AngeliPress

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    Oxfam: niente vaccino per il 60% della popolazione mondiale fino al 2022

    In occasione dell'incontro congiunto dei ministri della Salute e delle Finanze dei paesi del G20 sullo stato della Pandemia, tenutosi ieri, l'Oxfam ha denunciato che solo il 13% della popolazione mondiale allo stato attuale potrebbe beneficiare del vaccino anti Covid-19. A prescindere dall'efficacia dei 5 candidati vaccini più promettenti, questo comporterebbe all'esclusione totale di qualsiasi forma di medicinale almeno fino al 2022 per più del 60% della popolazione. 

    Una denuncia che arriva dall'analisi dei dati racconti da Airfinity sugli accordi già firmati tra i paesi più ricchi e le case farmaceutiche che stanno testando i vacccini, in un quadro nel quale le stesse aziende produttrici non hanno al momento la disponibilità di produrre abbastanza campioni per tutti coloro che ne avranno bisogno.

    Sara Albiani, policy advisor per la salute globale di Oxfam Italia, denuncia che "le trattative in corso per assicurarsi la fornitura del vaccino mostrano profonde disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri: Italia, Francia, Germania e Olanda già a giugno sono riuscite ad assicurarsi quasi una dose a testa per tutta la popolazione europea (400.000 milioni di dosi totali), rispetto al Bangladesh con solamente una dose ogni 9 abitanti." Insieme alle tante organizzazioni dell’alleanza People’s Vaccine, Oxfam lancia quindi un appello urgente ai Paesi del G20 perché sia garantito l’accesso al vaccino a tutti in ogni parte del mondo, in modo gratuito e sulla base di una distribuzione equa delle dosi, in funzione delle necessità e dei bisogni di salute pubblica. Si può sostenere l’appello di Oxfam per un accesso universale alle cure, firmando la petizione #NONSEISOLO, ricorda l'organizzazione no profit.

     

    Per firmare la petizione: https://www.oxfamitalia.org/petizione-emergenza-coronavirus/

    Giornata Europea delle Fondazioni: presentazione iniziative musicali

    Domani alle ore 11:30 si terrà la conferenza stampa organizzata da Acri (Via del Corso 267, Roma) dove verranno presentate le iniziative musicali per celebrare in Italia la Giornata Europea delle Fondazioni.

    Shana Tova u'metukah, Buon e dolce anno, שָׁנָה טוֹבָה וּמְתוּקָה

    La prima sera di Rosh Hashanà è usanza augurarsi reciprocamente: "Leshanà tovà tekatèvu vetechatèmu” (che siate iscritti e sigillati per un buon anno).

    Rosh Hashanà  è il compleanno dell'universo, il giorno nel quale D-o creò Adam e Chavà ed è considerato il capo d'anno Ebraico. Inizia al tramonto della sera del 1 Tishrei (18 Sett. 2020) e finisce dopo il crepuscolo, il 2 Tishrei (20 Sett. 2020). Questo sarà il capodanno Ebraico n°5781.

     

    Sylvia Earle, “Sua Profondità” degli oceani

    Sylvia Earle, la biologa marina americana di fama mondiale, ha compiuto 85 anni lo scorso 30 agosto. È stata per oltre cinquanta anni esploratrice degli oceani e dal 1998 ha lavorato come Explorer-in-Residence per National Geographic. La sua carriera cominciò con un dottorato in algologia nel 1966, divenne in seguito acquanauta, poi scienziata per l’Amministrazione nazionale oceanica ed atmosferica (NOAA, National Oceanic and Atmospheric Administration), infine scrittrice e fondatrice di Mission Blue, un’organizzazione scientifica per la tutela degli oceani dalla pesca incontrollata, i cambiamenti climatici, l'inquinamento e le predazioni dell'uomo.

    Nell’intervista rilasciata a National Geographic che ha visto come tema centrale, non a caso, gli oceani, Earle ha ricordato quanto è “essenziale mettere in luce i problemi e le soluzioni e mettere in grado le persone di usare le proprie conoscenze e capacità individuali per fare delle scelte. Se non c’è conoscenza, non può esserci attenzione e dedizione.” Nell’era della tecnologia e dei social media la conoscenza può essere condivisa con chiunque, ed è questo lo snodo cruciale che sta invertendo la tendenza negativa a non occuparsi di una situazione critica, o peggio ancora a non saperne affatto. Continua l’oceanografa: “I bambini di oggi sanno com’è la Terra vista dallo spazio, mentre io quando ero piccola lo ignoravo”.

