23 Aprile 2021 - 09:59

    Depositata la domanda "date la grazia a Crespi". Anche noi sosteniamo.

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    Ed ora comincia l’attesa più importante per Ambrogio Crespi, il regista condannato a sei anni di reclusione con una sentenza della Cassazione che ha lasciato molti di stucco. Da ieri ha una speranza in più di uscire dal carcere: è partito l’iter per la domanda di grazia, su cui dovrà pronunciarsi il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

    Il documento è stato depositato dagli avvocati Andrea Nicolosi e Marcello Elia su mandato della moglie di Crespi, Helene Pacitto. Significativamente è sostenuto da una serie di associazioni, a partire da Nessuno tocchi Caino, nel cui ambito è nato un comitato ad hoc per Ambrogio Crespi. Colpisce, nel lungo elenco di personalità e associazioni schierate per la grazia, una in particolare: l’Associazione Volontari Capitano Ultimo. Il che, di fronte ad un detenuto con l’incredibile accusa di aver favorito traffici elettorali di stampo mafioso la dice lunga sulla credibilità di chi lo ha condannato. Ma la sentenza ormai non si discute più e certo non si pretende una specie di quarto grado di giudizio al cospetto del Capo dello Stato.

    Nella ricostruzione del destino giudiziario di Ambrogio Crespi, i suoi legali centrano la sostanza della richiesta di grazia. La vita e le attività del regista ora in carcere sono l’esatto contrario dell’humus mafioso. Nella domanda che arriverà al Colle - e che Il Tempo ha potuto consultare - si cita una lunghissima produzione artistica caratterizzata proprio dall’impegno antimafia. Se il carcere deve rieducare, il caso di Ambrogio Crespi rischia paradossalmente di ottenere l’effetto opposto: dopo una carcerazione preventiva di poco meno di un anno, fu liberato. Con parole chiare dal magistrato che decise sulla sua non pericolosità.

    E nei nove anni seguiti fino al giorno della sentenza, il suo comportamento sociale è stato assolutamente irreprensibile. In casi del genere la galera non è rieducazione, ma cattiveria. Ambrogio Crespi è stato in carcere per 212 giorni, perché avrebbe concorso esternamente al delitto di associazione di stampo mafioso. A distanza di più di 6 mesi, precisamente il 26 aprile 2013, il Giudice per le Indagini Preliminari, riconoscendo l’insussistenza dell’esigenza cautelare e considerato, inoltre, il parere favorevole espresso dal Pubblico Ministero dispose la revoca della misura. In particolare, la Pubblica Accusa affermò che «nel suo caso non si può parlare di un asservimento sistematico alle richieste ed agli scopi dell’associazione mafiosa»; «il giudizio complessivo da dare sulla personalità dell’imputato è comunque favorevole» e «non risulta(ndo) comunque un abituale ed organico collegamento dell’imputato con ambienti della criminalità organizzata». Non risulta. E il GIP diede ragione all’accusa, liberandolo. Dopo la sentenza di condanna definitiva Ambrogio Crespi si è consegnato, l’11 marzo, presso l’istituto di reclusione di Milano Opera per scontare la pena inflitta.

    Espongono i suoi legali nella domanda di grazia: «Il caso di Ambrogio Crespi appare dunque emblematico, un uomo che dovrà affrontare una pena, a dispetto di tutto, esclusivamente afflittiva, che in ragione della personalità e del profilo dell’imputato non avrà una funzione riabilitativa, dunque non solo inutile in una delle sue funzioni essenziali, ma ormai “inumana” per la persona che la subisce. L’ordinamento vigente prevede espressamente la funzionalità rieducativa della pena, che, proprio per il suo alto significato sociale e morale, è stata elevata al rango di precetto costituzionale».

    Crespi è inserito in un contesto sociale sano da lui vissuto con un impegno personale e professionale «che nutre il Paese di valori e messaggi ad elevato carattere civile e morale. Dalla scarcerazione avvenuta nel 2012, per Ambrogio Crespi è stato un susseguirsi di azioni e manifestazioni del pensiero e del comportamento, che hanno dimostrato una notevole distanza, anzi, è più corretto dire, una contrapposizione nettissima rispetto alle condotte attribuitegli, in conformità - peraltro e nondimeno - con quanto prima di allora il Gip aveva già prognosticato nella sua decisione di scarcerazione, fondata sull’assenza di collegamenti con l’ambiente criminoso dell’imputazione oltre che della pericolosità sociale».

    Le opere in nove anni di libertà testimoniano un impegno fortissimo per la giustizia e contro le mafie. Eccone alcune. Nel 2013 con il docufilm «Enzo Tortora, una ferita italiana», a trenta anni dall’arresto di Enzo Tortora e dalla passerella mediatica che fu costretto a subire, Crespi riaccende la memoria sul dramma di un uomo perbene; su un caso che mise la politica dell’epoca con le spalle al muro rispetto alle responsabilità della giustizia italiana.

    Fonte: Iltempo.it

    Ultima modifica il 23 Aprile 2021 - 12:34

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