AngeliPress

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    Una nuova targa per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

    Domenica 20 settembre è stata apposta una nuova targa artistica in memoria di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin all’interno dell’omonimo Parco “Ilaria Alpi e Miran Hrovatin” inaugurato nel 1998 a Udine. La giunta comunale ha approvato la proposta dell’Associazione Insieme con Noi, organizzazione promotrice della nuova tabella composta in vetro e rappresentante un sole stilizzato, un’opera di Elisa Vidussi, glass master professionista. “Il Comune di Udine a Ilaria Alpi – Roma 1961 e Miran Hrovatin – Trieste 1949 uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, mentre svolgevano il loro lavoro di giornalisti alla ricerca della verità”, recita la targa.

    I due giornalisti Rai vennero barbaramente uccisi in Somalia mentre indagavano su dei traffici di rifiuti tossici e armi. A distanza di 26 anni ancora non è giunta né la verità, né tantomeno la giustizia. “Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano dei ‘cercatori di verità’. Due giornalisti che pagarono con la vita la dedizione alla professione e il coraggio di raccontare ciò che altri non raccontano. A 26 anni dalla scomparsa, mi auguro che venga fatta piena luce sul loro brutale assassinio e resa giustizia alla memoria di due martiri della libertà di stampa”. Affermava lo scorso 20 marzo il Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.

    https://www.udinetoday.it/cronaca/targa-ilaria-alpi-miran-hrovatin-parco-udine.html

    https://www.agensir.it/quotidiano/2020/3/20/ilaria-alpi-e-miran-hrovatin-casellati-cercatori-di-verita-venga-fatta-piena-luce-sul-loro-brutale-assassinio/

    https://www.raiplay.it/video/2016/06/Ilaria-Alpi-L-ultimo-viaggio-517b5ecd-4f17-41c6-a718-86e196cb731d.html

    https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Ilaria-Alpi-Il-piu-crudele-dei-giorni-film-4417ac13-6a9d-
    438e-b3a1-f7e1a42356bb.html

    A cura di Simone Riga

    Piero Nava, Io sono nessuno

    A trent’anni dall’omicidio del giudice Rosario Livatino, per la prima volta Piero Nava racconta di sé e di cosa significa perdere tutto in nome dello Stato, in questo libro importante e denso di emozione.

    Piero Nava è un eroe dimenticato del nostro Paese. Un eroe senza volto, ma un eroe vero. Brillante agente commerciale di una ditta del Nord Italia, il 21 settembre 1990 percorre la strada tra Enna e Agrigento per raggiungere un cliente. Pur guidando una Lancia Thema fiammante, va piano per un problema a una ruota. È così che vede e registra nella memoria una strana scena. Prima due ragazzi su una moto da cross che lo superano sgommando, poi dietro la curva una Fiesta incidentata e come una rissa, un terzo individuo, pistole, l’uomo della macchina che fugge giù dalla scarpata, gli altri che lo inseguono. Nava pensa a una rapina e cerca subito qualcuno della Polizia. Non sa ancora, in quel momento, che la sua vita sta per cambiare per sempre. Poco dopo, in commissariato apprende che quello a cui ha testimoniato è il feroce omicidio di un giovane giudice coraggioso, Rosario Livatino, uno che “stava dando fastidio”. Siamo all’inizio dell’escalation che due anni dopo porterà agli attentati contro Falcone e Borsellino. E quel giorno è proprio Falcone a far intuire a Nava che lui e la sua famiglia si trovano in estremo pericolo, devono nascondersi, anzi meglio sparire, soprattutto se lui confermerà la sua preziosa testimonianza. Nava non ha dubbi: dire la verità è l’unica scelta possibile. E la sua verità porterà i killer all’ergastolo. Tutto ciò, però, ha un prezzo altissimo per lui e i suoi familiari, perdere la propria identità, il lavoro che stava garantendo loro agio e soddisfazioni, la casa, le amicizie, le relazioni. Ha inizio così la vita eroica e dedita alla Giustizia che Nava per la prima volta racconta in questo libro importante e denso di emozione, in un alternarsi di dramma e speranza, paura e orgoglio per aver fatto il proprio dovere. Una vera odissea umana, resa ancor più difficile da un buco legislativo che fino al 2018 omologava i pentiti ai veri testimoni di Giustizia come lui. Eroi “oscuri” ma esemplari per ogni cittadino.

