Autorevoli Editorialisti

    Autorevoli Editorialisti (67)

    La notizia che Kauan Basile, un bambino brasiliano di otto anni è il più giovane giocatore di calcio a firmare un contratto di sponsorizzazione, per la Nike, battendo il record di Lionel Messi che lo ha firmato a quindici anni e dei suoi connazionali Neymar e Rodrygo che lo hanno firmato a 13 e ad 11 anni e, nel tempo, sono diventati dei grandi campioni, oltre a sottolineare “l’effetto scia” del gioco del calcetto - soprattutto sudamericano - che fa germogliare, a più riprese, “campioncini”, sin dall’infanzia, alla conquista di trofei, mi stimola a fare alcune riflessioni che si muovono nell’ottica di attirare l’attenzione di genitori, educatori, operatori della comunicazione, sui problemi che ne deriveranno. Bypassando, naturalmente, l’evidente clamorosa visibilità che certe notizie accendono intorno ai loro giovanissimi protagonisti.

    È decisamente pericoloso trasformare il piacere e l’esperienza psicofisica del giocare a pallone che sperimenta un bambino di otto anni, in un contratto di sponsorizzazione che lo metterà di fronte alla faticosa impresa di soddisfare le aspettative di genitori, parenti, tecnici e sponsor. Si tratterà per lui, così come è già accaduto per tanti giovanissimi soggetti capaci di eccellere, in modo straordinario, soprattutto nel campo della musica, dello spettacolo, del cinema, della scrittura, della poesia, della pittura e, ancora, dell’ecologia, della matematica, delle scienze, di misurarsi con la necessità e, perfino, con l’obbligo di collezionare un successo dietro l’altro. Per non deludere quegli adulti che hanno puntato sulle sue qualità, col desiderio di essere “risarciti” sia degli investimenti, emotivi e sociali, fatti in quanto parenti, sia di quelli economici , fatti in quanto sponsor.

    Misurarsi, poi, con una popolarità improvvisa e consistente - così com’è avvenuto a tanti “piccoli fenomeni”- e che, però, può trasformarsi in un declino dell’attenzione, dopo il consenso all’improvviso ottenuto - quasi una magia! - saltando i graduali passaggi che ne dovrebbero mediare e garantire, nel tempo, la conferma e la durata, può causare, nei minori, la rinuncia alla loro infanzia, preadolescenza, adolescenza, per diventare “star” o “campioni”, adultizzati dall’altrui bisogno di visibilità, successo, ricchezza. E provocare un tale stress, da favorire disturbi del sonno e dell’alimentazione, crisi nervose ed emotive, esplosioni di aggressività rivolta contro gli altri ma, anche e soprattutto, contro se stessi. Simili ferite dell’autostima, pertanto, andrebbero evitate. Personalmente, ho denunciato e denuncio da anni, l’importanza di coltivare, da una parte, in modo sistematico, attento, in famiglia, a casa e nel sociale, le predisposizioni, le capacità, le specialità che possono costituire, nei minori talentuosi e non, una solida base su cui costruire il loro futuro e, dall’altra, quella di far rispettare pienamente, come da Convenzione Onu, i diritti dei minori ad esprimersi senza che questo ostacoli o inibisca in loro la libertà di crescere. E, pertanto, nel pieno rispetto dei loro tempi di crescita e delle loro esigenze affettive ed intellettive.

    Prof.ssa Maria Rita Parsi
    (Psicoterapeuta e Presidente Fondazione Movimento Bambino)

    La chiamano immigrazione clandestina ma è traffico di esseri umani perlopiù donne e i loro figli.E in Europa si fa ancora troppo poco a 20 anni –inverno 2000 a Palermo, l’Italia ha ospitato la conferenza delle Nazioni Unite in cui è stata presentata la Convenzione contro la criminalità organizzata e dunque la tratta di esseri umani : “La prostituzione e altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o il servizio forzato, l’accattonaggio e la schiavitù,  l’espianto di organi, e nuove forme sconosciute di sfruttamento in aumento.” Gli ultimi dati diffusi dall’Unione Europea relativi all’anno 2017 – 2018 parlano di oltre 26.268 vittime. La stragrande maggioranza di esse nel nostro continente sono ancora donne e ragazze (72%), dove lo sfruttamento sessuale è lo scopo primario del loro traffico (60%).  In questi due anni, i paesi con il maggior numero di vittime registrate sono stati il Regno Unito, la Francia, l’Italia, i Paesi Bassi e la Germania. Tre quarti dei trafficanti sono cittadini uomini dell’Unione Europea, che operano principalmente nel loro paese di cittadinanza e i  dati forniti mostrano che generalmente la metà delle vittime della tratta di esseri umani sono cittadini europei, sfruttati principalmente all’interno del loro paese d’origine. Tra le cittadinanze europee, le persone più sfruttate provengono dalla Romania, seguono poi Regno Unito, Ungheria, Francia e Polonia. Allo stesso tempo, anche i cittadini non europei, soprattutto donne provenienti dalla  Nigeriani, l’Albania, il Vietnam, la Cina e il Sudan vengono trafficate e portate all’interno dei confini dell’Unione Europea. L’adescamento delle donne avviene per la maggior parte dei casi da parenti o persone molto vicine alle vittime, partner o uomini che con la promessa di una vita migliore adescano giovani donne nelle zone più povere dell’Est Europa, portandole poi ha farle prostituire sul nostro territorio nazionale. Da oltre 30 anni l’Italia rappresenta poi la destinazione europea e punto di arrivo nel continente della tratta e dello sfruttamento sessuale sopratutto delle donne nigeriane. Arrivando in un nuovo paese, le donne non sono consapevoli di quale tipo di aiuto legale possono cercare, mentre altre hanno paura di chiedere aiuto a causa delle conseguenze e ripercussioni delle  maledizioni pseudo religiose di riti pagani su di loro e sulla loro famiglia. Con la pandemia, le attività di sensibilizzazione in strada svolte dalle ong per aiutare le vittime della tratta di esseri umani sono fortemente diminuite, lasciando ancora più casi da sostenere .

