Autorevoli Editorialisti

    Autorevoli Editorialisti (60)

    intervista di Marzia Masiello a Cinzia Bernicchi, rappresentante Ai.Bi. nel coordinamento LIAN  Life in adoption network.

    Cinzia, noi ci siamo conosciute sul tema delle adozioni internazionali in quel della Federazione Russa quasi venti anni fa. Se dovessi fare una panoramica delle adozioni da ieri a oggi a domani, quale sarebbe la tua sintesi ?

    Marzia, davvero un bel ricordo, Mosca venti anni fa, noi più giovani, Mosca un’altra città, e le adozioni di allora davvero diverse da quelle odierne. 

    A ridosso degli anni 2.000 l’Italia aveva da poco ratificato la Convenzione de l’Aja, stavano terminando le adozioni cosiddette “fai da te” e nasceva il primo albo degli enti autorizzati, eravamo 45 quando alla fine del 2.000 fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Oggi siamo 50, ma attorno al 2010 siamo arrivati anche a essere 76. 

    La Commissione per le Adozioni Internazionali si era insediata negli uffici di via Veneto, incardinata nel Ministero delle Politiche Sociali allora guidato da Livia Turco. Ora, da diversi anni è diretta emanazione della Presidenza del Consiglio che ha delegato il Ministero della Famiglia e delle Pari Opportunità a gestirne la guida.

    Le coppie in possesso di decreto di idoneità erano più di ventimila, oggi circa 5.000 e con un incarico attivo presso gli enti autorizzati poco più di 3.000; i decreti, che ora sono validi fino al termine della procedura adottiva indipendentemente dal tempo che intercorre, allora avevano una validità massima di 2 anni e poi scadevano.

    I bambini che arrivavano attraverso l’istituto dell’adozione internazionale erano molto più piccoli di ora, il maggior numero di bambini erano nella fascia 1/4 anni, oggi la fascia di età più rappresentativa è la 5/9 anni. 

    Molti Paesi nel tempo hanno ratificato la Convenzione de l'Aja facendo proprio il principio di considerare l'adozione internazionale residuale, cercando quindi ogni possibilità per il minore di restare nel proprio Paese o attraverso il reinserimento nella propria famiglia o cercando coppie del proprio territorio proponendolo in adozione nazionale.Il numero di minori adottati è passato dai 4.130 del 2010 ai 1.205 del 2019; il 2020 ha visto un'ulteriore contrazione dovuta alla pandemia purtroppo ancora in corso.

    Detto così, in due parole, sembrerebbe quindi che il numero dei bambini che hanno bisogno di avere una famiglia che li accolga tramite l'adozione internazionale sia fortemente diminuito, ma purtroppo non è questa la realtà. Nel mondo sono sempre tantissimi i bambini che cercano una famiglia, ma sono fortemente cambiate le loro condizioni; sono più grandi, frequentemente con problematiche sanitarie, gruppi di fratelli, ed è sempre più difficile trovare coppie che diano la disponibilità ad accogliere minori che rispecchiano tali caratteristiche.

    Dobbiamo con maggiore impegno che nel passato, riformulare i percorsi informativi e formativi per sensibilizzare le coppie sui veri bisogni, per prepararle ad accogliere questi loro figli, per accompagnarle nel tempo.

    I pilastri delle adozioni internazionali, lo sappiamo, sono la Commissione adozioni Internazionali, gli Enti Autorizzati, le famiglie... quale ingrediente aggiungeresti in più?

    Il primo Presidente della Commissione Adozioni Internazionali, Luigi Fadiga,  disse che il sistema per funzionare era composto "dalle 4 gambe di un tavolo": Cai - Enti Autorizzati- Tribunali per i Minorenni - Servizi del Territorio. Le famiglie, da sempre, sono considerate le risorse che abbiamo bisogno di avere per poter donare ad un bambino la possibilità di diventare figlio. 

    Non aggiungerei altri ingredienti, ma spererei di poter contare su una maggiore collaborazione con quei territori che ancora non si sono attivati nel formulare dei protocolli operativi  (Regioni/Servizi/Enti) che possano dare a tutte le aspiranti famiglie adottive le stesse opportunità in termini di preparazione e accompagnamento sia prima che dopo l'adozione. Mi augurerei anche di poter arrivare ad un maggior confronto con i Tribunali per i Minorenni.

    Il rapporto tra Enti Autorizzati e Commissione come lo inquadreresti in questa fase di Presidenza del Ministro Bonetti con la Vice Presidenza del Dott. Vincenzo Starita?

    Il rapporto con la Commissione per le Adozioni Internazionali nell'arco del 2020 si è fortemente intensificato. Gli Enti Autorizzati hanno nuovamente avuto la possibilità, non accadeva da anni, di essere coinvolti in una serie di attività partecipando a tavoli specifici per programmare nuovi percorsi formativi che hanno visto la luce la scorsa estate e che sono tutt'ora in essere. Enti e Commissione hanno intensamente lavorato insieme, in particolare nel primo periodo legato alla pandemia, per far rientrare in Italia le numerose coppie che si trovavano all'estero e anche successivamente nell'organizzazione di partenze verso i vari Paesi. Sono ripresi con sistematicità i Tavoli Paesi per un confronto costante sull'andamento delle procedure.

    Nel Ministro Bonetti, che abbiamo avuto il piacere di incontrare sia di persona che attraverso i mezzi con i quali tutti ci troviamo a dover utilizzare a distanza, abbiamo trovato grande sensibilità al tema delle adozioni, grande ascolto e attenzione ai problemi degli Enti Autorizzati che sono sfociati anche in un sostegno economico che ci ha in parte aiutato ad affrontare la crisi che stiamo attraversando. 

    Il Dott. Starita ha da pochi mesi avuto l'incarico di Vice Presidente, precedentemente era Membro della Commissione in qualità di Commissario rappresentante il Ministero di Giustizia, e da subito ha voluto conoscere i Presidenti degli Enti instaurando con tutti un rapporto diretto e di franca collaborazione. Certo si è trovato ad iniziare questo suo nuovo incarico ancora in un momento complesso sempre a causa della pandemia, ma è una persona particolarmente attiva, propositiva e innovativa e contiamo molto su questo suo spirito intraprendente per riuscire a rilanciare le adozioni i internazionali.

