Santino Spinelli

    Santino Spinelli

    I rom e sinti rubano i bambini?, un articolo di Santino Spinelli

    Lo sanno tutti ormai. È una verità acquisita. Un dato incontrovertibile per i razzisti e per coloro che sanno tutto  su tutti e soprattutto sugli odiati "zingari" sporchi, brutti e cattivi, nomadi che non si vogliono integrare nella società civile. Fra tutti questi stereotipi quello di sottrarre i minori alle proprie famiglie è  il più grave e inaccettabile. I rom e sinti non sono mai stati nomadi per cultura ma la mobilità è sempre stata coatta e figlia di persecuzioni disumane non rilevate dagli storici ufficiali e di corte. Ecco allora campagne mediatiche ben preparate e reiterate al momento giusto. Tutto pianificato e tutto prestabilito come sempre, come ovunque. Comunicazione a senso unico e senza contraddittorio. Tutti devono sapere che i rom e sinti rubano i bambini, un allarme da lanciare per prevenire e per creare diffidenza e odio verso gli irriducibili "zingari" che meritano di essere trattati come una categoria speciale di persone e non come comuni esseri umani. Su qualcuno va pur riversato le frustrazioni collettive e il malcontento dovuto a problemi irrisolti di politici mediocri e corrotti. Le monarchie e gli imperi li hanno sempre perseguitati per la loro "diversità " i regimi totalitari hanno cercato di annientarli fisicamente e sradicarli dalla faccia della terra. Oltre mezzo milione di rom e sinti sterminati dai nazi-fascisti  ma questo sui libri di storia conta poco, meglio tacere e non evidenziarlo perché potrebbe far scaturire una solidarietà umana che non sa da fare. Nell'Europa civile e democratica sono i più odiati senza che nessuno conosca  realmente gli aspetti storici, culturali, antropologici, linguistici, gastronomici e letterari di questa minoranza etnica. Ma tutti pensano di sapere tutto. Odio e rancore ad occhi chiusi. Basta la parola e la verità dei politici di parte o dei mass media compiacenti. La televisione è  la nuova Bibbia. I sondaggi parlano chiaro nessuno vuole i rom e sinti e nessuno li ama. Ma cosa c'è realmente dietro questa avversione senza tempo? Perché tanto odio?
    L'Europa stessa stanzia milioni e milioni di euro in nome e per conto dei rom e sinti ai quali arriva solo becero assistenzialismo e segregazione razziale come i campi nomadi e quartieri ghetti. Una sorta di neocolonialismo autoreferenziale dove ci guadagnano tutti tranne rom e sinti. Una vera e propria industria attorno al mondo rom e sinto. Tutti tacciono verso questo vergognoso sfruttamento.
     