    La crisi sanitaria e il confinamento hanno fatto si che lo sfruttamento sessuale online  sia aumentato drasticamente; i predatori  hanno sfruttato la vulnerabilità dei e delle più giovani adescandoli su piattaforme online. Secondo la Commissione Europea la domanda di materiale pedopornografico sarebbe aumentata fino al 30% in alcuni stati membri dell’Unione.  In un recente rapporto , Europol l’Agenzia europea di polizia ha registrato un aumento dei reati informatici e dello sfruttamento sessuale dei bambini. L’Europol, inoltre afferma che, il 30% degli autori del reato che sono in possesso di materiale pedopornografico e attivi negli scambi online  sono inoltre coinvolti direttamente nelle azioni di coercizione ed estorsione. La legge emanata ventanni fa, non si pronuncia su realtà e fenomeni non ancora esistenti o ampiamente discussi all’epoca. Il traffico sessuale delle persone ltgb è comunemente trascurato e raramente segnalato dai governi locali e nazionali. Anche la maternità surrogata  è interpretata come una forma di sfruttamento e traffico di esseri umani. Secondo l’Ilo, la commercializzazione della maternità surrogata legale ha già dato vita a  una nuova forma di sfruttamento.La madre vende il suo ventre  e il bambino viene visto come una merce  consegnata al compratore dal genitore del bambino. Si può parlare di sfruttamento e vulnerabilità dei bambini, ma al contempo, dello sfruttamento della debolezza e situazione economica di alcune donne, costrette a espatriare nei paesi europei per intraprendere processi di fecondazione in vitro in cambio di un’ingente somma di denaro. Il rapporto della Commissione Europea inoltre menziona che il numero effettivo di vittime è probabilmente molto più alto di quello registrato, soprattutto perché al momento, rimane molto complicato identificare le vittime come tali, e riconoscere i nuovi fenomeni emersi. La promozione della cooperazione giudiziaria tra i paesi dovrebbe essere una priorità per combattere la criminalità transnazionale. Il parlamento e la Commissione Europea deve affrontare con più forza la sfida di questo orribile delitto inclusa l’accoglienza certa e la domanda di beni e servizi  da fornire alle vittime. Lo svantaggio degli immigrati (uomini e sopratutto donne) nel mercato del lavoro dei paesi riceventi è enorme.

    Sono svantaggiate a causa del loro livello di qualificazione: questo vale in particolare per le migranti provenienti da Africa, Asia e America Latina, dove i tassi di istruzione sono in generale relativamente bassi. In secondo luogo, il loro capitale umano e  i titoli di studio stranieri, ad esempio, non vengono riconosciuti dai datori di lavoro e la distanza linguistica spesso impedisce di usare le proprie competenze nel paese di destinazione. Oltre alla lingua e ai titoli di studio, altre risorse occupazionalmente rilevanti sono localizzate e possono perdere di valore con lo spostamento territoriale: la maggior parte dei migranti dispone di informazioni limitate sul funzionamento del mercato del lavoro nei paesi di destinazione, e dunque essi faticano a trovare un lavoro adeguato alle proprie competenze e aspettative . Le  migranti di norma sono privi di sostegno familiare, e quindi devono trovare lavoro per potersi mantenere e per poter mandare denaro a casa. Rispetto ai lavoratori e lavoratrici nativi, sono quindi più propensi a inserirsi negli strati inferiori del mercato del lavoro, dove c’è una costante richiesta di lavoro ma con condizioni lavorative e retributive relativamente basse e scarse possibilità di crescita professionale. Questo è particolarmente vero in paesi come l’Italia, dove i migranti hanno difficoltà ad accedere ai benefici del welfare state.  in Italia coesistono una regolazione del mercato del lavoro relativamente rigida sul piano formale, e una sostanziale tolleranza per l’economia illegale, dove il mercato del lavoro è regolato in modo informale ed estremamente flessibile, creando occupazione dequalificata, poco pagata e pericolosa soprattutto per le donne. Negli ultimi anni si è sviluppata un’ampia letteratura internazionale che ha analizzato le cosiddette “catena di cura globali”, intese come una forma di esternalizzazione delle risorse di cura dai paesi più poveri a favore delle famiglie dei paesi più ricchi che possono permetterselo . Per esempio, molte donne dell’Europa dell’Est,ma ultimamente anche dei paesi orientali, anche se molto scolarizzate, lasciano mariti, figli e genitori anziani per emigrare in Italia e svolgere lavori poco qualificati come, appunto, quelli legati all’assistenza degli anziani. Il Governo Italiano e Draghi  ha promesso di occuparsi della situazione femminile: bene ci siamo e ci saremo per noi e altre che già sono nel nostro Paese e che hanno bisogno di solidarietà e azioni concrete. 

    Alessandra servidori 
    Presidente Nazionale di TutteperItalia

    Quando ormai 28 anni fa ho iniziato a occuparmi di turismo accessibile, non si sapeva nemmeno come chiamarlo. Negli anni si è passati attraverso tante definizioni, Turismo per Disabili, Turismo Handicap, Turismo per tutti, ecc… fino ad oggi dove, ormai la maggior parte delle persone lo riconosce come Turismo Accessibile.

    Ovviamente la cultura, il periodo storico e le sensibilità personali hanno influito nella ricerca di sinonimi di “turismo accessibile”.

    L’evoluzione del linguaggio impone una evoluzione dei paradigmi associati, ma anche l’esperienza che abbiamo maturato in questi 13 anni di attività con Village for all, che ci ha portato ad offrire una nuova definizione.

    Parliamo di Ospitalità Accessibile e vi spiego il perché.

    Il settore turistico ha come primo mandato l’Ospitalità; l’attenzione alle esigenze dell’Ospite è uno degli standard internazionali più discussi, e valutato come elemento di qualità, anche se questa attenzione non ha mai avuto una declinazione verso l’accessibilità ed inclusione.

    Volendo sviluppare ad una definizione aggiornata che nasca dal mondo dell’Hospitality, Ospitalità Accessibile ci sembra l’evoluzione naturale e molto più vicina al DNA turistico, soprattutto perché ci permette di dare attenzione alle esigenze delle persone e non alle loro disabilità.