    Come sono cambiati i rapporti con le Autorità Centrali dei Paesi di provenienza dei minori?

    Nel corso del 2020, con tutte le difficoltà vissute ci sono state Autorità Centrali molto collaborative che si sono date da fare per trovare soluzioni che non impedissero il proseguo delle attività.

    Con certi Paesi si è riusciti ad ottenere che il periodo di conoscenza tra coppia e bambino, che normalmente si svolge all'estero ed è propedeutico per il buon andamento del giudizio finale in Tribunale per l'emissione della sentenza di adozione, si potesse invece effettuare a distanza utilizzando video chiamate. Così come nel caso dell'Ucraina si è addirittura riusciti ad ottenere che un'udienza in Tribunale avvenisse con lo stesso sistema a distanza. 

    Altri Paesi hanno permesso l'arrivo dei bambini in Italia, accompagnati da assistenti locali, senza che le coppie si recassero come di consuetudine all'estero.

    Con altri, purtroppo, non si è riusciti a trovare delle soluzioni che permettessero il proseguimento dell'iter adottivo.

    In generale pensiamo che nuovi sistemi di comunicazione possano incrementare i rapporti con le Autorità straniere intensificando le possibilità di dialogo.

    Ai.Bi. da sempre crede nell'adozione come progetto di cooperazione sostenibile in cui Governo, privato sociale e famiglie camminano insieme... come stanno andando ora le cose?

    Per ora siamo lontani da questo concetto. Nella cooperazione internazionale l’adozione viene riconosciuta a fatica. Essa è  un progetto di vita sostenibile, un vero e proprio caposaldo del Made in Italy dell’accoglienza, che incarna pienamente il concetto di sussidiarietà della nostra Costituzione. Nel mondo per questo siamo secondi solo agli Stati Uniti ma di questo primato sappiamo solo noi addetti ai lavori. Da questo anno di pandemia abbiamo imparato quanto anche il più piccolo gesto possa portare effetti dall’altra parte del mondo. Se volgiamo in positivo questo pensiero, un battito di cuore di due coniugi nel nostro paese, può cambiare il destino di un bambino cinese, africano, cileno. Perché questo avvenga tanti sono i fattori che si mettono in moto. Dalla diplomazia, alla politica, dal lavoro di tante associazioni che accompagnano il cammino delle famiglie, alle coppie che fanno questa scelta per la vita e si lasciano guidare anche nel loro percorso che è di trasformazione. Più cooperazione di così….  

    Il futuro delle adozioni sarà digitale?

    Non per tutto sarà possibile, ma certamente la tecnologia che abbiamo ora a disposizione ci porterà a fare nuove considerazioni che potrebbero permettere ad esempio di semplificare numerosi passaggi.

    Se ti dico "L'Adozione è una cosa meravigliosa"...  a cosa pensi?

    Ai tanti bambini che ho visto arrivare e fiorire e che con i loro sorrisi, anche oggi a distanza di anni, continuano ad essere nel mio cuore.

     

    Sanremo è finito da più di un mese ma oggi siamo qui per dirvi che proprio pochi giorni fa siamo stati a Bologna per consegnare a Roberto Morgantini, fondatore di ODV cucine popolari, il ricavato dell'asta degli alberi che tra l'1 e il 6 marzo hanno composto il nostro Bosco di Salaborsa. Dal primo al sei marzo infatti, durante i giorni del Festival, noi di Radioimmaginaria ci siamo chiusi dentro Salaborsa, la Biblioteca centrale di Bologna, e lì abbiamo seguito il Festival dentro ad un bosco di 216 mq, un bosco vero! Fatto di piante vive che potevano essere comprate all’asta.

    Il ricavato è andato a sostenere l'organizzazione di volontariato "ODV Cucine Popolari", una rete di mense per le persone in difficoltà nata a Bologna con l'idea di creare un progetto dove mettere al centro come prima cosa le relazioni tra le persone. Pensate che proprio durante il periodo di pandemia, quando l'organizzazione rischiava la chiusura per mancanza di volontari, 502 persone, tra cui moltissimi adolescenti, si sono proposte per aiutare in cucina. Quando siamo andati a trovarli per consegnare il ricavato abbiamo conosciuto anche Davide, lui ha 19 anni ed è uno dei ragazzi che ha deciso di iniziare a fare volontariato durante la pandemia e fino a quando avrà tempo per aiutare ci ha detto che continuerà a farlo. 

    A Bologna attualmente ci sono tre sedi di cucine popolari dove si continuano a preparare circa 250 pasti al giorno, ma l'obiettivo è quello di arrivare ad aprire altre tre mense, per riuscire ad avere una mensa in ogni quartiere dalla città. Insomma noi siamo stati contentissimi di avere aiutato, non vediamo l'ora di potere tornare in un nuovo bosco! Grazie a tutti quelli che ci hanno sostenuto <3! Alla prossimaaa.

     

    A continuazione il video sondaggio: 

