Maria Rita Cerimele

    Maria Rita Cerimele

    A proposito della Tratta di persone - Articolo di Maria Rita Cerimele

    Una realtà sommersa di cui si parla poco, anche perché, secondo qualcuno, potrebbe turbare la coscienza. 

    Personalmente penso che a turbare, o meglio a sconvolgere, la coscienza dovrebbe piuttosto essere l’esistenza di una realtà così devastante come la tratta. 

    Un crimine orrendo che riguarda un numero impressionante di persone - per la maggioranza donne-  di cui circa il 30% , ovvero 46 milioni secondo una stima approssimata per difetto, costituito da bambini e bambine dai 2 ai 10 anni, reclutati anche loro in modo violento o con l’inganno, che diventano vittime di sfruttamento sessuale (panorami terrificanti), lavorativo (oltre 200 milioni di minori di cui 73 milioni sotto i 10 anni, che lavorano in condizioni disumane, con un’alta percentuale di morti all’anno), vittime di morte violenta per espianto di organi, di matrimoni forzati e precoci, di addestramento militare. 

    Provengono prevalentemente da Nazioni dell’Africa, dell’America Centrale, ma anche dell’Est europeo, specialmente dalla Romania. Paesi tutti segnati da condizioni economiche molto precarie, da instabilità politica, da situazioni di guerra, mentre le connivenze si registrano in quasi tutti i Paesi cosiddetti sviluppati, compresa la nostra Italia, che pure ha buone leggi, che, applicate, danno risultati limitati, ma pur sempre incoraggianti. 

    Non è un fenomeno da confondere con l’immigrazione, ma sono evidenti le connessioni. 

    Le politiche migratorie restrittive lasciano ampio spazio a chi offre servizi illegali in cambio di denaro. Di molto denaro, che alla fine è procurato con l’assoggettamento a vincoli e a trattamenti lesivi della stessa dignità e l’avviamento  alla vendita del proprio corpo, e comunque ad attività degradanti, ma molto remunerative per gli sfruttatori. Del resto, la semplice condizione di clandestinità, di minori non accompagnati, comporta l’esclusione, la marginalizzazione, facilita il divenire preda di gente senza scrupoli.

    Dietro a questa realtà ci sono organizzazioni criminali “storiche” (mafia, ’ndrangheta, camorra, sacra corona unita) che, duramente colpite da successi della lotta condotta dalle Istituzioni, si sono ristrutturate, costituendo veri “cartelli” transnazionali, in una florida economia parallela che, ispirandosi ai meccanismi di mercato, ne costituiscono l’altra faccia sul piano dell’illegalità.

    Il traffico di persone è una ferita profonda, che incide non solo nel corpo e nella psiche delle vittime, a volte in modo indelebile, ma che tocca tutti noi, colpisce persone, esseri umani come noi,  per di più indifesi come i piccoli, ingannati. E’ una vergogna che prospera avvolta dall’ignoranza o dall’indifferenza dei più e diminuisce in certo modo la nostra umanità.

    Per rimuovere le principali cause remote del fenomeno occorre spendersi per una cultura nuova, davvero di fraternità, di cura, e ripensare tutta l’economia, che non può continuare a sancire o approfondire disuguaglianze, a mantenere luoghi, come i paradisi fiscali, che favoriscono le organizzazioni criminali. Occorre conoscere e diffondere l’economia civile, di comunione, il microcredito, e d’altra parte, anche sapere che alcuni nostri stili di vita e scelte di acquisto di prodotti possono renderci complici inconsapevoli. Dietro un “risparmio” sui costi, ad esempio, anche nella consegna di un pranzo, c’è quasi sempre un lavoro sottopagato.