    Terzo settore: indagine Cesvot "In Toscana 1 ente su 2 non ha risorse per continuare attività”

    L’emergenza Covid ha colpito profondamente il terzo settore in Toscana. Oltre il 70% degli enti ha dovuto ridurre le proprie attività, e il 14,2% addirittura ha chiuso o sospeso qualunque tipo di operazione.

    Questo è il quadro che emerge con grande evidenza dall’indagine condotta da Sociometrica per conto di Cesvot, dedicata appunto a valutare l’impatto dell’epidemia sugli enti del terzo settore in Toscana.
    C’è anche una parte di enti che, al contrario, ha incrementato le attività, sono le associazioni di volontariato che lavorano nel campo della sanità.
    L’impatto territoriale è molto differenziato: la situazione più critica è quella di Siena, dove a chiudere è stato oltre un quarto degli ets (27,8%); situazione difficile anche a Pistoia e Grosseto. L’impatto è stato irrilevante solo nella provincia di Prato.
    L’aspetto che ha messo in maggiore difficoltà gli enti del terzo settore è quello economico: molte associazioni non hanno modo di finanziare neppure le spese ordinarie. Un colpo particolarmente negativo è stata la cancellazione degli eventi che funzionano sia per la promozione del volontariato sia per finanziare le singole attività.
    L’indagine, accanto alle forti difficoltà economiche, ha messo in evidenza anche la grande capacità di resilienza delle associazioni, che sono totalmente determinate a continuare le attività, nonostante la crisi di oggi.
    Per altro, siamo in questo momento davanti a una riconsiderazione di tutto il welfare, dovuto all’emergenza post-Covid. Le associazioni, secondo gli esiti della ricerca, sono pronte a integrare i loro servizi a quelli pubblici per dare ai cittadini toscani servizi sanitari e di assistenza sempre migliori.
     
    Quale futuro vedono di fronte a loro gli ets toscani? Federico Gelli, presidente di Cesvot, è comunque ottimista:  “Sono convinto, come il 37% dei responsabili degli ets, che ci sia spazio per riconsiderare molti aspetti della vita collettiva, dalla riorganizzazione dei servizi socio sanitari e di assistenza, all’utilizzo delle nuove tecnologie. L’esperienza della pandemia reclama più sanità, più servizi, più assistenza, più sociale e non possiamo farlo senza il contributo del terzo settore. La politica non potrà rispondere a questa esigenza senza un’alleanza con gli enti del terzo settore. Consegniamo alla nuova classe dirigente di questa Regione tutti gli strumenti necessari perché ciò avvenga: in ultima la neonata legge regionale sul terzo settore che sancisce e legittima il ruolo  degli ets nei percorsi di co-programmazione e co-progettazione con le amministrazioni pubbliche. Da qui dobbiamo ripartire”.
     
    Anche Antonio Preiti, direttore di Sociometrica, sottolinea la forza dell’associazionismo toscano: “Con questa indagine abbiamo scoperto che il terzo settore è stato colpito al cuore, perché la sua filosofia è la vicinanza sociale, non la distanza. La resilienza dei volontari è però più forte delle conseguenze dell’epidemia. Questo è l’asset fondamentale per un futuro da protagonista della società civile”.
     
    Gianluca Mengozzi portavoce del Forum Regionale Terzo Settore, esprime preoccupazione: “Il danno che il virus sta producendo alle attività del terzo settore toscano è molto grave e non si è esaurito con la fine del lockdown. Molte attività sono tutt’ora sospese, altre si svolgono ma con le gravi difficoltà indotte dal necessario rispetto delle misure di contenimento; si tratta di una situazione che continua a dissuadere una parte della cittadinanza dalla partecipazione agli eventi collettivi, e che impedisce il lavoro di animazione sociale di volontari e militanti. Intere stagioni di attività culturali, di intrattenimento, di educazione, musicali e sportive sono state annullate, con un grave danno economico per le migliaia di organizzazioni che sostengono la propria azione sociale con l’autofinanziamento.  Non possiamo dare per scontato che quando tutto questo finirà ritroveremo intatta la grande ricchezza di associazioni e cooperative: per questo è impo rtante che le istituzioni si prendano cura dell’insostituibile risorsa costituita dal terzo settore toscano.”