    Lo sanno tutti ormai. È una verità acquisita. Un dato incontrovertibile per i razzisti e per coloro che sanno tutto  su tutti e soprattutto sugli odiati "zingari" sporchi, brutti e cattivi, nomadi che non si vogliono integrare nella società civile. Fra tutti questi stereotipi quello di sottrarre i minori alle proprie famiglie è  il più grave e inaccettabile. I rom e sinti non sono mai stati nomadi per cultura ma la mobilità è sempre stata coatta e figlia di persecuzioni disumane non rilevate dagli storici ufficiali e di corte. Ecco allora campagne mediatiche ben preparate e reiterate al momento giusto. Tutto pianificato e tutto prestabilito come sempre, come ovunque. Comunicazione a senso unico e senza contraddittorio. Tutti devono sapere che i rom e sinti rubano i bambini, un allarme da lanciare per prevenire e per creare diffidenza e odio verso gli irriducibili "zingari" che meritano di essere trattati come una categoria speciale di persone e non come comuni esseri umani. Su qualcuno va pur riversato le frustrazioni collettive e il malcontento dovuto a problemi irrisolti di politici mediocri e corrotti. Le monarchie e gli imperi li hanno sempre perseguitati per la loro "diversità " i regimi totalitari hanno cercato di annientarli fisicamente e sradicarli dalla faccia della terra. Oltre mezzo milione di rom e sinti sterminati dai nazi-fascisti  ma questo sui libri di storia conta poco, meglio tacere e non evidenziarlo perché potrebbe far scaturire una solidarietà umana che non sa da fare. Nell'Europa civile e democratica sono i più odiati senza che nessuno conosca  realmente gli aspetti storici, culturali, antropologici, linguistici, gastronomici e letterari di questa minoranza etnica. Ma tutti pensano di sapere tutto. Odio e rancore ad occhi chiusi. Basta la parola e la verità dei politici di parte o dei mass media compiacenti. La televisione è  la nuova Bibbia. I sondaggi parlano chiaro nessuno vuole i rom e sinti e nessuno li ama. Ma cosa c'è realmente dietro questa avversione senza tempo? Perché tanto odio?
    L'Europa stessa stanzia milioni e milioni di euro in nome e per conto dei rom e sinti ai quali arriva solo becero assistenzialismo e segregazione razziale come i campi nomadi e quartieri ghetti. Una sorta di neocolonialismo autoreferenziale dove ci guadagnano tutti tranne rom e sinti. Una vera e propria industria attorno al mondo rom e sinto. Tutti tacciono verso questo vergognoso sfruttamento.
     
    La vicenda della Pipitone e il clamore mediatico di questi giorni si traduce in propaganda e in odio razziale contro una minoranza inerme che alimenta un'avversione atavica, puntualmente reiterata. La faccenda va avanti da secoli disumanamente. Il razzismo puro si raggiunge attraverso la mistificazione della realtà. Lo facevamo i nazifascisti e tutti i regimi totalitari. Ciò che è grave è che siamo in un regime democratico che dovrebbe tutelare le minoranze etniche e non discriminarle. Nessuna istituzione si eleva per condannare questo sciacallaggio mediatico vergognoso e incivile che mette alla berlina un'intera popolazione facendola passare per ciò che non è e favorendo l'odio e la diffidenza. Far passare i rom e sinti come coloro che rubano i bambini senza che MAI un solo caso sia stato realmente verificato o condannato dalla Magistratura dovrebbe far riflettere molto. I rom e sinti hanno tanti figli e non sanno cosa farsene dei figli degli altri e hanno il valore della famiglia come pochi. Le scomparse dei bambini riguardano quasi sempre beghe familiari interne come le vicende dei fratelli di Gravina e della Celentano ci hanno chiarito. Ai rom e sinti non si chiede mai scusa quando la verità viene a galla e resta la fantomatica fake news che i rom e sinti rubano i bambini, così come i comunisti addirittura mangiano i bambini. Guai a toccare i bambini in una società maggioritaria in cui i pedofili sono al massimo delle  loro potenzialità e in una società  che esprime soggetti che fanno turismo sessuale con i bambini. Contraddizione in essere con accettazione passiva. Nessuna reale guerra mediatica reiterata contro i pedofili. Guai però a toccare i bambini se sono gli "altri" soprattutto se odiati. Guerre mediatiche e silenzi istituzionali conniventi. Su rom e sinti oggi come in passato si può fare tutto e dire di tutto, anche e soprattutto le bugie più repulsive. Sono però tutte verità che l'opinione pubblica deve acquisire. Polpette avvelenate da ingurgidire a senso unico. Nessun intellettuale si indigna, nessuna voce a favore di una minoranza etnica inerme ed innocente. Tutto tace. Il silenzio è connivenza. Nell'era della comunicazione la più grande delle mistificazioni. Tutti ci credono: i rom e sinti rubano i bambini, anche se i fatti e i dati sono incontrovertibili, tutti ci credono, tutti devono crederci, tutti vogliono crederci. Questa la verità. I giornalisti che spacciano fake news dovrebbero essere arrestati. Le trasmissioni che incitano all'odio e alla discriminazione dovrebbero essere chiuse. Io personalmente combatto e ho insegnato ai miei figli a combattere queste ingiustizie e questa criminale discriminazione su base etnica. Meditate gente, meditate.

    Il ritorno di attenzione su Piera Maggio e sua figlia Denise Pipitone, scomparsa nel nulla il primo settembre 2004 all'età di 4 anni, mi ha fatto risalire alla mente e al cuore il rapporto con l'amatissima Mazara del Vallo, della quale sono stata nominata cittadino onorario dall’allora sindaco Nicolò Cristaldi. Prima di parlare del caso disperatissimo di Piera Maggio e del padre naturale di Denise, Piero Pulizzi, vorrei sottolineare quanto Mazara del Vallo sia una terra di frontiera e come per anni, dal 2007 ad oggi, la mia Fondazione Movimento Bambino abbia lavorato con Carmela Nazareno, della Associazione Maria SS. del Paradiso, coinvolgendo tutti i centri didattici della città. Il nostro obiettivo era quello di mobilitare i ragazzi a svolgere un'attività creativa intorno ai temi della legalità, dell'inclusione, della creatività, del pensiero bambino. Pensate che a Mazara del Vallo esiste un vicolo che si chiama appunto :“Vicolo del Pensiero bambino”, dove ci sono mattonelle dipinte dai bambini e incassate nei muri, sulle quali i bambini delle elementari e delle medie hanno potuto tracciare un loro pensiero.

    Ecco, io vorrei sperare che il caso di Piera Maggio e di Denise Pipitone fosse affrontato proprio con la sensibilità, con l'empatia con il coraggio, con la voglia di trasformare il mondo che ogni bambino, se si riconosce nei familiari, nella scuola, nel sociale rappresentato dalle guide autorevoli, può esprimere, per realizzare se stesso anche nel rapporto con gli altri. Il pensiero bambino ci deve guidare dunque a comprendere che, seppure è stata resa vana la speranza dei genitori di Denise di ritrovarla nella ragazza russa che ha partecipato a quel discutibile programma televisivo per ricercare, dopo tanti anni, sua madre e ha provato la delusione di verificare che il suo gruppo sanguigno non appartiene a quello di sua madre, è importante il fatto che queste due persone possano incontrarsi. L’incontro tra una madre che da sempre ricerca una figlia e una figlia che da sempre ricerca la madre, potrebbe, infatti, compensare, per quanto parzialmente, il dolore, l'attesa, la sofferenza, la paura che ha contrassegnato gli anni di entrambe, vissuti in attesa di una soluzione al loro dramma.

