambito sanitario; se ne parla lì per i trattamenti di fine vita, è ovvio però che se una realtà del genere vale su un terreno così estremo, come quello della morte, a maggior ragione vale per gli altri

    - C’È STATO UN GIUDICE A PAVIA che ha accusato quell’indicazione normativa di essere forse incostituzionale, la Corte ha però stabilito di recente che così non: è il Giudice dell’AdS a stabilire cosa va bene e cosa va male, in ambito di consenso informato sanitario, espresso a favore del beneficiario dissenziente, e la Costituzione è per se stessa d’accordo con tutto ciò, purché di quei poteri si faccia buon uso

    - OCCORRE VENGA INTRODOTTO al più presto l’USTFAS, ‘’Ufficio sportello triangolare per la fragilità e l’amministrazione di sostegno’’, che aiuti il giudice a fare il suo lavoro, a livello comunale, che prenda in carico i fragili, sul piano amministrativistico, che sia in grado di fare ogni volta le necessarie verifiche, che assuma e smisti in tribunale le necessarie informazioni, caso per caso, che esegua controlli periodici

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    In Sintesi >>> Noi di ‘’Diritti In Movimento’’ vogliamo che il Giudice Tutelare NON FACCIA IL PONZIO PILATO, NON VOLTI LE SPALLE DINANZI AI BISOGNI DI CURA, RIFLETTA UN ATTIMO PRIMA DI FIRMARE I DECRETI; del resto i magistrati non ci ascolterebbero minimamente, se proponessimo loro una cosa abbandonica, irresponsabile, fuori dal tempo: vogliamo però che siano rispettate certe condizioni, quelle appunto del ‘’Patto Di Rifioritura’’, niente cambiali giudiziali come fotocopie, meccanicamente !!!

    Anni Sessanta-Settanta: si respira un’aria nuova nella società civile per ciò che riguarda la considerazione delle donne, il loro ruolo, con importanti trasformazioni interne ai soggetti. Voglio dire che molte donne, e accanto a loro parecchi uomini, diventano consapevoli del proprio valore ed esprimono esigenze di emancipazione. 

    Poi anche esterne. 

    La Costituzione della Repubblica Italiana aveva sancito l’uguaglianza fra i sessi, ma consuetudini culturali e sociali impedivano una reale parità; in questi anni si registrano significativi cambiamenti.  Qualche esempio: abolizione di reato per l’adulterio della donna, insieme al diritto di separazione se adultero è il marito (1968); il nuovo diritto di famiglia con la parità piena tra i coniugi, l’eliminazione della dote (1975).

    Nel 1976 per la prima volta una donna,Tina Anselmi, è  Ministro (del Lavoro e Previdenza sociale).

    Si susseguono, insomma, tante conquiste democratiche che vanno difese, consolidate, perchè, come la storia insegna, possono essere precarie e/o addirittura svanire. 

    Anche la Chiesa in quegli anni, sull’onda del Concilio Vaticano II e delle questioni da esso poste, si fa più attenta alle domande, alle esigenze, alla specificità delle donne. 

    Dalla seconda metà degli anni Sessanta le donne sono finalmente riconosciute come soggetto teologico e possono accedere a studi di Teologia, cosa prima impossibile, malgrado la vita, il pensiero, l’azione di donne come Caterina, Ildegarda di Bingen, Teresa -tanto per citare solo qualcuna delle più note- e, in tempi ben più recenti ma sempre precedenti il Concilio, Edith Stein, Etty Hillesum, Hannah Arendt, (che è figura originale, centrale -e ancora assolutamente attuale- nel dibattito politico filosofico, con notevoli implicanze teologiche), Chiara Lubich, il cui Carisma dell’Unità è anch’esso denso di prospettive teologiche che stanno continuando a venire alla luce e ad essere approfondite.

    Tutte in modi diversi hanno fatto una profonda esperienza di Dio, della Sapienza e hanno aperto strade totalmente nuove. Poche righe esemplificative sull’ultima che ho citato e che ho conosciuto direttamente. 

    Quando Silvia, poi Chiara, Lubich iniziò a vivere radicalmente il Vangelo, nel 1943, nel mezzo della rovinosa seconda guerra mondiale, era assolutamente impensabile, nell’ambiente della Chiesa Cattolica Romana, che una persona, tanto più se donna, potesse “pretendere” di comprendere la Parola di Dio, era indispensabile un sacerdote per la retta interpretazione. Così come era assurdo parlare di amore, termine che poteva dar luogo ad equivoci anche pesanti, e di unità, parola usata solo dai comunisti, considerati gente senza Dio da cui guardarsi. 

    A Chiara non importa niente. Il Vangelo diventa l’unica bussola cui orientare la vita e codice di una rivoluzione dai risvolti spirituali e sociali. 

    Lo apre, lo legge, lo vive, alla lettera. E Dio le risponde alla lettera. 

    Così nacque quel piccolo gruppo che rivoluzionò abitudini, rovesciò convenzioni sociali. La Chiesa studierà quello che ormai era divenuto un fenomeno e lo farà con estrema attenzione e una severità che può sembrare eccessiva, messa ben in luce nella recente fiction della Rai su Chiara. Ma sotto il comportamento del sant’Uffizio c’è una grande sapienza: sarà accertato che non si trattava di una fiammata di entusiasmo nè  di plagio, c’entrava proprio quel Dio che Chiara aveva riscoperto e faceva riscoprire (o scoprire) Amore. 

    Basterebbero i pochissimi nomi citati e l’esempio molto stringato della vicenda della Lubich a dimostrare che le donne sono capaci di dare un contributo del tutto originale allo sviluppo della teologia, anche quando non sono studiose del campo.

    Da Giovanni XXXIII in poi lo sguardo della Chiesa istituzionale sulle donne si fa più attento, fino ad arrivare a papa Francesco che non perde occasione per sottolineare molte volte la necessità sempre più impellente di aprire spazi anche decisionali alle donne. In questa direzione va anche la nomina di alcune donne  in posti chiave all’interno della Curia, del Vaticano. Riforme timide?poco significative? Non credo, comunque certamente forte segno di novità. 