    Ospitalità Accessibile significa mettersi in relazione con l’Ospite (cliente della struttura ricettiva) e con le sue esigenze, creando un rapporto intimo e personale in una reciprocità di relazione. Questa, secondo me, è la grammatica dell’Ospitalità Accessibile.

    Turismo Accessibile

    In questi anni il turismo accessibile è sempre più spesso interpretato come il rispetto delle leggi sull’abbattimento delle barriere architettoniche ma le norme, complesse e di difficile interpretazione, non sono in grado di garantire la soddisfazione delle esigenze specifiche di ogni persona e delle diverse tipologie di disabilità, durante le proprie vacanze.

    Non è la disabilità a definire le persone e le loro esigenze e non possono esserlo le norme edilizie; quelle garantiscono un livello minimo prestazionale della struttura ricettiva, ma non la qualità dell’offerta turistica.

    Vogliamo fare un esempio?

    Un bagno “a norma” non è garanzia che ogni persona con qualsiasi tipologia di disabilità si trovi a proprio agio, senza considerare il carico di “estetica ospedaliera” a cui è spesso associata l’installazione di servizi “per disabili”: la rende non attraente sia dal punto di vista del design che dalla vera e propria funzionalità per tutti. Provate poi a immaginare quale sarà la reazione di un turista “non disabile” quando si vede assegnare una camera con queste caratteristiche. Lo sanno bene gli imprenditori che spesso devono riconoscere uno sconto, o servizi aggiuntivi, per compensare un ospite che si sente trattato “da disabile”.

    Accessibile Vs Ospitale

    Va da sé che c’è differenza tra essere Accessibili e essere Ospitali. Prendendo queste due parole singolarmente hanno ciascuna un proprio significato, ma se noi associamo all’Ospitalità anche l’Accessibilità abbiamo prima di tutto l’espressione di una qualità superiore di accoglienza.

    Ospitalità Accessibile significa innalzare lo standard qualitativo dell’Ospitalità alla sua massima espressione perche è “per Tutti”.

    Conosciamo tutti luoghi “accessibili a norma” dove la capacità di accogliere ed essere ospitali è completamente assente; quei luoghi dove non torneresti nemmeno per bere un caffè!

    Per contro, ci sono posti che, magari non sono molto accessibili ma la cordialità e l’attenzione che abbiamo ricevuto, insieme alla capacità di comprendere le specifiche esigenze, fanno superare ogni barriera.

    Le persone disabili che fanno turismo, sono turisti! Per questo è necessario un cambio di paradigma nel mondo del turismo.

    Quali sono gli strumenti necessari per offrire una Ospitalità Accessibile

    Per prima cosa, possiamo dire che non avremo mai tutte le risposte a qualsiasi domanda, ma è importante avere le conoscenze e competenze necessarie per poter affrontare le esigenze del nostro Ospite; prima di tutto essere disponibili a fare le migliorie necessarie e possibili, acquisendo la capacità di interagire con il nostro Ospite per accogliere e cogliere, eventuali esigenze. Un’altra cosa importante è quella di saperlo informare correttamente e oggettivamente di ciò che possiamo offrire, così da essere sicuri di rendere le persone protagoniste delle loro vacanza. 

    Le persone disabili che fanno turismo sono turisti perché 

    • rappresentano un mercato di 127 milioni di persone, 
    • non vanno mai in vacanza da sole, 
    • vanno in vacanza più volte all’anno, 
    • fanno più di una vacanza all’anno di oltre 10 giorni 
    • hanno una capacità di spesa giornaliera, oltre il pernottamento, di 120 € procapite.

    Per accogliere questi Ospiti, questi turisti, bisogna quindi saper offrire una qualità che non sia il solo rispetto delle leggi sulle barriere architettoniche.

    Per saperne di più puoi approfondire a questi link:

    Hotel per disabili oppure Hotel per tutti? – link https://bit.ly/HperT_V4A

    Formazione e Linee Guida per il Turismo Accessibile - http://bit.ly/Formazione_TA 

    Era il 19 Febbraio 1986 quando Elio Cirimbelli e Serena Dalla Pozza presentavano in conferenza stampa la nascita della Associazione Separati Divorziati ASDI anche a Bolzano.

    L'ASDI  si era costituita già a Roma qualche anno prima ,I fondatori furono ,Daniele Ferlito  Avvocato, Edoardo Giusti Psicologo e Psicoterapeuta e Cochi Ponzoni ed un gruppo di amici.
    Prima di costituire l'Asdi a Bolzano, Cirimbelli , dopo la sua separazione risalente al 1979 si era occupato sempre con Serena Dalla Pozza della triste piaga dell'alcolismo al CRA ,Centro Recupero Alcolisti fondato da Cesare Guerreschi.
    Va detto però che già nel 1985 avevano aperto a Bolzano in un ufficietto in Piazza Erbe, un Centro di ascolto che chiamarono Studio 3C che significava conoscere , conoscersi, comunicare.
     
    Già allora si erano accorti di quanto le persone erano sole.
    Si formavano gruppi di persone , molto eterogenee  come età, cultura e di sesso diverso che si riunivano parlando del loro vissuto ma soprattutto della loro " solitudine ".
    Erano persone prevalentemente storir cite magari da " brutte " separazioni e che faticavano ad accettere ed a elaborare il " lutto " di un distacco .chi si rivolgeva a noi era alla ricerca di un partner e rischiavamo di essere scambiati per una sorta di Agenzia matrimoniale.
    Cosa che non volevamo assolutamente.
     
    Fu proprio in quegli anni che mi venne tra le mani un libro di Edoardo Giusti " L'arte di separarsi "
    dove l'autore raccontava la nascita dell'ASDI a Roma.
    Lo andai a trovare ed in quella occasione conobbi Daniele Ferlito e Chochi Ponzoni che conoscevo solo attraverso le sue apparizioni in Tv ed in teatro con Cochi e Renato  me ne ritornai a Bolzano e con la loro autorizzazione l'anno dopo costituimmo una Sede Asdi anche nella nostra città. 
    Iniziammo con una Psicologa , Serena dalla Pozza che è ancora con noi, alcune Assistenti Sociali che ci davano una mano , facendo come noi tutti puro volontariato, un paio di Avvocati , tra i quali David Biasetti che collabora ancora con noi, un Sacerdote e naturalmente il sottoscritto .
    Allora avevo frequentato un corso di Caunseling.
     
