Il 13 aprile si è tenuta la Conferenza stampa di presentazione. Sabato 17 aprile il convegno

    A sei anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, la Chiesa che è in Italia si interroga sulla ricezione del documento e sull’impatto della mancata cura del Creato sulla salute della popolazione, sull’ambiente e sulle dinamiche sociali e lavorative. Lo fa sabato 17 aprile con il convegno online “Custodire le nostre terre”, promosso dalla Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute, dalla Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, dagli Uffici Nazionali per la pastorale della salute e per i problemi sociali e il lavoro, e dalla Caritas italiana.

    Temi e relatori del convegno sono stati presentati martedì 13 aprile, alle 11, in una conferenza stampa alla quale hanno preso parte parte Mons. Carlo Maria Redaelli, Arcivescovo di Gorizia e Presidente della Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute, Mons. Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto e Presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, Mons. Antonio Di Donna, Vescovo di Acerra e Presidente della Conferenza Episcopale Campana.

    Valdisieve in Transizione ringrazia i membri dell'amministrazione comunale e tutti coloro che hanno partecipato e contribuito all’assemblea pubblica “Verso l’Osservatorio Rifiuti Zero” del 12 aprile 2021 su Zoom. Un ringraziamento particolare va a Rossano Ercolini e Laura Lo Presti che con i loro interventi hanno dato suggerimenti preziosi e hanno chiarito la funzione dell’Osservatorio che dovrà accompagnare il raggiungimento degli obiettivi della delibera Rifiuti Zero (RZ).

    La serata ha prodotto gli effetti desiderati: riattivare il processo di formazione dell’Osservatorio. Come affermato dall’Assessore all’Ambiente Carlo Boni nel corso dell’incontro, se ne discuterà nella prossima II° Commissione Consiliare e successivamente in Consiglio Comunale per la definitiva approvazione.

    Dovrebbero quindi partire a breve i lavori dell’Osservatorio, non solo per monitorare in continuo il percorso Verso RZ, o per evidenziare le criticità indicando proposte e soluzioni, ma anche perchè è una garanzia per tutti i cittadini al diritto alle informazioni e alla partecipazione.

    Il prossimo incontro si terrà l’8 Maggio a Viareggio, o tramite Zoom, con tutti i sindaci dei comuni toscani che hanno aderito a Rifiuti Zero.

    Google e la piattaforma "Virtual Lis" di Rai sono i vincitori dei Diversity Brand Awards 2021, i premi riconosciuti alle aziende capaci di veicolare il loro impegno sul fronte Diversità e inclusione (D&I). I riconoscimenti sono stati assegnati durante la quarta edizione del Diversity Brand Summit, "Diversity Factor: born to build trust" e hanno visto vincitore "overall" Google per il suo lavoro diffuso sulla D&I, soprattutto su gender, orientamento sessuale e affettivo e disabilità, e vincitore "Digital" "Virtual Lis" di RAI, piattaforma capace di erogare servizi e contenuti nella lingua italiana dei segni mediante un avatar virtuale.

    "La vittoria nel Digital Diversity Brand Award è per il servizio pubblico motivo di particolare orgoglio. Arriva dopo che la Rai è stata inserita per il terzo anno consecutivo nella lista delle aziende più inclusive, per di più in un periodo drammaticamente segnato dalla pandemia", spiega Giovanni Parapini, Direttore Rai per il Sociale. (Ansa)

    L'etica ai tempi della quarta rivoluzione industriale. È questo il titolo del'incontro che si terrà oggi, giovedì 15 aprile, dalle 18.30 alle 19.30 su Zoom, organizzato da Ethical Leadership Lab. Relatori dell'evento saranno Andrea Illy, preisdente di Illy Caffè, Philip Larrey e Cristiana Falcone. Co-Host Massimo Bruno, Giovanni Parapini e Pierangelo Fabiano.