    Importante, nel contesto del suo magistero, l’invito che Francesco rivolge più volte direttamente alle donne ad impegnarsi per una “profonda teologia della donna”: non si tratta solo di occuparsi delle donne nella Chiesa e nella società, di insegnare nelle Pontificie Università, ma proprio di elaborare contenuti che esprimano su tutte le questioni teologiche una prospettiva, quella femminile, finora assente o marginale, che potrà quindi in qualche modo -per così dire- “completare” la Teologia. 

    Proprio per rispondere a questo invito del papa, una coppia canadese, lei scrittrice e insegnante di Spiritualità Femminile, lui teologo, economista etico, docente universitario, autori entrambi di numerose pubblicazioni, hanno iniziato un percorso. 

    Parlo di Lucinda Vardey e John Dalla Costa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e con cui condivido alcuni progetti. 

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    Lucinda Vardey
     
    Lucinda, tu sei nata in Gran Bretagna, presto ti sei trasferita in Canada e attualmente vivi da quasi tre anni in Italia. A Roma per 3 giorni in 3 anni consecutivi, insieme a John, hai animato i lavori seminariali di un gruppo prestigioso di Teologhe e studiosi/e provenienti da tutto il mondo. 

    Puoi riassumerlo in poche parole?

     “Abbiamo formato i temi dei seminari (e in seguito li abbiamo trovati confermati nel Dialogo di Santa Caterina da Siena) come una “porta” per identificare ciò che potrebbe essere considerato intrinseco ad una Teologia femminile non solo dall'esperienza delle sante ma anche da quella di donne di spicco nella cultura e nella società (e questo include alcune della Chiesa ortodossa orientale).  Abbiamo identificato ciò che è proprio di un intelletto femminile nei modi di comunicare una relazione con Gesù, così come l'essere femminile permette al mistero della vita e della morte di Gesù di essere vissuto in una spiritualità integrata.” 

    Quali pensi possano essere gli sviluppi, le prospettive di questo prezioso lavoro? 

    “La decisione più importante che abbiamo preso insieme a Roma è stata quella di fare in modo che le nostre scoperte in Teologia e Spiritualità fossero condivise con il mondo intero.  

    Molti dei temi che abbiamo toccato richiedevano un dialogo più approfondito, e questo sta continuando attraverso il lavoro di gruppi che si sono costituiti a Roma e a Toronto.  Inoltre abbiamo iniziato una rivista internazionale trimestrale online in italiano, inglese e francese dal titolo “UN UNICO ACCORDO: vivere la dimensione femminile come Chiesa”. La rivista permette di dare alle idee un'applicazione più concreta non solo nella Teologia ma nella comprensione delle specificità di una dimensione femminile.  Poiché Papa Francesco ha affermato che "senza la dimensione femminile, la chiesa perde la sua vera identità" stiamo rispondendo a ciò che compone questa vera identità e come, come donne e uomini insieme, possiamo applicarla nella nostra vita, nel lavoro e nella preghiera. (www.magdalacolloquy.org

    C'è anche un libro in preparazione sulla dimensione femminile (che includerà i risultati dei seminari di Roma) nel situare la teologia, la storia, la spiritualità e la pratica del suo sviluppo dai Vangeli ai giorni nostri.”

    Passato inosservato il Rapporto sulla condizione degli anziani italiani non autosufficienti. Il Covid li ha sterminati nella prima fase, continua a colpirli ferocemente anche nella seconda e terza fase.

    Parliamo degli ultraottantenni che rappresentano una quota rilevante della popolazione over 65, in crescita numerica e percentuale.

    E già prima della pandemia, rispetto agli ultrasessantacinquenni, sono molto di più gli over 80 che presentano limitazioni funzionali e cioè oltre il 43% degli ultra 80enni, contro poco meno del 20% degli over 65.

    I dati su età e profili di fragilità delle persone decedute con il Covid-19 indicano che i più colpiti sono proprio gli anziani non autosufficienti. Per mesi abbiamo osservato se la centralità nella tragedia avrebbe almeno portato anche un effetto positivo e cioè  superare lo storico disinteresse della politica nazionale nei loro confronti. Ci sbagliavamo perché così non è stato. Diventano sempre più vitali gli strumenti di assistenza a sostegno di questi italiani e ad essere necessarie sono non solo le misure pubbliche di assistenza economica, come l’accompagno, ma anche e soprattutto l’assistenza domiciliare e residenziale, le cure intermedie e la tecnoassistenza.

    Un ruolo fondamentale lo svolge il welfare aziendale, perché le misure pubbliche non vadano in crisi a causa dei costi sociali eccessivi e le famiglie possano essere sostenute dai servizi contrattati a livello di sostegno per le lavoratrici e lavoratori. Sappiamo bene che i servizi a disposizione di coloro che assistono una persona anziana possono variare da Regione a Regione, nonché in base alla categoria di appartenenza: ad esempio, per i dipendenti e per i pensionati pubblici è disponibile il programma Inps Home Care Premium Hcp, che oltre a un beneficio economico riconosciuto per la cura del disabile eroga numerosi altri benefici, quali servizi professionali di assistenza domiciliare, supporti, prestazioni di sollievo. Lo sforzo riformatore, però, non ha toccato la non autosufficienza se non ora con il governo Draghi aver nominato un ministro per la disabilità. Peraltro senza portafoglio.

    Unanimemente  si osserva e si ritiene che le criticità dell’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia, sinora fondata su una governance fortemente decentrata, potrebbero essere aggredite solo da una riforma nazionale. Lo stato dovrebbe svolgere due compiti essenziali:  finanziare il necessario ampliamento dei servizi pubblici (domiciliari, semi-residenziali e residenziali) attraverso un’incisiva azione a sostegno di regioni e comuni, che ne detengono la titolarità ma che – da soli – non dispongono delle risorse occorrenti. Dovrebbe inoltre definire alcune nuove regole rispetto gli obiettivi e le modalità di funzionamento del sistema, per migliorare la qualità e l’appropriatezza delle risposte. Questi sono stati, in effetti, gli assi portanti delle riforme introdotte in numerosi paesi dell’Europa centro-meridionale.