    Yemen: aiuto dell'UE per assistenza alla popolazione vulnerabile

    Il World Food Programme delle Nazioni Unite (WFP) è grato per il contributo di 45 milioni di euro dell’Unione europea (UE) che servirà a fornire assistenza alimentare vitale alle famiglie nello Yemen con gravi carenze alimentari e che soffrono le conseguenze del conflitto, del collasso economico e ora anche del coronavirus. 

    I fondi dell'UE forniranno alle famiglie yemenite assistenza salvavita per soddisfare i bisogni alimentari di base. Con il sostegno dell'UE, il WFP sta già fornendo cibo, vouchers e trasferimenti di contante a milioni di yemeniti che vivono nell’insicurezza alimentare. 

    L’assistenza in denaro del WFP è presente nelle aree dove i mercati sono funzionanti, così che le persone possano acquistare cibo e altri articoli localmente. I trasferimenti di contante possono aiutare a rafforzare i mercati locali, incoraggiando i piccoli agricoltori a essere più produttivi e a sviluppare la capacità nazionale. 

    “Con diverse crisi che, insieme, minacciano la vita delle persone nello Yemen, la situazione umanitaria è più allarmante che mai. L'UE ha recentemente aumentato il suo sostegno per consentire ai partner come il WFP di continuare a fornire assistenza salvavita nonostante le carenze di fondi ", ha detto Janez Lenarčič, Commissario Europeo per la Gestione delle Crisi. “Lo Yemen non può aspettare. Le neutrali organizzazioni umanitarie devono essere fornite dei mezzi e del libero accesso per raggiungere i milioni di yemeniti che hanno urgente bisogno di aiuto". 

    Il sostegno dell'UE arriva in un momento cruciale, mentre il WFP lavora per continuare a mantenere l'attuale livello di assistenza in Yemen - la più grande operazione nel mondo per l’agenzia - per evitare un aggravamento della situazione umanitaria. Una recrudescenza degli scontri dall'inizio dell'anno, insieme a un rapido deterioramento della situazione economica e alla minaccia della pandemia di coronavirus, stanno minando i precedenti miglioramenti nella sicurezza alimentare, spingendo molte più persone a dei gravi livelli di fame. 

    "Lo Yemen è sul filo del rasoio. Milioni di persone stanno scivolando verso la fame in un momento in cui le risorse sono fortemente limitate”, ha detto David Beasley, Direttore Esecutivo del WFP. "L'Unione europea, però, è stata una forte e costante sostenitrice del lavoro del WFP in Yemen, assicurando le risorse in modo che potessimo consegnare assistenza alimentare di emergenza ai più vulnerabili tra bambini, donne e uomini". 

    L'assistenza alimentare del WFP nel corso dei cinque anni di guerra civile nello Yemen ha salvato milioni di persone dalla fame. Dal 2015, il WFP ha ampliato in maniera massiccia le sue operazioni nel paese, passando da circa 1 milione di persone sfamate all'inizio del conflitto a quasi 13 milioni ora. L'UE è stata una forte sostenitrice del WFP durante quel periodo, contribuendo per un totale di 216,8 milioni di Euro, sottolineando sempre la necessità di un targeting indipendente e di una registrazione dei beneficiari per garantire la trasparenza, l’accountability e l'efficienza della fornitura degli aiuti.

     

    Rispondere alla grave crisi umanitaria nello Yemen richiede il sostegno e l'azione di molti partner. Le risorse rimangono limitate e, senza nuovi finanziamenti, il WFP potrebbe presto dover ridurre le proprie operazioni. Senza l'assistenza alimentare del WFP, ancora più yemeniti dovranno affrontare livelli di fame devastanti. Il WFP ha bisogno di 703 milioni di dollari (circa 594 milioni di euro) per mantenere questa vitale rete di sicurezza per i prossimi sei mesi.