    La vicenda della Pipitone e il clamore mediatico di questi giorni si traduce in propaganda e in odio razziale contro una minoranza inerme che alimenta un'avversione atavica, puntualmente reiterata. La faccenda va avanti da secoli disumanamente. Il razzismo puro si raggiunge attraverso la mistificazione della realtà. Lo facevamo i nazifascisti e tutti i regimi totalitari. Ciò che è grave è che siamo in un regime democratico che dovrebbe tutelare le minoranze etniche e non discriminarle. Nessuna istituzione si eleva per condannare questo sciacallaggio mediatico vergognoso e incivile che mette alla berlina un'intera popolazione facendola passare per ciò che non è e favorendo l'odio e la diffidenza. Far passare i rom e sinti come coloro che rubano i bambini senza che MAI un solo caso sia stato realmente verificato o condannato dalla Magistratura dovrebbe far riflettere molto. I rom e sinti hanno tanti figli e non sanno cosa farsene dei figli degli altri e hanno il valore della famiglia come pochi. Le scomparse dei bambini riguardano quasi sempre beghe familiari interne come le vicende dei fratelli di Gravina e della Celentano ci hanno chiarito. Ai rom e sinti non si chiede mai scusa quando la verità viene a galla e resta la fantomatica fake news che i rom e sinti rubano i bambini, così come i comunisti addirittura mangiano i bambini. Guai a toccare i bambini in una società maggioritaria in cui i pedofili sono al massimo delle  loro potenzialità e in una società  che esprime soggetti che fanno turismo sessuale con i bambini. Contraddizione in essere con accettazione passiva. Nessuna reale guerra mediatica reiterata contro i pedofili. Guai però a toccare i bambini se sono gli "altri" soprattutto se odiati. Guerre mediatiche e silenzi istituzionali conniventi. Su rom e sinti oggi come in passato si può fare tutto e dire di tutto, anche e soprattutto le bugie più repulsive. Sono però tutte verità che l'opinione pubblica deve acquisire. Polpette avvelenate da ingurgidire a senso unico. Nessun intellettuale si indigna, nessuna voce a favore di una minoranza etnica inerme ed innocente. Tutto tace. Il silenzio è connivenza. Nell'era della comunicazione la più grande delle mistificazioni. Tutti ci credono: i rom e sinti rubano i bambini, anche se i fatti e i dati sono incontrovertibili, tutti ci credono, tutti devono crederci, tutti vogliono crederci. Questa la verità. I giornalisti che spacciano fake news dovrebbero essere arrestati. Le trasmissioni che incitano all'odio e alla discriminazione dovrebbero essere chiuse. Io personalmente combatto e ho insegnato ai miei figli a combattere queste ingiustizie e questa criminale discriminazione su base etnica. Meditate gente, meditate.

    NASCE l’ACCADEMIA NAZIONALE ROMANÌ DIRETTA DA SANTINO SPINELLI

    Dalla conoscenza nascono il rispetto e la coesistenza”. Da questa frase nasce l’ACCADEMIA NAZIONALE ROMANÌ diretta dal dott. Santino Spinelli con il sostegno dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia.

    Nell’ambito della settimana dell’antirazzismo finanziata dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Raziale) nasce il progetto ANR, che partirà online su www.Accademianazionaleromani.it  dal 21 marzo 2021, strutturato e creato da Them Romanò e UCRI

    DA DOVE NASCE?
    L’Accademia Nazionale Romani nasce per la volontà di tramandare e implementare la cultura romani nelle sue diverse forme. Con corsi alla portata di tutti tenuti da esperti certificati, per Rom, Sinti e non.

    COSA È?
    L’ANR è la miglior risposta all’antiziganismo dilagante che ci circonda, perché dalla conoscenza nascono il rispetto e la coesistenza

    COME È STRUTTRATA?
    L’ANR è composto da CORSI ONLINE e CONFERENZE sempre usufruibili con materiale in continua espansione

    DOVE SI TIENE?
    I corsi sono online dal 21 marzo sul sito
    Www.Accademianazionaleromani.it
    In modo completamente GRATUITO

    COSA CONTENGONO I CORSI?
    I corsi sono in continuo aumento partendo da elementi essenziali che vanno dalla LINGUA alla STORIA passando per molte altre materie con relativo materiale didattico con il quale approfondirle argomento per argomento

    DA CHI SONO TENUTI I CORSI?
    I corsi ANR sono tenuti da docenti universitari e romanologi esperti e qualificati di etnia Rom, Sinti e non, a direzione del dott. SANTINO SPINELLI il più eminente romanologo italiano.

    QUANDO?
    I corsi partiranno online dal 21 marzo nell’ambito della settimana contro il razzismo e saranno continuamente usufruibili online con il continuo implemento del materiale video con lezioni frontali, conferenze e docu-film insieme alla più grande bibliografia italiana sulla cultura romani.

    CHI PUÒ USUFRUIRNE?
    I corsi sono aperti a tutti gratuitamente con la registrazione e un questionario iniziale che indicherà il livello di partenza ed un questionario finale per valutare l’apprendimento del corso con rilascio di ATTESTATO di partecipazione finale.

    In Italia l’Accademia Nazionale Romani (ANR) è un grande baluardo culturale contro la dispersione di questa grande etnia, usufruibile da tutti ad ogni livello di conoscenza, con il quale tramandare la cultura o recuperarla dove si fosse persa la romanipè e implementare chi volesse saperne di più fino a far conoscere elementi nuovi a chi non ne sapesse nulla.

