La Comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi scende in piazza con un“pasto sospeso” per aiutare i “nuovi poveri” post covid

    La Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da Don Oreste Benzi nel 1968 e presente in 40 paesi del mondo con oltre 500 realtà di accoglienza , con l’obiettivo di affrontare la questione delle “nuove povertà”,il 26 e 27 settembre scende in 800 piazze in tutta Italia (tutte le info su unpastoalgiorno.org) con l’iniziativa solidale 'Un Pasto al Giorno', un’occasione per sensibilizzare sul tema e per dare l’opportunità di comprendere meglio le difficoltà di oggi. “Per molti il coronavirus ha significato proprio questo - spiegano i responsabili della Comunità – e nel solo mese di giugno in Italia i cosiddetti 'nuovi poveri' sono stati il 34% del totale di coloro che si sono rivolti alle strutture di sostegno. La nostra missione non si può fermare soprattutto di fronte alle nuove difficoltà emerse con la pandemia, perché non ci sono solo i problemi materiali, ma in questi tempi difficili anche il sostegno psicologico, quella mano tesa che ti fa sentire meno solo, diventa fondamentale». Un impegno cinquantennale, dunque, che ha trovato conferma anche nel solco tracciato da Papa Francesco che in questi ultimi anni ha più volte fatto sentire la sua voce per richiamare alla necessità di crescere insieme come comunità attenta agli ultimi e alla nostra casa comune. «Nelle condizioni attuali della società mondiale – ha scritto il Pontefice nell’Enciclica Laudato Si’ - dove si riscontrano tante iniquità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate e private dei diritti umani fondamentali, il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri».

    Durante l’iniziativa solidale ci sarà modo per portare a casa un segno concreto di accoglienza e solidarietà verso chi ha più bisogno: con il contributo degli artisti dell
    ’Associazione Autori di Immagini, è stata realizzata una collezione di tovagliette all'americana, «un oggetto simbolico – aggiungono dalla Comunità - che rappresenta il posto preparato per qualcuno alla propria tavola. Ecco perché partecipare all'iniziativa significa 'prenotare' un posto alla nostra tavola destinato a chi oggi non riesce a provvedere da solo al cibo: sarà come 'invitare' alla propria tavola una persona in difficoltà, apparecchiando un posto in più, nel segno di una solidarietà concreta che può fare la differenza proprio ora che ce n’è più bisogno».

    La multinazionale svedese ha lanciato un nuovo genere di Black Friday (Buy Back), in ottica sostenibile che va di pari passo con le politiche del momento e sarà incentrato sull’economia circolare, ovvero sarà consentita la restituzione di credenze, librerie, scaffali, tavolini, armadi, e così via. Quest’ultimi verranno poi valutati e in seguito saranno emessi dei coupon da spendere per dei nuovi acquisti, anche di seconda mano. Una trovata che da un lato pone la società svedese in un’ottica green, ma dall’altro potrebbe produrre un effetto contrario, ossia un maggior consumismo, in virtù della restituzione e il conseguente rilascio di buoni sconto, che difficilmente il cliente spenderà nel reparto usato trattandosi già di una multinazionale dai prezzi invitanti sul nuovo.

    Dovrà pur guadagnarci Ikea, altrimenti non si tratterebbe di business, ma in realtà questa non sembra proprio una concreta risposta alle politiche auspicate vertenti su una crescente responsabilità sostenibile da parte dei consumatori, come anche ricorda l’Obiettivo 12 dell’Agenda 2030 dell’Onu. Analizzando l’iniziativa invece in maniera positiva si potrebbe dire che si tratta di un buon inizio, di un passo avanti, e di un’iniziativa che porterebbe il singolo cittadino ad avere una maggiore sensibilità sul consumo sostenibile e quindi, sull’economia circolare. Ma il coupon dovrà pur sempre usarlo da Ikea, e non sarà di certo obbligato a comprare un oggetto di seconda mano, solo se capirà l’intento profondo dell’idea forse sì.