    Il rapporto Putting Quality First – Contracting for Long-Term Care esamina come gli appalti pubblici e le politiche di garanzia della qualità possono garantire un migliore accesso a servizi di assistenza a lungo termine di qualità. L’ultima analisi arriva un decennio dopo la pubblicazione del 2010 di Europe Service Network “Contracting for Quality” del Centro europeo per la politica e la ricerca sul benessere sociale che ha supportato la  ricerca, analizzando oltre 70 pubblicazioni scientifiche e 30 risposte al questionario dei membri ESN. La relazione conferma che gli appalti pubblici sono generalmente ben consolidati nel settore dell’assistenza a lungo termine in gran parte dell’Europa. Ad esempio, abbiamo visto che  in Spagna e in Gran Bretagna, vengono utilizzate clausole sociali per migliorare le condizioni di lavoro del personale addetto all’assistenza domiciliare. 

    Il passaggio dall’assistenza residenziale a quella domiciliare e comunitaria è una tendenza che diventerà sempre più importante negli anni a venire. Consentire alle persone di rimanere nella loro comunità le aiuterà a sperimentare una buona qualità della vita. Aiuterà anche a soddisfare la crescente domanda di LTC (long terme care), una sfida comune a tutti i paesi europei.

    I servizi domiciliari italiani oltre che maggiori fondi hanno bisogno di un totale ripensamento dei propri interventi. Infatti, la scarsità dell’offerta è accompagnata in tanti territori dall’incapacità di elaborare risposte consone alle molteplici esigenze legate alla non autosufficienza, e nel Decreto Rilancio il progetto di riforma della domiciliarità non c’era. Si è introdotto sì  un nuovo finanziamento di 734 milioni destinati all’assistenza domiciliare integrata, il  servizio pubblico erogato a casa degli anziani ma come per le altre voci del Dl Rilancio –sicuramente  un provvedimento di natura emergenziale – si è trattato di uno sforzo una tantum e solo per il 2020.

    In un ambito così sotto-finanziato, un sostanziale ridisegno degli interventi può essere realizzato solo se accompagnato da uno stanziamento aggiuntivo di natura strutturale e da una riforma complessiva vista la platea al quale si rivolge. Si tratta di  utilizzare anche il Fondo caregiver introdotto con una legge del 2017, sul quale è ancora in corso una incertezza determinata dalla mancanza di accordo sul ruolo del fondo che deve essere dato direttamente ai familiari perché ne facciano un uso di sollievo per loro e non da usare per una formazione obsoleta come purtroppo è stato deciso per i fondi dirottati alle regioni per il periodo 2018/2019/2020 – in totale meno di 70 milioni – che distribuiti agli enti locali, già erano pochi, e in più si sono perduti in rivoli di pseudo corsi formativi.

    Già oggi sono oltre 4 milioni le famiglie con un parente non autosufficiente e secondo una ricerca della cgil solo il 4,1% del totale della popolazione anziana complessiva usufruisce dell’Assistenza domiciliare integrata (Adi): si tratta di 502.475 persone, ovvero solo di una persona non autosufficiente su cinque. Di questi, oltre 414 mila (4,9% della popolazione anziana) risiedono nelle regioni del centro-nord, 192 mila (7,9%) in quelle del nord-est, 121 mila (3,5%) in quelle del nord-ovest, 101 mila (3,9%) in quelle del centro e 88 mila (2,3%) in quelle del sud.

    In Italia non esiste, come invece c’è in Germania, un’assicurazione obbligatoria sulla non autosufficienza. Un rischio certo, non una eventualità. Toccherà tutti, direttamente o indirettamente, in famiglia e nei nostri rapporti personali. Manca una consapevolezza generale.

    Dalla conoscenza nascono il rispetto e la coesistenza”. Da questa frase nasce l’ACCADEMIA NAZIONALE ROMANÌ diretta dal dott. Santino Spinelli con il sostegno dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia.

    Nell’ambito della settimana dell’antirazzismo finanziata dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Raziale) nasce il progetto ANR, che partirà online su www.Accademianazionaleromani.it  dal 21 marzo 2021, strutturato e creato da Them Romanò e UCRI

    DA DOVE NASCE?
    L’Accademia Nazionale Romani nasce per la volontà di tramandare e implementare la cultura romani nelle sue diverse forme. Con corsi alla portata di tutti tenuti da esperti certificati, per Rom, Sinti e non.

    COSA È?
    L’ANR è la miglior risposta all’antiziganismo dilagante che ci circonda, perché dalla conoscenza nascono il rispetto e la coesistenza

    COME È STRUTTRATA?
    L’ANR è composto da CORSI ONLINE e CONFERENZE sempre usufruibili con materiale in continua espansione

    DOVE SI TIENE?
    I corsi sono online dal 21 marzo sul sito
    Www.Accademianazionaleromani.it
    In modo completamente GRATUITO

    COSA CONTENGONO I CORSI?
    I corsi sono in continuo aumento partendo da elementi essenziali che vanno dalla LINGUA alla STORIA passando per molte altre materie con relativo materiale didattico con il quale approfondirle argomento per argomento

    DA CHI SONO TENUTI I CORSI?
    I corsi ANR sono tenuti da docenti universitari e romanologi esperti e qualificati di etnia Rom, Sinti e non, a direzione del dott. SANTINO SPINELLI il più eminente romanologo italiano.

    QUANDO?
    I corsi partiranno online dal 21 marzo nell’ambito della settimana contro il razzismo e saranno continuamente usufruibili online con il continuo implemento del materiale video con lezioni frontali, conferenze e docu-film insieme alla più grande bibliografia italiana sulla cultura romani.