    La pandemia del Covid-19 ha messo in luce la straordinarietà e allo stesso tempo tutti i limiti del nostro Sistema sanitario. Il Covid-19 ha svelato anche lo stato di salute generale delle nostre società. Anche dove l’accesso alle cure è più garantito, non tutti riescono a proteggersi allo stesso modo dal contagio: abitazioni sovraffollate, lavoro non tutelato, assenza di una rete sociale ci espongono al virus in modo diverso.
    La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza.
    MPPU Campania in collaborazione con Health Dialogue Culture ha organizzato un incontro: “Cooperare per un’assistenza centrata sulla persona - un modello di cura per rispondere alle nuove sfide sanitarie” per discutere sulla sanità che vogliamo, una sanità partecipata con al centro la persona, con un SSN fattore di benessere per l’individuo e la collettività.
    Venerdì 23 aprile 2021 – ore 20,00 Diretta ZOOM (appena disponibile invierò il link);
    DIRETA YOU TUBE: https://youtu.be/Tvw3P4JWaNc

    Lo rivela il nuovo Dementia Monitor Europeo 2020. Il rapporto è stato redatto da Alzheimer Europe.

    Aprile 2021 – A 3 anni dalla pubblicazione del rapporto “European Dementia Monitor” Alzheimer Europe - organizzazione che riunisce 37 Associazioni Alzheimer in Europa, tra cui la Federazione Alzheimer Italia - lancia l’edizione 2020 per presentare un aggiornamento su come i paesi europei stanno gestendo la sfida alla demenza, esaminare i cambiamenti e i progressi ma anche gli eventuali passi indietro per meglio indirizzare le nazioni nell’identificare iniziative e azioni che possano migliorare la qualità della vita delle persone con demenza e i loro familiari.

    I 36 paesi coinvolti nell’indagine sono stati valutati in base a 10 differenti parametri suddivisi in 4 macro aree – Assistenza, Ricerca, Politiche sociali, Aspetti legali - per arrivare a una classifica finale stilata sulla base dei risultati ottenuti dagli stati nelle singole categorie, ciascuna dei quali contribuisce al 10% del punteggio totale. Al primo posto si posiziona la Svezia con un punteggio complessivo del 71,8%, seguita da Regno Unito (Scozia 70,9% e Inghilterra 68,4%), e Belgio (67,2%).

    L’Italia, da metà classifica, sale al 10° posto con un punteggio di 62,9%, +10% rispetto alla precedente indagine. Chiudono la classifica tre paesi dell’est: Bosnia-Erzegovina (24,7%), Polonia (22,8%) e Bulgaria (19,5%).

    Il nostro paese registra un miglioramento in quasi tutte le categorie prese in esame, ottenendo il punteggio pieno in due, nello specifico nel riconoscimento dei diritti legali delle persone con demenza e dei loro familiari e nella partecipazione alle iniziative europee di ricerca sulla demenza; in generale, dimostra una grande attenzione per gli aspetti sociali e per la tutela dei diritti, grazie anche a iniziative come le Comunità Amiche delle Persone con Demenza realizzate dalla Federazione Alzheimer Italia.

    Sul fronte del riconoscimento della demenza come priorità nazionale, il Monitor non registra la grande novità italiana dello scorso dicembre che ha visto l’approvazione da parte della Commissione Bilancio della Camera dell’emendamento alla legge di bilancio 2021 che prevede un finanziamento di 15 milioni in 3 anni per il Piano Nazionale Demenze e l’ufficializzazione del “Tavolo di monitoraggio dell’implementazione del Piano Nazionale per le Demenze (PND)”, che ora potrà trasformare in azioni concrete gli obiettivi del Piano stesso.

    A fronte di alcuni significativi passi avanti, il nostro paese si conferma ancora indietro sugli aspetti legati alla disponibilità di servizi di assistenza e alla loro accessibilità: in particolare, viene registrata ancora una grande carenza nelle cure domiciliari, nell’assistenza diurna e nelle strutture residenziali. In aggiunta a questo, più del 50% dei costi di accesso ai servizi sono totalmente a carico delle famiglie, e ancora insufficienti sono i finanziamenti pubblici.