    Questa iniziativa sarà presente in 27 Paesi, in Italia inizierà il 27 novembre e durerà fino al 6 dicembre. In Irlanda e Regno Unito non è stata fissata una data per la fine. Esclusi d’eccezione sono gli Stati Uniti, che a quanto pare hanno altre strategie in programma. L’azienda svedese ha ribadito comunque la volontà di raggiungere il cosiddetto “climate positive” entro il 2030, che tradotto sarebbe una drastica riduzione di emissioni inquinanti nell’intera filiera. Ikea “è impegnata nella promozione del consumo sostenibile e nel combattere il cambiamento climatico”, ha affermato Peter Jelkeby, responsabile vendite per Ikea UK e Irlanda. Speriamo che non si tratti di solo business.

    https://www.nytimes.com/2020/10/14/business/ikea-buy-back-furniture.html

    https://about.ikea.com/en/sustainability/becoming-climate-positive/what-is-climate-positive

    https://www.ansa.it/ansa2030/notizie/finanza_impresa/2020/10/15/ikea-lancia-black-friday-sostenibile-ricompra-mobili-usati_6e8b545f-718d-4e11-97ad-e83588e34aa4.html

    A cura di Simone Riga

    L’ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di catastrofi (Unsdir) ha pubblicato negli ultimi giorni un rapporto dal quale è emerso che i disastri naturali sono raddoppiati negli ultimi venti anni. L’analisi prende in considerazione il periodo che va dal 2000 al 2019, nel quale si sono registrati un numero di catastrofi pari a 7.348 che hanno causato la morte di oltre 1,2 milioni di persone e una perdita di quasi 3 miliardi di dollari.

    Nel ventennio precedente (1980-1999) le calamità naturali verificatesi erano state 4.212, avevano provocato oltre un milione di vittime e un costo di 1,63 miliardi di dollari. Molti dei disastri naturali sono strettamente collegati al clima (quindi ai cambiamenti climatici): tra il 1980-1999 erano stati 3.656, mentre nel ventennio successivo 6.681. Anche le grandi inondazioni sono passate da 1.389 a 3.254, le tempeste da 1.457 a 2.034; e, infine, si è registrato pure un aumento del numero di incendi, di periodi di siccità e di temperature estreme raggiunte. Gli eventi geofisici come terremoti e tsunami, intercorsi tra il 2000 e il 2019, hanno fatto più vittime di tutte le altre calamità messe insieme. Si tratta di una miriade di dati che sono molto più di un semplice avvertimento, e meglio ancora di un allarme, riguardo l’emergenza climatica e i suoi relativi “effetti collaterali” che stanno divenendo sempre più diffusi, frequenti e catastrofici.

    “Siamo intenzionalmente distruttivi. Questa è l'unica conclusione alla quale si può giungere quando si esaminano gli eventi catastrofici degli ultimi vent'anni. Il COVID-19 non è che l'ultima prova che i leader politici e aziendali devono ancora sintonizzarsi con il mondo che li circonda – afferma Mami Mizutori, rappresentante speciale dell’Unsdir - Le agenzie per la gestione dei disastri, i dipartimenti della protezione civile, i vigili del fuoco, le autorità sanitarie pubbliche, la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa e molte ONG stanno combattendo una dura battaglia contro una marea sempre crescente di eventi meteorologici estremi. Vengono salvate più vite ma sono sempre di più le persone colpite dall'espansione dell'emergenza climatica.”

    https://www.undrr.org/news/drrday-un-report-charts-huge-rise-climate-disasters

    A cura di Simone Riga

    Il Ministero dell’Ambiente ha approvato il decreto attuativo della Legge Clima che consentirà di procedere alla creazione di foreste urbane e periurbane nelle metropoli. “Sappiamo che la lotta ai cambiamenti climatici richiede azioni concrete e finalmente mettiamo in campo questo strumento – ha spiegato Sergio Costa, a capo del Dicastero - che stimola progetti concreti che migliorano la qualità dell’aria nelle città metropolitane, assorbendo anidride carbonica e incrementando allo stesso tempo bellezza e qualità di vita”.

    L’ammontare dei finanziamenti per il biennio 2020-2021 sarà di 30 milioni di euro, quali saranno destinati alle città metropolitane nelle zone dove la qualità dell’aria è andata oltre i limiti dei parametri europei, e che quindi sono state oggetto di infrazioni. Ogni progetto presentato dovrà avere un costo massimo pari a 500mila euro e sarà obbligatorio garantire una manutenzione per un periodo di almeno 7 anni.