    A proposito della vita, passata ad osservare e studiare gli abissi, “Sua profondità”, così viene presentata delle volte la dott.ssa Earle, fa il punto della situazione: “Allora, cinquant'anni fa, si vedeva di tutto. Oggi abbiamo perso circa la metà delle barriere coralline e quasi il 90% dei pesci di grosse dimensioni. Abbiamo decimato i pesci in maniera spaventosa. Ogni anno preleviamo dagli oceani quasi 100 milioni di tonnellate di fauna, distruggendo gli habitat. Credevamo che l'oceano fosse vasto, resistente e con risorse infinite. Non è affatto così e noi abbiamo rotto i suoi equilibri”.

    Uno dei progetti di Blue Marine sono gli Hope Spots, ovvero dei punti di ricerca posizionati nelle zone più critiche degli oceani, che servono a determinare lo stato di salute dei mari e delle specie viventi. “Il più grande problema degli oceani è l'ignoranza, il non capire che dovremmo preoccuparcene. Nessuna specie ha cambiato i mari più degli umani. Abbiamo preso il pesce su scala industriale e abbiamo riempito gli oceani di plastica. Ora è tempo di invertire la rotta, prima che il danno sia irreversibile". E se lo dice la più importante oceanografa al mondo, dobbiamo fidarci.

    https://www.nationalgeographic.it/ambiente/2020/09/sylvia-earle-loceanografa-dei-record-la-nostra-vita-dipende-dalloceano

    https://mission-blue.org/

    https://www.repubblica.it/dossier/ambiente/effetto-terra/2020/09/07/news/sylvia_earle_la_signora_degli_abissi-266278488/

    A cura di Simone Riga

    La Montagnaterapia, nata in Francia negli anni '80

    La Montagnaterapia, che nasce in Francia e Belgio negli anni ’80, arriva in Italia al sorgere degli anni ’90 con l’intento di fungere come ulteriore sostegno nel processo di riabilitazione di persone aventi problematiche. L’Associazione Montagnaterapia la definisce come “un originale approccio metodologico a carattere terapeutico-riabilitativo e/o socio educativo finalizzato alla prevenzione secondaria, alla cura e alla riabilitazione di individui portatori di differenti problematiche, patologie o disabilità, attuato attraverso il lavoro sulle dinamiche di gruppo, nell’ambiente culturale, naturale e artificiale della montagna”.

    Tra i massimi promotori italiani della Montagnateriapaia c’è il Club Alpino Italiano (CAI), quale organizza escursioni, in gruppi da 3 a 12 persone, che sono volte a favorire un miglioramento della salute e del benessere generale dei partecipanti. Quindi, l’azione che si persegue dal punto di vista socio-sanitario converge con le conoscenze tecniche e culturali di chi è guida esperta di montagna.

    Come riporta lo stesso CAI, la Montagnaterapia è tutt’ora oggetto di studio, e infatti sono numerose le tesi di laurea in infermieristica, riabilitazione psichiatrica, medicina, antropologia, psichiatria, scienze dell’educazione nelle quali è stata trattata. Ornella Giordana, referente per la Montagnaterapia a livello nazionale in Commissione Centrale
    Escursionismo e del gruppo La Montagna che Aiuta del CAI Torino, racconta che «Il lockdown ha lasciato un segno, soprattutto sulle persone già in difficoltà, per questo anche se molte delle attività del Club Alpino Italiano sono ancora ferme, abbiamo spinto per far ripartire il prima possibile quelle di Montagnaterapia. Ce n'è davvero bisogno». E lo speriamo anche noi che presto possano ripartire.

    https://www.cai.it/attivita-associativa/sociale/montagnaterapia/

    https://www.lastampa.it/tuttogreen/2020/08/26/news/la-soluzione-e-la-montagnaterapia-1.39144955

    A cura di Simone Riga

    Nasce Domani, un "giornale nuovo per un futuro tutto da scrivere"

    Una nuova impresa editoriale va sempre festeggiata. È con questo presupposto che la redazione di Angelipress si unisce ai numerosi complimenti e all'in bocca al lupo per la pubblicazione del quotidiano Domani, da ieri in edicola in tutta Italia, sperando l'avventura possa essere proficua e duratura e che questa impresa possa crescere altresì una nuova generazione di giornalisti. Auguri a tutto lo staff di direzione e redazione, agli editori e ai collaboratori, con un pensiero al direttore Stefano Feltri, a Daniela Preziosi, una delle più preparate giornaliste italiane, a Mario Giro e ad Alberto Melloni.

    #Together4Forests, difendiamo il pianeta!