    L’indagine ha coinvolto 36 tra Stati membri dell'Unione europea, Bosnia-Erzegovina, Islanda, Israele, Jersey, Norvegia, Regno Unito (Inghilterra e Scozia), Svizzera, e Turchia. Ecco nel dettaglio le 10 categorie prese in esame:

    1. Aspetti riguardanti l’assistenza:

    - disponibilità di servizi di assistenza

    - accessibilità dei servizi di assistenza

    1. Ricerca e aspetti medici

    - rimborso dei medicinali

    - disponibilità di studi clinici

    - coinvolgimento della nazione nelle iniziative europee di ricerca sulla demenza

    1. Politiche

    - riconoscimento della demenza come priorità

    - sviluppo di iniziative a favore delle persone con demenza

    1. Diritti umani e aspetti legali

    - riconoscimento dei diritti legali delle persone con demenza e dei loro familiari

    - ratifica dei trattati internazionali e europei sui diritti umani

    - riconoscimento dei diritti dei familiari riguardanti la cura e il lavoro

    La nuova ricerca conferma che nessuno dei Paesi considerati raggiunge il punteggio pieno in tutte le 10 categorie e che sono ancora molto presenti differenze significative tra le varie nazioni.

    Per quanto riguarda la disponibilità dei servizi di assistenza a ottenere il miglior punteggio sono Svezia e Lussemburgo, ma l’Italia migliora passando dal 23° al 18° posto; parlando invece di accessibilità dei servizi di assistenza, al primo posto troviamo la Finlandia e, anche in questo caso, l’Italia fa passi avanti, risalendo dal 30° al 23°.

    Sul fronte del rimborso dei medicinali, al primo posto troviamo Irlanda, Lussemburgo, Svezia, Turchia e Regno Unito (sia Inghilterra sia Scozia): in questi Stati, infatti, tutti i trattamenti anti-demenza sono rimborsati integralmente dal Servizio sanitario ed è presente una politica per limitare l'uso inappropriato di antipsicotici. L’Italia scende di una posizione, dal 6° al 7° posto.

    Germania, Spagna e Inghilterra si classificano primi, ma non a punteggio pieno, nella categoria di sperimentazione clinica, dove il nostro paese perde molti punti passando dal 5° al 19° posto; mentre Italia e Spagna sono gli unici Paesi che partecipano a tutti i programmi e progetti europei presi in esame dall’indagine.

    La Norvegia si conferma in testa alla classifica per quanto riguarda l’attenzione a riconoscere la demenza come priorità politica e di ricerca nazionale, categoria dove l’Italia migliora passando dal 26° al 18° posto; il Belgio raggiunge il punteggio pieno nell’organizzazione di iniziative di inclusione e di dementia-friendly community, categoria in cui l’Italia recupera 3 posizioni, arrivando 11ͣ.

    Italia, Austria, Croazia, Israele, Lettonia, Turchia e Regno Unito hanno seguito le raccomandazioni di Alzheimer Europe sul rispetto dei diritti legali delle persone con demenza e dei loro familiari; il Belgio si posiziona primo per quanto riguarda i diritti di cura e di lavoro riconosciuti, categoria dove il nostro paese raggiunge il 3° posto; infine il Portogallo è l’unica nazione ad aver ratificato tutte le convenzioni internazionali ed europee sui diritti umani, mentre l’Italia scende di alcune posizioni (dall’8° al 15° posto).

    DIVERSITY BRAND SUMMIT - MERCOLEDÌ 14 APRILE 2021, ore 16.30

    Presentazione del Diversity Brand Index 2021 realizzato da Diversity e Focus MGMT e premiazione dei brand con i migliori progetti D&I

    “Diversity Factor: born to build trust" è il titolo della quarta edizione del Diversity Brand Summit, l'unico evento in Italia che riunisce e premia i brand più inclusivi, previsto mercoledì 14 aprile dalle ore 16.30 in diretta streaming su www.diversitybrandsummit.it; per l'occasione, verrà presentato il Diversity Brand Index 2021, progetto di ricerca volto a misurare la capacità delle aziende di sviluppare con efficacia una cultura orientata alla diversity & inclusion curato da Diversity e Focus MGMT.

    Amazon, Carrefour, Coca-Cola, Durex, Esselunga, Freeda, Google, H&M, Ikea, Intesa Sanpaolo, L'Oréal, Leroy Merlin, Mattel, MySecretCase, Netflix, Pantene, Rai, Spotify, Starbucks, TIM, Vodafone: questi i brand che compongono la TOP20 del Diversity Brand Index per il loro posizionamento nel mercato e le loro iniziative/attività realizzate in Italia nel 2020 (21 brand per un pari merito). Saranno inoltre premiati i 2 brand capaci di lavorare concretamente sulla D&I, impattando anche sulla percezione del mercato finale: un vincitore assoluto e il brand che più di tutti ha saputo utilizzare la leva digitale per creare una cultura di inclusione.

