21 Aprile 2021 - 11:23

    "Viva Severini, fata solidale che vola oltre i cliché buonisti" articolo pubblicato sul giornale Il Riformista

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    Vi proponiamo l'articolo scritto da Paolo Guzzanti, giornalista e politico, pubblicato su Il Riformista

    È un terreno scivolosissimo quello della solidarietà, del soccorso e in genere della bontà a metraggio. Probabilmente è stato perfezionato un modo, davvero costoso, per placare le poco inquiete coscienze sottoponendole a modesti ricatti che, attraverso modici versamenti su conto corrente o con un clic o un sms, scaricano insieme sia la coscienza e l’Iva. Ciò rende grigi tutti i gatti della notte buonista e si fa fatica a distinguere tra chi opera attivamente e con tenacia e chi invece ci fa buoni soldi in carriera buonista, con quel tanto di business che – sant’Iddio – neppure Santa Romana Chiesa si può del tutto negare. Ma ecco s’avanza uno strano soldato. Anzi, soldata. Anzi donna.

    Ed è Paola Severini, che fu anche la sposa del nostro grande amico Paolo Melograni (mollò il Pci dopo la repressione sovietica in Ungheria e fu tra i pochissimi, avvertendo che Palmiro Togliatti aveva rifiutato l’installazione di televisori nel partito perché mostravano troppo) di cui lei cura gli stupefacenti archivi, specialmente musicali. Perché parlarne? Perché è una persona testarda che francamente non pensavo fosse una persona autentica finché non l’ho conosciuta fra i suoi libri e il suo attivismo frenetico tra rubriche sul Corriere della Sera, lunghe e seguitissime dirette radiofoniche, convegni, congressi, avvenimenti – e fin qui saremmo e resteremmo banalmente sul sociale generico – se poi tutta questa frenesia ben organizzata non desse poi luogo a fatti, imprese, soccorsi, investimenti, organizzazione. Forse la qualità del manager – applicata alla diffusione e alla contaminazione del bene – è ciò che fa scattare in vetta alle classifiche sul pantano del generico. O forse mondano – se non fosse per gli effetti pratici di una tale attività formichesca quotidiana: stare e agire dalla parte di chi sta peggio, stare e mettersi con i disabili di qualsiasi genere, etnia e razza – se ancora la parola è lecita (ma no, è illecita) o provenienza e tutta quella vaga genetica delle apparenze in cui si frammenta il genere umano.

    Fosse per me, le dovrebbero dare un piccolo Nobel, un Oscar alla carriera – non una lapide per carità – ma magari intitolarle una grande festa sull’aia come nei quadri di Bruegel dove tutti ballano come matti, s’imbriacano e amoreggiano sfrontatamente sui pagliai per rendere omaggio all’energia della natura, alla festosa vita che se ne va – e questo è già abbastanza scioccante – ma che almeno finché c’è andrebbe accompagnata e assicurata specialmente a chi non ce la fa. Paola Severini Melograni è quel tipo di donna che non credo possa avere l’equivalente in maschile.
    C’è un diverso modo di porgersi e anche di organizzare sia la gentilezza che la comunicazione, la capacità di sbattersi per rubriche ed eventi, convegni e congressi, organizzare e mettere insieme e raccogliere fondi e portare concretamente quel che serve a chi serve. Ti pare poco. Se uno si prende la briga di guardare la rassegna stampa che la riguarda, prima di tutto ci vuole un camion, ma anche se ripiega sui pdf occorrono giorni.

    Credo si debba dire di lei una cosa che in genere non mi piace affatto ma che nel suo caso appare virtuosa: è trasversale. Ma nel senso che non sembra che guardi in faccia a nessuno. E lo fa. Senza ricorrere agli additivi del piagnisteo, ma semmai con la disposizione del bibliotecario e di chi amministra un ginnasio di corpi maltrattati e idee e sentimenti aperti e pronti all’uso. Io sono capitato un paio di volte su alcune trasmissioni radio sull’autismo, materia molto trattata nelle rubriche mediche e caritatevoli, ma la sua l’ho trovata semplicemente e graziosamente umana. Uno dei suoi slogan più efficaci è: “Da vicino, nessuno è normale”. Caspita, se è vero!”.

    Il problema è che ciascuno di noi da vicino è uno solo. Unico. Irripetibile. Peggio delle impronte digitali e dell’iride. E questa ci sembra una tappa raggiunta con successo definitivo, nel senso che da lì possono ripartire tutti per programmare questo famoso bene, questa inflazionata solidarietà, questa diffusione melensa delle chiacchiere che fanno parte del nuovo politicamente corretto, in attesa che arrivi la nuova tempesta delle fratture per identità sessuali che già colpisce gli Stati Uniti, i popoli di lingua inglese e la Francia. Da noi ancora non è arrivata e possiamo ancora dedicarci, come fa Paola Severini, all’inclusione dei corpi non identici, all’identità leggermente pop fortemente deformata, mai in concorrenza col mondo dei sani e dei perfetti, senza arianismi né piagnistei. Ci sembra un bel traguardo, e l’avventura è in pieno corso, dunque come si dice, continua.

     

    Ultima modifica il 21 Aprile 2021 - 11:32

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