    ”Un grande viaggio parte sempre con un primo passo” e l’ANR si prefigge di essere una guida in questo cammino.

    La Giornata della Memoria dei Rom e Sinti

    In vista della Giornata della Memoria il signor Emanuele Filiberto di Savoia, che preferisce restare cittadino svizzero pur dicendo che si sente italiano, ha inviato una lettera alla comunità ebraica italiana per chiedere perdono a nome di tutta la sua famiglia, che lui definisce “la Real Casa di Savoia”, per le leggi razziali emanate nel 1938 dall’allora re d’Italia Vittorio Emanuele III, suo bisnonno. Nella lettera cita la persecuzione nazifascista contro gli ebrei, definiti giustamente “sacre vittime”, ma non c’è neppure un cenno a quella contro i rom e sinti. Nessun cenno alle loro sacre vittime. Eppure almeno 500 mila rom e sinti furono trucidati dai nazi-fascisti. In Italia i Savoia  hanno appoggiato la politica di discriminazione, di deportazione e di internamento dei fascisti non solo verso gli ebrei ma anche contro rom e sinti italiani, all'epoca sudditi del Regno d'Italia dei Savoia.
    Il 27 gennaio, giorno della liberazione di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche, è stato eletto come Giornata della Memoria per ricordare le vittime dell'aberrazione nazi-fascista. Il problema è che nella Legge del Luglio del 2000 che istituisce in Italia questo importante avvenimento, il Samudaripen, il genocidio dei Rom e Sinti, non compare. È stato ed è tuttora escluso. Il Samudaripen non è riconosciuto ufficialmente. È una vergogna nazionale. Nei servizi giornalistici le vittime rom e sinte sono appena citate quando va bene e in ogni caso rappresentano una semplice appendice:" C'erano anche gli zingari". Il Samudaripen fu un genocidio specifico perpetuato contro un popolo inoffensivo per motivi razziali e non una semplice appendice.
    Il pratica il Samudaripen è stato ignorato e rimosso dalla storia. Nessun Capo di Stato o di Governo in Italia ha mai chiesto perdono ai concittadini italiani di etnia rom e sinta per ciò che la propria patria gli ha inflitto in epoca fascista. L’Italia con la legge n. 21 del 20 luglio 2000, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio, ha deciso l’ istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”. I rom e sinti italiani non sono neppure nominati. Anzi, dal confronto tra l’articolo 1 e l’articolo 2 della legge, composta solo da tali due articoli, si direbbe che vengono proprio deliberatamente esclusi. L’articolo 1 parla infatti anche degli “italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte”, espressione che dovrebbe comprendere anche i cittadini italiani rom e sinti, ovunque in Italia rastrellati e deportati assieme agli ebrei. Ma l’articolo 2 parla di dar vita nel Giorno della Memoria a iniziative di vario tipo per ricordare “quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”: espressione quest’ultima che chiaramente esclude i cittadini italiani rom e sinti. 
    Alcune comunità ebraiche hanno ricevuto risarcimenti dalla Germania e da altri Paesi per gli orrori consumati contro di loro durante la seconda guerra mondiale. I rom e sinti, esclusi dal Processo di Norimberga per accusare i propri carnefici, non hanno ricevuto alcun tipo di risarcimento. Eppure sono stati depredati dei loro beni prima di essere mandati ai campi di sterminio quando non trucidati sul posto. Oro, gioielli, denaro contante, conti in banca, case, proprietà e tanto altro mai restituiti ai legittimi proprietari. Rom e sinti usati come cavie umane per esperimenti pseudo-scientifici, usati come schiavi nella macchina bellica, passati per le camere a gas e per i forni crematori nazisti. Eppure il Samudaripen (sterminio in lingua romanì e letteralmente "tutti uccisi"), termine noto solo agli specialisti, non compare nei documenti ufficiali che riconoscono la Giornata della Memoria che è e rimane mutilata, discriminante e offensiva verso le vittime rom e sinte massacrate per motivi razziali. Le vittime della ferocia nazi-fascista devono avere pari dignità e pari memoria. Peccato non sia ancora così a distanza di oltre 75 anni. Una Giornata della Memoria, visto dal punto di vista dei rom e sinti, che è ingiusta e monca poiché non li ricorda. Le vittime rom e sinte continuano ad essere discriminate nel giorno in cui dovrebbero essere commemorate. Questo è alquanto assurdo e disumano, non degno di un Paese civile e democratico e dovrebbe far profondamente riflettere...
     