    Il WWF, insieme ad altre 100 Ong, ha lanciato la campagna di raccolta firme #Together4Forests per difendere le aree verdi del nostro pianeta, il tutto sarà poi trasmesso alla consultazione pubblica istituita dalla Commissione Europea. Non tutti in Europa sappiamo che il 10% della deforestazione mondiale, dall’Amazzonia alle foreste pluviali dell’Asia, è causato da noi stessi attraverso il consumo di carne, latticini, olio di palma, caffè e cioccolato. Questi prodotti che ci ritroviamo a tavola possono provenire, a nostra insaputa, da pratiche scorrette ai danni dell’ambiente.

    “Il latte locale potrebbe provenire da mucche nutrite con soia coltivata in terreni un tempo coperti da foreste spettacolari. I biscotti che ami potrebbero contenere olio di palma non sostenibile o cacao coltivato su terreni strappati alle popolazioni indigene. Questo deve essere fermato: togliamo la deforestazione dai nostri piatti”. Così recita un paragrafo del sito internet del WWF UK. 

    La normativa europea non prevede alcun limite alla libera circolazione di prodotti legati alla deforestazione e alla devastazione degli ecosistemi. A tal proposito l’Unione europea sta cominciando a lavorare ad una nuova legge sui prodotti forestali, la Commissione europea ha aperto la consultazione pubblica al fine di accogliere qualsiasi utile suggerimento. E ne serviranno tanti.

    https://www.wwf.eu/campaigns/together4forests/

    https://www.legambiente.it/together4forests/

    A cura di Simone Riga

    Lo Zimbabwe dice no alle miniere

    La Ministra dell'informazione, Monica Mutsvangwa, ha annunciato che "l'estrazione mineraria nelle aree che fanno parte di parchi nazionali è vietata con effetto immediato". Questa decisione è stata presa dopo le forti proteste da parte delle associazioni ambientaliste per l’imminente inizio delle valutazioni di impatto ambientale per le perforazioni, la costruzione di strade e le indagini geologiche in due siti all'interno del Hwange.

    Nella fattispecie, nel 2015 erano stati concessi i diritti minerari a due società cinesi, la Zhongxin Coal Mining Group e l’Afrochine Smelting, nel più grande parco naturale del Paese, un’area che si estende per circa 14.651 m2, e le esplorazioni avrebbero dovuto cominciare a breve. La notizia aveva innescato sin da subito le proteste da parte dei cittadini, sfociate anche nei social network con l’hashtag #SaveHwangenationalpark.

    Il parco nazionale del Hwange è la casa per il 10% degli elefanti selvatici dell’intera Africa. Trevor Lane, che ha lavorato per il Bhejane Trust a Hwange per oltre dieci anni, spiegava al Guardian, prima che venisse introdotto il divieto, che: “Questo è uno dei più grandi parchi del mondo e le miniere sarebbero in una delle zone più incontaminate del parco. L'ultima popolazione di rinoceronti neri di Hwange Park vive lì, così come 10.000 elefanti e 3.000 bufali” e “se dovesse andare avanti, sarà la fine del parco. Ucciderebbe l'industria del turismo che vale centinaia di milioni di dollari”. E infatti, l’estrazione mineraria avrebbe recato danni irreversibili all’ecosistema, con la conseguenza di pregiudicare anche il settore turistico, dal quale provengono i maggiori introiti dello Zimbabwe.

    Nonostante l’entrata in vigore del divieto, per molti cittadini la preoccupazione resta ancora alta, poiché si tratta di un provvedimento provvisorio e la paura che possa decadere è reale. Negli anni passati gran parte dei territori del Paese sono stati devastati a causa dell’estrazione dell’oro lungo i corsi d’acqua e lo spettro del ritorno a questo catastrofico scenario è ben visibile alla popolazione, la quale pretende che il divieto sia convertito in legge il più presto possibile.

    https://www.bbc.com/news/world-africa-54085549

    https://www.lastampa.it/la-zampa/altri-animali/2020/09/05/news/nello-zimbabwe-le-societa-
    minerarie-cinesi-minacciano-gli-animali-in-via-di-estinzione-1.39269785

    https://www.repubblica.it/esteri/2020/09/10/news/zimbabwe_vietate_tutte_le_attivita_minerarie_ne
    i_parchi_nazionali_la_svolta_di_harare-266789468/

    A cura di Simone Riga

    In Amazzonia la deforestazione aumenta tanto quanto il numero degli incendi

    Claudio Almeida, ricercatore che coordina il Programma di controllo della deforestazione dell’Amazzonia (DETER), in seno all’Istituto Nazionale di ricerche spaziali del Brasile (INPE), ha mostrato con numeri alla mano, come si sia già superata la superficie deforestata rispetto all’anno precedente, di 2.400 km2.

