Il WWF Abruzzo, Salviamo l’Orso, Orso and Friends, Dalla Parte dell’Orso, Lipu Abruzzo, Altura Abruzzo, Pro Natura Abruzzo, Italia Nostra Abruzzo, Fare Verde Abruzzo, Mountain Wilderness, Comitato Salviamo il Parco Sirente Velino si sono uniti tutti insieme per dire di no al ridimensionamento del Parco naturale regionale Sirente Velino. Giovedì 3 dicembre sarà discussa la proposta di legge “Nuova disciplina del Parco naturale regionale Sirente Velino e revisione dei confini”, che è stata approvata dalla Giunta con DGR n. 333C del 15/6/2020. Oltre ad una modifica delle normative di disciplina del Parco, la proposta contiene la riduzione del perimetro dell’area protetta di 8mila ettari, quale interesserebbe gran parte della Valle Subequana e anche l’Altopiano delle Rocche.


    I visoni selvatici sono ridotti ad un’esistenza in gabbia, per soli scopi economici, fino a che non arriva il momento delle camere a gas e successivamente lo scuoiamento “per soddisfare esigenze preistoriche nella moda del terzo millennio”. La dignità degli animali viene completamente calpestata in questo vergognoso processo di profitto economico. La questione è stata accesa dopo la soppressione di 17 milioni di esemplari in Danimarca poiché si era insediato il Covid-19 nelle gabbie. Lo stesso avverrà in Lombardia per un allevamento di circa 25mila visoni che saranno tutti abbattuti, dopo che sono stati riscontrati tre casi di positività al coronavirus.

    Per firmare la petizione aprire il seguente link

    https://attivati.legambiente.it/page/71840/petition/1?ea.tracking.id=legamb

    https://www.legambiente.it/stop-agli-allevamenti-di-visoni/

    https://www.milanotoday.it/attualita/coronavirus/visoni-covid.html

    Da inizio novembre stiamo pubblicando alcune vignette di Stefano Disegni sul nostro portale Angelipress. Le vignette sono state realizzate per il programma televisivo in onda su Rai 2 la domenica "O anche no", condotto da Paola Severini Melograni, con tema l'inclusione, la solidarietà e la diversabilità. Qui la terza e ultima di una serie da tre tavole sul maestro Ezio Bosso. Proseguiremo nei prossimi giorni con altre tavole.

    03 Dicembre 2020 - 05:15

    #MakeAmazonPay, la battaglia contro Amazon

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    Anche Greenpeace si è unita alla campagna #MakeAmazonPay per combattere il colosso dell’e-commerce che scarica sui suoi lavoratori e l’ambiente i costi nocivi del suo impero, fondato da Jeff Bezos (200 miliardi di patrimonio). L’associazione ambientalista elenca tre validi motivi per sostenere questa causa: i diritti dei lavoratori; il clima e le tasse.

    Per quanto concerne il primo punto, la multinazionale con più fatturato al mondo dovrebbe garantire il diritto ad un lavoro sicuro e dignitoso e “non un ambiente in cui alle critiche da parte di un lavoratore o una lavoratrice segua il timore di una ritorsione o della perdita del posto”. Tutti i lavoratori hanno il diritto di partecipare ad uno sciopero o legarsi ad un sindacato, che siano operatori di magazzino, della logistica o delle consegne.

    In quanto al peso sulle emissioni di CO2 Amazon contribuisce con cifre superiori a quelle dei due terzi dei Paesi del mondo. “Amazon – ha affermato la direttrice esecutiva di Greenpeace Jennifer Morgan – è diventata una multinazionale da miliardi di dollari solo grazie ad un sistema malato che spinge al massimo il consumismo, sfrutta il Pianeta e nutre le disuguaglianze. Mentre Bezos continua ad ammassare ricchezze, le persone che lavorano per Amazon si assumono grossi rischi, ricevendo in cambio troppo poco. Di fronte ad un’impronta climatica superiore a quella di alcuni Paesi, Greenpeace conferma la propria solidarietà a chi vuole arginare lo strapotere di Amazon e le sue pratiche distruttive per il clima”.

