Librangelo

    Librangelo (2406)

    Vi proponiamo il libro illustrato di Daniele Nicastro  "La giornata contro le mafie", Edizione EL. 

     Il 21 marzo non è solo il primo giorno di primavera. È anche la giornata contro le mafie. Filippo e i suoi amici ne scoprono il significato quando, davanti a un capannone, leggono su uno striscione: «Bene confiscato alla mafia».

    Edith Bruck torna al genere autobiografico affidando alle pagine di questo intenso e sofferto memoir i ricordi di una vita intera. Dalla truce esperienza dei lager fino a giungere ai giorni nostri, con una serie di preziosissime riflessioni sui pericoli dellattuale ondata xenofoba, ma anche con una serie di quadri commoventi, in cui le esperienze della vecchiaia assumono i toni sfumati di un dolce ricordo dinfanzia.

    Per non dimenticare e per non far dimenticare, Edith Bruck, a sessant’anni dal suo primo libro, sorvola sulle ali della memoria eterna i propri passi, scalza e felice con poco come durante l’infanzia, con zoccoli di legno per le quattro stagioni, sul suolo della Polonia di Auschwitz e nella Germania seminata di campi di concentramento.
    Miracolosamente sopravvissuta con il sostegno della sorella più grande Judit, ricomincia l’odissea. Il tentativo di vivere, ma dove, come, con chi? Dietro di sé vite bruciate, comprese quelle dei genitori, davanti a sé macerie reali ed emotive. Il mondo le appare estraneo, l’accoglienza e l’ascolto pari a zero, e decide di fuggire verso un altrove. Che fare con la propria salvezza?
    Bruck racconta la sensazione di estraneità rispetto ai suoi stessi familiari che non hanno fatto esperienza del lager, il tentativo di insediarsi in Israele e lì di inventarsi una vita tutta nuova, le fughe, le tournée in giro per l’Europa al seguito di un corpo di ballo composto di esuli, l’approdo in Italia e la direzione di un centro estetico frequentato dalla “Roma bene” degli anni Cinquanta, infine l’incontro fondamentale con il compagno di una vita, il poeta e regista Nelo Risi, un sodalizio artistico e sentimentale che durerà oltre sessant’anni.
    Fino a giungere all’oggi, a una serie di riflessioni preziosissime sui pericoli dell’attuale ondata xenofoba, e a una spiazzante lettera finale a Dio, in cui Bruck mostra senza reticenze i suoi dubbi, le sue speranze e il suo desiderio ancora intatto di tramandare alle generazioni future un capitolo di storia del Novecento da raccontare ancora e ancora.

    12 Gennaio 2021 - 05:46

    Manifesto contro il potere distruttivo

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    I bambini hanno diritto alla salute mentale di chi li mette al mondo, li alleva e li educa. I cittadini hanno diritto alla salute mentale di chi li governa.

    «Non sarebbe ragionevole richiedere a insegnanti, politici, economisti, amministratori, tutori dell’ordine, legislatori, sacerdoti di sottoporsi a un costante e qualificato percorso di conoscenza di sé, così da individuare e curare i propri problemi prima di impegnarsi a risolvere quelli degli altri?» - Maria Rita Parsi

    «Il potere distruttivo esprime, nel microcosmo familiare come nel macrocosmo sociale, il malessere, il disagio psicologico, quando non l’evidente disturbo mentale, dettati dall’angoscia di morte, dalla paura, dalla rabbia, dalla frustrazione, dall’impotenza di chi lo ricerca, di chi lo esercita o tenta di esercitarlo. E, ancora, di chi lo accetta e lo sostiene facendolo, per delega, esercitare ad altri. […] Il Manifesto contro il potere distruttivo è stato pensato e scritto contro tutti i dittatori e contro tutti i potenti e gli sfruttatori criminali che ancora opprimono, con le loro imprese e le loro perversioni, milioni di esseri umani e tante nazioni del mondo. E, ancora, è stato pensato e scritto, con l’aiuto di molti, per denunciare non soltanto quei dittatori ma tutti gli psicopatici, i narcisisti maligni, gli accumulatori seriali di denaro, armi, beni e territori; i ‘Signori della guerra’ che alimentano odi, orrori e conflitti.» - Maria Rita Parsi

    Completano il libro il Decalogo del potere positivo, il Decalogo della pace, il Decalogo dei diritti delle bambine. Con un’antologia di testi di E. Fromm, M. Schatzman, L. De Marchi, S. Morace e D. Renzi, F. Cetta, F. Di Giulio, S. Giannella, I. Rizzi, D. Bendura. Postfazione di Salvatore Giannella.