    CHI PUÒ USUFRUIRNE?
    I corsi sono aperti a tutti gratuitamente con la registrazione e un questionario iniziale che indicherà il livello di partenza ed un questionario finale per valutare l’apprendimento del corso con rilascio di ATTESTATO di partecipazione finale.

    In Italia l’Accademia Nazionale Romani (ANR) è un grande baluardo culturale contro la dispersione di questa grande etnia, usufruibile da tutti ad ogni livello di conoscenza, con il quale tramandare la cultura o recuperarla dove si fosse persa la romanipè e implementare chi volesse saperne di più fino a far conoscere elementi nuovi a chi non ne sapesse nulla.

    ”Un grande viaggio parte sempre con un primo passo” e l’ANR si prefigge di essere una guida in questo cammino.

    Il meraviglioso, come veniva definito da tutti gli appassionati di boxe, è morto. A darne la triste notizia, sua moglie. Aveva 66 anni e si trovava nel New Hampshire. 

    Marvin Hagler non è  stato solo un pugile che come tanti altri ha lottato per emergere. Marvin ha rappresentato l’ultimo guerriero della “vecchia scuola”. Una generazione di campioni mondiali nati dalla povertà, che grazie al loro modo di combattere sono riusciti ad affermarsi fino a diventare leggendari. E’ proprio lo stile e il modo di interpretare i match che contraddistingue questa generazione. Marvin era questo, un pugile  mai domo, rappresentante unico di quell'epoca che voleva che il migliore era quello che esprimeva più’ coraggio e ferocia. 

    Marvin Hagler nasce il 23 maggio 1954 a Newark (New Jersey). Nel 1967 si trasferisce con la famiglia a Brockton. E qui’ il suo destino inizia a muovere i primi passi. Brockton  è infatti la città’ natale del campione  del mondo Rocky Marciano. 

    Giovanissimo Hagler comincia a frequentare la palestra di pugilato dei fratelli Petronelli.

    Nel 1973 diventa professionista. In breve tempo si afferma ai vertici della categoria dei pesi medi, grazie alla sua tenacia e alla sua tecnica, ma l’occasione di battersi per un titolo mondiale tarda a venire, malgrado lui abbia tutte le carte in tavola per avere l’occasione di diventare campione del mondo. 

    Finalmente il 30/11/1979 gli viene data la possibilità tanto attesa di battersi per il titolo mondiale con Vito Antuofermo a Las Vegas.  Un match durissimo, che vede Hagler aggiudicarsi la prima parte del match, mentre Antuofermo costretto a recuperare, riesce ad aggiudicarsi coraggiosamente la seconda parte, attaccando incessantemente. Il verdetto dei giudici è di parità’, il che consente al pugile italo-americano di conservare la cintura. Un match cruento ed intenso, che getterà’ le basi  sul modo di combattere di Marvin Hagler.  A seguito dell’incontro Antuofermo fu costretto  a sottoporsi a 70 punti di sutura per le ferite riportate. Questo accrebbe di molto l’interesse nei confronti del giovane sfidante. 

    Nel 1980 diviene finalmente campione mondiale (sigle WBA e WBC) battendo a Londra il campione  dei pesi medi Alan Minter, per KOT alla 3 ripresa. 

    La vittoria prima del limite è  il biglietto da visita del nuovo campione.

    Poco dopo, affrontò nuovamente Vito Antuofermo, ma questa volta Hagler vinse prima del limite alla 5 ripresa. Il match fu sospeso perché  Antuofermo aveva il volto completamente insanguinato tanto da sembrare una maschera di sangue.

    Riuscì’ ad unificare tutte le cinture nel 1983, quando conquistò’ anche quella della sigla IBF.

    Combatte’ con i migliori pugili dell’epoca, come Roberto “mani di pietra” Duran, Thomas Hearns e John “la bestia” Mugabi, e li sconfisse. I suoi match non erano mai scontati. Era dotato di una tecnica sopraffina, ma preferiva affidarsi al suo coraggio, (che malgrado lo spessore dei suoi avversari) riusciva a  far prevalere, questo per i 7 anni del suo regno.

    Nel 1987 affronta il leggendario Sugar Ray Leonard. Un match esaltante,  combattuto colpo su colpo. I giudici alla fine del match decretano Leonard nuovo campione. Un verdetto difficile, tant'è’ che ancora oggi si dibatte su chi avesse diritto alla vittoria. Hagler contrariato, decise di non voler più’ combattere, dicendosi stanco della politica che manovra lo sport. Malgrado le borse milionarie che gli furono offerte in seguito per incrociare i guantoni sul ring, Hagler non tornò più’ a combattere. Con lui finì l’epoca della vecchia scuola, dove a prevalere era l’uomo che attraverso la sua forza dominava l’avversario, così come nella vita affrontava le avversità. 

    Come noto, tra i numerosi interventi messi in atto dal Governo durante l’emergenza epidemiologica, finalizzati a salvaguardare l’occupazione, vi è stato il ‘blocco dei licenziamenti’, con decorrenza a far data dal 17 marzo 2020, secondo quanto previsto dall’art. 46 del decreto Legge n. 18/2020 (c.d. decreto Cura Italia), blocco poi esteso al 17 agosto 2020 dall’art. 80 del decreto Legge n. 34/2020 (c.d. decreto Rilancio), successivamente al 31 marzo 2020 dalla legge n. 178 del 30 dicembre 2020 (c.d. legge di Bilancio) e, come da ultimo intervento normativo, al 30 giugno 2021 (c.d. Decreto Sostegno).

    Se la misura emergenziale in esame è applicabile ad alcune categorie di licenziamenti, quali i licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo (art. 3 Legge n. 604/1966) e i licenziamenti collettivi (Legge n. 223/1991), è invece esclusa per altre categorie, ad esempio per i licenziamenti motivati dalla cessazione definitiva dell’attività dell'impresa, conseguenti alla messa in liquidazione della società senza continuazione, anche parziale, dell’attività e per i licenziamenti intimati in caso di fallimento, nell’ipotesi in cui non è previsto l'esercizio provvisorio dell'impresa o ne è disposta la cessazione.