    Satino Spinelli
     
     

    I ROM E LA RELIGIONE un articolo di Santino Spinelli

    Il rapporto tra il rom e Devel (Dio in lingua romanì) è un rapporto speciale e intimo, piuttosto individuale ed esistenziale. Devel è una forza positiva invocata nei momenti più difficili dell'esistenza, un supporto morale e psicologico irrinunciabile. Devel è il riflesso della vita e del bene. Nella spiritualità romanì ci  sono tracce di tante religioni del passato: dal buddismo e induismo dell'India ( la terra d'origine di tutti i gruppi rom, sinti, calè/kale, manouches e romanichals) all'islam e al zoroastrismo persiano.

    Oggi le diverse comunità romanès professano molte religioni: quella ortodossa,  cattolica, protestante, evangelica e musulmana. Nel corso della storia, spesso, i gruppi romanès si sono allineati alle diverse fedi più per convenzione che per sincera convinzione, spesso per evitare repressioni e violenze. Anche per questo le comunità romanès si riscontrano più nella cultura romanì che nella fede. Ogni rom è un phral, un fratello, indipendentemente dalla fede professata. Non esistono guerre di religione fra le diverse comunità romanès. Il rapporto con Dio, in ogni caso, è un rapporto a due: D-io. I rom italiani di antico insediamento nelle regioni del sud Italia definiscono Dio come MUR DEVEL (il mio Dio), come se ogni individuo ne avesse uno personale. DEVEL si contrappone alle forze negative e malefiche di BENG (diavolo), dei MULE (spettri) e delle Choxaniá (streghe). Devel santifica la vita in tutti i suoi aspetti e nel suo manifestarsi. La vita, la sua salvaguardia e il suo prolungamento prevalgono su tutto.

    Rarissimi sono i suicidi fra i rom, nonostante le difficoltà quotidiane e la discriminazione su base etnica. L'etica romanì del resto lo vieta come vieta l'assassinio. Anche per questo le comunità romanès non hanno mai fatto guerra e attentati terroristici. La vita ha un valore assoluto nella cosmologia cultura romanì e non a caso la procreazione ha un ruolo centrale: ogni nascituro è una benedizione divina.

    Il D-io romanò aiuta l'essere umano a vivere nel modo migliore nella vita reale e lo aiuta a trasmettere il dono divino della vita alla propria discendenza. L'etica romanì è dinamica e realistica, non dogmatica e questo è determinante per salvaguardare il prolungamento della vita stessa. Nel fare le scelte e le valutazioni che la realtà presenta quotidianamente alle comunità romanès, la presenza di un D-io che ama la vita e la sostiene in ogni circostanza è di grande aiuto morale e psicologico. È certamente di grande rassicurazione nella ricerca di un'accurata e solida etica d'azione e di rispetto della vita nonostante le tribolazioni quotidiane derivanti da un'assurda, incivile e disumana discriminazione su base etnica che ancora oggi, dopo secoli, le comunità romanès devono fronteggiare.

    I quartieri ghetto, i campi nomadi e la cittadinanza di serie Z.

    I quartieri-ghetto e i campi nomadi non dovrebbero esistere in una società civile, moderna ed evoluta. Il ghetto sancisce un'appartenenza e una condizione sociale che si imprime nella coscienza collettiva definendo di fatto una cittadinanza di serie A e una cittadinanza di serie B, i campi nomadi sanciscono addirittura una cittadinanza serie Z (zingari, con un carico dispregiativo). In pratica si stabilisce una classificazione sociale che spesso diventa razziale essendo che nei ghetti e nei campi nomadi vengono destinati stranieri e cittadini indesiserati come i rom e sinti.