    Il World Food Programme delle Nazioni Unite è la più grande organizzazione umanitaria al mondo, impegnata a salvare vite nelle emergenze, promuovere il benessere e sostenere un futuro sostenibile per le popolazioni che si stanno riprendendo da conflitti, disastri e dall’impatto del cambiamento climatico.

    Terzo settore: Toma, intesa Stato-Regioni su Registro Unico Nazionale

    “Finalmente arriva una risposta attesa da tutto il terzo settore. Oggi in Conferenza Stato-Regioni si è infatti sancita l’intesa sul registro nazionale unico”, lo ha dichiarato il Presidente del Molise, Donato Toma, che oggi ha presieduto la Conferenza delle Regioni.

    “Il registro unico nazionale del terzo settore – ha spiegato Toma al termine della Conferenza Stato-Regioni - si sostituisce ai diversi registri previsti dalla vecchia disciplina e permette anche l’iscrizione nel registro di enti che prima non erano tenuti ad alcuna iscrizione.

    E’ davvero un traguardo molto importante – ha concluso Toma - raggiunto anche con il contributo propositivo delle Regioni che hanno contribuito a migliore il testo in un’ottica ai attenzione ai territori che non perdesse di vista l’obbiettivo dell’uniformità”.

    Il decreto disciplina:

    a) le procedure per l’iscrizione e per la cancellazione degli enti nel Registro Unico Nazionale del Terzo

    settore, nonché i documenti da presentare ai fini dell’iscrizione, al fine di garantire l’uniformità di trattamento degli Enti del Terzo Settore sull’intero territorio nazionale;

    b) le modalità di deposito degli atti;

    c) le regole per la predisposizione, la tenuta, la conservazione e la gestione del Registro Unico;

    d) le modalità di comunicazione dei dati tra il Registro Imprese e il Registro Unico di cui alla lettera a) con riferimento agli Enti del Terzo settore iscritti nel Registro delle imprese.

    Covid, Gelli (Fondazione Italia in Salute) “Ora abbiamo esperienza per affrontare la pandemia”

    A Empoli la presentazione del primo manuale sulla gestione del rischio nelle maxi emergenze

    "L'emergenza Covid ha fatto ben comprendere come la Protezione Civile, nonostante resti uno strumento fondamentale nella gestione delle maxi emergenze, si sia trovata in grande difficoltà  nella gestione di una maxi emergenza non convenzionale come la pandemia. Dall'esperienza maturata in questi mesi abbiamo imparato come migliorare il nostro intervento. Il volume che oggi presentiamo può rappresentare uno dei pilastri utili a dare risposte immediate su come poter gestire in futuro situazioni analoghe a quelle recentemente vissute". Così Federico Gelli, presidente della Fondazione Italia in Salute, questa mattina ad Empoli nel corso della presentazione del volume “La gestione del rischio nelle maxi emergenze. Il metodo Sismax” promosso proprio dalla Fondazione Italia in Salute con la collaborazione di Cesvot, Luiss Business School e Ordine di Malta, ha fatto il punto sulla situazione legata all'epidemia da Covid-19. 

    “Si tratta della prima realizzazione di un testo di grande valore sotto il profilo scientifico. Abbiamo deciso di chiamarlo manuale proprio perché tende a declinare con chiarezza le modalità con le quali si debbano gestire le maxi emergenze. Presentiamo nel volume un metodo chiamato Sismax, nato proprio in Toscana, nel quale affrontiamo anche quanto accaduto con la pandemia causata dal Covid-19. L'argomento, di stringente attualità - spiega Gelli - è stato affrontato attraverso interventi dettagliati nei quali si dà conto di come gestire il fenomeno sia dal punto di vista epidemiologico che terapeutico e della gestione dell'emergenza. Il manuale è corredato inoltre di tape cartacei che potranno servire alla catena di comando dei vari operatori sanitari per la gestione delle competenze e per la scelta delle priorità a fronte di un qualsiasi tipo di maxi emergenza". La pandemia, conclude Gelli, “non è superata, dobbiamo stare sempre attenti, soprattutto durante i momenti di incontro e di convivialità. Penso ad esempio alla riapertura delle scuole: non c’è rischio solo nelle aule, ma anche nelle feste e nei compleanni”