    Preme rilevare che, poichè il divieto è stato normativamente espressamente previsto soltanto per i licenziamenti per giustificato motivo intimati ex art. 3 L. 604/1966 (norma pacificamente non applicabile ai licenziamenti dei dirigenti),  tale blocco è stato inteso si dovesse applicare a tutte le categorie dei lavori dipendenti, ad eccezione dei dirigenti.

    Con recente e molto discussa ordinanza del 2021, il Tribunale di Roma ha invece ritenuto di dover estendere anche alla categoria dei dirigenti la fattispecie del blocco dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo (Trib. Roma, sez. III lavoro, ordinanza del 26 febbraio 2021).

    Il Tribunale ha così ribadito che la ratio del blocco, ispirata ad un criterio di solidarietà sociale, permette di evitare che le conseguenze economiche della pandemia si traducano nella soppressione immediata di posti di lavoro, riverberandosi negativamente sui lavoratori e anche, secondo il Tribunale, sui dirigenti.

    L’esclusione della categoria dei dirigenti dal blocco dei licenziamenti, infatti, porrebbe un problema di irragionevolezza in contrasto con il principio di uguaglianza, sancito dall’art. 3 della Costituzione.

    Ma cosa dire, invece, del principio di libertà di iniziativa economica, sancito dall’art. 41 della Costituzione italiana?

    Orbene, mentre in Italia, il Tribunale di Roma ha riconosciuto, come visto, la legittimità del blocco dei licenziamenti, in Spagna, il Tribunale di Barcellona, con sentenza n.283 del 15 dicembre 2020, ha rilevato che la misura del blocco dei licenziamenti, la c.d. prohibicion de despido, valida fino al 31 maggio 2021, fosse assolutamente contraria alla libertà di iniziativa economica dell’imprenditore, sancita sia a livello nazionale (art. 38 della Costituzione spagnola) che a livello comunitario (art. 38 della Carta europea dei diritti fondamentali).

    È evidente, infatti, come rilevato dal Tribunale spagnolo, che la libertà di iniziativa economica dell’imprenditore, che si declina sia nel diritto dell’imprenditore ad intraprendere un’attività di impresa, sia in quello di dirigerla e svilupparla, decidendo gli assetti organizzativi della propria azienda, sia stata fortemente sacrificata dalla normativa emergenziale, al pari degli altri diritti e libertà fondamentali.

    Occorre precisare che ciò che appare contrario alla libertà di iniziativa economica dell’imprenditore non è tanto il blocco dei licenziamenti, quanto la sua continua reiterazione che, secondo la maggior parte della dottrina e secondo il Tribunale spagnolo, determina un’inevitabile compressione della libertà di iniziativa economica dell’imprenditore.

    Pur nella evidente analogia di norme, i due provvedimenti emessi rilevano come, se certamente la tutela e la salvaguardia delle posizioni lavorative costituiscono un corollario fondamentale in una società democratica, altrettanto non può, tout court, disconoscersi un principio di tutela della libera imprenditorialità, sancito, come visto, non solo dalla Costituzione italiana, ma anche dalla normativa europea.

    In tale difficile equilibrio tra tutele costituzionali, non resta che attendere ulteriori interventi a garanzia della ripresa sociale ed economica del Paese e di tutti i diritti costituzionalmente garantiti.

    Una metafora del “potere distruttivo” è quella rappresentata dalla decisione del governo egiziano di prolungare di ulteriori 45 giorni la detenzione che, ormai, dura da più di un anno, dello studente Patrick Zaki. Cosa sperano questi sedicenti giudici? Forse, di far fare a Zaki la fine del toro Com’è costume, peraltro , di altre detenzioni che, proprio quel tipo di potere, ha fatto proliferare nel mondo, torturando ed uccidendo come nel caso Regeni, o tentando l’avvelenamento e, poi, rinchiudendo in carcere, al suo ritorno in Russia, il dissidente Aleksej Navalny. E, a proposito del Toro è bene, in odio alla Corrida che qualcuno vergognosamente definisce “un evento folkloristico e di interesse culturale”, decriptare quello che un simile evento promuove e sponsorizza della visione del mondo cara a quei poteri. Poteri sospesi tra fake news, persecuzioni, menzogne, destabilizzazioni, omertà, minacciosi messaggi indiretti o subliminali, paure, spionaggio che ignora la privacy a cui la vita di ogni essere umano ha diritto, attentati, utilizzo infame di torture fisiche e psichiche che, per mettere in ginocchio la forza di un animale erbivoro e pacifico com’è il Toro, arrivano a tentare di piegarlo, tenendolo, prima della Corrida, a digiuno, al buio. E, ancora, sottoponendolo a potenti purghe, percuotendolo sulle reni con sacchi di sabbia, cospargendo di trementina le sue zampe per impedirgli di star fermo, cospargendogli gli occhi di vaselina per impedirgli la vista, infilandogli nelle narici e nella gola della stoffa per impedirgli di respirare. E, dopo averlo conciato così, lo gettano nell’arena dove lo aspettano i “picadores” a cavallo che, dall’alto, conficcano una lancia nel collo del toro.

    A seguire ci sono i “banderilleros”, altri vergognosi “complici” di questa infamia, che lo infilzano con le banderillas, arpioni di acciaio che servono, strappandogli i muscoli e i tendini del collo, a fargli ancor più abbassare la testa. E, così, porgere al matador, ipocrita immagine del potere degli impotenti che si beano di far credere di battersi con un animale da loro ferocemente debilitato, il successo di un autentico crimine. Ma chi essere umano o toro, dopo tutto questo, ha ancora, la forza di lottare – e, si spera che accade! - incornare il torero, rappresenta l’Umanità, dignitosa, generosa, forte, coraggiosa e nobile che popola, in famiglia e nel sociale, il mondo e che, nonostante tutto quello che ha subito e subisce, trova ancora il disperato coraggio di battersi. Perché l’animale ha un’anima mentre il torero, i suoi complici, il suo invidioso, impotente pubblico, no . E devono vergognarsene.