    L’8 febbraio si ricorda la giovane sudanese che, rapita all’età di nove anni, visse sulla sua pelle le sofferenze della riduzione in schiavitù,  santa Bakhita. Furono i suoi rapitori a chiamarla così con perverso spirito umoristico, perchè Bakita vuol dire Fortunata. La bimba, per l’atroce trauma subìto, aveva dimenticato perfino il suo nome! Portò nel suo corpo 144 cicatrici di profonde ferite che le avevano inflitto dopo averla resa schiava. Il suo “acquisto”, da parte di un console d’Italia prima e poi da un’altra famiglia, segnò per lei l’inizio di una vita diversa. Incontrò rispetto, gentilezza, comprese che la dignità è parte integrante della persona umana e questo le diede pace, gioia e segnò l’inizio di una nuova vita.

    Ed è divenuto,l’8 febbraio, la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro questo odioso crimine. Organizzata da Talitakum, la Rete della vita consacrata contro la tratta, coinvolge un numero crescente di Associazioni, Movimenti, gruppi di persone impegnate in prima linea con coraggio e determinazione nella lotta contro questo fenomeno e nell’aiuto concreto alle vittime. E’, il loro, un lavoro delicato, che li fa entrare nelle vite di giovanissime donne e adolescenti, nelle 

    loro paure, emozioni, speranze, cocenti delusioni, nelle loro storie che troppo spesso non hanno un lieto fine  anche se non mancano episodi che si concludono con pieno successo. Non potrò dimenticare mai l’udienza privata con papa Francesco di tre anni fa.  Eravamo 110 (di cui oltre 30 giovani donne e uomini vittime di tratta, ora al sicuro in strutture protette), impegnati a vari livelli e rappresentanti anche di tanti che nel mondo lottano contro questo crimine, vera  “piaga nella carne di Cristo”, come il papa la definì in quella occasione. La sua denuncia nitida, implacabile, articolata attraverso risposte date a braccio ad alcune domande dei giovani presenti, ne tracciò un quadro nitido, drammatico. Forte la sottolineatura della vergogna della domanda, senza la quale non può esserci offerta, una vergogna bruciante per i paesi occidentali, ricchi, dove sono i clienti dei vari “servizi” in cui la tratta si articola, offerti su internet, sulla strada o attraverso reti perverse.  

    In quella occasione citò anche storie da lui conosciute di persona, come quella di un giovane eritreo che dopo 3 anni di calvario è arrivato in Italia o quella della giovane donna nigeriana, laureata, ingannata da una signora cristiana. Sono l’ignoranza, la povertàe la corruzione che permettono ai trafficanti di agire impunemente. E dà indicazioni precise: “occorre creare opportunità per lo sviluppo umano integrale. Potenziare l’educazione. Essa infonde coraggio a chi ha conosciuto questo male, spinge a denunciare i traffici, consente di dare messaggi ad altri, vittime di ignoranza, povertà, venduti talvolta dai propri familiari o da falsi amici”.

    “Educazione e lavoro”, è una ricetta antica, “già sperimentata da don Bosco a fine 800”.  

    Un impegno che Francesco prende a nome anche di tutta la Chiesa.

    Alla fine siamo usciti tutti con un’iniezione di speranza, di coraggio. Con la voglia di combattere, di rischiare, di aprire percorsi nuovi, per ridurre e magari eliminare questa dolorosissima piaga, con l’impegno a creare spazi sempre più ampi per sensibilizzare il maggior numero di persone e per lavorare concretamente insieme.

     

    Per chi volesse saperne di più, anche circa gli eventi programmati, segnalo il sito:  www.preghieracontrotratta.org 
    Rimando anche al mio articolo “Sono bambini, non schiavi” pubblicato in Città Nuova online ( 6 febbraio 2017)

    Uno sguardo femminile su lockdown e pandemia – Maria Rita Cerimele

    Parlo con un amico mentre sorbiamo con piacere un caffè agli inizi di questo nuovo anno. Lui mi dice, tra l’altro: “Il tuo è proprio uno sguardo femminile sulla pandemia. La donna, molto più di noi (intendeva dire uomini)  è custode della speranza, ma custode attiva, di una speranza che non ha niente a che vedere con l’ultima dea.

    E poi quell’attenzione all’altro, quel prendersi cura, in ogni situazione, senza guardare ai massimi sistemi, aspettare chissà che cosa, ma così come si può!Io non mi sento capace. Voi, invece!!!”