    Peraltro, non sempre le famiglie o le vite familiari rispecchiano quello di cui gli esseri umani hanno veramente bisogno. Molte sono le famiglie disfunzionali, molti sono i drammi che si vivono in famiglia e che, in questo caso, non hanno nemmeno potuto essere adeguatamente soccorse. Dalla copertura dei “panni sporchi che si lavano in casa”, il dramma di Piera Maggio ha portato allo scoperto una realtà familiare e sociale che è stata per lei un gran tormento. La storia di questa ragazzina russa, che è stata rapita e ha vissuto in orfanotrofio, sicuramente, poi, ne contiene un'altra altrettanto dolorosa che questo incontro potrebbe compensare, creando una famiglia del cuore. Una famiglia di persone che hanno avuto sofferenze analoghe, una famiglia che non soltanto rappresentata dal legame di consanguineità. Sappiamo bene quanti risvolti dolorosi, ambivalenti, negativi, tragici, criminali può contenere questa vicenda, ma dare l'opportunità che si costituisca un legame di solidarietà e di affetto, in attesa di qualcosa di nuovo, di importante, è decisivo e potrà veramente trasformarsi a loro vantaggio. Peraltro, quella somiglianza a cui facevo riferimento prima è talmente incredibile che ci dà certamente un messaggio: al di là dell’immagine, del volto delle persone, c'è una somiglianza nel loro tormento. E grazie a questa somiglianza si è riaperto il caso. Una somiglianza di dolore e di intenti che rimanda a una possibilità di essere affini per motivi che “non sono ma sono” quelli di una comune sofferenza.

    Prof.ssa Maria Rita Parsi

    Il riconoscimento di diritti, inclusione e pari opportunità per tutte le persone con disabilità, è appena rintracciabile nel  PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), in cui i temi centrali che riguardano la disabilità,  nelle bozze sono deboli e fragili. I problemi che pesano sugli  italiani  disabili sono  numerosi e irrisolti da molto tempo. Prima di tutto la questione salute e vaccini poiché diventa sempre più urgente e necessario dare delle risposte e concrete indicazioni alle migliaia di richieste di informazioni che stiamo raccogliendo  ogni giorno da parte delle persone con disabilità e delle loro famiglie, già aggravata dalla mancata attuazione dei Livelli Essenziali di Assistenza e le criticità ancora esistenti nella fornitura degli ausili e dei presidi. Purtroppo, certamente aggravata dal Covid, ma non è  garantita a tutt’oggi  la continuità nei percorsi di presa in carico dei “pazienti” cronici complessi, delle malattie rare, potenziando la dimensione di umanizzazione delle cure, promuovendo allo stesso tempo le innovazioni già sperimentate; tutti quei percorsi, cioè, che garantiscono equità di accesso alle cure e sostenibilità, come la telemedicina, la dematerializzazione delle ricette, le modalità di consegna di farmaci a domicilio, solo per citare alcune soluzioni.

    Nelle scuole peraltro chiuse ora posto che si immagina la riapertura dopo Pasqua  è necessario convergenza di idee e di programmi tra i due dicasteri di disabilità e istruzione,perché la segmentazione delle politiche, penalizza sempre di più i giovani disabili e le loro famiglie ed è urgente sviluppare la promozione di un nuovo modello qualitativo, e non solo quantitativo, di inclusione scolastica, riconoscendo tutte le figure professionali che a vario titolo operano per tale obiettivi con particolare riguardo all’implementazione di docenti di sostegnoCosì come il lavoro da sempre terreno di discriminazione per le persone con disabilità, reso ancor più scivoloso e complesso in questo periodo di crisi pandemica : ancora oggi nel mondo del lavoro le persone con disabilità nutrono diffidenza.

    Da 5 anni  attendiamo che le “Linee guida in materia di collocamento mirato delle persone con disabilità” previste dal decreto legislativo n. 151 del 2015, vengano concretamente applicate. C’è ancora una grande confusione  sui fondi disponibili in una ottica di durante e dopo di noi: occorre da subito investire su una azione sociale  della necessaria lotta alla segregazione e del relativo supporto alla domiciliarità̀ (Fondo per la Non Autosufficienza); del supporto ai caregiver familiari  (Fondo istituito nel 2017 ancora in sonno  e malamente distribuito alle Regioni,pochi e solo relativi agli anni 2018/2019 ); del bisogno di definizione di piani nazionali per avviare processi di de-istituzionalizzazione e di contrasto ad ogni forma di segregazione, con sostegni alla vita autonoma e indipendente.

    Vi è urgenza di un quadro di riforma e un Piano programmatico dell’attuale sistema di welfare che, attualmente è basato principalmente sul sistema di protezione, verso un nuovo modello che sia realmente calibrato sul riconoscimento dei diritti umani, civili e sociali. Sono gradite risposte chiare e concrete-

     

    Nel testo delle nuove raccomandazioni sui gruppi target prioritari del piano vaccinazioni indicato dal Ministro della Salute, su indicazione del Ministro Stefani, rientrano anche le persone disabili gravi e i loro conviventi, con i requisiti di Legge  104/92 art. 3 comma 3. Cioè dichiarati persone con perdita di autonomia personale, fisica, relazionale e sociale e pertanto necessari di una rete articolata di interventi che la Legge poi declina. Sorprende che tali raccomandazioni sono al momento recepite dalle Regioni in modo disomogeneo, restrittivo e forzatamente selettivo: i riferimenti attualmente, quando recepiti, sono i codici esenzione per patologia( molte malattie rare non hanno codici) e degli invalidi civili C02 e C05, che fotografano sanitariamente gli invalidi civili 100% con accompagno e i non vedenti.  L’invalidità civile, come noto, è cosa differente dalla Legge 104/92: il punto di riferimento concettuale complessivo sulla disabilità in Italia. Essa, con l’art.3 comma 3, certifica nel soggetto non solo uno stato di salute grave ma indica una gamma articolata  di interventi successivi, determinati dalla correlazione tra riduzione di autonomia personale del soggetto in specie con l’età e il diritto al sostegno attraverso varie modalità. Certifica nel soggetto  uno stato di salute grave, tale da rendere necessario un intervento assistenziale permanente e continuativo nella sfera individuale, sociale e relazionale della persona,  indicando successivamente una gamma coerente  di interventi. 