    Riflettere e chiedere scusa .E, anzi, di più, perdono. Per ritrovare un senso all’umano senso comune, per affrontare insieme le prove che la vita - ogni vita!- impone, a ciascuno e a tutti, di affrontare. Rileggendo, se possibile “La banalità del Male” di Hannah Arendt e “ Ingrati - La Sindrome rancorosa del beneficato”.

    Prof.ssa Maria Rita Parsi
    Psicoterapeuta e Presidente Movimento Bambino
    Per info e approfondimenti 3288898463

    Ascolti di mercoledì 3 marzo. La seconda puntata del festival di Sanremo in era covid è stata presentata con un tracollo, una catastrofe, una sconfitta epocale, il declino.  Cito Dagospia: “la seconda serata del festival precipita al 42,1 con 7.586.000 spettatori: era venduta al 55% di Cher.la prima parte ottenuto 10.113.000 spettatori pari al 41,21, la seconda 3.966.000 spettatori con il 45,7%.nonostante tutta Italia fosse a casa per il coprifuoco. Nel 2020 Amadeus aveva acchiappato il 53%.persi 2 milioni di spettatori e 11% di Share”. 

    Si conclude dicendo che per trovare numeri peggiori bisogna tornare al 2008 con Pippo Baudo che ebbe 6,5 milioni di spettatori.  Che dire? Mi sembra ingeneroso questo giudizio. Io penso quello che ho pensato quando ho visto il concertone del 1 maggio fatto tutto in streaming durante il Lockdown: e cioè che è molto difficile fare la televisione, specialmente quella leggera, in questo momento storico e che soffermarsi sul semplice dato degli ascolti sìa sbagliato.  Ma chi sono io per giudicare? Vediamo però cosa è successo sulle altre reti perché è evidente che i famosi spettatori che fanno l’11% che si è perso , da qualche parte saranno andati. Se fossero stati a casa ma a dormire, avremmo avuto una minore audience ma lo share sarebbe Sarebbe rimasto uguale. Il meteo non registra chi dorme…. Rai due con un telefilm ha fatto il 4,2%.chi l’ha visto su Raitre ha fatto solo il 7,3%. Canale 5 ha messo il supermacho turco  di Daydreamer con l’8,9%.un film dell’orrore di Italiauno ha fatto il 2,8%.su Retequattro stasera Italia ha fatto il 2,1% e sulla 7 Atlantide ha fatto il 2,1% aggiungiamo tv8 con Italia’ got Talent  al 2,5%. 

    I telespettatori che Non hanno guardato Sanremo erano sintonizzati su questi canali. Ma la  semplice perdita di pubblico quindi di audience non vuol dire niente: la gente molto probabilmente si rifugia sempre di più su Netflix, Amazon Prime, Sky eccetera.  

    E poi non tutti in questo momento drammatico hanno voglia di quel tipo di distrazione ed intrattenimento.  Forse preferiscono  una serie americana di grande qualità che vedere Fiorello e Amadeus che mostrano poltrone vuote o palloncini perché il Covid si diffonde sempre più  e parlano di eroismo dei sanitari, pagina molto bella che ci riporta però ai telegiornali e ai talk che per tutto il giorno ci parlano di virus. Almeno fino a sabato oltre a Sanremo non c’è niente da dire. 

     

    La chiamano immigrazione clandestina ma è traffico di esseri umani perlopiù donne e i loro figli. E in Europa si fa ancora troppo poco a 20 anni –inverno 2000 a Palermo, l’Italia ha ospitato la conferenza delle Nazioni Unite in cui è stata presentata la Convenzione contro la criminalità organizzata e dunque la tratta di esseri umani : “La prostituzione e altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o il servizio forzato, l’accattonaggio e la schiavitù,  l’espianto di organi, e nuove forme sconosciute di sfruttamento in aumento.” Gli ultimi dati diffusi dall’Unione Europea relativi all’anno 2017 – 2018 parlano di oltre 26.268 vittime

    La stragrande maggioranza di esse nel nostro continente sono ancora donne e ragazze (72%), dove lo sfruttamento sessuale è lo scopo primario del loro traffico (60%).  In questi due anni, i paesi con il maggior numero di vittime registrate sono stati il Regno Unito, la Francia, l’Italia, i Paesi Bassi e la Germania. Tre quarti dei trafficanti sono cittadini uomini dell’Unione Europea, che operano principalmente nel loro paese di cittadinanza e i  dati forniti mostrano che generalmente la metà delle vittime della tratta di esseri umani sono cittadini europei, sfruttati principalmente all’interno del loro paese d’origine. Tra le cittadinanze europee, le persone più sfruttate provengono dalla Romania, seguono poi Regno Unito, Ungheria, Francia e Polonia. Allo stesso tempo, anche i cittadini non europei, soprattutto donne provenienti dalla  Nigeriani, l’Albania, il Vietnam, la Cina e il Sudan vengono trafficate e portate all’interno dei confini dell’Unione Europea. L’adescamento delle donne avviene per la maggior parte dei casi da parenti o persone molto vicine alle vittime, partner o uomini che con la promessa di una vita migliore adescano giovani donne nelle zone più povere dell’Est Europa, portandole poi ha farle prostituire sul nostro territorio nazionale. Da oltre 30 anni l’Italia rappresenta poi la destinazione europea e punto di arrivo nel continente della tratta e dello sfruttamento sessuale sopratutto delle donne nigeriane. Arrivando in un nuovo paese, le donne non sono consapevoli di quale tipo di aiuto legale possono cercare, mentre altre hanno paura di chiedere aiuto a causa delle conseguenze e ripercussioni delle  maledizioni pseudo religiose di riti pagani su di loro e sulla loro famiglia.