    Dalla nuova ricerca emerge che occuparsi di diversity & inclusion non può essere un impegno a intermittenza da parte dei brand, neanche in un anno difficile come il 2020, contraddistinto da una crisi sanitaria, economica e di fiducia senza precedenti e da un mutamento significativo del profilo di consumatrici e consumatori, meno arrabbiate/i, ma un po’ più individualiste/i rispetto alle tematiche della D&I, assumendo connotazioni “tribali”. La fiducia con il mercato si costruisce nel tempo e va alimentata con continuità. Allentare l’attenzione sulla D&I e non mantenere una comunicazione efficace e costante verso il proprio target di riferimento spezza in tempi rapidi la credibilità delle marche sul tema, riduce la fiducia e porta molti brand a essere percepiti come meno inclusivi rispetto al passato.

    La D&I si conferma come un potente driver di posizionamento, distintivo anche al tempo della pandemia, con un impatto economico significativo: i brand percepiti come non inclusivi registrano un NPS (Net Promoter Score, indicatore del passaparola) negativo pari al -90,9% (con un’ulteriore riduzione di 4,9 punti percentuali rispetto all’anno precedente), a fronte di un +81,2% invece per i brand percepiti come inclusivi. Ciò si ripercuote sul differenziale della crescita dei ricavi: +23% a favore di quei brand che nonostante la crisi COVID-19 sono riusciti a non interrompere il loro piano di sviluppo e il loro impegno sulla D&I.

    Il Diversity Brand Index 2021, sviluppato sulla base di una ricerca condotta da gennaio a dicembre 2020 su un campione statisticamente rappresentativo della popolazione italiana, composto da 1.039 cittadine e cittadini, ha visto una riduzione dei brand citati come “maggiormente inclusivi” (388, contro i 482 dell’anno precedente, ossia il -19,5%), a causa soprattutto della riduzione dei contatti a seguito del lockdown e dell’emergenza epidemiologica. Tale riduzione ha avuto due declinazioni: fisica e digitale. Da una parte alcuni brand che tradizionalmente hanno fondato la relazione con il proprio target sulla dimensione fisica, hanno sofferto l’inaccessibilità degli store e degli spazi commerciali; dall’altra nell’overload informativo legato alla pandemia, vari brand non hanno avuto la forza (e la volontà) di affermare il tema della D&I, focalizzandosi su contenuti ed attività più tattici e meno strategici. Queste dinamiche hanno impattato soprattutto alcuni settori che basano sul contatto diretto la comunicazione con la clientela: nella ricerca, infatti, considerando la composizione settoriale dei primi 50 brand percepiti dal mercato come più inclusivi, rispetto allo scorso anno, perdono terreno aziende legate ai consumer services (-12 punti percentuali – p.p.), all’FMCG (beni di largo consumo, -10 p.p.). Il retail (-2 p.p.) si conferma comunque il settore più presente (20%). Vengono invece premiate le aziende capaci di fare comunicazione su altri canali rispetto a quelli fisici (e-commerce, infotainment, social network): tra quelle percepite come più inclusive, infatti, fanno un balzo in avanti rispetto allo scorso anno quelle dell’information technology (+8 p.p.), apparel & luxury goods (+10 p.p.) e healthcare & wellbeing (+8p.p.).

    Cambia anche il profilo delle consumatrici e dei consumatori: si conferma il trend della polarizzazione, con la scomparsa di alcune fasce intermedie in termini di orientamento all’inclusione (es. idealiste/i), ma allo stesso tempo si trasformano le parti della popolazione che in passato erano più negative nei confronti della diversità. Scompare, infatti, il segmento di arrabbiatissime/i e quello di arrabbiate/i passa dal 25,4% dell’anno scorso al 12,4%, con una composizione peculiare: il 63,57% di questo segmento è composto da uomini; vi è poi un 40% di giovani fra i 18 e i 35 anni che vedendosi private/i della propria vita sociale ed assistendo ad una focalizzazione mediatica sulla fascia degli “over” hanno sviluppato un atteggiamento non positivo nei confronti di alcune forme di diversità. Nell’anno del COVID-19 si registra una forte tendenza verso l’egoismo e l’individualismo, con l’arrivo della nuova categoria “tribali” (16,4%), composta da persone in passato distanti dall'inclusione che durante la pandemia hanno percepito come alcune forme di diversità fossero in realtà molto vicine: il loro coinvolgimento sui temi della D&I si declina infatti soprattutto all’interno del proprio nucleo familiare. Vi è poi un forte aumento dei consapevoli (15,7% dal 4,2% della precedente edizione), persone attente all’inclusione, ma non direttamente coinvolte.