    Senza l'aiuto prezioso di Serena, Helga, Francesca , Giorgio che insieme a me fornirono proprie garanzie in banca per avere un affidamento di 50 milioni delle vecchie lire aprimmo la prima Sede ed iniziammo concretamente ad operare per qualche pomeriggio la settimana . Per noi come avevo già detto era puro volontariato, noi tutti avevamo il nostro lavoro.
    La svolta avvenne dopo un paio di anni quando bussai alla porta del compianto Assessore Otto Saurer .....
    Le dissi .....Caro Assessore cosa farebbe lei se un giorno aprendo la corrispondenza  trovasse una lettera di un Avvocato che le preannuncia la volontà di sua moglie di volersi separare...molte volte le separazioni iniziano così....
    Il primo contributo allora fu di circa 12 milioni.
    Iniziammo così a lavorare assumendo anche due Assistenti Sociali.
    Ho sempre ritenuto che la prima forma di aiuto sia l'ascolto .
    Ancora oggi è così. 
     
    É fondamentale ascoltare, accompagnare le persone  nell'affrontare percorsi dolorosi come può essere una separazione , molte volte non voluta ma solo " accettata ".
    L'equipe dell'Asdi cresceva, di numero ma soprattutto di professionalità.  Corsi di formazione, Master,  corsi di specializzazione  e di Mediazione Familiare.
    In un libricino che stampammo dopo 10 anni , Saurer scrisse : " A l'Asdi va riconosciuto il merito di essere stato il primo Servizio specializzato sul territorio provinciale e noi aggiungiamo nazionale ad occuparsi in modo professionale della sofferenza di cui rimane vittima un nucleo famigliare quando giunge al termine del suo percorso comune".
    Siamo stati sempre i precursori, gli apripista nel prevedere e nell'occuparsi delle conseguenze , del prima del durante e del dopo separazioni.
    Prima casa accoglienza per genitori/papà separati, 
    Gruppi di auto mutuo aiuto  
     
    Progetti pilota :
    Patchwork Family
    Famiglie miste , multi culturali 
    Famiglie in difficoltà quando c'è una malattia in famiglia.
    Nel 1997 diventiamo anche Centro di Mediazione Familiare.
    Grazie a noi nel 2001 la Giunta Provinciale delibera che la Mediazione Familiare sia riconosciuta come Servizio Sociale.
    Questa è la mia battaglia affinché il percorso di Mediazione Familiare entri nel nostro Ordinamento Giuridico nelle separazioni altamente conflittuali.
    Non obbligatoria ma incoraggiata. 
    Con la ex Ministra Bonetti ne stavamo parlando oltre ad altre cose ma purtroppo non è più al Governo.
    Vedremo di ricominciare con chi sarà il o la nuova Ministra. 
    Ora l'Asdi in base alle normative che regolamentano il terzo settore  ,  ha cambiato il proprio Statuto ed è diventata " Centro di Mediazione Familiare A.S.DI  " ODV.
    È e rimane comunque una Associazione di volontariato ,no Profit che si avvale di personale volontario ma anche di personale altamente qualificato ed al passo con i tempi.
    Assistenti Sociali, Mediatori Familiari, psicologhe e psicoterapeute,  Conduttori di Gruppi di parola per figli di genitori separati ed avvocati matrimonalisti.
    Non semplice condensare in una pagina di giornale 35 anni di cammino.
    Ho tralasciato di raccontare le battutine e battutacce che mi sono personalmente toccate.
    Non ho raccontato delle mie battaglie per sensibilizzare la Chiesa cattolica ad accogliere i divorziati risposati come una madre che accoglie e non come una madre che punisce .
    Incontri a Roma con il Papa e con alcuni Cardinali .
     
    Non immaginate la mia gioia quando si concluse il Sinodo per la famiglia con il documento di Papa Francesco che permette alle " nuove coppie " alle nuove famiglie di accedere ai Sacramenti dopo un cammino penitenziale. il prossimo anno lascerò il timone, ma sono sicuro che l'Asdi andrà avanti sempre con l'entusiasmo che in questi anni ho saputo trasmettere alle mie collaboratrici e collaboratori ma anche alle tantissime tirocinanti che abbiamo avuto.
    E che " la ragione del sapere non superi mai la ragione del cuore".
    Sono altresì sicuro che la Provincia, l'agenzia per la famiglia , il Comune di Bolzano,  Ufficio Famiglia Donne e Gioventù  la ASSB e l'ASL continueranno a dimostrarci la loro fiducia e il loro sostegno.
     

    La sorridente sveglia d’oro di Pietro fa crescere tutti. Puntuale segna il tempo, anzi, l’amico tempo. Che non è né troppo poco né troppo tanto, ma scorre come la vita, come l’acqua nel fiume o il sangue nelle vene… scorre e fa scorrere la vita intorno a sé, con un bambino che lo tifa e l’altro che si lascia accarezzare… Non è inesorabile questa danza, sembra quasi irresistibile. Non è triste, è coinvolgente. Non è qualcosa che fa invecchiare, ma fa saltare e ringiovanire come un ritmo musicale travolgente e incontenibile. 

    È difficile, nel nostro tempo, guardare allo scorrere dei giorni e delle ore con serenità profonda: i ritmi della vita non sono più così saldamente nelle nostre mani, la nostra libertà di prenderci del tempo è amputata con aggressività, la vita ci sfugge più di prima… è proprio complicato, oggi, farci accarezzare dall’amico tempo…  

    La sveglia di Pietro ci regala un piccolo segreto: più che poter decidere se il tempo dei nostri giorni sia bello o  brutto, possiamo decidere se sia nostro  o no. Se lo vogliamo come amico o pensiamo che sia inutile. Se vogliamo accettare che comunque, come il tempo, la vita è una danza e prendere il ritmo è sempre  possibile.  