    Il ghetto o il campo nomade diventa luogo per esseri umani declassificati e per le fascine sociali deboli con tutto ciò che questo comporta a livello sociale, culturale, economico e politico. Chi abita nel ghetto o nel campo nomadi viene etichettato e ha molte più difficoltà nell'inserimento scolastico,  sociale ed economico. Spesso l'interazione delle fascie deboli avviene solo nel loro interno creando di fatto un circolo vizioso e fenomeni sociali deviati.

    Da parte delle istituzioni gli interventi sono quasi sempre a carattere assistenziale che influisce molto anche a livello morale e psicologico con conseguenze sul piano dell'autostima e della rassegnazione. La disillusione diventa così nemica della società civile. È facile nel ghetto o nel campo nomadi acquisire la sindrome da ghetto che favorisce devianza, bullismo,  violenza. In questi non luoghi si creano economie di sopravvivenza a discapito della società civile. 

    Ogni essere umano avrebbe diritto ad un alloggio non etichettato. Andrebbero incoraggiati lo studio e la formazione,  le attività ludiche e sportive, gli eventi artistici e culturali, ma soprattutto andrebbero sostenute e agevolate il lavoro e le attività economiche. Tutto ciò eviterebbe che il ghetto o il campo nomadi diventasse un ricettacolo di attività illegali da cui è difficilissimo sottrarsi.

    Il ghetto, e ancor di più il campo nomadi, sempre più giustifica una costante attività di supremazia sui più deboli a tutela esclusiva dei più forti e delle classi più abbienti, facilitando lo sciacallaggio attraverso il becero assistenzialismo. In sostanza il ghetto e il campo nomadi sono espressioni di egoismo allo stato puro e prevaricazione di ogni diritto minimo di sicurezza e di sopravvivenza, espressione di arroganza e di prepotenza che inevitabilmente viene restituita dalle vittime alla società civile come un fatale boomerang. Il ghetto e sempre più il campo nomadi sono i non luoghi o pattumiere sociali che stabiliscono la linea di confine fra la civiltà e l'esclusione.

    Il ghetto e il campo nomadi imprimono una disparità sociale da superare e sottolineano un limite culturale prima che socio-politico. Evidenziano di fatto una situazione o condizione tale da circoscrivere e limitare lo sviluppo dell'attività delle persone o gruppi specifici e ne dequalifica l'incidenza sociale.

    I campi nomadi sono forme orrende di segregazione razziale indegni di un Paese civile,  espressione di un classismo antidemocratico e antisociale che andrebbero evitati e superati a vantaggio di tutta la collettività. Si spendono miliardi e miliardi di euro per assurdi armamenti ma non si spende abbastanza o si risparmia sulla pelle di cittadini inermi a cui arrivano solo progetti fasulli e inutili nonostante i milioni di euro sperperati. Le leggi razziali, abrogate nella legislazione, sembrano essere ancora in vigore nella testa e nel cuore di troppi amministratori e di tanti politici corrotti. Sono soprattutto rom e sinti a pagarne le conseguenze sotto lo sguardo indifferente dell'opinione pubblica che viene lasciata nella più completa disinformazione.

    I politici e le istituzioni sono al corrente ma fanno orecchie da mercanti.

    Eppure con poco si potrebbe fare tanto a vantaggio di tutti, purtroppo manca una reale volontà politica e istituzionale per superare questa situazione. 

    Antiziganismo o romfobia, il razzismo specifico per la popolazione romanì.