    In un Paese con un buon grado di conoscenza, familiarità e contatto sui temi della diversity ma ancora con una scarsa pratica, nell’interazione e nel coinvolgimento, la maggioranza delle persone (55,5%) è comunque altamente sensibile e attiva sulle tematiche della diversity, con il 34,5% di coinvolte/i e il 21% di impegnate/i. Togliendo l’unico cluster che esprime disinteresse generale e trasversale sul tema delle diversità, ossia quello di arrabbiate/i, il restante 88% di consumatrici e consumatori è maggiormente propenso verso i brand più inclusivi.

    Infatti, anche in epoca COVID-19 viene confermato come le pratiche inclusive sui temi di genere e identità di genere, etnia, orientamento sessuale e affettivo, età, status socio-economico, (dis)abilità e credo religioso (le 7 aree della diversity su cui si è concentrata la ricerca) impattino positivamente sulla reputazione del brand e sulla fiducia che consumatrici e consumatori ripongono nella marca, riversandosi in un indice di passaparola positivo e risultati economici migliori.

    Non è mi difficile immergermi nei pensieri. Penso spesso alla parola dono, a quanto sia corta e a quanta infinità racchiuda. Ho raccolto e “custodito” le parole di un’amica, Giovanna, che vive a Cerreto Guidi, in provincia di Firenze. Una mamma esile che ha le sembianze di un gigante. Le sue gambe sono forti per le salite della vita che ha percorso a testa alta e che ha superato. Ho incontrato Giovanna- non so si possa usare il “per caso” - condividendo un’esperienza di dolore, che mi tenevo chiusa come una valigia, senza chiave, sul cuore. Con lei ed altre mamme abbiamo scritto lettere ai nostri figli e figlie volati via, contenute nel libro “Lettere senza confini”. Nell’inchiostro si fissa la forza di riprendere a vivere con il coraggio, che, come la stessa vita, ha i contorni di un dono. “A 21 anni ero già mamma di un bellissimo bambino dagli occhi azzurri come il mare e due anni dopo di una bellissima bambina… i miei Mauro e Simona. Li ho cresciuti con amore, superando tanti ostacoli. Regalando loro un sorriso, anche quando gli occhi stavano per gonfiarsi di lacrime. Mauro, nel giorno del suo ventottesimo compleanno, ha avuto un incidente stradale. Ricordo il campanello che suonava nella notte e quella corsa interminabile all’ospedale. Immagini sfocate. Ho potuto vedere mio figlio. La mia mano vicino al suo petto, quasi a volergli dare una carezza, mi ‘disse’ che se ne era andato. Poi quella domanda, che svetta come una montagna alta da scalare: Signora, ha pensato alla donazione degli organi? Le parole sembravano incrociarsi tra loro. Non sapevo cosa fare. Ero sola davanti ad una domanda più grande di me. Ho deciso di dire sì alla donazione degli organi, pensando anche alla voglia di vivere di mio figlio. Era altruista e pronto ad aiutare chi aveva necessità. Aveva negli occhi tanti sogni a cui mettere le ali. È stato l’ultimo gesto d’amore di Mauro, il più grande, il più forte. Nel silenzio del giardino, mi fermo a pensare alle vite che possono essere state salvate. Se penso a quelle persone che oggi possono riprendersi la vita per mano, grazie anche a Mauro, le lacrime che stanno per scendere, si fermano improvvisamente. Mauro è vita. La amava, la rispettava, le voleva un grande bene”.

    Come mai negli ultimi vent’anni il razzismo e l’intolleranza sono aumentati a dismisura proprio nei Paesi in cui le politiche della memoria sono state implementate con maggior vigore?