    Con la pandemia, le attività di sensibilizzazione in strada svolte dalle ong per aiutare le vittime della tratta di esseri umani sono fortemente diminuite, lasciando ancora più casi da sostenere . La crisi sanitaria e il confinamento hanno fatto si che lo sfruttamento sessuale online  sia aumentato drasticamente; i predatori  hanno sfruttato la vulnerabilità dei e delle più giovani adescandoli su piattaforme online. Secondo la Commissione Europea la domanda di materiale pedopornografico sarebbe aumentata fino al 30% in alcuni stati membri dell’Unione.  In un recente rapporto , Europol l’Agenzia europea di polizia ha registrato un aumento dei reati informatici e dello sfruttamento sessuale dei bambini. L’Europol, inoltre afferma che, il 30% degli autori del reato che sono in possesso di materiale pedopornografico e attivi negli scambi online  sono inoltre coinvolti direttamente nelle azioni di coercizione ed estorsione.

    La legge emanata ventanni fa, non si pronuncia su realtà e fenomeni non ancora esistenti o ampiamente discussi all’epoca. Il traffico sessuale delle persone ltgb è comunemente trascurato e raramente segnalato dai governi locali e nazionali. Anche la maternità surrogata  è interpretata come una forma di sfruttamento e traffico di esseri umani. Secondo l’Ilo, la commercializzazione della maternità surrogata legale ha già dato vita a  una nuova forma di sfruttamento.La madre vende il suo ventre  e il bambino viene visto come una merce  consegnata al compratore dal genitore del bambino. Si può parlare di sfruttamento e vulnerabilità dei bambini, ma al contempo, dello sfruttamento della debolezza e situazione economica di alcune donne, costrette a espatriare nei paesi europei per intraprendere processi di fecondazione in vitro in cambio di un’ingente somma di denaro. Il rapporto della Commissione Europea inoltre menziona che il numero effettivo di vittime è probabilmente molto più alto di quello registrato, soprattutto perché al momento, rimane molto complicato identificare le vittime come tali, e riconoscere i nuovi fenomeni emersi. La promozione della cooperazione giudiziaria tra i paesi dovrebbe essere una priorità per combattere la criminalità transnazionale. Il parlamento e la Commissione Europea deve affrontare con più forza la sfida di questo orribile delitto inclusa l’accoglienza certa e la domanda di beni e servizi  da fornire alle vittime. Lo svantaggio degli immigrati (uomini e sopratutto donne) nel mercato del lavoro dei paesi riceventi è enorme. Sono svantaggiate a causa del loro livello di qualificazione: questo vale in particolare per le migranti provenienti da Africa, Asia e America Latina, dove i tassi di istruzione sono in generale relativamente bassi. In secondo luogo, il loro capitale umano e  i titoli di studio stranieri, ad esempio, non vengono riconosciuti dai datori di lavoro e la distanza linguistica spesso impedisce di usare le proprie competenze nel paese di destinazione. Oltre alla lingua e ai titoli di studio, altre risorse occupazionalmente rilevanti sono localizzate e possono perdere di valore con lo spostamento territoriale: la maggior parte dei migranti dispone di informazioni limitate sul funzionamento del mercato del lavoro nei paesi di destinazione, e dunque essi faticano a trovare un lavoro adeguato alle proprie competenze e aspettative . Le  migranti di norma sono privi di sostegno familiare, e quindi devono trovare lavoro per potersi mantenere e per poter mandare denaro a casa.

    Rispetto ai lavoratori e lavoratrici nativi, sono quindi più propensi a inserirsi negli strati inferiori del mercato del lavoro, dove c’è una costante richiesta di lavoro ma con condizioni lavorative e retributive relativamente basse e scarse possibilità di crescita professionale. Questo è particolarmente vero in paesi come l’Italia, dove i migranti hanno difficoltà ad accedere ai benefici del welfare state.  in Italia coesistono una regolazione del mercato del lavoro relativamente rigida sul piano formale, e una sostanziale tolleranza per l’economia illegale, dove il mercato del lavoro è regolato in modo informale ed estremamente flessibile, creando occupazione dequalificata, poco pagata e pericolosa soprattutto per le donne. Negli ultimi anni si è sviluppata un’ampia letteratura internazionale che ha analizzato le cosiddette “catena di cura globali”, intese come una forma di esternalizzazione delle risorse di cura dai paesi più poveri a favore delle famiglie dei paesi più ricchi che possono permetterselo . Per esempio, molte donne dell’Europa dell’Est, ma ultimamente anche dei paesi orientali, anche se molto scolarizzate, lasciano mariti, figli e genitori anziani per emigrare in Italia e svolgere lavori poco qualificati come, appunto, quelli legati all’assistenza degli anziani. Il Governo Italiano e Draghi  ha promesso di occuparsi della situazione femminile: bene ci siamo e ci saremo per noi e altre che già sono nel nostro Paese e che hanno bisogno di solidarietà e azioni concrete. 

     

    Presadiretta, RAI3, lunedì 1° marzo 2021: “Le strade dell’odio”.  

    Questa rubrica sulla TV è dedicata al Sociale. Per questo non troverete recensioni sui programmi ma analisi mirate su trasmissioni che trattano tematiche sociali.

    Parliamo di Sociale e cosa è più sociale dei social? Lo dice la parola stessa… e invece no. Quello che dovrebbe essere sociale in senso positivo spesso si trasforma nel suo opposto mostrando il lato asociale o antisociale.

    Chi va sui social a volte lo fa per socializzare, perché sui social si socializza più facilmente grazie alla rassicurante difesa della distanza, della possibilità di tirarsi indietro in qualsiasi momento, dell’anonimato, della possibilità di creare falsi profili e di nascondersi dietro identità fittizie restando chiusi nel bozzolo costituito dalla propria stanza, dove nessuno può vederci, sapere come siamo fatti, smascherare la pochezza della nostra realtà. Ed è così che dalla rete spuntano gli haters, gli “odiatori”.

    L’identità virtuale fornita all’hater dal profilo social funziona come uno dei giganteschi Uforobot degli anime giapponesi (chi era piccolo negli anni ’80 ricorderà Mazinga e Goldrake).