    E’ il senso del comma 3 della Legge cui si fa riferimento nelle Raccomandazioni sulle priorità di target. Non sono quindi invalidi lievi i possessori della legge 104 art.3 comma 3, né credo sia opportuno avallare una drammatica aristocrazia del dolore in un popolo giustamente dolente di per sé e che ha bisogno di interventi concreti. Tuttavia i soggetti in questione, in assenza stupefacente di una banca dati specifica regionale sui titolari di questo diritto,  assenza di cui non sono responsabili, vengono in gran parte, individuati medicalmente col codice esenzione C03( invalidità civile 67-99% e non rientrano nel gruppo target di priorità vaccinale, anche se a più rischio Covid come gli altri( impossibile  mantenere le distanze o usare i dispositivi di protezione per chi cammina a fatica, ad esempio). Mi pare del tutto evidente, per quanto detto sopra, che la priorità di vaccinazione debba essere estesa anche ai soggetti in questione titolari di 104/92 art.3, al momento esclusi perché non invalidi 100% con indennità di accompagnamento. Altrimenti il riferimento normativo sarebbe fuorviante e indurrebbe un grave vulnus nei cittadini interessati: anch’essi disabili gravi riconosciuti da Istituzioni pubbliche del Paese,  ma esclusi dall’unica tutela all’infezione.

    Non ha alcun senso riferirsi ad una norma e poi applicare riferimenti di altra legge: i disabili gravi art.3 c.3 della Legge 104/92 non sono rappresentati esclusivamente dagli invalidi civili 100% con diritto all’accompagno. Se si fa riferimento alla Legge 104/92 art.3 c. 3, allora deve valere il solo certificato di handicap grave, senza percentuale o tantomeno indennità di accompagnamento. Perché chi sta, ad esempio,  tra il 67 e il 99% scoppia di salute ed è autonomo? La legge 104 dice il contrario.  E se lo Stato, nelle sue articolazioni, non ha ancora, a distanza di trent’anni, una banca dati specifica è forse colpa dei cittadini ?  Sarebbe opportuno e urgente sollecitare le Regioni a un comportamento più uniforme e rapido per tutta la popolazione interessata e per i familiari conviventi, e per sollecitare le stesse a non limitare tale diritto  all’identificazione attraverso patologia o codice C02 o C05 ma ad ampliare il target di priorità almeno al codice C03, che interpreterebbe nel modo più soddisfacente, corretto e  immediato, lo spirito della Legge a cui si fa cenno. 

     

    Quante superficialità, improvvisazioni in tema di diritti delle persone fragili!

    Quante distorsioni, inesattezze sul ‘’patto di rifioritura’’ ….

    Non si tratta certo – basta scorrere la normativa che proponiamo - di una misura che attribuisca al giudice il potere di imporre al beneficiario, attraverso l’Amministratore di Sostegno terapie e trattamenti altrimenti esclusi, impossibili.

    E’ esattamente il contrario: si tratta di precisare nel codice civile, a chiare lettere, che soltanto a certe condizioni, ossia unicamente se saranno soddisfatte le cinque garanzie che prevede l’ultimo neo-comma dell’art. 411, quelle soluzioni medico-esistenziali suggerite dallo psichiatra (davanti al bisogno di un consenso informato, onde poter procedere clinicamente, farmacologicamente, organizzativamente) saranno possibili.

    Altrimenti no, non si potrà fare, entreremmo nel campo dell’abuso, del proibito, dell’illecito.

    Siamo nel 2021, ecco il punto: molta acqua è passata sotto i ponti, dal 1978, dal 2004, ecco cosa è successo nel frattempo:.

    - BOOM DELLA LEGGE SULL’A.D.S., sul piano numerico (oltre 300.000 procedimenti aperti ad oggi)

    - NON PIENO DECOLLO DELLA 180 nella pratica sanitaria (eufemismo), le famiglie sono troppo spesso abbandonate a se stesse, non sanno oggi che fare, come muoversi, i portatori di ombre mentali vagolano frequentemente in una specie di vuoto, di niente, popolato solo di psicofarmaci, i suicidi e le sofferenze aumentano

    - TREND DELLE DIFFICOLTÀ PSICHICHE che non si è certo attenuato, per qualità e quantità, nella società italiana, tutt’altro, specie coi tempi che viviamo

    - SCARSEZZA DEGLI INVESTIMENTI pubblici di personale, di strutture e di risorse nella giurisdizione volontaria (pochi giudici, pochi cancellieri, tutto col contagocce, salvo che in certe città fortunate)

    - BOOM DEI DECRETI GIUDIZIALI volti, da qualche anno, in molte zone d’Italia, a conferire agli amministratori deleghe in bianco anche a livello sanitario, psichiatria compresa, in modo standardizzato, automatico

    - PRESA D’ATTO CHE IL GIUDICE TUTELARE già interveniva a piene mani, anche contro la volontà dell’interessato, sul piano economico (banca, condominio, pensioni), sul piano personale (famiglia, residenza, testamenti), cioè su due piani che secondo l’OMS sono pur sempre di per sé ‘’salute’’

    - PREVEDERE ANCHE FLEBO, scelte di comunità, pasticche e siringhe nei decreti aggiungeva ben poco, ed è ciò che i giudici hanno fatto

    Eravamo insomma, da qualche anno, in una logica in cui la legge sull’Ads si era conquistata i galloni di NORMA FORMALMENTE RILEVANTE AI SENSI DEL 2° COMMA DELL’ART.32 DELLA COSTITUZIONE

    - I GIUDICI TUTELARI avvertivano da tempo tutto questo: erano \ sono spesso pochi, con poco tempo, non in grado di approfondire l’istruttoria, necessitati a conferire poteri ampi agli amministratori, specie in materie delicate come quella delle fragilità mentali e delle dipendenze