    Tali interventi vanno ad allinearsi alle direttive europee e assicureranno una maggiore tutela della biodiversità, un aumento delle superfici delle infrastrutture verdi e un miglioramento della funzionalità ecosistemica e un incremento per la salute e il benessere dei cittadini. L’obiettivo dell’Ue è quello di arrivare ad una società ad impatto zero entro il 2050, e di recente la Commissione ha fissato un nuovo obiettivo per il 2030, ovvero ridurre almeno del 55% le emissioni di gas serra, che si aspetta che venga inserito nella legislazione.

    https://www.minambiente.it/comunicati/ambiente-approvato-dalla-conferenza-unificata-il-decreto-su-forestazione-urbana-30

    https://ec.europa.eu/clima/policies/eu-climate-action/law_it

    A cura di Simone Riga

    Una delibera di Giunta recentemente approvata dalla Regione Lazio consentirà l’edificazione di ben sei ettari della Tenuta di Acquafredda, benché sia Riserva naturale. Nel piano approvato è prevista l’edificazione di palazzi per un totale di oltre 180mila metri cubi, i quali con tutta probabilità saranno delle strutture alberghiere e case di riposo denominate nel documento come “strutture socio-sanitarie e ricettive”.

    La Riserva naturale di Acquafredda era già stata in passato oggetto di numerose controversie: negli anni ’80 si cercò di effettuare una “lottizzazione abusiva” sui 145 ettari della Tenuta e venne condannato monsignor Antonio Masci a tre mesi di reclusione ed al pagamento di una multa di tre milioni di lire. Mentre negli anni ’90 il costruttore Domenico Bonifaci concluse un accordo per la vendita delle terre della Tenuta per il doppio del loro valore, ossia 120 miliardi, salvo poi ripensarci
    con lo scoppio di Tangentopoli e riuscì a riavere indietro l’acconto versato. 

    Dopo queste vicende, e una continua lotta portata avanti dai contadini affittuari da 60 anni, la Tenuta divenne Parco naturale nel 1997, grazie ad una lunga battaglia portata avanti dai Verdi, guidati da Angelo Bonelli. In questo modo vennero bloccati i programmi di costruzione del Vaticano per 60 ettari che restarono invece destinati ai contadini, i quali tuttavia continuarono a subire forti pressioni per lo sfratto fino al pontificato di Papa Ratzinger. 

    Un’ulteriore beffa è arrivata nei giorni scorsi dal Consiglio regionale che ha apportato delle semplificazioni in materia ambiente che sembrano essere un lasciapassare per il programma che interessa Acquafredda, infatti tra le modifiche effettuate si prevede che “il consiglio regionale si esprime sulla proposta di piano entro i successivi 120 giorni (dalla proposta di piano alla commissione competente, ndr), decorsi i quali il piano si attende approvato”. “Tornano i fantasmi del passato di un cemento targato Ior-Capitolo San Pietro che sollevò tanti interessi. Ora il rischio è che con la norma del silenzio assenso votata dalla Regione, Acquafredda diventi il cavallo di Troia per portare il cemento nei parchi del Lazio. Chiedo a Zingaretti, che sovraintende all’ente Roma Natura, di cancellare la lottizzazione perché nei parchi non si può costruire”, ha tuonato Bonelli. Ora la parola finale spetterà a tutti i soggetti coinvolti nel piano, ovvero Roma Natura, il Vaticano, il Comune di Roma e la Regione Lazio.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/06/roma-vaticano-punta-a-una-lottizzazione-da-180mila-m%C2%B3-nella-riserva-naturale-ora-basta-il-silenzio-assenso-della-regione/4661362/

    https://espresso.repubblica.it/attualita/2020/10/09/news/pioggia-di-cemento-sul-parco-del-vaticano-la-regione-lazio-approva-1.354337?ref=HEF_RULLO

    A cura di Simone Riga

    La pandemia ha sicuramente determinato un peggioramento globale dei risultati attesi per il 2020 riguardo l’Agenda 2030 delle Nazione Unite. Anche se non sembra che l’Italia abbia ancora intrapreso questa strada con piena convinzione, decisione e rapidità. Nel corso del 2018-2019 era emerso nel rapporto ASviS un miglioramento per quattro Obiettivi, quali erano povertà, condizione economica e occupazionale, economia circolare ed istituzioni efficienti; erano, invece, rimasti stabili dieci, ovvero alimentazione, salute, istruzione, disuguaglianze di genere, sistemi igienico-sanitari, energia, disuguaglianze, cambiamento climatico, ecosistemi terrestri, partnership; e, infine, erano peggiorati due: innovazione e città.