    Una volta davanti al computer, chiunque, indipendentemente dal proprio aspetto fisico e dalla propria biografia, può trasformarsi nel pilota di un gigantesco super – robot e sferrare colpi micidiali a destra e a manca.

    Solo che negli episodi dei cartoni giapponesi il robot si dedicava saltuariamente alla distruzione di città e villaggi, ma la sua occupazione principale erano i combattimenti con altri uforobot altrettanto giganteschi.      

    L’odiatore invece usa il corpo metallico virtuale che lo circonda per sferrare micidiali mazzate alle persone più indifese, prive di esoscheletro.  

    Lunedì primo marzo è andata in onda su RAI3 una nuova puntata  di Presadiretta, dedicata proprio al tema dell’odio in rete.

    Guardandola ho provato sgomento, incredulità, frustrazione, ribellione ma alla fine su tutto ha prevalso una grande tristezza.

    Mi ero occupato in passato, per programmi come “Vita in diretta” e “Unomattina”, di cyberbullismo. Le storie di crudeltà verso i gay, le persone sovrappeso, i diversamente abili, chiunque venga percepito come diverso avvengono senza soluzione di continuità ormai da anni. Storie come quella del “ragazzo con i pantaloni rosa”, finita con il suicidio come tante altre simili, seguono un copione ormai noto e diffuso.   

    Nella puntata di Presadiretta si è parlato di un fenomeno recente: l’odio al tempo del Covid. La pandemia, la frustrazione dovuta al lockdown e alle varie forme di chiusura mirata e alla conseguente perdita della libertà, fanno sì che le energie negative si incanalino non più verso tutti i “diversi” (che restano comunque sempre categorie a rischio che gli odiatori non perdono mai di vista) ma in particolare verso gli operatori sanitari che combattono in prima linea contro la pandemia.

    Un esempio? Claudia Alivernini, l’infermiera dell’Ospedale Spallanzani che ha ricevuto per prima il vaccino contro il Covid il 27 dicembre scorso. L’infermiera ha approfittato della visibilità dell’evento per invitare gli italiani a vaccinarsi.

    Questo legittimo e giusto invito l’ha trasformata in bersaglio degli hater.

    I siti che hanno diffuso il suo messaggio hanno ricevuto migliaia e migliaia di insulti e commenti denigratori.

    L’inchiesta di PresaDiretta ha rivelato che questi messaggi sono in realtà il risultato di un sistema organizzato che passa attraverso gruppi facebook.

    Non ci troviamo più di fronte a dei singoli con disturbi della personalità aggravati da una enorme dose di ignoranza, ma davanti a una vera e propria centrale da cui partono i cosiddetti “shitstorm” (letteralmente tempeste di m…), campagne di odio ben orchestrate.

    Ce n’è abbastanza per allarmarsi. Ma è solo la punta dell’iceberg.  

    Perché l’inchiesta di Presadiretta, fatta nell’unico modo in cui si possono fare inchieste come queste – infiltrandosi – ha messo in luce una realtà sorprendente e inaspettata.

    I giornalisti del team di Iacona si sono infiltrati nell’oscuro mondo dei negazionisti del Covid, parallelo all’universo No Vax e hanno scoperto dei legami inquietanti.

    Le centrali da cui sono partiti gli attacchi degli haters che negano l’esistenza della pandemia e che oltre a essere no vax sono no mask, sono le stesse da cui sono partiti tanti attacchi di stampo antisemita. Ma che legame ci può essere tra Covid e antisemitismo? Evidentemente tutti i negazionismi hanno una matrice comune.

    Chi nega l’evidenza e la verità  storica, cioè gli spaventosi eventi che hanno portato allo sterminio di sei milioni di ebrei, nega anche quello che oggi è sotto gli occhi di tutti: l’esistenza di una pandemia difficilissima da controllare e da combattere che in un solo ano ha già fatto milioni di morti in tutto il mondo.

    A loro volta i negazionisti della Shoah non si limitano a negare l’innegabile: tempestano di messaggi ingiuriosi e violenti persone colpevoli solo di essere ebree.   

    Nella puntata di Presadiretta ne ha parlato una testimone d’eccezione: Liliana Segre, Senatore a vita, una delle ultime testimoni dell’Olocausto. Gli haters l’hanno insultata nei modi più abbietti augurandole la morte.  La Segre ne ha parlato con Riccardo Iacona: «Quando uno arriva a 90 anni e come me adora la vita una cosa che mi dispiace moltissimo è se perdo mezz’ora se una cosa non avviene al momento giusto. Mezz’ora della mia vita a 90 anni: è importantissima! Non avete idea di quante cose si possano fare in quella mezz’ora. E questi sconosciuti odiatori hanno questi minuti da perdere per augurare a me la morte? Io c’ho già 90 anni, mica posso vivere poi così tanto».

    Un altro destinatario dello shitstorm è Emanuele Fiano, deputato, il cui padre Nedo era sopravvissuto all’inferno di Auschwitz.

    A mano a mano che l’inchiesta va avanti, appare evidente che la complessa vicenda del negazionismo, dell’odio in rete, degli attacchi virtuali al personale sanitario che combatte in prima linea il Covid e dell’antisemitismo in rete ha un fil rouge: il coinvolgimento di movimenti neonazisti. Accanto agli anacronistici seguaci di Hitler, ci sono anche i suprematisti bianchi e i seguaci del movimento estremista Qanon.

    La faccenda si fa sempre più complicata e insieme inquietante. Raccontarla in un articolo è impossibile. Non sarebbe neanche corretto farlo. Per questo vi invito a guardare la puntata di Presadiretta su Raiplay. Sarà come ricevere un pugno nello stomaco. Un pugno necessario.

    “Le strade dell’odio” è un’inchiesta di Teresa Paoli, Silvia Bacci, Paola Vecchia, Luigi Mastropaolo, Pablo Castellani, Andrea Vignali.

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