    Può darsi sia vero, non so, di sicuro mi ha incoraggiata a mettere per iscritto quello di cui gli parlavo, pensieri e fatterelli legati al covid 19 che ha segnato così pesantemente l’anno appena concluso. E mi ha suggerito il titolo.

                                                                          

    Non sarà facile nei libri di storia -o nei social che eventualmente li sostituiranno-  rendere il clima che abbiamo vissuto nel 2020, o meglio, ahimè, che stiamo vivendo. La pandemia ne è la protagonista, in tutte le sue varie sfaccettature.

    La situazione inedita in cui ci siamo tutti improvvisamente trovati mi aveva spinta, da marzo in poi, a sentire per telefono con una certa frequenza amici e conoscenti, magari soli o particolarmente fragili per età, per un lutto arrivato improvviso, per la solitudine, la paura del domani, il dolore di non aver potuto dare nemmeno l’ultimo saluto a una persona amata. 

    Ho continuato a farlo e alcuni di loro mi hanno ricordato che durante il primo lockdown, mentre ci confrontavamo su quanto stavamo vivendo e sui possibili scenari futuri, 

    a un tratto ci eravamo posti una domanda, assolutamente non semplice: “Ma in me che cosa è cambiato?” 

    E’ stato importante ritornare a quelle risposte scavate dentro ognuno di noi.

    Personalmente  alcune sono rimaste in me indelebili. 

    Ho riscoperto il silenzio, nella sua eloquenza potente.

    Ho avvertito il dolore per la mancanza della corporeità nella comunicazione: un abbraccio, un bacio, la stretta di mano … 

    Ho approfondito il rapporto con Dio, al di là o forse grazie all’assenza di ogni liturgia per un lungo periodo. Come se la religione fosse “diminuita” nelle Chiese chiuse, ma la “fede” fosse aumentata.

    Ho contemplato e ascoltato le voci della natura che era rinata, tersa, in mille sfumature di colori, di melodie. Ho preso maggior coscienza, nel contrasto, di quanto poco siamo stati custodi del creato. Ho rinnovato il desiderio e l’impegno a  riprendermi la vita e a lavorare per lasciare a chi amo un mondo un po’più bello, un po’ più sano.

    Ho immaginato ripopolarsi i meravigliosi piccoli borghi della nostra Italia forniti di banda larga, di centri sanitari accessibili; il traffico, caotico frastornante inquinante,  ridotto all’essenziale e quasi soppiantato da tram e mezzi pubblici e privati elettrici o a metano.

    Mi sono incontrata -e scontrata- con eroismo e superficialità, condivisione e arroganza, compassione e cinismo. 

    Ho dovuto lottare contro la tentazione dello scoraggiamento e aiutare altri a farlo. 

    Ho avvertito sulla mia pelle la situazione disperata di tanti e  il pericolo - mi illudevo di esserne immune- di ripiegarmi in me stessa, nel mondo virtuale, ho cercato perciò di raddoppiare l’attenzione all’altro.

    Tornerà tutto come prima” ho sentito spesso dire. Perché “come prima” e non , almeno un po’, “meglio” di prima?

    Ho dato valore ai gesti e alle opportunità di ogni giorno, anzi di ogni attimo, unica dimensione temporale che possediamo. 

    A questo proposito, un piccolo episodio avvenuto nel mese di maggio. 

    Sono in fila per entrare al supermarket, insieme ad altre undici persone, tutte con la mascherina, tutte a distanza di circa due metri l’una dall’altra. 

    Passano venti minuti ma nessuno si spazientisce, molti continuano la loro vita virtuale, cellulare alla mano. Anche io ho la testa bassa e leggo messaggi, notizie. 

    A un certo punto mi vedo dall’esterno e mi prendo un colpo: occhiali neri, mascherina, cellulare … Sono praticamente senza volto. 

    Un NO imperioso mi esplode nel cuore prima ancora che nella mente.