    Dobbiamo riconoscere il fallimento di quelle politiche, come fanno alcuni autori che scrivono libri «contro» quella Memoria? Non sarebbe più saggio individuare gli errori del passato e infine proporre qualche concreta via di uscita?

    Decontaminare le memorie di Alberto Cavaglion si sofferma su uno dei concetti ormai più inattuali e logorati dall’uso: i «luoghi della memoria». Soprattutto quelli «minori», purtroppo diffusi, teatro di violenze di massa anche nella storia più recente. Cosa fare di questi paesaggi?

    «Comprendere» un luogo flagellato dalla violenza, dall’isolamento, dalla riduzione dell’uomo a cosa, richiede l’intervento di quella che si potrebbe chiamare, alla maniera di Georges Perec, «memoria obliqua». Al fine di individuare nuovi strumenti e imboccare un percorso di rigenerazione. Da qui nasce l’idea di Decontaminare le memorie. Un manifesto del «quarto paesaggio», che restituisca ai luoghi della memoria quella funzione riparatrice che talvolta riesce alla letteratura, quando non è solo testimonianza.

    Come gli aquiloni del romanzo-testamento di Romain Gary, ci sono ideali da tenere stretti perché non scappino nel cielo, ma non troppo ancorati al suolo, per non farli schiantare in terra.

    Alberto Cavaglion insegna Storia dell’Ebraismo all’Università di Firenze. Per Einaudi ha pubblicato, con Paola Valabrega, Fioca e un po’ profana. La voce del Sacro in Primo Levi (2018) e gli Scritti Civili di Massimo Mila. Con Feltrinelli ha pubblicato La Resistenza spiegata a mia figlia. Il suo ultimo libro è Guida a ‘Se questo è un uomo’ (Carocci, 2020).

    Attualmente è in corso una petizione su Change.org diretta ad Alberto Cirio, alla sindaca Appendino e ad alcuni altri decisori, da parte del comitato promotore di 'Torino-Piemonte World Food Capital'; la richiesta è pensata per creare nuove opportunità di investimento, garantendo al tempo stesso la salvaguardia della biodiversità agricola: «Ci sono stati momenti migliori, ma noi Piemontesi sappiamo essere ambiziosi.Abbiamo unito l'Italia e siamo stati la Capitale dell’industria dell’auto. Abbiamo creato innovazione in ogni settore e siamo stati i primi a credere nell'importanza del cibo come motore di sviluppo, di tutela del territorio, delle tradizioni, della salute. Da secoli il cibo è il motore del Piemonte: vini, carni, formaggi, dolci, prodotti agricoli tradizionali e grande gastronomia. Ma non solo. Abbiamo fondato le più importanti aziende alimentari del Paese, inventato Slow Food e i nostri vigneti sono stati i primi a essere riconosciuti patrimonio dell’umanità e le nostre università si sono specializzate sul food. In Piemonte 50.600 aziende agricole e 64.000 occupati coltivano 900.000 ettari, di cui 49.000 a biologico. Il 7% delle imprese agroalimentari italiane è in Piemonte. Sono 11 mila i negozi alimentari e 35 mila gli addetti e 28 mila i bar e ristoranti, che impiegano 103 mila persone. In regione sono presenti 55 istituti professionali e alberghieri dedicati ad agricoltura ed enogastronomia. Le università del Piemonte offrono 30 corsi di laurea, 3 di dottorato e 5 Master dedicati al food e hanno prodotto, insieme ai centri di ricerca oltre 5.500 pubblicazioni scientifiche internazionali. In Piemonte è stata fondata la prima Università di Scienze Gastronomiche al mondo. La nostra regione ospita 345 fiere del cibo, di cui 8 internazionali e 6 musei dedicati. E il solo Salone del Gusto ha avuto 220.000 visitatori. Oggi serve una nuova visione per il Piemonte: dobbiamo mettere a sistema tutte le attività che gravitano attorno al food perché i nostri figli possano immaginare qui il proprio futuro e per tutti i giovani che qui decideranno di vivere, di studiare, di realizzarsi. Rimbocchiamoci le maniche, trasformiamo una situazione di difficoltà in una grande occasione di rilancio per la nostra terra e utilizziamo il nostro primato per riconvertire il Piemonte in una vera e propria Food Valley».

    Please publish modules in offcanvas position.

    We use cookies

    Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.