    Evento online | 8 gennaio h.20:00 | Presentazione del saggio "RaccontAbili. Domande e risposte sulle disabilità" 

    A poco più di un mese dalla sua pubblicazione, la presentazione di “RaccontAbili. Domande e risposte sulle disabilità” edito con la casa editrice Erickson Live, nel mese di novembre 2020.

    L’opera attraverso una narrazione finalmente corale e polifonica, raccoglie le voci rappresentative di tutta la comunità coinvolta nel vivere le tante forme di disabilità, anche quelle imputabili alle mancanze di un modello culturale che non riesce ancora ad accogliere tutti e tutte. L’intento è quello di cambiare la narrazione dei e sui disabili.

    Nella sua seconda prova letteraria, Zoe Rondini si rivolge alla stessa comunità protagonista delle sue interviste: persone con disabilità, famiglie, insegnanti ed educatori, giornalisti, scrittori, pedagogisti, psicologi, medici, studenti, amanti del teatro e del cinema, attori, registi e autori.

    Con l’auspicio che questo testo allarghi pian piano, lì dove giunge, la comunità abile nel raccontare, che insomma ogni lettore e lettrice diventi a sua volta una o uno dei possibili, futuri… RaccontAbili!

    La presentazione sarà in diretta streaming sui seguenti canali:

    https://www.facebook.com/ZoeRondiniAutrice

    https://www.facebook.com/festivalfuoriposto

    https://www.youtube.com/watch?v=drRQ9UEzOW4&feature=youtu.be

    La storia di Alberto e della sua famiglia che imparò a volare con lui. Ma soprattutto la sfida coraggiosa di una donna contro i pregiudizi sulla disabilità di un figlio “imperfetto” solo agli occhi degli altri. Il libro “Din Don Down!” di Autilia Avagliano è pubblicato da Marlin editore (collana La camera del fuoco, https://www.marlineditore.it) ed è già alla II edizione. Una storia coinvolgente e che mira a guardare con occhi liberi da sovrastrutture una realtà complessa. In primo piano Alberto, nato con quel cromosoma in più che genera la sindrome di Down. Ma è anche la storia di una giovane donna e del suo impatto con la disabilità inaspettata di un figlio e delle ripercussioni che ne derivano in seno alla famiglia e nel contesto esterno. Gli introiti saranno donati dall’autrice a favore di progetti d’inserimento lavorativo di persone con Sindrome di Down nell’ambito dell’APDD, Associazione Persone con Sindrome di Down e Disabilità intellettiva.  Di recente, Autilia Avagliano e il figlio Alberto Fusco sono stati protagonisti di un seguitissimo incontro in diretta sulla pagina Facebook di Luca Trapanese, che ha adottato da single una bambina con sindrome di Down.

     Il libro

    Piace ai lettori. Stimola la riflessione. Scompagina le carte dei luoghi comuni per offrire una testimonianza di umanità e sensibilità. In una successione di capitoli brevi, con un linguaggio semplice e comunicativo,  vengono a galla momenti chiave, come il trauma della scoperta della sindrome a nascita avvenuta, la rozza mancanza di empatia da parte di medici e psicologi, la consapevolezza che la sindrome non è una malattia ma una condizione genetica, l’alleanza familiare nell’impegno della crescita, gli ostacoli, le remore e le discriminazioni nella formazione scolastica e perfino catechistica, la lotta vincente per un’inclusione reale all’interno della società e delle istituzioni e, infine, la serena normalità con la quale si è riusciti a vivere l’anomalia di partenza.