    Ho cercato sempre di costruire rapporti, di intessere dialoghi, amicizie. E ora? Non posso lasciarmi cambiare dalla pandemia! Anzi! Devo fare di più e meglio, nei limiti di un possibile limitato, dettato dalle circostanze.

    Tolgo gli occhiali neri e mi guardo intorno cercando di mettere nello sguardo tutto il calore e la cordialità di cui sono capace. 

    Una signora (due posti dietro di me) sembra aspettare questo momento. Si lamenta un po’  “Non ce la faccio più, mi mancano i miei nipotini, le vicine! non posso neanche passare in Chiesa un attimo”. “Anch’ io -le dico-signora, sapesse quanto sento la mancanza di persone care, di realtà che davo per scontate! Eppure … ho fatto qualche scoperta nuova. Per esempio, che Dio mi parla più forte di prima, nella Scrittura, nella natura che sembra essere rinata, nell’amore che possiamo avere tra noi.

    E poi questa situazione mi sta aiutando a vivere diversamente e a gustare piccole cose quotidiane, che posso fare in casa, per le quali non avevo tempo. 

    Ieri ho sentito tre parenti con cui i rapporti si erano allentati; dopo un primo momento di imbarazzo ci siamo raccontati, eravamo felici! 

    Ho telefonato a una signora che vive da sola, non finiva di ringraziarmi.

    Sto provando ricette nuove.

    Mi affaccio al balcone e ci scambiamo notizie con gli amici del condominio, posso andare in farmacia a comprare medicine per uno di loro …”. 

    Si fa silenzio. 

    Questo è vero -interviene la giovane signora dietro di me che ha seguito attentamente tutta la conversazione- mi ci ritrovo un po’ anche io, ieri ho fatto la pasta in casa, le patatine fritte. Penso alla mia nonna, la gioia che ci dava il mangiare con lei la ‘sua’ pasta … Nei miei bambini ho visto la stessa gioia. E anche io come lei mi ritrovo a parlare con Dio qualche volta”.” 

    Un signore già un po’ avanti negli anni “Io purtroppo non ho un balcone, sono al piano terra ma mi 

    affaccio alla finestra, mi offro di fare la spesa, così incontro qualcuno, come oggi. 

    Avevo avuto una stretta al cuore. Non so cosa farei per contrastare le nuove povertà: spazi abitativi insufficienti, carenza di digitalizzazione. 

    Intanto posso sempre fare qualcosa, piccola, ma non insignificante.

    E poi? E se si protrae questa situazione?” Dice un giovane. Non ho una risposta, ma non voglio assolutamente perdere la speranza. 

    Quando è arrivato il mio turno, ci siamo salutati, tutti col sorriso nello sguardo. 

    E mi si rafforza la convinzione che possiamo ridisegnare il futuro, insieme.

    Donne in cammino: due momenti - Maria Rita Cerimele

    "Allegra, solare e indulgente" (1),   come la ricorda sua figlia Margaret, ma anche colta, creativa, decisa e coraggiosa, Elisabeth Cady Stanton, femminista americana, rivendicò per prima il diritto di studiare approfonditamente i testi sacri e, quindi, di commentarli.

    Siamo nell’Ottocento. La vita ricca e sempre impegnata di Elisabeth, il suo pensiero, logico e ardito, le sue tenaci  battaglie sarebbero inconcepibili fuori dagli USA e dall’ambiente protestante. Anche la pubblicazione dei suoi libri.

    Uno di essi,  La Bibbia della donna, scritto tra il 1895 e il 1898, in collaborazione con un ampio gruppo di donne, è il primo saggio di esegesi biblica dal punto di vista femminile. La sua fu una vicenda contraddittoria: impopolare eppure divenuto un best seller, costò all’autrice pesanti critiche e  sofferenze ma anche le diede la soddisfazione di aver aperto un percorso nuovo, col tentativo di riattraversare la Sacra Scrittura in quei passi in cui erano presenti le figure femminili.