    Fin dal Rinascimento esiste in Europa un razzismo specifico per i rom/roma, sinti, calé/kale, manouches e romanichals i gruppi della popolazione romanì che vengono definiti dispregiativamente "zingari". Come per gli ebrei esiste l'antisemitismo, allo stesso modo per i gruppi romanès esiste un razzismo  che viene definito antiziganismo o romfobia. Il razzismo si alimenta di mistificazioni e di stereotipi negativi che giustificano la discriminazione su base etnica. Le comunità romanès furono accusate di ogni nefandezza pur di giustificare la loro repressione: dall'accusa di cannibalismo all'accusa di propagare la peste, dall'essere spie al soldo dei turchi ottomani all'aver forgiato i chiodi per la crocefissione di Cristo (la popolazione romanì neanche esisteva al tempo di Gesù). A queste accuse si sommavano quelle di essere ladri, imbroglioni e criminali in ogni epoca quando contemporaneamente c'erano famiglie romanès oneste e più che integrate ma non facevano testo. Non poteva passare inosservato il vagabondare di molte famiglie che non riuscivano a stabilizzarsi (la mobilità era in realtà coatta poiché le comunità romanès non potevano sostare o integrarsi in alcun luogo) che contravveniva ad uno dei principi cardini delle società passate: il dovere di lavorare la terra per il bene comune. Stereotipi su stereotipi accatastati durante secoli che hanno portato alla situazione moderna: un odio razziale viscerale. Durante la Seconda Guerra Mondiale il nazi-fascismo attuò un genocidio sistematico e almeno 500 mila persone furono barbaramente massacrate dalle truppe d'assalto e nei campi di sterminio per ciò che viene ricordato in lingua romanì come Samudaripen (letteralmente "tutti morti" come sinonimo di "genocidio"). Oggi come nel passato esistono famiglie romanès integrate come famiglie romanès emarginate e ancora oggi, esattamente come nel passato, a finire nelle cronache sono le famiglie emarginate e deboli socialmente mentre quelle oneste che vivono tranquillamente e non toccano le facili corde dell'emotività non esistono nell'immaginario collettivo. Da qui il preconcetto che tutti i rom sono disonesti o persone da cui tenersi alla larga. Questa discriminazione su base etnica influenza le decisioni sul piano politico con ripercussioni a livello sociale: per le famiglie emarginate è sempre più difficile essere incluse. I rom e sinti italiani sono relegati nei quartieri ghetto e i rom stranieri reclusi nei "campi nomadi".  Ad approfittare di questa situazione di fragilità ci pensano gli opportunisti senza scrupoli e Mafia Capitale ci ha fatto ben intendere perché devono esistere i "campi nomadi" per un popolo che in realtà non è nomade per cultura. I campi nomadi sono  vere e proprie pattumiere sociali e forme orrende di segregazione razziale non degne di un Paese civile e democratico. I campi nomadi costano un'infinità di milioni di euro e non risolvono i problemi legati all'antiziganismo, ma al contrario li acuiscono. Con meno soldi e con un'avveduta programmazione politica si potrebbero ottenere risultati sorprendenti sul piano dell'inclusione con vantaggi concreti per tutti. A molti però questa situazione "rende" da un punto di vista politico e mediatico e alle associazioni di pseudo volontariato da un punto di vista economico. A livello sociale si verificano i maggiori danni in termini di conflittualità. L'antiziganismo così alimenta un circolo vizioso che reca danni a tutti. Solo la giusta conoscenza, la corretta informazione e l'incontro/confronto può favorire il superamento di secoli di incomprensioni.