    C’è una cosa da fare se vogliamo che il tempo torni nostro: andare più in su, come suggerisce il braccio alzato e l’indice puntato della sveglia d’oro. Non aspettare a crescere, ma  farlo adesso.  Non essere intorpiditi, ma svegli. Non buttarci giù, ma rialzarci. Usare il tempo per il di più, ogni di più che ci è possibile: saremo noi, allora, a diventare d’oro. 

    Venire a sapere dalla CNN/Ansa di una significativa multa da parte dello Stato della California al carcere di San Quintino negli USA per la violazione delle norme di sicurezza anti Covid, fa davvero riflettere molto. 

    Negli Stati Uniti d’America, il paese dove vige tuttora la pena di morte, un paese con una storica e consolidata politica giustizialista e securitaria pesante con più detenuti al mondo, lo Stato della California punisce con una multa di 421.880 dollari il carcere forse più famoso al mondo, San Quintino, per aver violato le norme di sicurezza anti Covid; multa che arriva dopo un rapporto dell’Ispettore generale che certifica l’accaduto e soprattutto le responsabilità. Quanto accaduto negli USA ci dovrebbe far riflettere, molto.

    Il pensiero e il raffronto non può che correre alla situazione delle carceri del nostro paese, paese avanti nella elaborazione e produzione di normative sul trattamento penale incardinate sul principio del reinserimento sociale del detenuto, ma allo stesso tempo con una capacità di rispetto e applicazione delle norme promulgate assolutamente deficitaria.

    La pandemia non ha fatto altro che evidenziare una situazione paradossale preesistente. L’esempio più eclatante è quello di scoprire che di fronte al rischio di diffusione del contagio all’interno degli istituti penali, si sono bloccate tutte le visite e tutti i colloqui. Peccato che le uniche modalità di comunicazione con i propri familiari corrispondevano a una telefonata settimanale. Sapendo, e avendolo codificato in linea di principio, quanto importante sia la cura delle relazioni, a partire da quelle familiari e non solo, si arriva a pensare di utilizzare strumenti di comunicazione da remoto solo a seguito della pandemia.

    Un altra questione che la pandemia ha evidenziato è sicuramente la condizione permanente di sovraffollamento con conseguente violazione di tutte le norme igienico sanitarie. A nessuno può sfuggire che se una delle condizioni immediate per contrastare il diffondersi dell’epidemia è il distanziamento e le pratiche di igienizzazione personale e ambientale, il sovraffollamento è non solo una pena aggiuntiva ma è una condizione esplosiva per la diffusione del virus tra i detenuti e il personale, agenti e dipendenti amministrativi. Anche in Italia, si è anche cercato di rimediare a tale situazione limitandosi a travasare “le eccedenze” da un carcere all’altro, altro magari ritenuto al momento più sicuro dal punto vista sanitario. Il che, come accaduto a San Quintino, può determinare un dilagare del contagio e quindi provocare morti. 

    Per non parlare del ritardo e della lentezza con la quale si sono utilizzate le protezioni individuali e le pratiche per il tracciamento del virus. Mascherine e gel igienizzanti nonché i tamponi sono arrivati con un ritardo ingiustificabile.

    Per non parlare della copertura vaccinale della popolazione detenuta e dei dipendenti  degli Istituti di pena. Si è dovuta alzare la voce della Senatrice a vita Liliana Segre per sollecitare il Commissario Arcuri nel considerare le carceri e la loro popolazione come situazioni particolarmente a rischio tanto quanto le RSA per gli anziani. Il che confuta  radicalmente la convinzione, da diversi declamata con un mantra, che proprio il carcere in quanto luogo chiuso è il luogo più sicuro dal punto di vista sanitario: fuori è molto più pericoloso!

    Queste semplici riflessioni per dire che se anche nel nostro paese si applicassero le sanzioni che hanno portato negli USA il carcere di San Quintino a pagare una maxi multa, la nostra amministrazione penitenziaria rischierebbe di dover dichiarare il fallimento amministrativo.

    Il fallimento che però più dovrebbe realmente preoccupare è l’emergere palese della lontananza  tra ciò che è scritto ed enunciato nelle normative e ciò che è applicato nella realtà e ancor di più il venir meno al dettato costituzionale che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, favorendo il suo reinserimento nella società. 

    La speranza è che una doverosa e seria riflessione sull’esperienza vissuta nella pandemia e sui  limiti strutturali che ha messo in evidenza, riesca finalmente a produrre un cambiamento nelle politiche detentive e sulle misure alternative alla detenzione.

    Sergio Cusani / Corrado Mandreoli - CGIL Milano 

     

    NOTA. A maggio 2020, dopo che aveva cominciato a diffondersi il Covid in alcuni Istituti di pena della California, il California Department of Corrections and Rehabilitation e il California Correctional Health Care Services (CCHCS) hanno deciso di trasferire alcuni detenuti in strutture che non presentavano focolai, ignorando le raccomandazioni dei sanitari. Nello specifico, il 30 maggio sono stati trasferiti a San Quentin 122 detenuti provocando un disastro, come afferma l’Ispettore Generale, dato che dei 122 detenuti, 91 sono risultati positivi e 2 sono morti per complicazioni Covid-19. Nei tre mesi successivi ai trasferimenti, a San Quentin il numero di casi di Covid-19 è salito ad oltre 2.200 su circa 3.300 detenuti e 28 detenuti sono morti. Da questa situazione ne è derivata la multa. Uno dei detenuti contagiati a San Quentin ha dichiarato alla CNN: " Dal giudice sono stato condannato a 5 anni e 4 mesi. Non ero stato condannato a morte.”

     

    Dentro il “tramonto dell’occidente”, nell’anno cinese del bue si prepara il terreno…  per l’anno del drago

     

    Novosibirsk 2003

    - Signora italiana quanti figli ha?

    - Non ho figli.