    - LA LEGGE SUL CONSENSO INFORMATO, la n.219, ha nel 2017 suggellato in Italia la categoria della ‘’rappresentanza esclusiva’’ in ambito sanitario; se ne parla lì per i trattamenti di fine vita, è ovvio però che se una realtà del genere vale su un terreno così estremo, come quello della morte, a maggior ragione vale per gli altri

    - C’È STATO UN GIUDICE A PAVIA che ha accusato quell’indicazione normativa di essere forse incostituzionale, la Corte ha però stabilito di recente che così non: è il Giudice dell’AdS a stabilire cosa va bene e cosa va male, in ambito di consenso informato sanitario, espresso a favore del beneficiario dissenziente, e la Costituzione è per se stessa d’accordo con tutto ciò, purché di quei poteri si faccia buon uso

    - OCCORRE VENGA INTRODOTTO al più presto l’USTFAS, ‘’Ufficio sportello triangolare per la fragilità e l’amministrazione di sostegno’’, che aiuti il giudice a fare il suo lavoro, a livello comunale, che prenda in carico i fragili, sul piano amministrativistico, che sia in grado di fare ogni volta le necessarie verifiche, che assuma e smisti in tribunale le necessarie informazioni, caso per caso, che esegua controlli periodici

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    In Sintesi >>> Noi di ‘’Diritti In Movimento’’ vogliamo che il Giudice Tutelare NON FACCIA IL PONZIO PILATO, NON VOLTI LE SPALLE DINANZI AI BISOGNI DI CURA, RIFLETTA UN ATTIMO PRIMA DI FIRMARE I DECRETI; del resto i magistrati non ci ascolterebbero minimamente, se proponessimo loro una cosa abbandonica, irresponsabile, fuori dal tempo: vogliamo però che siano rispettate certe condizioni, quelle appunto del ‘’Patto Di Rifioritura’’, niente cambiali giudiziali come fotocopie, meccanicamente !!!

    Anni Sessanta-Settanta: si respira un’aria nuova nella società civile per ciò che riguarda la considerazione delle donne, il loro ruolo, con importanti trasformazioni interne ai soggetti. Voglio dire che molte donne, e accanto a loro parecchi uomini, diventano consapevoli del proprio valore ed esprimono esigenze di emancipazione. 

    Poi anche esterne. 

    La Costituzione della Repubblica Italiana aveva sancito l’uguaglianza fra i sessi, ma consuetudini culturali e sociali impedivano una reale parità; in questi anni si registrano significativi cambiamenti.  Qualche esempio: abolizione di reato per l’adulterio della donna, insieme al diritto di separazione se adultero è il marito (1968); il nuovo diritto di famiglia con la parità piena tra i coniugi, l’eliminazione della dote (1975).

    Nel 1976 per la prima volta una donna,Tina Anselmi, è  Ministro (del Lavoro e Previdenza sociale).

    Si susseguono, insomma, tante conquiste democratiche che vanno difese, consolidate, perchè, come la storia insegna, possono essere precarie e/o addirittura svanire. 

    Anche la Chiesa in quegli anni, sull’onda del Concilio Vaticano II e delle questioni da esso poste, si fa più attenta alle domande, alle esigenze, alla specificità delle donne. 

    Dalla seconda metà degli anni Sessanta le donne sono finalmente riconosciute come soggetto teologico e possono accedere a studi di Teologia, cosa prima impossibile, malgrado la vita, il pensiero, l’azione di donne come Caterina, Ildegarda di Bingen, Teresa -tanto per citare solo qualcuna delle più note- e, in tempi ben più recenti ma sempre precedenti il Concilio, Edith Stein, Etty Hillesum, Hannah Arendt, (che è figura originale, centrale -e ancora assolutamente attuale- nel dibattito politico filosofico, con notevoli implicanze teologiche), Chiara Lubich, il cui Carisma dell’Unità è anch’esso denso di prospettive teologiche che stanno continuando a venire alla luce e ad essere approfondite.

    Tutte in modi diversi hanno fatto una profonda esperienza di Dio, della Sapienza e hanno aperto strade totalmente nuove. Poche righe esemplificative sull’ultima che ho citato e che ho conosciuto direttamente. 

    Quando Silvia, poi Chiara, Lubich iniziò a vivere radicalmente il Vangelo, nel 1943, nel mezzo della rovinosa seconda guerra mondiale, era assolutamente impensabile, nell’ambiente della Chiesa Cattolica Romana, che una persona, tanto più se donna, potesse “pretendere” di comprendere la Parola di Dio, era indispensabile un sacerdote per la retta interpretazione. Così come era assurdo parlare di amore, termine che poteva dar luogo ad equivoci anche pesanti, e di unità, parola usata solo dai comunisti, considerati gente senza Dio da cui guardarsi. 

    A Chiara non importa niente. Il Vangelo diventa l’unica bussola cui orientare la vita e codice di una rivoluzione dai risvolti spirituali e sociali. 

    Lo apre, lo legge, lo vive, alla lettera. E Dio le risponde alla lettera. 

    Così nacque quel piccolo gruppo che rivoluzionò abitudini, rovesciò convenzioni sociali. La Chiesa studierà quello che ormai era divenuto un fenomeno e lo farà con estrema attenzione e una severità che può sembrare eccessiva, messa ben in luce nella recente fiction della Rai su Chiara. Ma sotto il comportamento del sant’Uffizio c’è una grande sapienza: sarà accertato che non si trattava di una fiammata di entusiasmo nè  di plagio, c’entrava proprio quel Dio che Chiara aveva riscoperto e faceva riscoprire (o scoprire) Amore. 

    Basterebbero i pochissimi nomi citati e l’esempio molto stringato della vicenda della Lubich a dimostrare che le donne sono capaci di dare un contributo del tutto originale allo sviluppo della teologia, anche quando non sono studiose del campo.

    Da Giovanni XXXIII in poi lo sguardo della Chiesa istituzionale sulle donne si fa più attento, fino ad arrivare a papa Francesco che non perde occasione per sottolineare molte volte la necessità sempre più impellente di aprire spazi anche decisionali alle donne. In questa direzione va anche la nomina di alcune donne  in posti chiave all’interno della Curia, del Vaticano. Riforme timide?poco significative? Non credo, comunque certamente forte segno di novità. 