    Consapevole del ruolo culturale dei testi sacri di ogni religione nel determinare la posizione delle donne e degli uomini nelle società e di conseguenza le norme cui uniformare i rapporti tra loro, la Stanton aveva indicato nella Bibbia un’arma politica che fondava il ruolo subordinato delle donne addirittura su un “ordine divino”, con l’intento di legittimare una struttura sociale incentrata sul patriarcato.

    Al di là degli eccessi, il libro ha grande rilevanza perché ha segnato l'inizio di studi -non solo femministi, ma proprio femminili-  sull'interpretazione della Bibbia, ripresi a partire dagli anni Settanta del XX secolo, grazie anche alla forte spinta data, soprattutto in ambiente cattolico, dal Concilio Vaticano II anche a proposito del diritto della donna a leggere e commentare la Scrittura.

    Ed eccoci a centoventi anni dopo la  pubblicazione della prima parte della Bibbia delle donne.

    “La catechesi di oggi  -sono parole di papa Francesco (2) - è dedicata … al grande dono che Dio ha fatto all’umanità con la creazione dell’uomo e della donna …” Quindi il Papa fa riferimento al racconto della creazione. “… leggiamo che Dio, dopo aver creato l’universo e tutti gli esseri viventi, creò il capolavoro, ossia l’essere umano, che fece a propria immagine: «a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1,27), così dice il Libro della Genesi … non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio.”

    E’ un commento nitido.

    Poi Francesco attinge all’esperienza, che insegna come l’essere umano, per crescere in modo completo e armonioso, ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna.

    “ Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze. Siamo fatti per ascoltarci e aiutarci a vicenda. Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione -nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede- i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna.

    Come spesso fa, c’è un richiamo all’oggi culturale, alla realtà antropologica, in cui siamo immersi.

    “La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo...

    Per risolvere i loro problemi di relazione, l’uomo e la donna devono parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più, volersi bene di più. Devono trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. …”

    Quindi il papa fa un’affermazione molto forte e ancora tanto attuale, a distanza di 5 anni: “Dio ha affidato la terra all’alleanza dell’uomo e della donna: il suo fallimento inaridisce il mondo degli affetti e oscura il cielo della speranza. I segnali sono già preoccupanti, e li vediamo”.

    Infine indica, fra i tanti aspetti,  due punti più urgenti.

    “Il primo. E’ indubbio che dobbiamo fare molto di più in favore della donna … E’ necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e nella Chiesa. Il modo stesso con cui Gesù ha considerato la donna … dà una luce potente, che illumina una strada che porta lontano, della quale abbiamo percorso soltanto un pezzetto. Non abbiamo ancora capito in profondità quali sono le cose che ci può dare il genio femminile … la donna sa vedere le cose con altri occhi che completano il pensiero degli uomini. E’ una strada da percorrere con più creatività e audacia.

    Una seconda riflessione riguarda il tema dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio. Mi chiedo se la crisi di fiducia collettiva in Dio … non sia anche connessa alla crisi dell’alleanza tra uomo e donna …”

    Avviandosi alla conclusione sottolinea a chiare lettere la grande responsabilità della Chiesa, di tutti i credenti “per riscoprire la bellezza del disegno creatore che inscrive l’immagine di Dio anche nell’alleanza tra l’uomo e la donna... Gesù ci incoraggia esplicitamente alla testimonianza di questa bellezza che è l’immagine di Dio.”

    E’ un’esegesi biblica che non ammette repliche o accomodamenti e conferma come l’utilizzo della Bibbia per determinare e protrarre una condizione subordinata della donna sia legato non alla realtà del testo, ma alle sue interpretazioni.

    Tutti, donne e uomini, siamo in cammino per riscoprire insieme e vivere pienamente questa reciprocità, questa alleanza che è il disegno originario di Dio. La strada, talvolta in salita e non priva di ostacoli, “porta lontano” e apre panorami di grande bellezza.

    • Baker, Jean H., Sisters: The Lives of America's Suffragists, Hill and Wang
    • Papa Francesco, Udienza generale, mercoledì 15 aprile 2015

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