    La “disgrazia” che mi era toccata passava di bocca in bocca. Dalla tabacchina, alla bottegaia, alla verduraia di Bugrinskaja Rosha. A 28 anni in Russia senza figli eri considerata una attempata, cui era toccata la sventura della sterilità – uno stigma irreparabile e difficile da accettare. Perché il senso di essere a questo mondo è vivere, lavorare, procreare. Gli occhi di ognuna di quelle donne che continuavano a esclamare “poverina”, sembravano solo ricordarmi arcigni: “tu sei in debito. Punto.” 

    Ne chiacchieravamo molto anche con Chiara, amica di Cittadella, Padova, imprenditrice, nelle nostre serate moscovite al Cicco Club, giocando a leggere i fondi del caffè e a immaginare il nostro futuro. 

    Con Sistrà Barbara, suora che in gioventù fu collaboratrice di Lech Wałęsa, direttrice presso il Deckij dom, orfanotrofio/ Prijut San Nicola, ne parlavamo altrettanto sulle rive dell’Ob. Io difficilmente comprendevo questo senso russo della maternità che mi appariva obsoleto e accettabile ai tempi di mia nonna. Con Barbara apprendevo i primi semi di cosa significasse servire la maternità del cuore, pur non ponendomi minimamente il problema. Non sapevo ancora che quella sarebbe stata la mia via. Impegnandomi già allora con Ai.Bi. Amici dei Bambini, solo negli anni ho scoperto l’intensità e la forza della missione. Il “diritto di essere figlio” vuol dire allo stesso tempo occuparsi di demografia, si sanità, di Welfare State, di inclusione, di agenda 2030, di famiglia, di formazione, di etica, di comunicazione, in una parola, di politica.

    Ogni crisi di Governo mi dà la sensazione che stiamo tessendo, senza volontà, una tela di una Penelope vedova, in mezzo a festini e vagheggi di tempi perduti o tempi da inventare, mentre il presente scorre languido, solo, infetto, tra sbuffi di assembramenti, misti di ebbrezza e tasche piene di nuove povertà.

    L’arrivo di Draghi nella pandemia fa ben sperare. I mercati sperano. E i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze? Il Santo Padre ha istituito la giornata mondiale dei nonni e degli anziani. I nonni davanti ai nipoti sogneranno e i giovani profetizzeranno. 

    Draghi è stato bambino ed è stato ragazzo, a caro prezzo, posso immaginare dal suo sguardo che osservo da lontano, filtrato dalla tv, scoprendo sulla rete che perde i suoi genitori all’età di quindici anni. Cerco di capire l’uomo attraverso gli insegnamenti che ha ricevuto. L’abruzzese keynesiano Federico Caffè era di origini modeste. Famosi i suoi “fondi di Caffè”, articoli “sempre troppo corti” e contenenti un “messaggio unico, inequivocabile”.  Cito dal saggio di Daniele Archibugi Federico Caffè, solitario maestro e apprendo la “saggezza non convenzionale” dell’economista. “Le crisi economiche del passato mettevano in luce quanto fosse precario il processo di sviluppo, e come esso avesse bisogno di essere sostenuto da idonee politiche economiche. (Caffè) Considerava niente più che un dogma, e per giunta banale, l’idea che il mercato  fosse capace di autoregolare i processi economici...” Scriveva Archibugi: era il 1991. 

    Se il frutto cade vicino all’albero, così come nel mio Abruzzo si dice, oltre che nella competenza di Draghi spero nella sua umanità, toccata anche dalla mia terra forte e gentile. Pur ignorando totalmente le teorie economiche, intuisco quanto il tema “acquisti”, un tempo - e ancora oggi per molti - simbolo di rinascita, sia, ancor prima che politica, una questione etica.  Da quando la “cosificazione”, il benessere, la generatività del denaro sono diventati sostitutivi del buon essere, del buon lavorare la terra abbondante o avara, rispettabile.

    Quando le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la propria avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possibile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non esiste nemmeno un vero bene comune. Se tale è il tipo di soggetto che tende a predominare in una società, le norme saranno rispettate solo nella misura in cui non contraddicano le proprie necessità. Perciò non pensiamo solo alla possibilità di terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma anche a catastrofi derivate da crisi sociali, perché l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca. (Laudato Sì, 204). Come Draghi risponderà a esigenze politiche e ai nuovi paradigmi da strutturare, essendo l’homo oeconomicus tramontato e l’idea di sviluppo – e forse anche di Europa - tutta da costruire? Segnerà lui il passo della Politica esercitata con compassione?

    L’Arcivescovo di Bologna Zuppi ha scritto recentemente una lettera alla nostra Costituzione fa vibrare ogni  muscolo, fa brillare gli occhi, scuote il cuore. In una famiglia, i genitori, i nonni, i bambini sono di casa; nessuno è escluso… se potessimo riuscire a vedere l’avversario politico o il vicino di casa con gli stessi occhi con cui vediamo i bambini, le mogli, i mariti, i padri e le madri. Che bello sarebbe!” (FT 230). Zuppi cita l’Enciclica Fratelli tutti e richiama il bisogno urgente di amore politico.

    Per quanto consideri il mio, grazie a Suor Barbara, un “debito buono” nei confronti del mio Paese, spero che Draghi, con il suo essere e con il suo fare, ponga le condizioni perché, dopo questo lungo inverno, torni la primavera, affinché i bambini e le bambine tornino a nascere numerosi, nella pancia, nel cuore e nelle orecchie degli italiani. “I bambini sanno” era il titolo di un bellissimo film di Walter Veltroni. Spero che Draghi ascolti i bambini e che ami la primavera. Continuo ogni tanto a guardare nei fondi di caffè… e a sperare anche… che nel marzo incipiente, dopo le frittelle, dopo il Carnevale e dopo il mondo alla rovescia, arriveranno il pane e l’olio, semplici e buoni da mangiare sotto i mandorli in bella compagnia. 