    Ad oggi i dati per il 2020 conducono ad un regresso per nove Obiettivi, quali povertà, fame, salute, istruzione, uguaglianza di genere, lavoro, innovazione, disuguaglianze, partnership; un miglioramento per tre, ossia consumo e produzione responsabile, azioni per il clima, e, infine pace, giustizia e istituzioni forti; mentre cinque sono rimasti fuori poiché non è stato possibile valutare l’effetto della crisi. La situazione non è affatto positiva neanche per quanto riguarda il raggiungimento dei Target fissati per il 2020, in dodici di questi l’Italia è molto lontana dal poterli raggiungere entro la fine dell’anno (dalla riduzione delle vittime di incidenti stradali al numero di giovani che non studiano e non lavorano (Neet), dalla definizione da parte delle città di piani per la gestione dei disastri naturali alla difesa della biodiversità).

    Gli interventi durante la pandemia sono stati soprattutto diretti alla protezione del sistema socioeconomico e non molto per una transizione verso la sostenibilità; dalle analisi svolte da ASviS i decreti-legge sono stati orientati per il 54% alla protezione; per il 19% alla promozione; per il 12% alla trasformazione; per il 9% alla preparazione e, infine, solo per il 5% alla prevenzione. “In molti casi - rimarca ASviS - gli interventi avrebbero potuto essere disegnati con una visione più orientata a prevenire nuovi shock e a preparare il mondo economico e sociale ad un nuovo assetto più sostenibile, sfruttando anche gli orientamenti che stanno emergendo nella parte più innovativa del mondo imprenditoriale e della finanza”.

    https://asvis.it/rapporto-asvis-2020/

    A cura di Simone Riga

    In Kamchatka è in corso un disastro ecologico che ha colpito alcune baie nel mare di Bering, estremo oriente della Russia. Le fonti parlano di una gravissima moria di pesci, mentre numerose sono state invece le persone che hanno riportato dei sintomi una volta entrate in contatto con l’acqua contaminata. Dalle prime analisi svolte dalle autorità locali è emersa una percentuale di prodotti petroliferi quattro volte superiore al limite consentito e una concentrazione di fenolo 2,5 volte più alta rispetto ai limiti.

    I frequentatori delle spiagge hanno avuto vomito, febbre, eruzioni cutanee, palpebre gonfie, e in alcuni casi delle lesioni alla cornea; alcuni residenti avevano manifestato dei sintomi già dalla metà di settembre. “Durante le immersioni, abbiamo scoperto che c’è una moria di massa di benthos (organismi che vivono sul fondo) a profondità comprese tra 10 e 15 metri. Il 95% degli animali è morto. Alcuni grandi pesci, gamberetti e granchi sono sopravvissuti, ma sono pochi”, afferma lo scienziato Ivan Usatov. Gli scienziati stanno conducendo delle analisi nella spiaggia di Khalatyr, popolare meta di surfisti, e nella baia di Avacha ma credono che l’area contaminata possa essere
    molto più estesa e si sta valutando l’ipotesi che l’inquinamento possa essere stato provocato dalla fuoriuscita di sostanze tossiche da una discarica nelle vicinanze. Nel frattempo è stata aperta un’indagine e le analisi continuano.

    Sul posto è intervenuta anche Greenpeace per raccogliere delle testimonianze dirette. “Abbiamo osservato in vari punti una schiuma giallastra sulla superficie del mare. E, oltre a ciò, l’acqua stessa era opaca - spiega Vasily Yablokov di Greenpeace Russia - In uno dei luoghi ispezionati, abbiamo trovato animali morti. Un certo volume di inquinanti si muove lungo la costa non solo in superficie, ma anche in profondità”. “Greenpeace chiede al governo russo di prestare attenzione ai frequenti incidenti e rafforzare le politiche ambientali adottando un programma a lungo termine di trasformazione verde dell’economia russa”, rimarca l’organizzazione. Difatti si tratta dell’ennesimo disastro ambientale in Russia degli ultimi anni: nel 2017 c’era stata la nube di rutenio-106, che aveva attraversato parte dell’Europa, creatasi vicino al confine con il Kazakistan, nel 2019 era stata la volta dell’esplosione nucleare di Njonoksa, poi lo scorso maggio è toccato allo sversamento di diesel a Norilsk, e, infine,
    i devastanti incendi del 2019 e 2020 in Siberia.

    https://www.bbc.com/news/world-europe-54420508

    https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/12496/russia-attivisti-di-greenpeace-testimoni-di-un-disastro-ambientale-in-corso-in-kamchatka/

    https://sledcom.ru/news/item/1505958/

    A cura di Simone Riga

    Il Regno Unito ha annunciato grossi investimenti nel comparto dell’eolico offshore. Ad affermarlo è stato lo stesso Primo Ministro, Boris Johnson, “siamo convinti che tra 10 anni l’eolico offshore alimenterà ogni casa del paese, con un obiettivo nazionale che passerà da 30 gigawatt a 40 gigawatt”, ha dichiarato il premier. Il governo britannico è al lavoro sulle nuove politiche che porteranno ad una parziale transizione energetica entro il 2030, ma ci vorranno miliardi di sussidi per portare a successo la strategia; e con tutta probabilità per la fine del mese saranno svelati ulteriori dettagli sul piano concernente l’eolico offshore.