    «Il libro inizialmente è nato come analisi introspettiva di un evento straordinario personale come la nascita di un figlio con disabilità. Allo sfogo personale, pur legittimo, con il passare degli anni, è subentrata una sempre maggiore consapevolezza di quanto sia in salita il percorso di una persona con disabilità, di quanto sia distante una vera inclusione sociale, scolastica e lavorativa, confermata da mille sfumature e mille esperienze che enfatizzano le diversità piuttosto che appiattirle. Di qui l'esigenza di mettere nero su bianco dolore, rabbia, differenze, ingiustizie quotidiane, ben lungi dal ritenere falsamente "un dono" la disabilità del proprio figlio.  Ma giorno dopo giorno, quella stessa disabilità ha fatto sempre più spazio alla Persona e non alla sua condizione, persona capace di esprimere sentimenti fuori dal comune che gioiosamente travolge e insegna e che, piano piano, capovolge i ruoli, insegnando a vivere e a cogliere l'essenza stessa della vita. Quel dispiacere iniziale allora si è trasformato in forza da utilizzare per contribuire, a proprio modo, a rendere questo mondo un po’ più adeguato per tutti, anche per chi, apparentemente, non sembra omologabile in prototipi di bellezza o di performance predeterminate. Tutto questo e altro ancora è Din Don Down!», sottolinea Autilia Avagliano.

    Quella di Alberto e della sua famiglia è dunque una storia personale ma anche una storia comune a tanti, di quelle che hanno un inizio ben chiaro e definito, ma il cui sviluppo è determinato dalle scelte che volta per volta si è costretti a fare. In questo ventaglio di emozioni, è inserito il punto di vista dell’autrice, senza idealizzazioni e senza mai permettere che la situazione dissolva il convincimento di una reale possibilità di vita semplice, ma di qualità, e totalmente includente in una società inquinata da pregiudizi.

    L’autrice

    Autilia Avagliano vive a Cava de’ Tirreni dov’è nata nel 1966. Laureata in Economia e Commercio, dal 1998 lavora in banca a Salerno, dopo essere stata per lungo tempo revisore ufficiale dei conti. Sposata con Paolo Fusco, è mamma di Mario e Alberto, quest’ultimo diciassettenne con la sindrome di Down.  Appassionata lettrice, da anni si dedica, per amore, al mondo associativo: attualmente è membro del Comitato Direttivo del CoorDown (Coordinamento Nazionale delle Associazioni di persone con sindrome di Down) e presidente dell’APDD (Associazione Persone con la sindrome di Down e Disabilità intellettiva). Nel periodo 2015-2017, ha ricoperto la carica di assessore alle Politiche Sociali della sua città. È autrice delle pagine Facebook Downfanpage, La bacheca delle politiche sociali e APDD, dove ha raggiunto picchi di oltre 15 mila visualizzazioni.  

    Dal libro

    «Faccio parte della folta schiera dei genitori shakerati dalla disabilità di un figlio imperfetto.

    Vivere o morire, questo è il dilemma.

    Col trascorrere di questi lunghi anni, ho deciso di viverTi, di viverCi. E con me Paolo, il mio Principe.»

    «Non facciamoci dire come sarà nostro figlio: quello che Lui sarà lo vedremo Noi, da soli, con i nostri occhi. Il futuro non si può ipotecare per nessuno; non abbiamo bisogno di detrattori lungo il nostro percorso genitoriale. Se avvertiamo la loro presenza, allontaniamoci, non ci servono, non abbiamo bisogno di “limitatori di entusiasmo”.»

     

    Condividiamo la recensione scritta da Monica Leggeri del libro Irene Sta Carina – Una vita a metà di Anna Claudia Cartoni. 

    Leggere questo libro è come scalare una montagna, con fatica e quel senso di peso e mancanza di respiro, che ti prende quando il sentiero è impervio e sconosciuto. È entrare nel vivo, nella vita di Anna Claudia e Fernando stravolta, dall’arrivo della piccola Irene. “Iron”: per tutte le battaglie che dovrà affrontare. Fragile ma allo stesso tempo attaccata alla vita con una forza infinita.