    Importante, nel contesto del suo magistero, l’invito che Francesco rivolge più volte direttamente alle donne ad impegnarsi per una “profonda teologia della donna”: non si tratta solo di occuparsi delle donne nella Chiesa e nella società, di insegnare nelle Pontificie Università, ma proprio di elaborare contenuti che esprimano su tutte le questioni teologiche una prospettiva, quella femminile, finora assente o marginale, che potrà quindi in qualche modo -per così dire- “completare” la Teologia. 

    Proprio per rispondere a questo invito del papa, una coppia canadese, lei scrittrice e insegnante di Spiritualità Femminile, lui teologo, economista etico, docente universitario, autori entrambi di numerose pubblicazioni, hanno iniziato un percorso. 

    Parlo di Lucinda Vardey e John Dalla Costa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e con cui condivido alcuni progetti. 

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    Lucinda Vardey
     
    Lucinda, tu sei nata in Gran Bretagna, presto ti sei trasferita in Canada e attualmente vivi da quasi tre anni in Italia. A Roma per 3 giorni in 3 anni consecutivi, insieme a John, hai animato i lavori seminariali di un gruppo prestigioso di Teologhe e studiosi/e provenienti da tutto il mondo. 

    Puoi riassumerlo in poche parole?

     “Abbiamo formato i temi dei seminari (e in seguito li abbiamo trovati confermati nel Dialogo di Santa Caterina da Siena) come una “porta” per identificare ciò che potrebbe essere considerato intrinseco ad una Teologia femminile non solo dall'esperienza delle sante ma anche da quella di donne di spicco nella cultura e nella società (e questo include alcune della Chiesa ortodossa orientale).  Abbiamo identificato ciò che è proprio di un intelletto femminile nei modi di comunicare una relazione con Gesù, così come l'essere femminile permette al mistero della vita e della morte di Gesù di essere vissuto in una spiritualità integrata.” 

    Quali pensi possano essere gli sviluppi, le prospettive di questo prezioso lavoro? 

    “La decisione più importante che abbiamo preso insieme a Roma è stata quella di fare in modo che le nostre scoperte in Teologia e Spiritualità fossero condivise con il mondo intero.  

    Molti dei temi che abbiamo toccato richiedevano un dialogo più approfondito, e questo sta continuando attraverso il lavoro di gruppi che si sono costituiti a Roma e a Toronto.  Inoltre abbiamo iniziato una rivista internazionale trimestrale online in italiano, inglese e francese dal titolo “UN UNICO ACCORDO: vivere la dimensione femminile come Chiesa”. La rivista permette di dare alle idee un'applicazione più concreta non solo nella Teologia ma nella comprensione delle specificità di una dimensione femminile.  Poiché Papa Francesco ha affermato che "senza la dimensione femminile, la chiesa perde la sua vera identità" stiamo rispondendo a ciò che compone questa vera identità e come, come donne e uomini insieme, possiamo applicarla nella nostra vita, nel lavoro e nella preghiera. (www.magdalacolloquy.org

    C'è anche un libro in preparazione sulla dimensione femminile (che includerà i risultati dei seminari di Roma) nel situare la teologia, la storia, la spiritualità e la pratica del suo sviluppo dai Vangeli ai giorni nostri.”

    Passato inosservato il Rapporto sulla condizione degli anziani italiani non autosufficienti. Il Covid li ha sterminati nella prima fase, continua a colpirli ferocemente anche nella seconda e terza fase.

    Parliamo degli ultraottantenni che rappresentano una quota rilevante della popolazione over 65, in crescita numerica e percentuale.

    E già prima della pandemia, rispetto agli ultrasessantacinquenni, sono molto di più gli over 80 che presentano limitazioni funzionali e cioè oltre il 43% degli ultra 80enni, contro poco meno del 20% degli over 65.

    I dati su età e profili di fragilità delle persone decedute con il Covid-19 indicano che i più colpiti sono proprio gli anziani non autosufficienti. Per mesi abbiamo osservato se la centralità nella tragedia avrebbe almeno portato anche un effetto positivo e cioè  superare lo storico disinteresse della politica nazionale nei loro confronti. Ci sbagliavamo perché così non è stato. Diventano sempre più vitali gli strumenti di assistenza a sostegno di questi italiani e ad essere necessarie sono non solo le misure pubbliche di assistenza economica, come l’accompagno, ma anche e soprattutto l’assistenza domiciliare e residenziale, le cure intermedie e la tecnoassistenza.

    Un ruolo fondamentale lo svolge il welfare aziendale, perché le misure pubbliche non vadano in crisi a causa dei costi sociali eccessivi e le famiglie possano essere sostenute dai servizi contrattati a livello di sostegno per le lavoratrici e lavoratori. Sappiamo bene che i servizi a disposizione di coloro che assistono una persona anziana possono variare da Regione a Regione, nonché in base alla categoria di appartenenza: ad esempio, per i dipendenti e per i pensionati pubblici è disponibile il programma Inps Home Care Premium Hcp, che oltre a un beneficio economico riconosciuto per la cura del disabile eroga numerosi altri benefici, quali servizi professionali di assistenza domiciliare, supporti, prestazioni di sollievo. Lo sforzo riformatore, però, non ha toccato la non autosufficienza se non ora con il governo Draghi aver nominato un ministro per la disabilità. Peraltro senza portafoglio.

    Unanimemente  si osserva e si ritiene che le criticità dell’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia, sinora fondata su una governance fortemente decentrata, potrebbero essere aggredite solo da una riforma nazionale. Lo stato dovrebbe svolgere due compiti essenziali:  finanziare il necessario ampliamento dei servizi pubblici (domiciliari, semi-residenziali e residenziali) attraverso un’incisiva azione a sostegno di regioni e comuni, che ne detengono la titolarità ma che – da soli – non dispongono delle risorse occorrenti. Dovrebbe inoltre definire alcune nuove regole rispetto gli obiettivi e le modalità di funzionamento del sistema, per migliorare la qualità e l’appropriatezza delle risposte. Questi sono stati, in effetti, gli assi portanti delle riforme introdotte in numerosi paesi dell’Europa centro-meridionale.