    Il volume è articolato in quattro parti. La prima parte, d’inquadramento generale, fornisce una lettura comparata tra il sistema sanitario e quello della protezione civile. La seconda parte del manuale, incentrata sulla gestione delle Maxiemergenze “convenzionali” in base alla prassi, entra nello specifico delle procedure SISmax sia a livello di centrale operativa 118 sia a livello territoriale, con approfondimenti sul “modulo sanitario”, su come pianificare una corretta gestione di eventi complessi, in presenza di rischio sanitario o di calamità, e sul triage, con la sua storia e suoi metodi. Nella terza parte viene affrontato il tema delle Maxiemergenze “non convenzionali”, attinenti al cosiddetto rischio NBCR (Nucleare - Biologico - Chimico - Radiologico), con l’addestramento dei nuclei speciali e la descrizione della gestione del rischio biologico, radiologico e chimico, con le relative procedure SISmax di vestizione e svestizione dei dispositivi di protezione individuale. Proprio in questa parte vi è una sezione dedicata alla pandemia da SarsCov2, con la descrizione di quanto accaduto, sia da un punto di vista epidemiologico che da un punto di vista clinico.  Infine, la quarta e ultima parte è dedicata ai temi dell’assistenza psicologica e della comunicazione nelle Maxiemergenze nonché degli strumenti informatici a supporto del metodo SISmax.

    Tra numerosi squilibri l’Italia resta ancora lontana dagli obiettivi della raccolta differenziata

    Nel 2018 sono stati prodotti in Italia 30,2 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), che rispetto a quello dell’anno precedente ha registrato un incremento pari a 590mila tonnellate. Il 22% dei rifiuti urbani sono stati depositati nelle discariche, mentre il 18% è stato smaltito negli inceneritori; in entrambi i casi si tratta di una pratica dannosa per l’ambiente poiché nella prima fattispecie si potrebbero inquinare il suolo, l’acqua e l’aria, mentre nella seconda si introdurrebbero degli agenti inquinanti nell’atmosfera.

    Fatto sta che l’Italia avrebbe dovuto raggiungere quota 65% di raccolta differenziata nel 2012 e a distanza di sei anni, gli ultimi dati forniti corrispondono all’anno 2018, questo valore tocca il 58%. La distanza, considerando anche gli anni di ritardo, non appare soddisfacente. Scendendo nel dettaglio del rapporto, come evidenzia Openpolis, ci sono dei grandi squilibri a livello regionale. Se a nord si registra una percentuale maggiore di raccolta differenziata, a volte anche superiore al 65% (Veneto, 73,8%), al sud le cose cambiano con tassi addirittura sotto il 30% (Sicilia, 29,5%). Gli sbilanciamenti non mancano neanche dentro le regioni stesse, ovvero tra le provincie: Benevento raggiunge il 70,6% a dispetto dell’intera regione Campania che si ferma al 52,7%; mentre, nel caso opposto, Pavia si attesta al 51,5% rispetto al 70,7% della Lombardia. Invece, dove si registra la percentuale più bassa di raccolta differenziata è nella provincia di Palermo, con solo il 19,9%; mentre in quella di Treviso si raggiunge la quota più alta, l’87,3%.

    https://www.openpolis.it/litalia-e-ancora-lontana-dallobiettivo-sulla-raccolta-differenziata/

    https://www.isprambiente.gov.it/files2019/pubblicazioni/rapporti/RapportoRifiutiUrbani_VersioneIntegralen313_2019_agg17_12_2019.pdf

    A cura di Simone Riga

    Chernobyl e la rinascita tra flora e fauna

    Era il 26 aprile 1986 quando il mondo conobbe il più grave disastro nucleare della storia. Gli occhi erano tutti puntati su Chernobyl e il suo reattore numero quattro che in una notte di primavera esplose durante un test generando una fuoriuscita di radiazioni. Nell’allora Unione Sovietica, come ammise anche l’ex Presidente Michail Gorbaciov, tale fatto venne nascosto e ridimensionato in un primo momento, per poi essere reso pubblico solo in un secondo tempo. Diremmo una quasi Glasnost tiepidamente, e tardamente, rivendicata.