    «C’è un problema», così inizia il libro di Anna Claudia. Una frase pronunciata in gravidanza dal suo ginecologo. Una frase che fa cadere sulla vita della coppia un macigno. La piccola Irene ha un problema: una malformazione addominale che richiede alla nascita un delicato e pericoloso intervento chirurgico. Lei non è ancora nata ma già inizia questa storia che lega madre e figlia in un percorso di ansie, paure, dolore e di tanta misteriosa profonda complicità.

    Gli ostacoli però non si esauriscono nel primo difficilissimo intervento: a nove mesi dalla nascita Irene ha un drammatico arresto cardiaco che fa di nuovo sprofondare tutto e tutti in un tunnel buio e faticoso.

    Sono pagine coinvolgenti e drammatiche, piene di emergenze continue, di corse frenetiche che non danno il tempo per riposare e godere un po’ dell’arrivo di una figlia. I primi due anni di vita di Irene sono trascorsi tra diversi reparti di terapia intensiva: «Vivere in un reparto di terapia intensiva fa sentire più vicino alla morte, perché lei è sempre lì con te… si galleggia in un limbo fluttuante tra una “non vita” e una “non morte”». Il reparto diventa anche una seconda casa, “un grembo materno” una casa che accoglie, con tutti i grandi dolori che accompagnano la vita dei suoi piccoli pazienti e delle loro famiglie.

    L’eccitazione e la gioia per la nascita di un figlio non riguardano Anna e Fernando. I primi mesi sono pieni di preoccupazioni e paure per ciò che è caduto addosso alla piccola e alla loro vita. Soltanto una frase li fa respirare un pochino in quei due anni, ed è quella con cui, a volte, li accolgono la mattina gli infermieri e medici dei reparti, al loro ingresso in ospedale: «Irene sta carina». Una frase che gli fa riprendere fiato, perché vuol dire che le notizie per quel giorno non sono cattive. È coraggiosa e sincera Anna Claudia a tirare fuori tutto l’amore, la sofferenza e il dolore che passa da Irene a lei, e viceversa. Ma come lei stessa dice «di dolore non si muore». E insieme al papà, combattono tante battaglie, affrontano tante sfide, riconsolati dal sorriso luminoso di Irene che li accoglie ogni giorno di quei lunghi anni. Per Anna stringere tra le braccia Irene è l’unico momento in cui si sente in pace con se stessa e con il mondo. In quell’abbraccio «ogni pensiero sulla disabilità si scioglie come la neve al sole… imparo da Irene a vivere concentrandomi solo sul presente».

    Non ha paura questa mamma ad affrontare anche difficili questioni morali sulla vita e il senso che questa debba avere per i figli con gravi patologie e per le famiglie chiamate ad accudirli. Si interroga Anna Claudia su un altro possibile futuro con onestà e coraggio: se avesse saputo della drammaticità della situazione, avrebbe continuato la gravidanza? Allo stesso tempo si chiede se il sistema sanitario non sia troppo concentrato sul risultato clinico di un intervento delicato, non informando a sufficienza i genitori sulla qualità della vita del dopo. «Spesso mantenere in vita non è sinonimo di dare la vita».

    Ma la sua esperienza non è stata inutile: Anna Claudia da qualche anno viene coinvolta in incontri mensili nel reparto di terapia intensiva che ha seguito Irene; chiamata ad esprimere un parere su un caso o su un altro, su una cura e su un’altra di piccoli pazienti, chiamata dai medici che vogliono aggiungere il parere di un genitore, alle riflessioni tecniche e mediche.

    Il libro è anche una accusa al sistema burocratico, della nostra società, che ruota attorno alla disabilità e il più delle volte la ostacola; una burocrazia fatta da tutti quei cavilli che impediscono la piena realizzazione di una vita dignitosa. Diritti negati, lotte estenuanti per farli rispettare, file e attese lunghissime in uffici per ottenere qualche piccolo aiuto alla complicata vita di una famiglia con disabilità. L’integrazione scolastica, ben chiara sulla carta, è affidata, spesso, solo alla buona volontà delle singole insegnanti, a volte neanche formate per un lavoro così impegnativo.