    Il punto sulle tasse è assai sorprendente, poiché l’uomo più ricco del pianeta, Jeff Bezos, paga una miseria in tasse, ma non è l’unico, disponendo di un trattamento fiscale privilegiato in tutto il mondo: negli Stati Uniti ha pagato solo l’1,2% di tasse nel 2019, mentre nei due anni precedenti lo 0%; e anche in Italia il colosso americano ha versato veramente poco rispetto a quanto guadagnato. Per questo si parla da tempo dell’introduzione di una web tax. Per aderire alla campagna #MakeAmazonPay aprire il seguente link https://makeamazonpay.com/it/

    https://www.greenpeace.org/italy/storia/12727/perche-greenpeace-aderisce-alla-campagna-makeamazonpay/

    A cura di Simone Riga

    02 Dicembre 2020 - 05:13

    Italia, monitoraggio nazionale per il lupo

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    Le Istituzioni, enti pubblici e associazioni si uniscono nel primo Piano nazionale per il monitoraggio del lupo, da nord a sud. Da ottobre 2020 sono iniziate le indagini, che copriranno 1000 celle di cento chilometri quadrati, e proseguiranno fino a marzo 2021. Questo monitoraggio avrà la funzione di raccogliere maggiori dati su questa specie utilizzando dei protocolli di campionamento standardizzati, messi a punto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).

    Anche il Wwf sta facendo la propria parte con l’attivazione di oltre 150 volontari su tutto il territorio nazionale che avranno il compito di perlustrare delle aree e raccogliere prove del passaggio del lupo e quindi registrare i luoghi. I volontari opereranno anche in nuovi territori di recente ricolonizzazione del lupo. “Per questo il WWF Italia è ancora in prima linea per la conservazione di questa specie iconica, consapevole che la conoscenza della consistenza numerica e della distribuzione della popolazione è la fondamentale base conoscitiva, ma da solo non basta a contrastare le minacce, mitigare i conflitti con l’attività zootecnica, favorire la coesistenza tra lupo e uomo, ed aumentare l’accettazione sociale di questa presenza da parte dell’opinione pubblica, in particolare nelle aree di recente colonizzazione”, dichiara Marco Galaverni, direttore scientifico del WWF Italia. “Ricordiamo poi che lo strumento fondamentale rappresentato dal Piano di Conservazione del Lupo in Italia è ancora fermo al palo in conferenza Stato-Regioni: è ora che l’Italia si doti rapidamente di questo strumento, sgombrando il campo da ogni ipotesi di abbattimenti sistematici, ma mettendo in campo tutte le azioni davvero utili a gestire al meglio la coesistenza uomo-lupo”.

    https://www.wwf.it/news/notizie/?55285/Piano-Lupo-anche-il-WWF-protagonista

    A cura di Simone Riga

    Italia prima in Europa per richieste di accreditamento

    Con la prima scadenza per richiedere l’accreditamento Erasmus i futuri beneficiari delle attività di mobilità per l’apprendimento entrano nella nuova fase del Programma Erasmus, che coprirà i prossimi 7 anni, a partire da gennaio 2021. L’Italia si distingue per l’alto numero di candidature inviate entro il 29 ottobre scorso: 478 nell’ambito scuola e 131 nel settore dell’Educazione degli adulti. Grazie a questi numeri si posiziona come il Paese al primo posto in Europa, seguito da Spagna, Germania e Turchia.

    L’accreditamento Erasmus è paragonabile a una carta per diventare membri effettivi delle future attività legate all’Azione Chiave 1 per la mobilità internazionale dello staff, degli alunni in formazione professionale, dei discenti adulti e degli alunni in mobilità di lungo termine per studio. Per l’Istruzione Superiore (Università) e Formazione professionale VET, l’accreditamento per progetti di mobilità è già una procedura acquisita, mentre per i settori Istruzione scolastica ed Educazione degli Adulti si tratta di una novità assoluta.

    È sufficiente accreditarsi come istituto una volta, per poi poter fare domanda di finanziamento a supporto delle attività di mobilità per i sette anni del Programma, a partire dal 2021. Avere l’accreditamento Erasmus conferma l’impegno dell’istituto rispetto al programma Erasmus e garantisce una partecipazione continuativa all’Azione Chiave 1, la principale misura a sostegno della mobilità per l’apprendimento degli individui.