    11 Febbraio 2021 - 05:00

    Maria Rita Parsi: Violenza e Covid-19

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    Vorrei lanciare un serio allarme. Non possiamo restare indifferenti di fronte alla “strage di bambini” e ai femminicidi che, oggi, accompagnano, parallelamente, la “strage degli anziani” messa in atto dal nemico, si spera arrestabile, del virus Covid-19. Dobbiamo agire contro questa terrificante ignominia cercando un vaccino, civile e preventivo che, finalmente e decisamente, la arrestino. È di pochi giorni fa la notizia di un bambino di due anni massacrato a botte dal compagno ghanese della madre che, finalmente, lo ha denunciato e che ora è ricoverata, in stato di shock. Da tempo quella donna subiva minacce e percosse ma, come molte altre, non lo aveva denunciato.

    Perché? Certamente perché aveva paura; certamente perché non si fidava di poter essere difesa e tutelata; certamente perché non è, in alcun modo, “a misura” la diffusione delle informazioni in merito alle garanzie sociali, legali, sanitarie alle quali possono ricorrere le donne e i minori che si trovano in drammatiche difficoltà, a motivo di vessazioni fisiche e psicologiche, minacce, abusi, percosse, ricatti. E, ancora, perché è “soprattutto” affidato a realtà di volontariato un impegno che dovrebbe essere totalmente istituzionale, totalmente garantito ovunque e, con immediatezza di fronte alle denunce, reso attivo. Inoltre, va sottolineato come, assai spesso, i campanelli d’allarme e le richieste di aiuto non vengano accolte o cadano nel vuoto di rimandi che, nel tempo, sono fatali per le vittime. Così l’anziana Rosina Alessandro, che temeva per se stessa ed è stata uccisa. Così i genitori di Brenno che, magari, facevano confidenze ai vicini sul disagio che provavano di fronte al figlio, ora depresso ora alterato, senza però ricorrere ad un serio, terapeutico sostegno professionale oltre che alla vigilanza di autorità che avrebbero potuto intervenire prima di dover ricercare i loro corpi nell’acqua di un fiume. Certamente le responsabilità, presunte o vere, del loro figlio Benno, in merito a questo che si profila essere un parenticidio, dovranno essere dimostrate. Ma, al contempo, una morte tragica come quella che, per ora, ha fatto ritrovare soltanto il corpo della madre di Benno nell’Adige, in attesa che, dragando ancora, si riesca a far rinvenire anche quello del padre, ci segnalano il profondo scollamento e le carenze della rete sanitaria, sociale, culturale, legislativa che, perfino, in ambiti sociali così ristretti, circonda le famiglie.

    E, ancora, ricordando il caso del povero Willy che i fratelli Bianchi hanno pestato a morte perché aveva tentato di difendere un amico dalle loro percosse, va rilevata l’indifferenza e la violenza con cui quel crimine è stato consumato. Notare, poi, che i famigliari hanno, perfino, detto si trattava di un immigrato. Quasi questo trasformasse l’omicidio in un crimine minore! Un crimine, peraltro, virtualmente preceduto dalle immagini dei due fratelli palestrati e nutriti a forza di tatuaggi ed anabolizzanti. Un crimine, infine, come quelli che si consumano, con sempre maggiore frequenza, alimentati, proprio ed anche, dal lockdown . Ovvero quel Covid-19 che, smascherando i disagi profondi, con la prigionia familiare e sociale che impone agli individui e alle comunità, ne ha rivelato le autentiche piaghe quotidianamente inferte ai più fragili e ai più esposti: le donne, i bambini, i giovani, gli anziani.

     

    Prof.ssa Maria Rita Parsi

    Una realtà sommersa di cui si parla poco, anche perché, secondo qualcuno, potrebbe turbare la coscienza. 

    Personalmente penso che a turbare, o meglio a sconvolgere, la coscienza dovrebbe piuttosto essere l’esistenza di una realtà così devastante come la tratta. 

    Un crimine orrendo che riguarda un numero impressionante di persone - per la maggioranza donne-  di cui circa il 30% , ovvero 46 milioni secondo una stima approssimata per difetto, costituito da bambini e bambine dai 2 ai 10 anni, reclutati anche loro in modo violento o con l’inganno, che diventano vittime di sfruttamento sessuale (panorami terrificanti), lavorativo (oltre 200 milioni di minori di cui 73 milioni sotto i 10 anni, che lavorano in condizioni disumane, con un’alta percentuale di morti all’anno), vittime di morte violenta per espianto di organi, di matrimoni forzati e precoci, di addestramento militare. 

    Provengono prevalentemente da Nazioni dell’Africa, dell’America Centrale, ma anche dell’Est europeo, specialmente dalla Romania. Paesi tutti segnati da condizioni economiche molto precarie, da instabilità politica, da situazioni di guerra, mentre le connivenze si registrano in quasi tutti i Paesi cosiddetti sviluppati, compresa la nostra Italia, che pure ha buone leggi, che, applicate, danno risultati limitati, ma pur sempre incoraggianti. 

    Non è un fenomeno da confondere con l’immigrazione, ma sono evidenti le connessioni. 

    Le politiche migratorie restrittive lasciano ampio spazio a chi offre servizi illegali in cambio di denaro. Di molto denaro, che alla fine è procurato con l’assoggettamento a vincoli e a trattamenti lesivi della stessa dignità e l’avviamento  alla vendita del proprio corpo, e comunque ad attività degradanti, ma molto remunerative per gli sfruttatori. Del resto, la semplice condizione di clandestinità, di minori non accompagnati, comporta l’esclusione, la marginalizzazione, facilita il divenire preda di gente senza scrupoli.

    Dietro a questa realtà ci sono organizzazioni criminali “storiche” (mafia, ’ndrangheta, camorra, sacra corona unita) che, duramente colpite da successi della lotta condotta dalle Istituzioni, si sono ristrutturate, costituendo veri “cartelli” transnazionali, in una florida economia parallela che, ispirandosi ai meccanismi di mercato, ne costituiscono l’altra faccia sul piano dell’illegalità.

    Il traffico di persone è una ferita profonda, che incide non solo nel corpo e nella psiche delle vittime, a volte in modo indelebile, ma che tocca tutti noi, colpisce persone, esseri umani come noi,  per di più indifesi come i piccoli, ingannati. E’ una vergogna che prospera avvolta dall’ignoranza o dall’indifferenza dei più e diminuisce in certo modo la nostra umanità.