    Da quel terribile giorno sono passati più di 34 anni, e dove un tempo si stanziarono silenzio e desolazione - nella zona di alienazione - adesso prosperano creature viventi e vegetazione. La foresta è diventata un’oasi di biodiversità nella quale vivono linci, bisonti, cervi e numerosi altri animali. Quest’area è diventata la terza riserva naturale più grande d’Europa con i suoi 2.800 km2.

    “La zona di alienazione è un affascinante esempio del potere della natura di riprendersi dal degrado”, afferma Tim Christophersen, capo della United Nations Environment Programme’s (UNEP’s) Nature for Climate Branch. La stessa UNEP sta realizzando, con la collaborazione del governo ucraino e la Natural Resources and the State Agency on the CEZ, un progetto lanciato nel 2015 della durata di sei anni che supporta il prosperare della vita nell’intera area. Il programma ha passato anche i confini dell’Ucraina abbracciando la vicina Riserva radiologica di Polesskiy in Bielorussia, anch’essa colpita dalla tragedia di Chernobyl. “Entrambe le riserve consentiranno alle foreste naturali di aiutare a ripulire la terra e i corsi d'acqua contaminati”, afferma Mahir Aliyev, coordinatore UNEP per l’Europa a capo della gestione del piano. Pure in Bielorussia si è assistito ad un incredibile incremento della fauna – di alci, cinghiali e cervi - tra il 1987 e il 1996. E dalla metà degli anni ’90 crebbe notevolmente anche il numero di lupi. Gli studi condotti congiuntamente, tra i ricercatori ucraini e bielorussi, hanno individuato centinaia di specie animali e di piante nelle due riserve.

    Seppur va detto, come afferma Anders Møller, scienziato presso l’Università di Parigi XI Paris-Sud, che se da un lato Chernobyl registra un “incremento di alcuni uccelli o di certi mammiferi, d’altro canto sappiamo anche che non godono di ottima salute”. Infatti, la presenza di alcuni materiali radioattivi, tra i quali il cesio-137, causano danni ai tessuti corporei e persino al DNA. Nonostante le criticità permarranno ancora per molto tempo, dalla storia di Chernobyl si evince “La resilienza della natura” che “può proteggere l’umanità dai disastri”, afferma Christophersen. “Mentre ci dirigiamo verso il Decennio delle Nazioni Unite sul ripristino degli ecosistemi (2021-2030), e soprattutto sulla scia della pandemia COVID-19, dobbiamo ricordare che gli ecosistemi naturali sono essenziali per la salute e il benessere umano”.

    https://www.unenvironment.org/news-and-stories/story/how-chernobyl-has-become-unexpected-haven-wildlife

    https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0960982215009884

    https://www.thegef.org/project/conserving-enhancing-and-managing-carbon-stocks-and-biodiversity-chernobyl-exclusion-zone

    https://www.nationalgeographic.it/wildlife/2020/05/la-fauna-selvatica-prospera-nelle-zone-abbandonate-prima-della-pandemia

    https://www.la7.it/atlantide/rivedila7/herzog-incontra-gorbaciov-17-09-2020-340189

    https://www.la7.it/chernobyl

    A cura di Simone Riga

    Torna nelle sale il capolavoro di Lynch 'The Elephant Man'

    Quarantanni veniva presentato nelle sale di tutto il mondo il visionario capolavoro di un giovanissimo David Lynch, The Elephant Man. Dal 21 settembre torna nei cinema in versione restaurata

    Migrazioni e appartenenze religiose, uno studio sul fenomeno e una proposta per la politica

    L’Università Cattolica, in collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana, alla vigilia della 106a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato indetta dal Santo Padre, organizza il Convegno:
    “La religione del migrante: una sfida per la Società e per la Chiesa”
    venerdì 25 settembre a Roma  (9.30-12.30)
         presso la Sala Etchegaray del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede (Palazzo San Calisto, Trastevere), trasmesso in streaming sul canale Youtube ufficiale dell’Università Cattolica (https://m.youtube.com/user/younicatt).
     

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