    Le organizzazioni che si sono candidate lo scorso 29 ottobre hanno presentato un Piano Erasmus che definisce la loro strategia a lungo termine. Allo stesso tempo hanno aderito agli standard di qualità Erasmus, che definiscono in che misura dovrebbero essere organizzate le attività nel proprio istituto per garantire una buona qualità delle mobilità da organizzare. 

    Gli standard di qualità Erasmus sono parte integrante dell’accreditamento e coprono una serie di temi quali la gestione, il supporto ai partecipanti, i risultati in termini di apprendimento, la condivisione dei risultati e altri aspetti pratici.

    Da inizio novembre stiamo pubblicando alcune vignette di Stefano Disegni sul nostro portale Angelipress. Le vignette sono state realizzate per il programma televisivo in onda su Rai 2 la domenica "O anche no", condotto da Paola Severini Melograni, con tema l'inclusione, la solidarietà e la diversabilità. Qui la seconda di una serie da tre tavole sul maestro Ezio Bosso. Proseguiremo nei prossimi giorni con altre tavole.

    Nel rapporto CittàClima 2020, pubblicato da Legambiente, sono emersi i territori più colpiti dai cambiamenti climatici, tra il 2010 e il 2020, e le città dove si sono registrati maggiori danni in questo arco temporale sono state Roma, Bari, Milano e Agrigento. Inoltre, sono stati rilevati in aumento eventi estremi come trombe d’aria, alluvioni e ondate di calore. I comuni più danneggiati sono spesso i luoghi più vulnerabili ai cambiamenti climatici poiché sprovvisti di un’efficace gestione e pianificazione del territorio, Roma è il caso più eclatante per numero di eventi estremi registrati nell’ultimo decennio: 47, di cui 28 per allagamenti da piogge intense. Invece a Bari si sono verificati 41 eventi, dei quali 20 provocati da allagamenti e 18 da trombe d’aria. Agrigento è a quota 31 eventi estremi che hanno causato allagamenti in 15 casi e in 7 casi danni alle infrastrutture provocati da trombe d’aria. A Milano si sono registrate 20 esondazioni fluviali, del Seveso e Lambro, per un totale di 29 eventi estremi.

    Sono stati 946 i fenomeni metereologici estremi in 507 Comuni negli ultimi dieci anni: 416 allagamenti causati da piogge intense che hanno inoltre provocato 347 interruzioni e danni alle infrastrutture con 80 giorni di stop a metropolitane e treni urbani. Anche i siti storico-archeologici hanno subito danni in 14 occasioni; temperature torride e lunghi periodi di siccità hanno causato danni 39 volte; 257 casi di danni per trombe d’aria, 35 per frane e 118 da esondazioni di fiumi. Gli eventi estremi hanno causato 83 giorni di blackout elettrico e secondo l’Osservatorio CittàClima 251 morti. In aumento anche le persone evacuate in seguito a frane e alluvioni, ha rilevato il CNR. 

    “Nel Rapporto 2020 di CittàClima abbiamo tracciato un bilancio degli ultimi dieci anni con numeri e una mappa aggiornata degli impatti nel territorio italiano – commenta Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – L’intento è quello di far capire come serva un cambio delle politiche di fronte a fenomeni di questa portata. L’Italia è oggi l’unico grande Paese europeo senza un piano di adattamento al clima, per cui continuiamo a rincorrere le emergenze senza una strategia chiara di prevenzione. Dal 2013 il nostro Paese ha speso una media di 1,9 miliardi l’anno per riparare ai danni e soltanto 330 milioni per la prevenzione: un rapporto di 6 a 1 che è la ragione dei danni che vediamo nel territorio italiano – osserva ancora Zanchini – Il Recovery plan deve contenere la risposta a queste sfide, con risorse per l’adattamento e un cambio della governance che oggi non funziona. Del resto, oggi sappiamo che cosa dobbiamo fare, come raccontiamo con decine di buone pratiche nel rapporto, e abbiamo tutte le informazioni e gli strumenti per analizzare le aree coinvolte dai fenomeni, per comprenderne le possibili cause antropiche, le scelte insediative, i fenomeni di abusivismo edilizio che ne aggravano gli impatti e individuare efficaci strategie di contrasto e adattamento”.

    https://www.legambiente.it/rapporto-cittaclima-2020-gli-impatti-decennali-del-climate-change-sui-nostri-centri-urbani/

    A cura di Simone Riga

    L’organizzazione Marevivo ha lanciato una petizione affinché venga riconosciuta l’area marina protetta del Conero. La raccolta firme è cominciata a seguito del no dei sindaci di Ancona, Sirolo, Numana alla richiesta del Ministero dell’Ambiente di un parere per l’istituzione dell’area marina protetta. Quella del Conero è una vicenda che va avanti da moltissimi anni, nel 1999 “una legge nazionale (394 – 6/12/91 art. 36) ha individuato la costa del Conero, nelle Marche, come Area Marina Protetta. Tuttavia, per trent’anni è stata bloccata la sua realizzazione”.