    Per rimuovere le principali cause remote del fenomeno occorre spendersi per una cultura nuova, davvero di fraternità, di cura, e ripensare tutta l’economia, che non può continuare a sancire o approfondire disuguaglianze, a mantenere luoghi, come i paradisi fiscali, che favoriscono le organizzazioni criminali. Occorre conoscere e diffondere l’economia civile, di comunione, il microcredito, e d’altra parte, anche sapere che alcuni nostri stili di vita e scelte di acquisto di prodotti possono renderci complici inconsapevoli. Dietro un “risparmio” sui costi, ad esempio, anche nella consegna di un pranzo, c’è quasi sempre un lavoro sottopagato.

    L’8 febbraio si ricorda la giovane sudanese che, rapita all’età di nove anni, visse sulla sua pelle le sofferenze della riduzione in schiavitù,  santa Bakhita. Furono i suoi rapitori a chiamarla così con perverso spirito umoristico, perchè Bakita vuol dire Fortunata. La bimba, per l’atroce trauma subìto, aveva dimenticato perfino il suo nome! Portò nel suo corpo 144 cicatrici di profonde ferite che le avevano inflitto dopo averla resa schiava. Il suo “acquisto”, da parte di un console d’Italia prima e poi da un’altra famiglia, segnò per lei l’inizio di una vita diversa. Incontrò rispetto, gentilezza, comprese che la dignità è parte integrante della persona umana e questo le diede pace, gioia e segnò l’inizio di una nuova vita.

    Ed è divenuto,l’8 febbraio, la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro questo odioso crimine. Organizzata da Talitakum, la Rete della vita consacrata contro la tratta, coinvolge un numero crescente di Associazioni, Movimenti, gruppi di persone impegnate in prima linea con coraggio e determinazione nella lotta contro questo fenomeno e nell’aiuto concreto alle vittime. E’, il loro, un lavoro delicato, che li fa entrare nelle vite di giovanissime donne e adolescenti, nelle 

    loro paure, emozioni, speranze, cocenti delusioni, nelle loro storie che troppo spesso non hanno un lieto fine  anche se non mancano episodi che si concludono con pieno successo. Non potrò dimenticare mai l’udienza privata con papa Francesco di tre anni fa.  Eravamo 110 (di cui oltre 30 giovani donne e uomini vittime di tratta, ora al sicuro in strutture protette), impegnati a vari livelli e rappresentanti anche di tanti che nel mondo lottano contro questo crimine, vera  “piaga nella carne di Cristo”, come il papa la definì in quella occasione. La sua denuncia nitida, implacabile, articolata attraverso risposte date a braccio ad alcune domande dei giovani presenti, ne tracciò un quadro nitido, drammatico. Forte la sottolineatura della vergogna della domanda, senza la quale non può esserci offerta, una vergogna bruciante per i paesi occidentali, ricchi, dove sono i clienti dei vari “servizi” in cui la tratta si articola, offerti su internet, sulla strada o attraverso reti perverse.  

    In quella occasione citò anche storie da lui conosciute di persona, come quella di un giovane eritreo che dopo 3 anni di calvario è arrivato in Italia o quella della giovane donna nigeriana, laureata, ingannata da una signora cristiana. Sono l’ignoranza, la povertàe la corruzione che permettono ai trafficanti di agire impunemente. E dà indicazioni precise: “occorre creare opportunità per lo sviluppo umano integrale. Potenziare l’educazione. Essa infonde coraggio a chi ha conosciuto questo male, spinge a denunciare i traffici, consente di dare messaggi ad altri, vittime di ignoranza, povertà, venduti talvolta dai propri familiari o da falsi amici”.

    “Educazione e lavoro”, è una ricetta antica, “già sperimentata da don Bosco a fine 800”.  

    Un impegno che Francesco prende a nome anche di tutta la Chiesa.

    Alla fine siamo usciti tutti con un’iniezione di speranza, di coraggio. Con la voglia di combattere, di rischiare, di aprire percorsi nuovi, per ridurre e magari eliminare questa dolorosissima piaga, con l’impegno a creare spazi sempre più ampi per sensibilizzare il maggior numero di persone e per lavorare concretamente insieme.

     

    Per chi volesse saperne di più, anche circa gli eventi programmati, segnalo il sito:  www.preghieracontrotratta.org 
    Rimando anche al mio articolo “Sono bambini, non schiavi” pubblicato in Città Nuova online ( 6 febbraio 2017)

    Lo struzzo piace molto a Pietro. Perché è agile, curioso, originale. Ma, soprattutto, come mi  dice lui: “Lo struzzo ti costringe a vedere le cose da un altro punto di vista”. 

    Infatti, se si ruota il disegno, lo struzzo è sempre lì, capace di stare in piedi, e di sorridere,  forse ancora di più. Ecco: lo struzzo di Pietro. Sorride perché trova altri punti di vista da cui guardare il mondo, perché porta con sé in questa esperienza tutti, dagli uccelli al sole con i suoi simpatici occhiali neri. E gli uccelli impareranno a nuotare, come i pesci, e il sole a sorgere non solo dal basso, ma anche  dall’alto, come si dice in uno dei canti di speranza più belli del Vangelo (cfr. Lc 1, 78). 

    In un momento e in un mondo in cui facciamo fatica anche solo ad ascoltare gli altri (vale per tutti, dalla politica alle associazioni più impegnate, dalle famiglie alle relazioni di comunità…), lo sguardo di Pietro insiste: è bello il contrario perché completa noi stessi,  è intelligente vedere a gambe in su perché  forse le stelle non sembreranno così lontane,  è come ossigeno respirare aria nuova e diversa con cui altri vivono e sperano…  Quanto è strano, invece, bloccarsi, irrigidirsi, pensare che gli altri debbano essere giudica ti solo in base alla nostra altezza e non avere la voglia di spostarsi di un millimetro, in su o in giù, a destra o a sinistra.  

    Grazie, Pietro… da tanti punti di vista! 

     

    A cura di Don Marco Mori

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