    Dott. Prof. Comm. Santino Spinelli 

    Autorevoli Editorialisti / Romanipen

    Con il termine romanipen si indica l’identità e la cultura della popolazione romanì i cui membri sono dispregiativamente definiti dai gagé (non rom, termine altrettanto dispregiativo) come “zingari”. Da ciò si evince che “zingari” e “gagé” sono vocaboli che sottendono un conflitto che andrebbe superato con la conoscenza e il dialogo. La popolazione romanì è costituita da cinque gruppi principali che si autodeterminano come: rom, sinti, kale, manouches e romanichals. All’interno di ciascun gruppo ci sono tantissime e diversissime comunità che hanno stile e modelli di vita e culturali differenti.  E’ una popolazione transnazionale che si presenta come un’ infinito antropologico ma nell’immaginario collettivo viene ridotto a stereotipo. I gruppi e le comunità traggono origine dalle regioni a Nord Ovest dell’India: Rajasthan, Valle del Sindh, Uttar Pradesh, Punjab. Per diversi motivi, ma soprattutto a causa delle deportazioni gaznavide dell’XI secolo, attraversarono la Persia, l’Armenia, l’Impero Bizantino prima di arrivare in Europa (XV secolo). Con le deportazioni degli Stati europei arrivarono nelle colonie dell’America del Nord e del Sud e in Australia. La popolazione romanì parla la lingua romanì o romanès che è una lingua neo indiana che si è diramata in tantissimi dialetti, tanti quanti sono le comunità presenti in tutti i continenti con circa 22 milioni di persone. I diversi gruppi sono presenti in Europa con circa 12 milioni di persone e in Italia con circa 180 mila individui. Di quest’ultimi almeno il 60% sono di cittadinanza italiana. Si dividono in circa 50/55mila rom di antico insediamento che popolano le regioni del Sud Italia e circa 50/55mila sinti di antico insediamento che popolano le regioni del Centro Nord Italia. I rom italiani di antico insediamento arrivarono nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio tra la fine del XIV secolo e il XV secolo.  I sinti italiani di antico insediamento arrivarono nel XV secolo; il primo documento del loro arrivo a Bologna risale al 22 luglio 1422. I rom e sinti italiani vivono in casa, i sinti circensi e giostrai vivono invece in comode roulottes o campers poiché seguono in maniera itinerante il loro lavoro. Circa 70mila rom sono arrivati in Italia recentemente a partire dagli anni Settanta ad ondate successive dai territori dell’ex-Jugoslavia, dalla Romania e ultimamente dalla Bulgaria. Sono i rom di recente immigrazione ad essere senza cittadinanza italiana e che vivono in condizioni difficili nei campi nomadi appositamente costruiti per loro. Sono luoghi di segregazione che non rispondono ad esigenze culturali o sociali ma sono ghetti ripugnanti che alimentano interessi particolari di chi gestisce queste pattumiere sociali come Mafia Capitale ha ampiamente dimostrato. Un Paese civile non può e non deve tollerare forme di apartheid. I gruppi romanès non sono nomadi per cultura come la disinformazione dilagante fa credere. Gli slogan romfobici non aiutano il processo di interazione e di inclusione ma nascondono interessi politici, mediatici, sociali ed economici di parte. Molti rom e sinti italiani sono già inclusi (spesso relegati in quartieri ghetti) ma non sono né conosciuti né tantomeno rispettati a causa di diffidenza e pregiudizi. La realtà è mistificata e l’errore del singolo porta irrimediabilmente alla condanna di un’intera popolazione. L’opinione pubblica sa poco o nulla della  popolazione romanì. La romanipen dunque è “nascosta” o “invisibile”. Il termine contiene in sé tutti gli elementi essenziali del mondo romanò: rom è sostantivo e significa “uomo, essere umano”; è anche un etnonimo ovvero il modo in cui un popolo definisce se stesso; romanì è aggettivo femminile singolare e si declina in romanò, romanè, romanià. Cardini essenziali della romanipen sono alcuni concetti basilari che riflettono una visuale di vita dualistica: il concetto di puro/impuro, di onore/vergogna e di felicità/infelicità. Questi concetti contrapposti si collegano alle due entità spirituali Devel (Dio) e Beng (diavolo), alle forze del bene (mistipen) e del male (nafel) e alle due entità del destino baxt (fortuna, felicità) e bibaxt (sfortuna, infelicità) che intervengono a regolare, a disciplinare e a condizionare ogni aspetto dell’esistenza. Le norme morali tradizionali (romanì kris) e il galateo romanó sono scrupolosamente osservati all’interno di ciascuna comunità e garantiscono: il rispetto, la cordialità, la convivialità, la solidarietà e l’ospitalità. La visione dualistica dell’universo si estende su ogni aspetto dell’esistenza romanì: dall’igiene personale al corpo umano, dalla preparazione dei cibi alla salute, dall’erboristeria alla magia. A presto e un saluto caloroso e fraterno in lingua romanì: But baxt ta sastipen! Con tanta salute e fortuna/felicità.

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