    “Le carte mostrano una deforestazione senza precedenti nei territori indigeni fino a quel momento risparmiati e un’appropriazione dei territori pubblici - specifica lo specialista - Deforestiamo per rivendicare la proprietà della terra, regolarizzarla e, eventualmente, rivenderla”.

    L’esecutivo guidato da Jair Bolsonaro presentò nel dicembre del 2019 una mozione per legalizzare le terre pubbliche occupate illegalmente. Il progetto si concluse con un nulla di fatto e decadde lo scorso 20 maggio, ma una nuova simil mozione pare che sarà presto ripresentata.

    Per quanto riguarda il numero di incendi registrati nel mese di agosto, pari a 29.308, si tratta del secondo valore più alto di sempre degli ultimi dieci anni. La regione dell’Amazonas è stata quella più colpita, con ben 8.000 incendi. Bolsonaro ha recentemente ritirato la proposta, annunciata tempo fa, di voler istituire una moratoria agli incendi e ha ritirato prontamente l’esercito, che aveva inviato al fine di salvaguardare la foresta. La totale impassibilità da parte del presidente brasiliano e anche la complicità, secondo Greenpeace, da parte degli Stati europei, che continuano ad alimentare la distruzione dell’Amazzonia attraverso degli accordi commerciali, manderanno presto in cenere uno dei polmoni verdi più importante del pianeta.

    Tra i Paesi complici di questa catastrofe c’è anche l’Italia che, come riporta Il Fatto Quotidiano, è il primo Stato dell’Ue per numero di tonnellate di carne importate dal Brasile, pari a oltre 25.000 tra luglio 2019 e giugno 2020. Anche per quanto riguarda l’importazione di soia l’Italia è riuscita ad entrare tra i primi dieci importatori dell’Ue nel 2019.

    https://www.lemonde.fr/planete/article/2020/09/11/la-foret-amazonienne-s-approche-d-un-point-
    de-non-retour_6051887_3244.html

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/09/02/amazzonia-distrutta-dagli-incendi-il-governo-
    bolsonaro-e-indifferente-ma-la-colpa-e-anche-delleuropa-foto/5917931/

    A cura di Simone Riga

    L’Italia al secondo posto in Europa per esportazione di pesticidi

    Un’indagine realizzata da Greenpeace UK e l’Ong Public Eye ha portato a galla la massiccia esportazione effettuata dall’Italia, seconda solo al Regno Unito, di pesticidi vietati all’uso nell’Unione europea. Nel 2018 il Paese ha esportato oltre 9mila tonnellate di prodotti fitosanitari in dieci Stati sparsi nel mondo.

    Le centinaia di documenti visionati nell’inchiesta hanno messo in luce dei numeri sino ad allora nascosti dai colossi della chimica in Europa. Nello specifico, nel 2018 l’Ue ha esportato 81.615 tonnellate di prodotti fitosanitari in 85 Paesi, gran parte dei quali con un reddito medio-basso. Il 12% delle importazioni, pari a circa 9.500 tonnellate, proveniva da aziende presenti sul territorio italiano.

    Le sostanze esportate, vietate in Ue da molti anni, sono annoverate come sospetto e probabile cancerogeno, parliamo di trifluralin puro, l’erbicida l’ethalfluralin, un diserbante a base di atrazina e uno a base alachlor, il fumigante 1,3-dicloropropene, e insetticidi a base di propargite. Questi prodotti agrochimici provenienti dall’Italia hanno raggiunto Stati Uniti, Australia, Canada, Marocco, Sud Africa, India, Giappone, Messico, Iran e Vietnam.

    La normativa europea pecca di alcune lacune in materia, nonostante l’impiego di determinate sostanze sia proibito nell’Ue si consente la loro produzione e esportazione, con la conseguenza che ciò che esportiamo ce lo potremmo ritrovare nel piatto, come ha affermato Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura di Greenpeace Italia.

    L’appello lanciato da numeri esperti di diritti umani delle Nazioni Unite affinché si metta fine a questa “deplorevole” pratica di esportare prodotti vietati, soprattutto verso i Paesi più poveri, sembra non aver sortito ancora alcun effetto.

    Bibliografia

    https://unearthed.greenpeace.org/2020/07/09/pesticides-united-nations-public-eye/

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/09/10/greenpeace-litalia-e-il-secondo-paese-per-esportazione-
    di-pesticidi-vietati-in-europa/5926790/

    https://www.corriere.it/cronache/20_settembre_10/greenpeace-l-italia-secondo-paese-esportazione-
    pesticidi-vietati-europa-4ada70e0-f377-11ea-88b9-39ac85c19851.shtml

    A cura di Simone Riga

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