    L’area marina del Conero è un concentrato di biodiversità che andrebbe tutelato in quanto tale, in questo caso, invece, vi è una controtendenza rispetto alle strategie europee per lo sviluppo sostenibile e la salvaguardia degli habitat. “La creazione di una area marina protetta nella zona del Conero sarebbe la soluzione ideale per tutelare la piccola pesca artigianale e la filiera del mosciolo selvatico che, come avviene oggi, è sostenibile e garantisce all’ecosistema il tempo utile a rigenerarsi. Ne beneficerebbero tutti: non solo l’ambiente, ma anche i pescatori e i consumatori che vedrebbero scongiurato il rischio di veder esaurire le risorse di questo fragile habitat. I sindaci dei Comuni dove l’Area Marina deve essere istituita (Ancona, Sirolo, Numana) si sono dichiarati contrari, ma sino ad ora sono state ascoltate solo le voci di pochi interessati, a sfavore della maggioranza dei cittadini e di chi conosce il Conero e il suo mare”. Recita parte del comunicato della petizione.

    Per chi volesse contribuire a salvaguardare questo preziosa parte di costa può farlo al seguente link: https://www.change.org/p/al-ministero-dell-ambiente-aiutaci-a-far-istituire-l-area-marina-protetta-del-conero

    https://marevivo.it/blue-news/blue-news-tutela-della-biodiversita/per-20-anni-e-stata-bloccata-listituzione-di-unarea-marina-protetta-del-conero-ora-basta/

    A cura di Simone Riga

    26 Novembre 2020 - 05:50

    Italia, “l’insensata corsa al gas”

    Scritto da

    Pochi giorni fa sono arrivate due istanze della Tirreno Power per la richiesta di inizio valutazioni per la costruzione di due nuove centrali a gas fossile nei siti di Civitavecchia e Vado Ligure. Legambiente ha quindi rilasciato un comunicato stampa con il quale si è opposta a questa iniziativa dell’azienda, in quanto non ha una visione orientata verso un futuro sostenibile ma resta ancora attaccata al passato dei combustibili fossili.

    “È insensato – spiega Stefano Ciafani, presidente di Legambiente – investire in una centrale a gas in una delle province ligure più avanti in tema di eolico, con quasi 41 MW realizzati e 19 parchi eolici e l’avvio di un nuovo progetto in località Rocche Bianche a Quiliano. Un percorso da valorizzare e replicare anche a Civitavecchia, dove come più volte ribadito, è necessario investire su eolico, fotovoltaico e accumulo invece che sulla riconversione a gas, e dove nuove centrali a fonti fossili appaiono quanto mai la peggiore delle risposte. Bisogna guardare al territorio pensando al futuro e stimolando le aziende ad investire in questi territori, come nel caso della Tuscania e il nuovo progetto eolico da 90 MW. Il nostro Paese ha tutto l’interesse ad evitare questa inutile e insensata corsa al gas, dal 2003 ad oggi, grazie al decreto sblocca centrali dell’allora governo Berlusconi, è stata realizzata una sovrabbondanza di centrali, 115 GW di potenza installata, quasi il doppio
    rispetto alla domanda massima sulla rete (58.219 MW nel luglio 2019, fonte Terna)”.

    L’associazione ambientalista ribadisce che per sopperire all’immediata necessità di ulteriore energia sarebbe al momento possibile far lavorare di più le centrali attualmente operative, passando da 3.261 a 4.000 ore medie annue. Nel frattempo che si modernizzi il Paese nel rispetto per l’ambiente e al fine di ottemperare agli obblighi previsti per la decarbonizzazione, invece di continuare ad alimentare le fonti fossili.

    https://www.legambiente.it/fermiamo-la-corsa-al-gas/

    A cura di Simone Riga

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