    Il Regno Unito ha puntato forte sull’energia pulita ricavata dall’eolico offshore, divenuta prima fonte rinnovabile del Paese, cresciuta negli ultimi dieci anni da 1GW a 10GW di potenza installata, i cui costi per la produzione degli impianti si sono abbassati di due terzi. La promessa è che si arriverà a 40 GW entro il 2030. L’Aurora Energy Research, società di consulenza di Oxford, ha fatto due conti e la cifra che dovrà essere investita affinché “il tuo bollitore, la tua lavatrice, la tua cucina, il tuo riscaldamento, il tuo veicolo elettrico plug-in” funzionino con energia verde, come detto da Johnson, dovrà aggirarsi sui 50 miliardi di sterline. “Non c'è carenza di capitale o appetito da parte degli investitori nell'eolico offshore” spiega Keith Anderson, amministratore delegato di Scottish Power, uno dei maggiori investitori nel settore delle energie rinnovabili in Gran Bretagna.

    Invece, molto dipenderà dalle capacità e la velocità del governo nel concedere le licenze e i contratti di costruzione, questa sarà la vera sfida per far crescere il comparto eolico offshore in tempi record. Dalla prossima primavera il governo comincerà le assegnazioni dei lavori e si stima che questa prima ondata di investimenti potrebbe garantire oltre 20 miliardi di sterline e la creazione di 12mila posti di lavoro, secondo RenewableUK.

    L’eolico offshore in Italia In Italia il comparto eolico, nonostante le enormi potenzialità come il Regno Unito, non è sfruttato e tantomeno se ne sente parlare nel dibattito pubblico. Ad oggi ci sono solo i progetti fermi di Taranto (30 MW di potenza installata), Rimini (300 MW) e Marsala (250 MW). Bloccati da una lenta e tortuosa burocrazia. “In questo momento c’è un po’ di fermento perché siamo in attesa del decreto Fer 2 che dovrebbe incentivare le fonti rinnovabili meno competitive, eolico offshore compreso - affermava lo scorso giugno Simone Togni, presidente dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev) - Siamo in un’epoca storica in cui c’è uno scollamento tra le intenzioni della politica e l’assoluta mancanza di strumenti per raggiungerle”. Negli obiettivi del Pniec (Piano energia e clima) l’eolico offshore dovrebbe arrivare ai 300 MW entro il 2025 e triplicare nel 2030 ma “manca la semplificazione dell’iter autorizzativo, una situazione che porta l’Italia a fare molta fatica a raggiungere quegli obiettivi dichiarati dallo stesso governo”, continua Togni. Investendo anche sull’eolico offshore l’Italia potrebbe arrivare fino 25 GW di potenza installata, ad oggi tutte le fonti sostenibili del Paese ne garantiscono 10 GW, e ciò consentirebbe un processo di decarbonizzazione più rapido, e soprattutto pulito a differenza di quello che si sta tentando di realizzare attraverso la riconversione delle centrali a carbone in stabilimenti a gas metano.

    https://www.theguardian.com/environment/2020/oct/06/powering-all-uk-homes-via-offshore-wind-by-2030-would-cost-50bn

    https://www.lifegate.it/eolico-offshore-rimini-italia-sicilia

    A cura di Simone Riga

    Nel padiglione 6 del Paris Expo è partito alcuni mesi fa il progetto Nature Urbaine, un progetto di agricoltura urbana pensato dall’ingegnere agronomo Pascal Hardy sul quale ha investito più di 300mila euro. Si tratta di una fattoria di 14mila metri quadrati che diventerà la più grande al mondo entro il 2022. È composta da 700 colonne verticali e 1.500 vasi che vengono innaffiati con acqua e nutrienti. Oltretutto è stato installato il sistema dell’idrocoltura che permette di risparmiare il 90% di acqua e il tutto viene venduto a ristoranti, hotel, supermercati e a singoli cittadini. “Mettiamo solo una piccola zolla di terra all'inizio per far germogliare il seme”, racconta Hardy a proposito della sua azienda che fa uso della terra solamente all’inizio del processo.