    Il rapporto Putting Quality First – Contracting for Long-Term Care esamina come gli appalti pubblici e le politiche di garanzia della qualità possono garantire un migliore accesso a servizi di assistenza a lungo termine di qualità. L’ultima analisi arriva un decennio dopo la pubblicazione del 2010 di Europe Service Network “Contracting for Quality” del Centro europeo per la politica e la ricerca sul benessere sociale che ha supportato la  ricerca, analizzando oltre 70 pubblicazioni scientifiche e 30 risposte al questionario dei membri ESN. La relazione conferma che gli appalti pubblici sono generalmente ben consolidati nel settore dell’assistenza a lungo termine in gran parte dell’Europa. Ad esempio, abbiamo visto che  in Spagna e in Gran Bretagna, vengono utilizzate clausole sociali per migliorare le condizioni di lavoro del personale addetto all’assistenza domiciliare. 

    Il passaggio dall’assistenza residenziale a quella domiciliare e comunitaria è una tendenza che diventerà sempre più importante negli anni a venire. Consentire alle persone di rimanere nella loro comunità le aiuterà a sperimentare una buona qualità della vita. Aiuterà anche a soddisfare la crescente domanda di LTC (long terme care), una sfida comune a tutti i paesi europei.

    I servizi domiciliari italiani oltre che maggiori fondi hanno bisogno di un totale ripensamento dei propri interventi. Infatti, la scarsità dell’offerta è accompagnata in tanti territori dall’incapacità di elaborare risposte consone alle molteplici esigenze legate alla non autosufficienza, e nel Decreto Rilancio il progetto di riforma della domiciliarità non c’era. Si è introdotto sì  un nuovo finanziamento di 734 milioni destinati all’assistenza domiciliare integrata, il  servizio pubblico erogato a casa degli anziani ma come per le altre voci del Dl Rilancio –sicuramente  un provvedimento di natura emergenziale – si è trattato di uno sforzo una tantum e solo per il 2020.

    In un ambito così sotto-finanziato, un sostanziale ridisegno degli interventi può essere realizzato solo se accompagnato da uno stanziamento aggiuntivo di natura strutturale e da una riforma complessiva vista la platea al quale si rivolge. Si tratta di  utilizzare anche il Fondo caregiver introdotto con una legge del 2017, sul quale è ancora in corso una incertezza determinata dalla mancanza di accordo sul ruolo del fondo che deve essere dato direttamente ai familiari perché ne facciano un uso di sollievo per loro e non da usare per una formazione obsoleta come purtroppo è stato deciso per i fondi dirottati alle regioni per il periodo 2018/2019/2020 – in totale meno di 70 milioni – che distribuiti agli enti locali, già erano pochi, e in più si sono perduti in rivoli di pseudo corsi formativi.

    Già oggi sono oltre 4 milioni le famiglie con un parente non autosufficiente e secondo una ricerca della cgil solo il 4,1% del totale della popolazione anziana complessiva usufruisce dell’Assistenza domiciliare integrata (Adi): si tratta di 502.475 persone, ovvero solo di una persona non autosufficiente su cinque. Di questi, oltre 414 mila (4,9% della popolazione anziana) risiedono nelle regioni del centro-nord, 192 mila (7,9%) in quelle del nord-est, 121 mila (3,5%) in quelle del nord-ovest, 101 mila (3,9%) in quelle del centro e 88 mila (2,3%) in quelle del sud.

    In Italia non esiste, come invece c’è in Germania, un’assicurazione obbligatoria sulla non autosufficienza. Un rischio certo, non una eventualità. Toccherà tutti, direttamente o indirettamente, in famiglia e nei nostri rapporti personali. Manca una consapevolezza generale.

    Dalla conoscenza nascono il rispetto e la coesistenza”. Da questa frase nasce l’ACCADEMIA NAZIONALE ROMANÌ diretta dal dott. Santino Spinelli con il sostegno dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia.

    Nell’ambito della settimana dell’antirazzismo finanziata dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Raziale) nasce il progetto ANR, che partirà online su www.Accademianazionaleromani.it  dal 21 marzo 2021, strutturato e creato da Them Romanò e UCRI

    DA DOVE NASCE?
    L’Accademia Nazionale Romani nasce per la volontà di tramandare e implementare la cultura romani nelle sue diverse forme. Con corsi alla portata di tutti tenuti da esperti certificati, per Rom, Sinti e non.

    COSA È?
    L’ANR è la miglior risposta all’antiziganismo dilagante che ci circonda, perché dalla conoscenza nascono il rispetto e la coesistenza

    COME È STRUTTRATA?
    L’ANR è composto da CORSI ONLINE e CONFERENZE sempre usufruibili con materiale in continua espansione

    DOVE SI TIENE?
    I corsi sono online dal 21 marzo sul sito
    Www.Accademianazionaleromani.it
    In modo completamente GRATUITO

    COSA CONTENGONO I CORSI?
    I corsi sono in continuo aumento partendo da elementi essenziali che vanno dalla LINGUA alla STORIA passando per molte altre materie con relativo materiale didattico con il quale approfondirle argomento per argomento

    DA CHI SONO TENUTI I CORSI?
    I corsi ANR sono tenuti da docenti universitari e romanologi esperti e qualificati di etnia Rom, Sinti e non, a direzione del dott. SANTINO SPINELLI il più eminente romanologo italiano.

    QUANDO?
    I corsi partiranno online dal 21 marzo nell’ambito della settimana contro il razzismo e saranno continuamente usufruibili online con il continuo implemento del materiale video con lezioni frontali, conferenze e docu-film insieme alla più grande bibliografia italiana sulla cultura romani.

    CHI PUÒ USUFRUIRNE?
    I corsi sono aperti a tutti gratuitamente con la registrazione e un questionario iniziale che indicherà il livello di partenza ed un questionario finale per valutare l’apprendimento del corso con rilascio di ATTESTATO di partecipazione finale.

    In Italia l’Accademia Nazionale Romani (ANR) è un grande baluardo culturale contro la dispersione di questa grande etnia, usufruibile da tutti ad ogni livello di conoscenza, con il quale tramandare la cultura o recuperarla dove si fosse persa la romanipè e implementare chi volesse saperne di più fino a far conoscere elementi nuovi a chi non ne sapesse nulla.

    ”Un grande viaggio parte sempre con un primo passo” e l’ANR si prefigge di essere una guida in questo cammino.

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