    Questo e tanto altro è racchiuso in questo piccolo grande libro, coraggioso, forte e pieno di sofferenza ma anche di tanto amore. Come quello che ha fatto abbracciare a Anna e Fernando una nuova sfida: portare Irene con tutte le sue difficoltà in montagna, un ambiente che i suoi genitori amano molto. Grazie alla scoperta di uno strano attrezzo, la Joelette, Anna e Fernando possono condividere con la loro Irene, l’ebbrezza «del vento in faccia, della velocità». Con questo strano mezzo sfidano la montagna, partecipano alla Corsa di Miguel, grazie al coinvolgimento e all’aiuto di tanti atleti che si avvicendano per spingere questa “carrozza” di Irene e di tanti altri ragazzi con gravi patologie, per renderli partecipi un pochino «della vita degli altri».

    Irene sta carina nasce dalle pagine del diario che Anna Claudia ha voluto scrivere in quei primi due lunghissimi anni, per trattenere tutti i ricordi felici e dolorosi. E il risultato è coinvolgente: sono pagine piene di momenti di ansia, dolore, sofferenza, e anche gioia (il momento di tornare a casa). E a chi legge sembra di essere lì con loro.

    Paradossalmente il libro è un inno alla vita, anche per chi la vita sembra viverla solo “a metà”, per tutto quello che non ha e non può avere; Anna Claudia e Fernando hanno dato e donano ad Irene tutti i giorni «l’altra metà della vita». Consapevoli probabilmente che, come diceva Luciano De Crescenzo, «siamo angeli con un ala sola e possiamo volare solo restando abbracciati».

    Per noi genitori la tentazione, nel guardare la vita “degli altri”, è spesso quella di cercare quello che non si ha, e quello che i nostri figli più fragili non potranno essere o avere, rispetto ai propri coetanei e noi genitori rispetto agli altri; questo libro ci insegna a guardare “la metà” della vita che si ha, e che è forse la metà più vera e importante. Quella metà conquistata con tanti sacrifici, lotte e percorsi tortuosi che però ti fa sorridere per cose semplici; un sorriso, un respiro che non è più affannoso, una giornata passata senza intoppi.

    Attraverso una narrazione finalmente corale e polifonica l’autrice ha dato spazio alle voci di tutta la comunità coinvolta nel vivere le tante forme di disabilità, anche quelle imputabili alle mancanze di un modello culturale che non riesce ancora ad accogliere tutti e tutte.


    La Closed innovation è tramontata e con lei la Terza rivoluzione industriale. Prendiamo i cari e vecchi ombrelli, giriamoli al contrario e raccogliamo più innovazione possibile: è una pioggia di opportunità che si sta riversando in ogni spazio della nostra società.

    Gli strumenti che servono per essere protagonisti sono già a portata di mano, dobbiamo solo avere la voglia di usarli in un modo diverso dal passato. Abituiamoci al pensiero laterale, mettiamo in rete i saperi e attrezziamoci valorizzando innanzitutto la creatività. Con questo libro vengono svelate tutte le opportunità delle nuove tecnologie. Solo così le aziende potranno sedersi per prime al tavolo da gioco del futuro, l’unico che ci proietta oltre la crisi, quello della Open innovation.

    Dopo il successo del libro Advanced Advisory, che molto prima di questa grande emergenza sanitaria anticipava la necessità di passare allo smart working e all’utilizzo delle piattaforme digitali, Leonardo Valle ancora una volta gioca d’anticipo svelando ciò che realmente serve agli imprenditori, manager e professionisti italiani per tornare a competere dopo la crisi.


    Lo schiaffo di don Milani, sferzante e irato, era ed è rivolto al conformismo delle mode assunte acriticamente, di un’educazione senza interrogativi, imposta e accettata, di adeguamento alla mentalità corrente.


    Da qualche decennio si discute in Italia della necessità di un incontro tra letteratura e antropologia, senza che tra le due discipline sia riuscito a decollare un vero dialogo. L’autore prova a fare il punto su questo dialogo e poi analizza in una prospettiva antropologica alcuni testi significativi della letteratura italiana, tra i quali i Promessi Sposi e I Malavoglia.


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