    Nelle colonne verticali sono coltivate bietole, fragole, insalate e piante aromatiche; mentre, invece, sono usati dei lunghi vasi con un substrato di fibra di cocco per coltivare cetrioli, melanzane, pomodori, zucche e altre piante rampicanti che a loro volta crescono lungo dei fili tesi su strutture di bambù e metallo. “Una tecnica ispirata alle culture dell'antica Babilonia” spiega Hardy, che consente di risparmiare acqua e produce un maggior rendimento. Soprattutto in America del Nord sono molto diffusi gli orti nei centri urbani e la particolarità di Nature Urbaine risiede nella specializzazione sull’idrocoltura e per il fatto che sia sospesa. “Oggi la nostra produzione fino a
    novembre è già venduta”, afferma Hardy; grazie a un progetto che è molto apprezzato dalla città, che traccia la strada per un rapporto armonioso tra l’uomo e la natura e che “permette anche di rafforzare il tessuto sociale, creando posti di lavoro”, dice Hardy.

    https://www.nu-paris.com/nature-urbaine/

    https://www.repubblica.it/green-and-blue/2020/10/05/news/la_zucca_sul_tetto_di_parigi-269522422/

    A cura di Simone Riga

    La telenovela dell’orso M49, ribattezzato “Papillon” per le sue rocambolesche fughe, non è ancora finita, anzi con lui si sono aggiunti anche altri due esemplari: M57 e Dj3. Tutti e tre sono al momento rinchiusi nel Centro faunistico del Casteller nella provincia di Trento. E le condizioni in cui sono detenuti hanno scatenato l’ira delle associazioni animaliste, infatti, non appena arrivate le denunce, sono state aperte quattro inchieste dalla Procura della Repubblica che vanno dall’ordine di cattura (o abbattimento) degli animali ritenuti pericolosi alle condizioni di detenzione del centro di Casteller. Oltretutto, anche il reparto dei Carabinieri Cites ha presentato una relazione sullo stato di salute degli orsi dopo i controlli effettuati. Ebbene, sui tre esemplari è stata riscontrata “una situazione di stress psico-fisico grave”, questo si legge nei dossier presentati dal generale di brigata Massimiliano Conti al procuratore Sandro Raimondi. M49 “ha smesso di alimentarsi e scarica la sua energia contro la saracinesca della sua tana”, mentre M57 “ripete costantemente dei movimenti in maniera ritmata causandosi lesioni cutanee all’avambraccio sinistro”, così viene descritta la situazione dai Carabinieri per due dei tre orsi detenuti a Casteller.

    “Sono sicuro che la giustizia faccia il suo corso e possa attestare le condizioni in cui versano i tre orsi, che sicuramente non meritano questa non-vita”, ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, più volte mostratosi contrario alla cattura e all’abbattimento di M49. Ad oggi sono state aperte dalla magistratura quattro inchieste per maltrattamento di animali, quali probabilmente verranno riunite in unico procedimento. Le denunce invece sono partite da l’Oipa, Lav del Trentino e Animal Aid; la prima ha chiesto la chiusura del Centro di Casteller per inidoneità, una “situazione temporanea dovuta ai lavori in corso per l’ampliamento dell’area”, ha spiegato la Provincia. La detenzione di questi orsi sembra gravare molto sulla loro salute, poiché sono abituati a vivere in grandi habitat dove riescono a percorrere fino a 60 chilometri al giorno. Anche l’Ordine dei medici veterinari del Trentino è intervenuto chiedendo l’istituzione di un Comitato etico provinciale per la gestione e la tutela della salute degli orsi nel “rispetto delle loro caratteristiche etologiche”. L’unico che sembra ancora contrario, restio a comprendere la natura di questa specie, resta Maurizio Fugatti, presidente della Provincia autonoma di Trento.

    https://www.oipa.org/italia/orsi-imprigionati-al-casteller-inviata-dalloipa-alla-procura-la-richiesta-di-sequestro-del-centro-di-detenzione-trentino/

    https://www.lav.it/news/trentino-revoca-cattura

    https://www.animalaid.it/2020/10/esposto-denuncia-procura-repubblica-trento/

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/07/orsi-in-trentino-la-procura-apre-unaltra-inchiesta-dopo-il-rapporto-sul-casteller-si-indaga-per-maltrattamento-di-animali/5957175/

    A cura di Simone Riga

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